Giustizia 2018, la riforma prosegue

Giustizia 2018, la riforma prosegue

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 29 maggio 2018 de Il Quotidiano
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Articoli pubblicati nell’edizione di martedì 29 maggio 2018 de La Regione

Nell’anno del suo previsto decollo, che fine ha fatto la riforma ‘Giustizia 2018’? «Il progetto segue la propria strada», ha assicurato il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Una strada «talvolta in salita», ha aggiunto il consigliere di Stato, ma «si vuole coinvolgere tutti gli attori interessati, cercando il più ampio consenso fra gli addetti ai lavori», i magistrati. Nonostante il cantiere ‘Giustizia 2018’ sia aperto da tempo, l’obiettivo di fondo della riforma non è cambiato. Ed è quello, ha ricordato anche ieri Gobbi, «di dotare il nostro cantone di un apparato giudiziario moderno, efficace ed efficiente, in grado di rispondere in modo sempre soddisfacente e puntuale alle esigenze dei cittadini e delle imprese che auspicano una giustizia, oltre che giusta, resa in tempi ragionevoli». Il progetto contempla l’allestimento di una serie di messaggi governativi riguardanti vari uffici giudiziari, tra cui il Ministero pubblico. Allestimento i cui tempi «si sono giocoforza dilatati» in seguito «al cambiamento, due anni fa, alla testa della Divisione giustizia (a Giorgio Battaglioni è subentrata Frida Andreotti, ndr) e del suo staff di direzione», così come a causa di altri dossier «prioritari impostici anche dal governo». Tuttavia, ha sottolineato il ministro, «la volontà del Dipartimento è di proseguire», di procedere lungo «questo percorso di riforma dell’ordinamento giudiziario e para-giudiziario». L’amministrazione della giustizia «implica del resto continui adeguamenti alle mutate esigenze della società: come Dipartimento, pertanto, avanziamo in questo cammino». Peraltro qualche proposta concreta, nero su bianco, è già stata sottoposta al parlamento. Per esempio nell’ambito del delicato settore della protezione del minore e dell’adulto (tutorie e tutele), con una duplice richiesta al Gran Consiglio. Quella di stanziare il credito per introdurre Agiti/Juris, il software utilizzato dagli uffici giudiziari, anche in seno alle Autorità regionali di protezione e ciò «a beneficio della loro operatività». E quella di prorogare «il periodo di decadenza organizzativa» delle stesse Arp al 2020. A questi primi passi, ha spiegato Gobbi, «ne seguiranno tanti altri, con lo scopo ultimo di migliorare il sistema e le risposte alla collettività, correggendo un’immagine non sempre positiva del settore della protezione del minore e dell’adulto». Un settore del quale, ha rammentato ancora il consigliere di Stato, il Dipartimento prospetta la ‘cantonalizzazione’. Cosa che non pregiudicherà la futura scelta parlamentare del modello organizzativo: amministrativo o giudiziario.

‘Risorse, prima analisi interne’
Parlando di giustizia e riforme, il direttore del Dipartimento istituzioni ha rilanciato ieri un paio di quesiti: «Quali sono i tempi della giustizia in Ticino? Rispondono alle aspettative della collettività?». Gobbi ha quindi ricordato di aver chiesto («in maniera del tutto costruttiva») alle autorità giudiziarie di fare «un’analisi che tenga conto delle risorse attualmente a disposizione e del loro impiego in relazione agli obiettivi annuali auspicati dai medesimi uffici giudiziari». Dunque: «Come fare di più con le stesse risorse a disposizione, mediante riorganizzazioni interne, prima di chiederne altre».

‘Caro John’
Gobbi ha concluso la propria relazione rivolgendosi direttamente al procuratore generale John Noseda, da fine giugno in pensione per raggiunti limiti di età: «Caro John, magistrato appassionato, una pagina della storia giudiziaria cantonale sarà a te indubbiamente dedicata. Grazie per il tuo contributo alla causa della giustizia in Ticino».
Toghe e politici, scarso feeling
Il neopresidente del Tribunale d’appello: le istituzioni cantonali non se la passano troppo bene…

Mini: ‘Formazione aspetto determinante’. L’uscente Cassina: ‘Iperattività legislativa, più ricorsi’.

