La sicurezza dei ticinesi passa anche dalle nostre Carceri

La sicurezza dei ticinesi passa anche dalle nostre Carceri

Dal Mattino della domenica |

Avevo quindici anni il giorno in cui 8 detenuti tentarono di evadere dal nostro Carcere cantonale. Era la mattina del 3 ottobre 1992 e la fuga dei malviventi si risolse con uno scontro a fuoco tra gli evasi e la nostra Polizia cantonale durante il quale persero la vita due carcerati e la guardia carceraria, che si apprese in seguito, era complice dei fuggitivi.

Sono passati venticinque anni da quel giorno di inizio ottobre e la struttura organizzativa delle nostre carceri da allora ha subito molti cambiamenti, soprattutto nell’ottica di migliorare la sicurezza per i detenuti e per tutto il personale. Non bisogna infatti dimenticare che anche il settore dell’esecuzione delle pene e delle misure – del quale fa parte anche il nostro penitenziario – deve rispondere concretamente alla richiesta espressa a più riprese dal Popolo ticinese di maggior sicurezza. In questo senso i ticinesi hanno dato un forte segnale – lo ricordo – con il sì all’attuazione dell’espulsione degli stranieri che commettono reati, in votazione il 28 febbraio 2016. Un bisogno di maggior sicurezza che da sempre è la mia priorità politica e un obiettivo che cerco di raggiungere in maniera trasversale con i diversi settori che compongono il mio Dipartimento: dalla polizia, alla giustizia, alla protezione della popolazione, al settore della migrazione e non da ultimo a quello dell’esecuzione delle pene e delle misure.

In quest’ottica il settore delle carceri e dell’assistenza riabilitativa hanno attuato negli ultimi tre anni una serie di misure volte a ottenere miglioramenti organizzativi e operativi che si traducono in progetti concreti che rafforzano le proprie prestazioni a beneficio della sicurezza di tutti i ticinesi ma pure dei conti del cittadino-contribuente.

Molto è stato fatto in particolare per migliorare le condizioni di lavoro dei nostri agenti di custodia e per permettere loro di svolgere degnamente i delicati compiti che caratterizzano la loro professione, soprattutto in questo momento nel quale le nostre prigioni hanno registrato un sovraffollamento. Rammento che lo scorso 14 marzo – quindi pochi mesi fa – abbiamo registrato un picco di 261 incarcerazioni a fronte di 260 posti disponibili. Un momento di particolare pressione che stiamo cercando di risolvere per evitare che una situazione del genere si traduca in un problema a livello di sicurezza. Per questo motivo, insieme ai miei servizi, sto portando avanti l’adeguamento logistico della Stampa e quello degli effettivi del personale.

Negli scorsi giorni ho letto alcune prese di posizione di cittadini ticinesi e esperti di diritto sui social media, riprese in seguito anche da alcuni media. Hanno parlato di una situazione di disagio nel carcere giudiziario la Farera, ovvero la struttura che ospita quelle persone in attesa di essere rimandate a giudizio e che per questo spesso vengono chiamate “prevenute”. Tengo a sottolineare che il loro regime di detenzione è diverso da quello degli altri carcerati, che stanno già scontando la loro pena. Esiste in questi casi un forte rischio di inquinamento delle prove e pertanto non possono entrare in interazione con altre persone. Si tratta pur sempre di un periodo limitato nel tempo e la situazione ticinese non è diversa da quella di altri Cantoni come Berna o Soletta.  Ricordo infine che, tra le misure attuate con la nuova struttura dirigenziale delle nostre carceri, sono stati concretizzati anche dei progetti per accrescere la sicurezza dei detenuti nelle loro celle, per incrementare le loro possibilità di movimento così come per migliorare la loro assistenza medica.

Tenendo presente il contesto delicato e il momento di forte affluenza del penitenziario cantonale, non intendo prendere parte al ridotto dibattito che ha preso piede su alcuni media, ma intendo invece rinnovare il mio sentito ringraziamento a tutti i nostri agenti di custodia. Uomini e donne che grazie al loro impegno nello svolgere quotidianamente il loro lavoro rappresentano la dignità, la legge e la legalità dello Stato all’interno delle strutture di privazione della liberta e dell’esecuzione della pena. Ma soprattutto garantiscono la sicurezza di tutta la società, di tutti noi ticinesi!

