Nominato il nuovo responsabile dell’Ufficio del registro di commercio

Nominato il nuovo responsabile dell’Ufficio del registro di commercio

Nella seduta odierna, il Consiglio di Stato ha nominato il Signor Andrea Porrini quale nuovo Capo dell’Ufficio del registro di commercio di Biasca.

Nato nel 1987 a Locarno, Andrea Porrini è cresciuto a Losone e nel 2013 ha conseguito il master in diritto presso l’università di Zurigo. Al termine degli studi universitari ha svolto la pratica legale seguita da quella notarile, che lo ha portato nel 2016 all’Ufficio del registro di commercio di Biasca, dopo aver ottenuto la patente di avvocato. Al termine del 2016 egli ha inoltre conseguito il certificato di capacità all’esercizio del notariato. Il signor Porrini è alle dipendenze dell’Ufficio del registro di commercio da quasi due anni, ciò che gli ha permesso di maturare esperienza e conoscenza del settore, in particolare affiancando la Capoufficio Sonia Cereghetti e tutto il personale dell’Ufficio. Dal mese di ottobre del 2017 egli rappresenta inoltre il Canton Ticino all’interno del Comitato della Conferenza delle autorità cantonali del registro di commercio.

In qualità di responsabile dell’Ufficio del registro di commercio, il Signor Porrini dovrà continuare a garantire l’adempimento degli importanti compiti attribuiti all’Ufficio, che negli ultimi anni è stato confrontato con diversi cambiamenti, primo fra tutti il trasferimento fisico, avvenuto nel 2013, da Lugano a Biasca, che costituisce un ottimo esempio di valorizzazione delle regioni periferiche cantonali, con una decina di posti di lavoro dell’Amministrazione cantonale portati nel Distretto di Riviera. In questo contesto, si rimarca come l’Ufficio sia parte integrante della riorganizzazione del settore registri, approvata dal Governo lo scorso luglio e attualmente al vaglio del Parlamento, che prevede avantutto la creazione della Sezione dei registri, cui l’Ufficio del registro di commercio sarà subordinato, unitamente agli Uffici dei registri, all’Ufficio del registro fondiario federale e alla futura Autorità LAFE di I. istanza. L’obiettivo, in generale, è quello di accrescere l’efficacia organizzativa del settore, compiendo un salto di qualità a tutti i livelli.

Il Consiglio di Stato coglie l’occasione per esprimere un pensiero di gratitudine a Sonia Cereghetti per l’impegno e la dedizione profusi durante la sua esperienza presso l’Ufficio del registro di commercio e per rivolgerle i migliori auguri per la sua nuova funzione all’interno del Dipartimento delle istituzioni, quale referente in ambito informatico della Divisione della giustizia, formulando altresì i propri auguri ad Andrea Porrini per questa nuova sfida professionale all’interno dell’Amministrazione cantonale.

 

Chiasso, sventato il colpo al caveau

Chiasso, sventato il colpo al caveau

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 26 febbraio 2018 de Il Quotidiano.
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10182776

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 27 febbraio 2018 de La Regione

Organizzati e professionisti
Quella sgominata nella notte a Chiasso «è una banda organizzata e di professionisti specializzata in furti con la tecnica comunemente definita ‘del buco’. Una tecnica che presuppone l’utilizzo di materiale abbastanza specifico».
Con il portavoce della Polizia cantonale Renato Pizolli entriamo nei dettagli dell’operazione che ha portato all’arresto di 12 persone. Sotto sequestro «è finita una carotatrice che permette di bucare anche pareti in cemento armato – continua Pizolli –.
Per introdursi in ditte come quella a cui hanno mirato, devono entrare in considerazione anche dei sistemi di sicurezza superiori alla media, tra questi anche la fattura dello stabile». L’azione dei malviventi «era prevista sull’arco di qualche ora». Un lasso di tempo durante il quale avrebbero creato un foro sufficientemente grande per permettere l’ingresso di una persona, che si sarebbe occupata di svuotare il caveau. Per riuscire nel loro intento, nella serata di domenica i malviventi «hanno piazzato sul tetto dello stabile adiacente un’apparecchiatura per inibire l’entrata in funzione del sistema di allarme». La stessa è stata recuperata in mattinata con il supporto dei pompieri di Chiasso. Avuta la certezza del colpo imminente – «l’azione preventiva e lo scambio di informazioni con le autorità italiane e in particolare con i Carabinieri di Cerignola, Abbiategrasso e Como ci ha permesso di essere sufficientemente pronti al momento giusto» –, il dispositivo, coordinato dalla Polizia cantonale e composto da diverse decine di agenti, è entrato in funzione intorno alle 2 del mattino. «Le persone sono state bloccate in maniera incruenta, nessuno si è fatto male – precisa ancora Pizolli –. Non si può dire che i fermati si siano consegnati alla Polizia: hanno infatti cercato di evitare il fermo, ma non hanno potuto sottrarsi». Durante l’operazione «non sono state utilizzate armi da fuoco». I colpi uditi e segnalati da diverse persone potrebbero essere riconducibili, ma la polizia preferisce non fornire dettagli in merito, a petardi stordenti. Il fatto certo, conclude Renato Pizolli, è che quelli sventati nella notte «non sono atti preparatori: queste persone stavano commettendo un reato: il materiale che abbiamo recuperato sul tetto è stato montato per un motivo».