Norman Gobbi,

Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Bell’esempio di federalismo

Bell’esempio di federalismo

Da RSI.ch | Premiata, alla Conferenza apertasi a Montreux, l’Assemblea intergiurassiana

Il servizio al Telegiornale: https://www.rsi.ch/news/svizzera/Bellesempio-di-federalismo-9712753.html

Il premio per il federalismo, edizione 2017, è stato conferito all’Assemblea intergiurassiana in occasione della quinta Conferenza nazionale sul federalismo aperta giovedì a Montreux.

Stando alla motivazione della Fondazione ch, che l’ha attribuito, il riconoscimento ricompensa l’impegno dell’organismo, nato nel 1994 sotto l’egida del Governo, in favore della pacificazione, attraverso la promozione del dialogo tra le parti, opposte da un pluridecennale conflitto.

E’ quindi un esempio lampante della capacità del sistema istituzionale elvetico di risolvere i problemi tramite la ricerca del consenso e l’esaltazione degli interessi comuni.

Esercitazione tra civili e militari

Esercitazione tra civili e militari

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Un piccolo aeromobile, con una decina di passeggeri a bordo, si schianta nella Val Serdena, in territorio di Isone; è lo scenario al centro di un’esercitazione organizzata mercoledì 25 ottobre dalla Commissione dell’istruzione della protezione della popolazione (CT istr PP), con l’obiettivo di migliorare le modalità di collaborazione fra gli enti civili di primo intervento e le truppe militari.

La simulazione è avvenuta nell’ambito delle giornate annuali di formazione organizzate dalla Commissione istruzione della protezione della popolazione (CT istr PP), e ha potuto contare sulla presenza di un gruppo di figuranti, incaricati di impersonare i passeggeri imbarcati sul velivolo e altre persone presenti sul luogo.

Grazie alla verosimiglianza dello scenario preparato, i soccorritori coinvolti hanno potuto verificare l’attivazione e il coordinamento di un dispositivo d’urgenza complesso, e in particolare le diverse procedure di allarme. La scuola reclute delle truppe di salvataggio, coinvolta in occasione della tradizionale settimana di resistenza, ha poi proseguito l’attività simulando le operazioni di ripristino che l’Esercito, in una situazione del genere, sarebbe chiamato a svolgere a favore delle Autorità civili.

Diretto dal Servizio protezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni, l’esercizio teorico e pratico ha coinvolto numerosi enti partner della protezione della popolazione: Polizia cantonale, Federazione cantonale ticinese dei corpi pompieri, Federazione cantonale ticinese dei servizi d’autombulanza, organizzazioni di protezione civile delle regioni di Lugano Campagna e del Bellinzonese, Soccorso alpino ticinese (SATi), Redog Ticino e Care Team Ticino.

Canapa light, nuove regole

Canapa light, nuove regole

Da RSI.ch | Il Governo ha approvato la modifica del regolamento sulla coltivazione e la vendita della canapa light

Il servizio al Quotidiano: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Canapa-light-nuove-regole-9707377.html

Il Consiglio di Stato ha approvato il nuovo regolamento sulla coltivazione e la vendita della canapa light.

Il Governo ha deciso di “mantenere un alto livello di vigilanza”, con misure importanti in caso di abusi. Questo per “mantenere un equilibrio tra la libertà economica da una parte e il bisogno di sicurezza dall’altra”.

La polizia continuerà a vigilare in materia di coltivazione e di vendita di canapa a basso tenore di THC. Dunque cosa cambierà nel concreto? La polizia cantonale sarà facilitata nel monitorare l’iter autorizzativo ai diversi livelli (cantonale, federale e comunale), inoltre nuovi formulari per le notifiche e le autorizzazioni sono disponibili sul sito www.ti.ch/polizia.

Niente chat al volante

Niente chat al volante

Da RSI.ch | Campagna preventiva del Dipartimento delle istituzioni contro l’uso – sempre più diffuso – dei telefonini alla guida

Il servizio delle Cronache della Svizzera italiana: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Niente-chat-al-volante-9702043.html

“Distratti mai!”. E’ lo slogan della campagna lanciata martedì dal Dipartimento delle istituzioni contro l’uso sempre più diffuso dei telefonini – e dunque di chat, social e selfie – alla guida.

Nel 2016 sulle strade ticinesi si sono verificati 3’990 incidenti della circolazione, un quinto dei quali è stato causato da disattenzione al volante o alla guida di un altro mezzo di trasporto, come ad esempio in sella ad una bicicletta. E molto spesso all’origine di questi eventi vi è un utilizzo scorretto dello smartphone.

Anche le statistiche della polizia cantonale mostrano che questo comportamento rappresenta la seconda causa di violazione del codice stradale: se nel 2015 le multe emesse erano già quasi 4’000, i dati del primo semestre 2017 fanno registrare un ulteriore aumento del 10%. Oltre ai conducenti, sono sempre più numerosi anche i pedoni che si mettono in pericolo perché camminano concentrati sul piccolo schermo: in 12 casi, lo scorso anno, la loro disattenzione ha provocato un incidente.

Da qui la necessità di questa campagna, che durerà fino alla fine del mese di marzo del 2018.

Sicurezza stradale, al via la campagna di prevenzione «Distratti mai!»

Sicurezza stradale, al via la campagna di prevenzione «Distratti mai!»

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Gli incidenti stradali provocati da disattenzione sono in costante crescita, soprattutto a causa dell’utilizzo durante la guida, purtroppo sempre più diffuso, dei telefonini di nuova generazione. Il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale – in collaborazione con tutte le Polizie comunali – hanno perciò avviato la campagna di prevenzione «Distratti mai!» che durerà fino alla fine del mese di marzo del 2018, nell’ambito del programma di prevenzione «Strade sicure».

Dopo una prima campagna promossa nel 2016, principalmente rivolta agli automobilisti e all’uso dei telefonini di ultima generazione alla guida, quest’autunno il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di avviare un nuovo sforzo di prevenzione: l’azione denominata «Distratti mai!» intende infatti sensibilizzare tutti gli utenti della strada – automobilisti, motociclisti, scooteristi, ciclisti e pedoni – sui pericoli legati all’uso del telefonino durante gli spostamenti sulle nostre strade.

Alcune cifre chiariscono l’esigenza di questo intervento. Nel 2016 sulle strade ticinesi si sono verificati 3’990 incidenti della circolazione, un quinto dei quali è stato causato da disattenzione al volante o alla guida di un altro mezzo di trasporto (come ad esempio in sella a una bicicletta). Molto spesso all’origine di questi eventi vi è un utilizzo scorretto dello smartphone. Anche le statistiche della Polizia cantonale mostrano che questo comportamento rappresenta la seconda causa di violazione del codice stradale: se nel 2015 le multe emesse erano già quasi 4’000, i dati del primo semestre 2017 fanno registrare un ulteriore aumento del 10%. Oltre ai conducenti di mezzi a quattro o due ruote – ciclisti compresi, con ben quattro incidenti registrati nel 2016 – sono sempre più numerosi anche i pedoni che si mettono in pericolo perché camminano concentrati sul piccolo schermo: in 12 casi, lo scorso anno, la loro disattenzione ha provocato un incidente della circolazione.

La campagna di sensibilizzazione «Distratti mai!» promossa dal Dipartimento delle istituzioni e dalla Polizia cantonale – in collaborazione con tutte le Polizie comunali – prevede pertanto una serie di misure informative e interventi sul territorio. L’intento è di responsabilizzare tutte le categorie di utenti della strada, informando sui rischi che una condotta poco avveduta può creare per se stessi e per gli altri. La campagna di sensibilizzazione si concentra sui giovani tra i 18 e i 24 anni che registrano un tasso superiore alla media di infrazioni legate alla disattenzione.

Il materiale informativo è disponibile sul sito internet www.ti.ch/strade-sicure.

Il Dipartimento delle istituzioni prosegue in questo modo le azioni intraprese per sensibilizzare e responsabilizzare gli utenti della strada sui comportamenti da assumere quando si circola sulla rete stradale cantonale, nell’ottica di prevenire e ridurre il numero di incidenti.

Federalismo: la sfida della centralizzazione

Federalismo: la sfida della centralizzazione

Da Cooperazione | Intervista con il consigliere di stato Norman Gobbi, relatore alla quinta conferenza nazionale sul federalismo a Montreux del 26-27 ottobre.