Un ottimo banco di prova
La settimana scorsa a Lugano sono finiti in manette quattro componenti delle ‘Pink Panthers’ pronti a rapinare una gioielleria. Ieri tra Chiasso e la Lombardia sono state arrestate 12 persone che hanno pianificato un’azione criminale in Ticino. «È la dimostrazione che le forze dell’ordine hanno un grado di preparazione sufficiente per rispondere anche a minacce di una certa gravità», è il commento del portavoce della Polizia cantonale Renato Pizolli. Oltre allo scambio di informazioni, le due operazioni hanno avuto esito positivo «anche grazie alla collaborazione con le altre forze dell’ordine in campo – conclude Pizolli –. Questo permette di operare con un numero sufficiente di persone e di essere preparati per rispondere a questo tipo di minacce. Un ottimo banco di prova per il nostro operato».

Prevenzione: strumenti moderni

Prevenzione: strumenti moderni

Modifica alla Legge sulla polizia

Dopo un lungo lavoro preparatorio e un’estesa fase di consultazione, il mio Dipartimento ha presentato pubblicamente il primo pacchetto di modifiche alla Legge sulla polizia, che è stata completamente rivista per l’ultima volta nel lontano 1989.

L’evoluzione della società e le nuove minacce, ma anche le nuove esigenze di operatività quotidiana, chiedono alla polizia degli interventi che trent’anni fa non erano nemmeno immaginabili e per i quali è richiesto un approccio sensibile e delicato. Penso ad esempio alle innumerevoli chiamate per far rispettare le decisioni dell’autorità riguardo al diritto di visita ed ai rapporti genitori-figli. La nostra società è sempre più fragile: da una parte chiede maggiore libertà ma poi, invece di responsabilizzarsi, sollecita e pretende più aiuti dalle istituzioni.

Per questo motivo, ritengo necessario un ammodernamento delle norme vigenti per colmare le lacune legislative nel frattempo emerse, prendendo spunto dalle esperienze maturate anche in altri Cantoni.
Ecco quindi il bisogno di un primo adattamento della Legge in vista di una sua futura revisione totale. Gli articoli modificati sono quelli che permettono di rispondere alle aspettative, ma anche di mantenere efficace il lavoro fondamentale di prevenzione.
Di seguito riprendo i tre punti principali della revisione.

La custodia di polizia
È una misura coercitiva della durata massima di 24 ore che comporta la privazione temporanea della libertà alle persone che costituiscono un imminente pericolo per l’integrità fisica o psichica propria o di terzi. Permette cioè di custodire e proteggere una persona in assenza di reato e di tutelare quindi la sicurezza pubblica, colmando una lacuna della legge. Per citare dei casi concreti, si pensi alle persone con uno scompenso psichico, a quelle che manifestano la volontà di suicidio, a persone in grave stato di ubriachezza e così via. Questa decisione spetterà ad un ufficiale della Polizia cantonale; la norma non ha come scopo la repressione, bensì la prevenzione e una forma di protezione. Quali soluzioni logistiche per la custodia si pensa alle celle di fermo delle strutture di polizia, mentre per i minorenni dei locali più adatti alla loro giovane età.

La trattenuta e la consegna di minorenni
Consiste in una misura simile alla precedente, ma pensata per gli adolescenti che devono essere riconsegnati alla famiglia o alle autorità di protezione dei minori. Si rende necessaria, ad esempio, per  ritrovamenti di minori fuggiti da casa o da strutture d’accoglienza, per minorenni che a causa dell’abuso di alcool o di altre sostanze non sono più in grado di gestirsi correttamente. Lo scopo è la tutela della salute e dell’incolumità del giovane in un momento di difficoltà.