In queste conferenze nazionali sul federalismo non c’è il rischio dell’autocelebrazione, della “Svizzera Sonderfall”?

A dire il vero sono convinto del contrario, proprio perché negli ultimi anni viviamo una centralizzazione delle competenze, sia a livello cantonale sia federale. Un trend che stride con la necessità di un federalismo tonico nei suoi tre livelli istituzionali, da sempre ricetta del nostro benessere. È perciò bene parlarne di frequente per garantirne l’autenticità dei principi su cui si fonda.

Hanno suscitato un certo allarme i risultati di un recente sondaggio sul federalismo: il 25% degli interpellati non è stato in grado di spiegare cosa sia concretamente o ha dato risposte sbagliate, mentre per il 35% è un concetto “troppo vago”. Qual è la sua opinione?

Sì, questi dati non fanno piacere, ma ottimisticamente possono essere interpretati anche come un segno di fiducia verso il federalismo e la democrazia semidiretta, due capisaldi del nostro Paese. Essi si fondano su principi relativamente semplici, anche se, è vero, sono resi più complessi nella loro applicazione pratica. Ecco perché è importante che tutti si sentano partecipi e conoscitori delle istituzioni, iniziando già dalle scuole. Tanto più che viviamo una forte immigrazione da Paesi con sistemi politici diversi dal nostro.

Studiosi e politici parlano di “federalismo esecutivo” per definire l’attuale sistema politico, con la Confederazione che decide e stabilisce le regole e i Cantoni che devono applicarle, accollandosi sempre più oneri. Un’evoluzione o un’involuzione?

Un’involuzione e, come tale, richiede un’inversione di tendenza. È importante che i Comuni e i Cantoni custodiscano
la loro autonomia, sinonimo di rispetto delle diversità e salvaguardia delle minoranze. Noi ticinesi ne conosciamo bene l’importanza.

Da anni si discute sull’inefficienza di avere 26 Cantoni e c’è chi propone una nuova mappa con 12 Cantoni. Fantapolitica, missione impossibile?

Possibile o impossibile, la ritengo una soluzione semplicemente sbagliata: dilata la distanza fra cittadini e istituzioni. Se a livello comunale le aggregazioni servono a risolvere problemi oggettivi, a livello federale l’optimum si raggiunge grazie a Cantoni capaci di riformarsi al proprio interno e in sintonia con la propria popolazione.

Il federalismo è storicamente quello “verticale”, tra Berna e i Cantoni. Quello “orizzontale”, intercantonale, è un po’ negletto. Quali sono i settori in cui i Cantoni collaborano in modo fruttuoso?

La collaborazione intercantonale varia da regione a regione. Chiaramente come Ticino
siamo meno integrati – anche geograficamente – al resto della Svizzera rispetto a una realtà come Lucerna. Tuttavia non restiamo passivi. Con il mio dipartimento ho l’occasione di lavorare in maniera intelligente ed efficiente con i colleghi degli altri Cantoni, soprattutto a livello di gestione dei flussi migratori, delle situazioni di crisi e delle sicurezza al confine. Anche con le autorità italiane stiamo collaborando, e gli sforzi danno i loro frutti.

Oggi, oltre l’80% della popolazione svizzera vive nelle città/agglomerazioni, da Zurigo a Lugano. Tra le nuove sfide del federalismo c’è proprio la rivendicazione dei centri urbani ad avere un ruolo di primo piano a livello di politica federale, che sembra proteggere di più i Cantoni piccoli e le periferie rurali. Qual è la sua opinione?

Le zone urbane sono indubbiamente il motore socioeconomico del Paese. Non dobbiamo però dimenticare che la forza della Svizzera è anche la propria coesione, non solo fra lingue e religioni diverse, ma pure fra regioni diverse. Tutti reclamano maggiore potere, ma il federalismo è equilibrio. Come uomo di valle ne sono convinto.