Le indagini preventive di polizia
Le nuove misure consentono l’inizio dei lavori d’indagine con maggiore anticipo, prima cioè che il reato vero e proprio venga commesso. Affinché la Polizia cantonale possa assolvere con efficacia i propri compiti, al fine di prevenire ed impedire la commissione di reati, occorre fornirle strumenti d’inchiesta preventivi, quali: monitoraggio ed osservazione, indagine in incognito, inchiesta mascherata, sorveglianza discreta. Si tratta ad esempio di attività, come quelle su internet, sui social media o altri canali di comunicazione. L’obiettivo è quello di raccogliere le informazioni per individuare situazioni potenzialmente criminose e scongiurare il concretizzarsi di un reato con anticipo. Non si vuole disporre di una libertà illimitata di indagare, bensì di una misura di prevenzione concordata tra Magistratura e l’autorità inquirente. Le basi legali in questo settore politicamente delicato sono state confermate dal Tribunale federale. Questo tipo di intervento non potrà durare più di un mese: qualora il caso richiedesse più tempo, dovrà essere espressamente autorizzato dal Ministero pubblico.

Il mio Dipartimento si impegna perciò nel modernizzare leggi ormai superate, per dotare la polizia di mezzi che le consentano di svolgere in modo incisivo il proprio lavoro e per allinearci a quanto già avvenuto negli altri Cantoni. Nel caso in questione, le modifiche consentiranno di incrementare la prevenzione di atti illeciti e di fornire al cittadino ticinese maggior sicurezza e protezione.

Un 2017 nel segno della professionalità per la Polizia cantonale

Un 2017 nel segno della professionalità per la Polizia cantonale

Nelle giornate di ieri e oggi, presso il Centro cantonale della protezione civile di Rivera, si è tenuto l’annuale Rapporto di Corpo della Polizia cantonale. In apertura, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi si è complimentato con tutti i presenti per la qualità del lavoro svolto, per la dimostrazione di attaccamento al Corpo, e per i successi ottenuti dalla Polizia cantonale nel 2017, segnatamente nell’ambito di un maggiore e capillare presidio del territorio con diminuzione del numero di reati commessi e della notevole professionalità ed efficienza dimostrata a livello svizzero ed estero.

Il Comandante Matteo Cocchi ha in seguito ripercorso, a parole e immagini, quanto svolto durante lo scorso anno, e informato agenti, inquirenti e amministrativi sugli obiettivi che s’intendono raggiungere nel 2018. Nella sua retrospettiva lo stesso ha rievocato l’importanza di una visione a medio-lungo termine, in particolare nell’ambito dei progetti logistici e delle nuove tecnologie. Tra i diversi progetti portati avanti nel 2017 si è ricordata la realizzazione della nuova Centrale comune di allarme (CECAL), che sarà operativa a partire dal mese prossimo. La messa in funzione del nuovo stabile, il più moderno in Svizzera per apparecchiature e centralizzazione delle risorse, segnerà il perfezionamento di tutti gli interventi, nonché il potenziamento della collaborazione tra gli altri partner di sicurezza presenti sul territorio cantonale. Nel 2017 si è rilevata inoltre la diminuzione della pressione migratoria presso i confini cantonali, evoluzione che ha del resto permesso di agevolare il lavoro degli enti di sicurezza coinvolti nella gestione delle entrate illegali. Il Comandante ha pure ricordato il fondamentale apporto di ogni singolo componente del Corpo, senza il quale non si renderebbe possibile il raggiungimento di importanti risultati comuni.

La parola è poi passata ai capi area, al Sostituto Comandante Lorenzo Hutter a capo dello Stato Maggiore, al tenente colonnello Flavio Varini a capo della Polizia giudiziaria e al tenente colonnello Decio Cavallini a capo della Gendarmeria, i quali hanno esposto ai presenti l’insieme delle attività del Corpo svolte nel 2017 proponendo, a supporto, delle retrospettive statistiche sui fatti di stretta competenza della Polizia cantonale. In questa circostanza, particolare accento è stato posto sugli adattamenti organizzativi, tra i quali l’allestimento dei nuovi organigrammi, validi dal 01.01.2018. Il personale è inoltre stato informato sui numerosi progetti che miglioreranno l’operatività grazie all’utilizzo delle moderne tecnologie e sulle sfide alle quali sarà confrontato nell’immediato futuro.

 

 

Donne&Uomini: L’estetista che sceglie il carcere

Donne&Uomini: L’estetista che sceglie il carcere

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 21 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

Dice addio a smalti e unghie per lanciarsi in una nuova avventura: essere una guardia di custodia alla Farera «Ero stufa della superficialità di alcuni clienti» – Sul rapporto con i detenuti è schietta: «Basta farsi rispettare»

L’agente di sicurezza, la camionista o ancora la boscaiola. Anche in Ticino sono sempre di più le donne che, in barba ai pregiudizi più datati, si cimentano con mestieri «da uomini». Nelle scorse puntate abbiamo incontrato l’ispettrice di cantieri Marika Beretta (vedi edizione del 28 novembre), la spazzacamina Jessica Kosky (22 dicembre), la camionista Monica Menegola (30 dicembre) e la vigilessa del fuoco Ottavia Gaggini (27 gennaio). Oggi il Corriere del Ticino dedica spazio a Selene Alcini, ex estetista ora guardia carceraria alla Farera.

Lasciare il lavoro da estetista per diventare una guardia carceraria. È la strabiliante storia di Selene Alcini, classe 1988, che da un giorno all’altro ha detto addio a trucchi e smalti per le unghie ed è diventata un’agente di custodia presso il carcere della Farera. Una scelta che Selene che ci racconta con voce chiara e frizzante mentre la incontriamo sul posto di lavoro dove, rigorosamente in divisa, unico indizio del suo passato sono le curatissime unghie nere. «C’è stato un momento in cui non riuscivo più a sopportare la superficialità di un certo tipo di clientela – ci spiega – allora ho deciso di cambiare e mi sono informata per quanto concerne la formazione in Polizia. E lì ho scoperto che c’era anche questa possibilità». A spingere la nostra interlocutrice verso questa professione non solo un carattere forte e deciso, ma anche una certa curiosità: «Alcuni miei amici si erano lanciati in Polizia ed era una scelta che mi solleticava. A differenza di loro però, non mi convinceva l’idea dell’arma. Quindi sono ben contenta che qui non portiamo la pistola».

Come ci racconta Selene, a caratterizzare il lavoro in carcere è anche il fatto che «si gestisce la persona. Non è un pronto intervento come per gli agenti di polizia. Qui, con il tempo, si conosce il detenuto e si sviluppa un rapporto di dialogo: c’è chi ti racconta che la moglie gli ha fatto visita, chi ti mostra la foto del bambino o ancora chi aspetta una lettera e ti chiede dei consigli. Alla fine, noi donne siamo impiegate nelle strutture carcerarie non solo per una questione pratica come lo spoglio delle detenute, ma anche per una questione emotiva. Non dimentichiamo che il detenuto uomo si confida molto più facilmente con una donna, le racconta di una problematica e, non da ultimo, manteniamo viva una propensione al dialogo che per una persona incarcerata da molto tempo tende ad affievolirsi». Soddisfatta della propria decisione, oggi Selene non ha dubbi: è stata la scelta giusta. Ma come hanno reagito parenti e marito di fronte ad una simile capriola? «I miei ex colleghi come pure i clienti non ci credevano. Anzi, ritenevano che semplicemente non fosse possibile perché questo è un mondo prettamente maschile. E devo dire che non ho ricevuto un gran sostegno da parte loro. Tutt’altra storia per quanto concerne i miei genitori che mi hanno sempre spinta a seguire l’istinto. Ecco, forse mio marito è rimasto un po’ scioccato – ride – diciamo che non è molto favorevole all’idea che io sia all’interno di una struttura chiusa, circondata da persone che stanno attraversando un periodo difficile». E per riuscire a conciliare vita professionale e vita privata, Selene ha delle regole ben precise: a separare i due mondi sono le mura della Farera. «Quando si esce da qui bisogna essere capaci di ‘’decomprimere’’ – ci spiega – evitare insomma di portarsi a casa il lavoro e viceversa: come entro nel carcere tutti i problemi di vita quotidiana restano fuori». Una separazione che viene facilitata anche dalle norme stesse della struttura dal momento che all’interno della Farera sono banditi telefonini e l’accesso a internet o ai social media. «Per otto ore siamo tagliati fuori dal flusso delle notizie e dei contatti – continua la nostra interlocutrice – e ammetto che all’inizio è stato abbastanza difficile perché sono sempre stata una persona molto attiva sui social. Ma è una questione di sicurezza e, dopo tre anni di lavoro alla Farera, posso dire di essermi abituata».