Il cuore del federalismo è l’autonomia-concorrenza fiscale dei Cantoni, che però spesso non è virtuosa. Un esempio: Zugo attira fiscalmente imprese e possidenti, ma la vicina Zurigo si lamenta per essere non solo il bacino occupazionale per pendolari dei Cantoni limitrofi, ma anche per accollarsi oneri elevati per la cultura (musei, teatri), trasporti, sicurezza…

Se a livello locale la dinamica fra Comuni-polo e corona si può migliorare con le aggregazioni, a livello cantonale la soluzione è sfruttare la competitività del proprio Cantone: chi paradiso fiscale, chi mecca delle industrie e dei servizi, chi oasi del turismo. Non dimentichiamo inoltre la perequazione finanziaria nazionale, anche se è uno strumento controverso.

Infatti, la perequazione finanziaria nazionale (PFN) è il sistema con cui Confederazione e Cantoni “ricchi” aiutano i Cantoni “poveri”. Il Ticino, da sempre tra i beneficiari, riceverà il prossimo anno ben 41,5 milioni. La PFN è però contestata da più parti (Cantoni paganti e studiosi) perché non riduce le disparità economiche tra i Cantoni e nei fatti si rivela una forma di assistenzialismo. Qual è il suo giudizio?

È assistenzialismo ma senza sperperi. E il Ticino, che non può fare “rete” con altri Cantoni, ha bisogno del sostegno finanziario della Confederaizone e dei Cantoni “ricchi”. È vero, la PFN è annualmente terreno di scontro, anche perché sono in gioco oltre 4 miliardi di franchi. Di fatto, i parametri di calcolo premiano alcuni Cantoni, svantaggiando altri, Ticino incluso, poiché, ad esempio, nel potenziale delle risorse si includono anche gli stipendi dei frontalieri, che notoriamente spendono il loro salario in Italia.

Il rapporto Cantone-Comuni è un anello importante del federalismo. In questi anni le varie aggregazioni hanno mostrato la debolezza istituzionale e finanziaria di tanti Comuni…

… e, infatti, abbiamo continuato convintamente proprio lungo la strada delle aggregazioni, così che i nuovi Comuni siano istituzionalmente e finanziariamente solidi. Un esercizio a favore dei cittadini che possono contare su uno
standard migliore di servizi e vedersi concretizzate opere importanti.

Il Consiglio di stato, e il suo dipartimento in particolare, ha varato nel 2015 il progetto Ticino 2020, un cantiere istituzionale per “ottimizzare” i rapporti tra il Cantone e i Comuni. Quali sono i capisaldi della riforma?

Ticino 2020 si muove su cinque assi fondamentali. Sulla base della riforma dei Comuni, grazie al Piano cantonale
delle aggregazioni, si vogliono riorganizzare i compiti e i flussi fra i due livelli istituzionali, migliorandone efficacia ed efficienza. È quindi l’occasione di procedere con la revisione della perequazione intercomunale e riformare, infine, l’amministrazione cantonale e quelle comunali. Insomma, è un progetto tanto ambizioso quanto necessario.

A che punto è oggi?

Rappresentanti dei Comuni e del Cantone hanno già analizzato a fondo i temi prioritari, giungendo a proposte concrete di riforma per quanto concerne la suddivisione dei compiti e dei flussi finanziari. Ora ha preso avvio la
procedura di consultazione su alcuni di questi temi prioritari, affinché si possa al più presto giungere in Parlamento con soluzioni solide e condivise.

(Articolo di Rocco Notarangelo)

Faido, sede di un nuovo centro di competenza cantonale

Faido, sede di un nuovo centro di competenza cantonale

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi soddisfatto per la riorganizzazione del settore esecuzione e fallimenti

Quando posso iniziare la settimana non lontano da casa, sono sempre felice. Questo non perché il viaggio è più corto, ma perché significa che anche nella mia regione, la Leventina, posso entrare in contatto con servizi che fanno parte del Dipartimento che dirigo. È stata il caso di questo lunedì: in mattinata mi sono recato a Faido per l’inaugurazione del nuovo Centro cantonale per i precetti esecutivi.

A un anno di distanza dall’inaugurazione del Contact center per gli uffici di esecuzione, ecco che un nuovo centro di competenza s’instaura a Faido. Il nuovo Centro cantonale per i precetti esecutivi segue l’obiettivo che mi sono sempre posto da quando dirigo questo Dipartimento: migliorare il rapporto tra Cittadino e Stato, adeguando i servizi alle nuove abitudini e necessità. Lo farà centralizzando l’emissione dei precetti esecutivi.

Negli ultimi anni le sedi dell’Ufficio di esecuzione sono stati infatti confrontati con un aumento considerevole dei contatti con l’utenza, allo sportello, al telefono, via e-mail o posta tradizionale. Questo è diventato sempre più un’attività dispersiva per i collaboratori che dovevano occuparsi della preparazione dei precetti esecutivi. Un’attività questa molto importante – un precetto esecutivo mal redatto può risultare in seguito nullo – nella quale è importante non essere disturbati.

Nel nuovo centro lavorano già nove collaboratori con percentuali lavorative parziali, che permettono loro, in alcuni casi, di far fronte agli impegni famigliari. Un’attenzione particolare che abbiamo voluto dare per permettere a chi ha delle responsabilità a casa di poter comunque occuparsi per una percentuale di tempo.

Il centro di competenza cantonale è una conseguenza dell’evoluzione legislativa e tecnologica degli ultimi anni. Dapprima, nel 2013, l’acquisto di un nuovo applicativo informatico che, grazie all’impegno dei collaboratori che si sono occupati della sua implementazione, è diventato operativo in tutte le sedi dell’Ufficio di esecuzione in due anni, senza creare disagi per i cittadini. In seguito, l’introduzione del circondario unico di esecuzione fallimenti nel 2015, che ha permesso di eliminare il turismo dei precetti, e evitare quindi che i famosi “puff” che si aggiravano per il Cantone, azzerino i propri debiti semplicemente trasferendosi, di volta in volta, in un nuovo Comune.

Il settore esecuzione e fallimenti è un ambito un po’ sconosciuto dell’attività dello Stato, poiché fortunatamente molti di noi non entrano in contatto con i suoi uffici, ma è anche vero che è un ambito molto importante che crea entrate per il Cantone, in quanto attore principale in ambito esecutivo (pensiamo ad esempio alla riscossione delle imposte!). La sua riorganizzazione non è solo quindi parte delle misure di risanamento del Governo in quanto riduce i costi di attività, ma anche poiché una migliore organizzazione aumenta la capacità di riscossione da parte dei servizi.

La volontà di centralizzare delle competenze a livello cantonale in Leventina non è in oltre un caso. Come ho ribadito più volte, la mia volontà è di valorizzare le zone periferiche del nostro Cantone laddove c’è la possibilità, creando nuove possibilità di impiego per i residenti e favorendo così l’economia locale. La sede del nuovo centro di competenza non è quindi una scelta casuale: negli spazi del pretorio di Faido abbiamo potuto inserire dapprima il Contact center e in seguito il Centro cantonale per i precetti esecutivi, approfittando degli uffici già a disposizione del Cantone ma soprattutto creando delle sinergie che ne ottimizzano le risorse e che permettono di accrescere la qualità dei servizi offerti alla popolazione.

Mi piace definire il mio Dipartimento la “Fanteria dello Stato”, in quanto è al fronte nel rapporto con i cittadini: il funzionamento dei suoi servizi tocca quindi profondamente la sensibilità di ognuno di noi. È essenziale quindi avere le risorse giuste al posto giusto, valutando con attenzione dove sia necessario dedicarne di più e dove invece, grazie a una revisione dei flussi di lavoro, è possibile offrire una qualità superiore del servizio con le stesse unità lavorative.

Voglio quindi sottolineare ancora una volta quanto detto in precedenza: con il Governo abbiamo colto la sfida di risanare le finanze del Cantone, ma abbiamo voluto farlo analizzando attentamente ogni servizio per capire dove era possibile non solo risparmiare, ma anche migliorare quanto veniva offerto. E anche con l’Ufficio di esecuzione lo abbiamo fatto. Abbiamo centralizzato un servizio, abbiamo aumentato la sua qualità grazie a collaboratori specializzati. Abbiamo dato un valore aggiunto a delle zone periferiche e alla loro economia, mantenendo però un servizio di prossimità per il cittadino laddove necessario, ma soprattutto tenendoci al passo con l’evoluzione delle sue abitudini.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Cyber, quando diventiamo zombie a nostra insaputa

Cyber, quando diventiamo zombie a nostra insaputa

Dal Giornale del Popolo | world trade center Norman Gobbi, Peter Regli e Angelo Consoli

Anche Internet, dove si crea ma nulla si distrugge, ha una memoria illimitata. Così si apre la via alla manipolazione dell’uomo. Senza bisogno di sangue, se si prende il «cuore».