Superati i test fisici e psicologici d’entrata, per diventare guardia carceraria Selene ha seguito la scuola cantonale per agenti di custodia e al momento frequenta la formazione federale a Friburgo. E, proprio come tutti gli studenti, non si scappa alla tesi di laurea: «Mi piacerebbe approfondire il tema delle incarcerazioni di transessuali – racconta – un argomento di cui si parla ancora poco in Svizzera ma che esiste e che richiede un’attenzione particolare. Soprattutto per quanto concerne la gestione e l’integrazione di questi detenuti». Ma la lezione più importante, la nostra interlocutrice la vive tutti i giorni sulla propria pelle, a stretto contatto con i detenuti. E anche se giovanissima, porta con sé una valigia già piena di esperienze. «Non mi dimenticherò mai di quando, l’anno scorso, mi sono trovata confrontata con un acuto problema di salute di un detenuto – ci racconta – mi ricordo ancora di quando ho aperto la cella e ho capito cosa stava succedendo, trovandolo privo di sensi. Con i colleghi sono riuscita a rianimarlo ma poi, quando a qualche ora di distanza ripensi a quanto accaduto, ti stupisci della lucidità con la quale hai agito. Ed è merito della formazione. Ma non puoi sapere di essere pronto finché, effettivamente, non ti succede». Sollecitata sulle difficoltà di questo mestiere, la nostra interlocutrice non ha un attimo di esitazione: «Quando di fronte ti trovi un bambino». Come ci spiega Selene infatti, per legge le detenute donne hanno il diritto di tenere in carcere il figlio fino all’età di tre anni. «E ce ne sono – continua – ma mantenere le distanze con un bebè non è evidente. Chiaramente in questi casi si mettono a disposizione dei giochi nella cella e il necessario affinché il bimbo possa svilupparsi correttamente, ma non è facile. Non dimentichiamo che, anche se piccolissimi, imparano già tutto». Schietta e diretta, Selene è una persona con la quale ci si trova subito a proprio agio e, tra una chiacchiera e l’altra, ci si dimentica di essere in un carcere. Ma come reagiscono i detenuti quando, di fronte, si trovano una giovane ragazza? «Generalmente portano rispetto – assicura– l’importante è non lasciare mai che venga oltrepassato il limite. È basilare. Poi è chiaro che con i detenutisi instaura un rapporto perché loro hanno bisogno di parlare. L’importante è che sia un’apertura a senso unico: non devi mai raccontare qualcosa di te. Ognuno ha i suoi trucchi: c’è chi la butta sul ridere, chi risponde con un’altra domanda. Basta non rivelare mai dei dettagli personali». Senza infine dimenticare che «i detenuti sono persone – conclude Selene – come vedono che tu rispetti loro, loro rispettano te. Non lo nego, ci sono nazionalità che non concepiscono l’idea di ricevere ordini da una donna e in questi casi, piuttosto che forzare, semplicemente li si affida ad agenti uomini. Quando si parla di sicurezza non c’è spazio per questioni di genere».

Sia un leader e tiri il carro con i colleghi

Sia un leader e tiri il carro con i colleghi

Intervista apparsa nell’edizione di martedì 20 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

Andrea Pagani rispecchia l’identikit del procuratore generale da lei tracciato?
«Starà a lui dimostrare con le azioni di disporre della leadership necessaria per guidare il Ministero pubblico.
Ritengo infatti importante che il ruolo di procuratore generale non sia meramente amministrativo. E quando parlo di leader non penso a un padre padrone, ma un profilo capace di indicare la direzione ai colleghi e a tirare il carro insieme a loro. La sfida principale, oltre che sul piano della conduzione, starà quindi nella capacità di convincere i propri collaboratori che è possibile lavorare in modo più coordinato e fissando delle priorità».

Quali sfide attendono il neoeletto?
«Innanzitutto si rendono vieppiù necessarie delle specializzazioni. E oggi ritengo che vi siano delle particolari necessità nell’ambito della lotta alla mala-economia. La tendenza, a livello giudiziario svizzero, vede i procuratori pubblici fungere da riferimento su determinate materie, come può essere il caporalato o la tratta di esseri umani – sul fronte del lavoro – o come detto sulla diseconomia che può rivelarsi essere l’anticamera del riciclaggio».

L’attuale pg John Noseda ha più volte rivendicato maggiori risorse per l’apparato giudiziario.
Quale approccio si attende da Pagani verso la politica e il suo Dipartimento?
«È sbagliato parlare solo di risorse. Queste sono la conseguenza di misure di tipo organizzativo e procedurale. Una struttura come la Procura, composta da oltre 100 persone, necessita dapprima di una visione d’insieme per semmai correggere quei comportamenti che nel recente passato hanno portato alle dimissioni di alcuni procuratori. Ho scritto un messaggio a Pagani, auspicando un incontro a breve per discutere delle sfide e delle aspettative reciproche, anche in termini legislativi».

 

“Custodia” in polizia di adulti e minorenni

“Custodia” in polizia di adulti e minorenni

Articolo apparso nell’edizione di martedì 20 febbraio 2018 de La Regione


Nuove misure per estendere la prevenzione dei reati, nella riforma presentata ieri

Più “poteri” alla Polizia cantonale o maggiori competenze, dipende dai punti di vista.
«Si tratta di adeguare la nostra legislazione ai mutamenti sociali, così da gestire il quotidiano con interventi mirati in ambiti diversi» ha precisato ieri Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, nel presentare la revisione della specifica legge cantonale. Tre, sostanzialmente, le principali novità. La prima è la “custodia” di polizia per 24 ore, un fermo non decretato dal magistrato inquirente e in assenza di reato ma attuato «a salvaguardia dell’incolumità dell’individuo e di terze persone» come ha spiegato Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale. Col fermo di polizia non vi sarà perseguimento penale, ma “solo” la custodia temporanea. «Un esempio? Potrebbe coinvolgere chi è pesantemente sotto gli effetti dell’alcol o chi ha tentato un suicidio per scompenso psichiatrico e non sottoposto a ricovero coatto». La seconda novità si riferisce alla “trattenuta e consegna” di minorenni. Misura, questa seconda, assai simile alla prima ed è pensata per chi fugge dal proprio domicilio o da strutture di accoglienza, ma anche per i giovani non in grado di badare a sé stessi per uso eccessivo di alcol o sostanze stupefacenti. Ultima misura – inserita nella riforma approvata dal governo e già riportata nel relativo messaggio – le “indagini preventive” tese alla prevenzione di reati. «Vi sono le basi legali, confermate dal Tribunale federale, per un settore anche politicamente sensibile ma siamo di fronte a un passo ponderato» ha voluto rassicurare Gobbi, perché certo la necessità delle inchieste mascherate presenta da sempre non pochi interrogativi. «Si tratta di un’osservazione passiva e preventiva, ad esempio in internet o contro il traffico di stupefacenti. Dovrà comunque durare non più di un mese e se andrà oltre sarà necessario il nullaosta del Ministero pubblico» ha detto Cocchi. Le inchieste in incognito, prima dell’ipotesi di reato, dovrebbero aiutare a fornire elementi necessari all’apertura di un’istruzione penale vera e propria, così come ampliare gli strumenti d’indagine. Una revisione necessaria, si diceva, che è già realtà in altri Cantoni. Del resto «viviamo oggi in una società più fragile, con poca responsabilità del singolo. E in questi casi – ha motivato Gobbi – lo Stato è più sollecitato. È la risposta a una certa evoluzione sociale, dove si cerca un compromesso fra sicurezza e libertà». La revisione della legge cantonale sulla polizia, si precisa in una nota del Dipartimento competente, è frutto di un lungo lavoro preparatorio e i nuovi articoli “sono stati al centro di un’ampia fase di consultazione” che ha coinvolto il Ministero pubblico, il Magistrato dei minorenni, il Consiglio della magistratura, la Divisione della giustizia, l’Associazione dei giudici di pace, la Pretura penale e l’Incaricato cantonale per la protezione dei dati.

 

Articolo apparso nell’edizione di martedì 20 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

Strategia: se l’agente si veste da criminale
Nuovi strumenti alla polizia cantonale per permettere infiltrazioni con identità fittizie e missioni in incognito Le modifiche di legge proposte dal Consiglio di Stato hanno l’obiettivo di rendere più efficace il lavoro d’inchiesta

Per dare scacco matto a crimini e delitti, il Consiglio di Stato intende munire la polizia cantonale di un nuovo ventaglio di strumenti. L’obiettivo è chiaro: rendere più performante il lavoro svolto sul campo dagli agenti, in particolar modo quello d’inchiesta. E il progetto presentato ieri a Bellinzona permette di creare le basi legali necessarie, andando a modificare la legge sulla polizia (LPol). L’ambito più sensibile toccato dal messaggio governativo è quello delle indagini di polizia preventive. «Proprio perché estremamente delicate, le inchieste preventive (osservazione preventiva, indagine in incognito preventiva e inchiesta mascherata preventiva) vengono definite chiaramente, unitamente alle condizioni e ai limiti per la loro adozione, nei nuovi articoli della LPol» precisa l’Esecutivo. Per poi aggiungere: «Queste tipologie di indagini consentirebbero ad agenti di polizia e/o persone assunte a titolo provvisorio per compiti di polizia, di entrare in contatto con persone o con gruppi di persone». E ciò prima dell’apertura di un procedimento penale.