Il dibattito sulla Cybercriminalità che si è svolto nell’ambito dell’Assemblea del 25° del World Trade Center (in parte già commentata nell’edizione di ieri), è stato animato da Prisca Dindo (Corriere del Ticino) e ha visto la partecipazione di Norman Gobbi, consigliere di Stato, Peter Regli, già capo del Servizio informazioni della Confederazione e Angelo Consoli, docente SUPSI.

Norman Gobbi, consigliere di Stato e capo del Dipartimento delle istituzioni, ha messo in risalto, rispetto al problema della cyber-security, il problema di salvaguadare la ricerca e lo sviluppo delle imprese, sia contro la pirateria, sia nel possibile blocco di progetti strategici delle imprese. In Ticino – ha detto – abbiamo 60-70 casi aperti oggi nei reati informatici. Pochi? Tanti? E sono tutti? Anche perché vi è un certo pudore a rendere noto di esser stati oggetto di attacchi informatici. Come già accade nei reati patrimoniali, perché diamo l’impressione di non essere stati pronti a parare il colpo. Sul piano dell’economia finanziaria, vi sono poi una trentina di casi per un importo di circa 10 milioni. Oggi in Ticino si assiste ad un minor numero di reati comuni, ma ad uno più elevato per i reati «moderni» ha detto Gobbi, che vertono sull’informazione (o disinformazione) e sulla gestione dei patrimoni. Questo serve ad «accendere la lampadina» e ad accrescere la corazza. Ma se sul piano individuale si può mettere la luce che illumina ad un arrivo indesiderato, lo stesso non avviene nei reati informatici. Tanto più che la Svizzera è una piazza assai «interessante». Ad esempio con i bitcoin, uno strumento agile che lascia poche tracce. Dunque occhio alla Ricerca e Sviluppo e ai nuovi prodotti. Anche perché per la bici si può mettere il lucchetto, ma il web non ha confini nel mondo. E se il reato non è ideato e commesso nel territorio svizzero, come uscirne? Aggiungendo che «il poliziotto è un passo indietro» rispetto alla libertà di movimento dei malintenzionati. Ecco dunque la necessità di mettere in comune le difese per essere sempre al passo coi tempi, ha concluso Gobbi.

Peter Regli, già capo del Servizio informazioni della Svizzera, ha commentato come oggi la scena politica sia percorsa da personaggi inquietanti. Il mondo non è mai stato così insicuro e il Cyber ne è solo un elemento. Anche il terrorismo, la migrazione, il salafismo (una minoranza molto perfida finanziata dall’Arabia Saudita, ha detto) si nutrono di «intelligence», istigando ordigni tipo «coltello o auto», perché secondo loro la democrazia è contro l’Islam. Il Cyber gioca un ruolo importante e qui l’attaccante è avanti di tre passi. Interviene nelle elezioni, col compito di interferire, paralizzare, distruggere. Che succede se per quattro giorni non funziona l’elettricità? Sono le infrastrutture critiche. È una guerra ibrida. Trump si nutre di notizie Fox, poi scrive il sui twit col suo Basic Instinct. Cinque ore dopo dice il contrario, causa un «casino» e si perde la fiducia. Insomma, il Cyber è solo un elemento del caos.

Allora, quo vadis? Secondo Angelo Consoli, la tecnologia è solo un mezzo. Oggi se vuoi far male, lo fai su scala mondiale. Una macchina infetta può far danni a tutti. E
ognuno ha la sua macchina in tasca (il telefonino). E noi siamo gli zombie. Qualcuno magari ci ha messo un baco che si attiva a comando. La privacy non esiste più. Un malaware ha infettato 30 milioni di computer e per il 2022 vi saranno 14,5 trilioni di connessioni. Tra l’altro, il 97% degli attacchi ha una componente umana. Per comodità o sbadataggine non siamo stati attenti. E il social media aumenta l’insicurezza perché si può manipolare l’umano e l’ego diventa «posseduto». Gulp. Oibò.