Tra GPS e falsi acquisti di droga
I nuovi strumenti variano a seconda della complessità dei casi e della profondità perseguita dagli accertamenti.
A un primo livello – si legge nel messaggio – «per raccogliere informazioni utili allo svolgimento dei propri compiti, la polizia cantonale può, garantendone la confidenzialità, far ricorso alle rivelazioni di fonti confidenziali». C’è poi l’osservazione preventiva, caratterizzata dal monitoraggio discreto di persone, cose e luoghi liberamente accessibili. Come? Ascoltando o registrando delle conversazioni, effettuando video e localizzando persone od oggetti. «La nuova norma – spiega il Governo – permetterà in particolare alla polizia cantonale di posare localizzatori GPS sui veicoli delle persone sorvegliate offrendo la possibilità di conoscere la posizione del veicolo in questione, senza doverlo necessariamente seguire, riducendo quindi il rischio di farsi scoprire ed evitando così di dover incorrere in infrazioni durante l’inseguimento». Di regola l’osservazione preventiva può protrarsi per un mese.
Ma di breve durata è anche l’indagine in incognito preventiva. «Permette alla polizia cantonale di indagare segretamente in ambienti particolari, in modo tale da poter individuare situazioni potenzialmente criminose e impedirne la realizzazione, segnatamente nella rete». Queste operazioni possono essere effettuate solo da agenti e si limitano a dei semplici contatti con gli ambienti sospetti. «L’indagine in incognito – rileva l’Esecutivo – costituisce un ulteriore strumento nella lotta al traffico di sostanze stupefacenti poiché permette gli acquisti fittizi sulla scena aperta dello spaccio».

Al fianco dei malviventi
Ben più incisiva è per contro l’inchiesta mascherata preventiva, ricopribile non solo da agenti ma anche da specialisti. In alcuni casi i precedenti metodi d’inchiesta non sono infatti sufficienti. «Per cui bisogna effettuare un’infiltrazione in un’organizzazione, in una banda o nell’operato illecito di un criminale» sottolinea il Governo. Lo scopo, in questi contesti, è quello di allacciare con il sospettato una relazione di fiducia. La particolarità dello strumento è che gli agenti infiltrati si avvalgono di un’identità falsa attestata da diversi documenti.

Da qui la necessità, con il progetto, di creare la base legale necessaria alla costituzione di identità fittizie. E il possibile campo d’azione è vasto. Il Consiglio di Stato menziona i settori delle opere d’arte e della finanza, ma è soprattutto nella rete che l’inchiesta mascherata presenta il grado di efficacia maggiore. «L’utilizzo di agenti infiltrati o di terzi all’interno di reti sociali permetterebbe, per esempio, di anticipare l’organizzazione di azioni punitive o di scontri tra bande in occasione di manifestazioni sportive o di altro genere» scrive il Governo. Per poi aggiungere: «L’adozione di questa disposizione sarà inoltre in grado di contribuire alla lotta alla pedo-pornografia sulle piattaforme di comunicazione in Internet, tramite un “pattugliamento” con identità fittizia nei social network».

Trattenuti anche per 24 ore
L’aggiornamento della LPol va infine a incidere in altri tre ambiti. «Considerato che tale misura comporta una grave ingerenza nella libertà personale» – scrive il Governo – sono appositamente fissate nella legge le condizioni per applicare la custodia di polizia. Un provvedimento coercitivo, questo, attraverso il quale gli agenti possono trattenere per un massimo di 24 ore persone che mettono in pericolo sé stesse (rischi di suicidio), terzi (minacce al partner dopo liti domestiche) o l’ordine pubblico. C’è poi il capitolo della consegna dei minorenni, per il quale viene pure creata una nuova base legale. In questo caso la cantonale ha il diritto di fermare dei minori per il tempo necessario alla loro riconsegna a chi ne detiene la custodia o all’autorità di protezione competente. E qui il messaggio menziona quei giovanissimi che «frequentano luoghi non adatti alla loro età» e per i quali la relativa permanenza potrebbe costituire un pericolo sul piano fisico, psichico e sessuale. Ma anche i casi di minorenni che, a causa dell’alcol o della droga, non sanno più badare a sé stessi. La LPol rivista consente in conclusione un ulteriore margine d’intervento nel quadro dei controlli alla frontiera o nel corso di verifiche di polizia o doganali. All’insaputa della persona controllata, gli agenti potranno raccogliere in modo discreto informazioni e segnalarle a livello nazionale e per l’area Schengen.

La revisione

Norman Gobbi: «Servono norme moderne»
Matteo Cocchi: «Focus sulla prevenzione»

«L’evoluzione della società e della criminalità, ma anche la gestione operativa del quotidiano, richiedono l’intervento della polizia cantonale in ambiti sempre più variegati». Sono queste le premesse che hanno condotto all’adeguamento della legge sulla polizia (LPol), come spiegato dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Una revisione della normativa che rappresenta «il primo tassello» di un intervento più ampio che il Governo intende portare avanti in futuro.
La LPol era stata completamente rivista per l’ultima volta nel 1989 e in proposito Gobbi ha voluto evidenziare: «Oggi, a distanza di quasi trent’anni, sono state introdotte le basi legali necessarie a intervenire in ambiti che allora non ci si immaginava nemmeno di dover considerare. Sempre di più, per esempio, gli organi della polizia vengono interpellati per far rispettare decisioni dell’autorità amministrativo-giudiziaria che regolano i rapporti di visita tra genitori. Questo a dimostrazione che la nostra società è sempre più fragile, vuole più libertà, ma poi la richiesta non è accompagnata da una responsabilizzazione del singolo, il quale al contrario tende ad appoggiarsi ancora di più sulle istituzioni e quindi sullo Stato». L’ammodernamento della legislazione è stato condotto «tenendo presente delle realtà negli altri cantoni, per evitare di scoprire l’acqua calda» ha continuato il consigliere di Stato, specificando come i nuovi articoli siano il frutto di un «lungo lavoro preparatorio e di un’ampia fase di consultazione».

«Uno dei compiti principali delle polizie è quello della prevenzione. Quelli modificati, sono quindi gli articoli che vanno a rafforzare la possibilità e la competenza della polizia in questo ambito» ha commentato il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi. «In ambito di custodia – ha proseguito – si va a coprire una zona grigia che risultava scoperta dalla legislazione e non permetteva un intervento adeguato». Per quanto concerne invece l’indagine preventiva, Cocchi ha rimarcato come «le nuove misure hanno semplicemente lo scopo di consentire l’inizio dei lavori di indagine con maggior anticipo». Il comandante ha in ogni caso voluto specificare che «non è una libertà assoluta, ma rimane attiva la correlazione tra Magistratura e inquirente». A conclusione del suo intervento, Gobbi ha spiegato come «molto peso è stato dato alla parte delle inchieste preventive, per fornire alla polizia cantonale strumenti adeguati per essere moderna anche su base legale. Si vuole permettere lo svolgimento delle attività nel rispetto della garanzia delle libertà individuali e dei procedimenti. Il Ministero pubblico vigila sempre su quanto viene fatto. Credo che le modifiche presentate siano un passo nella direzione corretta, un passo ponderato perché tiene conto delle esperienze degli altri cantoni così come delle recenti decisioni del Tribunale federale».

 

 

 

 

Modifiche alla Legge cantonale sulla polizia

Modifiche alla Legge cantonale sulla polizia

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi e il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi hanno presentato oggi, nel corso di una conferenza stampa, una serie di modifiche alla Legge cantonale sulla polizia. I nuovi articoli, frutto di un lungo lavoro preparatorio, sono stati al centro di una ampia fase di consultazione.

Nel corso della consultazione – che ha visto coinvolti Ministero pubblico, Magistrato dei minorenni, Consiglio della magistratura, Divisione della giustizia, Associazione dei giudici di pace, Pretura penale e Incaricato cantonale per la protezione dei dati – sono state raccolte numerose osservazioni, che hanno permesso di affinare la bozza di Messaggio sottoposta al Consiglio di Stato.
Le principali modifiche contenute nella proposta di revisione normativa riguardano:

Custodia di polizia – La Polizia cantonale potrà decidere la privazione della libertà temporanea nei confronti di persone che rappresentano un grave e imminente pericolo per l’integrità fisica o psichica propria o di altre persone; ad esempio, un individuo aggressivo e in preda all’alcol o a sostanze psicoattive. Come accade in altri Cantoni, la misura potrà avere una durata massima di 24 ore.

Trattenuta e consegna di minorenni – Una nuova norma regola le modalità di trattenuta di minorenni da parte della Polizia cantonale, per il tempo necessario alla loro riconsegna a chi ne detiene la custodia o all’Autorità regionale di protezione, dovrà essere eseguita in locali di polizia adeguati. La misura risponde alla crescente esigenza di gestire in modo adeguato episodi che vedono coinvolti giovani fuggiti da casa o che frequentano luoghi non adatti a loro, talvolta sotto influsso di alcol o di altre sostanze dannose.

Indagini preventive – Analogamente a quanto accade in altri Cantoni, anche la Polizia ticinese potrà disporre di strumenti d’inchiesta preventivi: osservazione, indagine in incognito, inchiesta mascherata, sorveglianza discreta. Le nuove norme, elaborate nel rispetto del quadro legale attuale e secondo le indicazioni della Conferenza dei Direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, permetteranno agli agenti di agire con maggiore efficacia prima dell’apertura di un procedimento penale, ad esempio nell’ambito della lotta al traffico di stupefacenti e a reati come la pedofilia su internet.