L’ulteriore conferma che da qualche tempo in Ticino fra potere giudiziario da una parte e poteri legislativo ed esecutivo dall’altra non c’è un gran feeling la si è avuta ieri a Lugano in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 20182019. La si è avuta dal tenore (seppur differente) dei discorsi di chi ha assunto e di chi ha lasciato il timone della massima autorità giudiziaria cantonale. Il nuovo presidente del Tribunale d’appello Mauro Mini ha esordito descrivendo quello che a suo parere è lo stato di salute delle «istituzioni». Che «in generale non se la passano molto bene». Il giudice ha così parlato di «un movimento anti-sistema diventato di maggioranza relativa in governo». Evidente il riferimento alla Lega. Ha accennato alla vicenda dei rimborsi del Consiglio di Stato. «Con qualche suo membro che voleva indicare alla magistratura come fare le inchieste», ha rincarato alludendo alle dichiarazioni di Claudio Zali in parlamento. Una vicenda che ha visto inoltre «un Gran Consiglio che non ha brillato per controlli e verifiche» e «una magistratura che poteva essere forse più coraggiosa». Sempre in relazione al dossier rimborsi, Mini non ha risparmiato neppure il «quarto potere»: la stampa. La quale «non ha brillato per spirito critico». Parole pesanti, da comizio. Troppo pesanti dato il contesto in cui sono state pronunciate. Il registro è poi cambiato, la sostanza no. Richiamando alcune recenti decisioni del parlamento – il rinnovo delle cariche in seno al Tribunale d’appello («Passato come se nulla fosse», si è solo votato), la designazione del subentrante di John Noseda alla carica di pg («Hanno fatto discutere più che altro gli aspetti procedurali», leggi assessment) e il taglio dei giudici supplenti («Dopo che il loro numero era stato aumentato pochi anni prima») –, Mini è giunto alla conclusione, o alla «constatazione», che «non c’è una particolare attenzione per la giustizia». O meglio, l’attenzione si traduce non di rado in critiche. Per rispondere alle quali «occorre che la magistratura funzioni a dovere, che emani decisioni giuridicamente fondate, logiche nelle conclusioni e possibilmente tempestive». Tre, a detta del neopresidente del Tribunale d’appello, le condizioni per avere un efficiente apparato giudiziario: una procedura adeguata «di selezione ed elezione» delle toghe, una formazione altrettanto adeguata e le riforme. Quanto al sistema di nomina, la politica dovrebbe fare «un passo indietro per rispettare quella che è l’autodeterminazione della giustizia»: tuttavia «mi rendo conto che non è musica di oggi, né di domani, né di dopodomani». Non resta allora, «in attesa delle opportune riforme», che puntare sulla formazione degli aspiranti magistrati e l’aggiornamento/specializzazione (magari con corsi interni «obbligatori») di pp e giudici: tutto questo «è indispensabile e urgente». Sui rapporti fra giustizia e politica si è soffermato pure il presidente uscente del Tribunale d’appello. Matteo Cassina ha messo in guardia dall’eccessiva produzione legislativa. Dall’iperattività normativa, per usare le sue parole. «Vi è una tendenza alla sovraregolamentazione – a tutti i livelli: comunale, cantonale e federale – che porta anche a un incremento del contenzioso giudiziario», con conseguente intasamento delle corti. Continuano così ad aumentare il numero dei ricorsi all’indirizzo dei tribunali e dunque il numero degli incarti su cui deliberare. «Non sempre nuove leggi sono necessarie al corretto funzionamento della società», ha rilevato il magistrato. «Se il legislatore – ha osservato Cassina, giudice del Tribunale cantonale amministrativo – verificasse altresì l’impatto delle normative sull’attività della magistratura, parecchie disposizioni di legge probabilmente non vedrebbero la luce».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Giustizia L’anno giudiziario s’inaugura tra qualche polemica
Gobbi: «La separazione dei poteri non deve costituire un alibi per non riflettere sul funzionamento della Magistratura»

Il 2018 è e sarà un anno di grandi cambiamenti per la Giustizia ticinese. La nomina a procuratore generale di Andrea Pagani (in sostituzione di John Noseda), l’entrata in vigore della legge sull’organizzazione giudiziaria (che abolisce i giudici supplenti in materia civile e amministrativa al Tribunale di appello) e anche il passaggio di testimone al vertice del Tribunale d’appello, con Mauro Mini che subentra a Matteo Cassina. E proprio Mini e Cassina hanno messo un po’ di pepe alla cerimonia d’inaugurazione – tenutasi ieri al Palacongressi di Lugano – dell’anno giudiziario. Mini per esempio (presente in sala il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi) ha per esempio tirato le orecchie al Governo – indirettamente lo ha fatto al ministro Claudio Zali – dicendo che, in merito alla vicenda dei rimborsi dei consiglieri e del cancelliere dello Stato, «c’è chi voleva indicare alla magistratura come portare avanti le inchieste». Cassina si è invece chinato sui problemi della Giustizia. «Fino a quando – si è chiesto – saremo in grado di rispondere al continuo aumento delle pratiche?». Il presidente uscente del Tribunale d’appello ha addirittura parlato di «elefantiasi legislativa». Troppe leggi insomma. «E più leggi ci sono e più è difficile la loro conoscenza, e questo crea un paradosso all’interno del sistema. Un’iperattività legislativa che spiazza il cittadino».

E anche Gobbi ha preso la parola. Il consigliere di Stato ha ricordato che il 2018 doveva essere l’anno della riforma (che, non a caso, si chiamava «Giustizia 2018»). Una riforma che è un po’ in ritardo ma che, per Gobbi e per il Governo, rimane necessaria. «Non si può prescindere – ha sottolineato – da risposte a domande che a nome della collettività tutta, pongo da anni. Quali son i tempi della Giustizia nel nostro Cantone? Corrispondono alle aspettative della società?». Poi ecco l’affondo: «La Giustizia è indipendente, sì, ma non dall’efficienza. E la separazione dei poteri non deve costituire un alibi per la Magistratura, nei confronti di se stessa, per non riflettere sul proprio funzionamento e per non autoregolarsi, anche tramite degli indicatori». E Gobbi, rivolgendosi a chi si è detto critico alla riforma «Giustizia 2018», si è affidato prima ai proverbi cinesi («Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono dei ripari e altri costruiscono dei mulini a vento») e poi a una frase tratta dal Gattopardo («Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»).

L’omaggio a John Noseda
Il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha poi ringraziato per il suo lavoro il procuratore generale uscente John Noseda (che concluderà il suo mandato il 30 giugno). «Una pagina della storia giudiziara cantonale sarà indubbiamente dedicata a lui. Un magistrato appassionato e dedito al lavoro, dallo spiccato spirito di giustizia e dall’indubbia indipendenza, che ha interpretato il ruolo di procuratore generale in maniera totalizzante». Ma una stoccatina Gobbi l’ha rivolta anche a Noseda. «In questi sette anni al timone del Ministero pubblico si è identificato nella Procura, che ha saputo rappresentare verso l’esterno con fermezza e perseveranza. Non si è mai risparmiato, occupandosi di migliaia di incarti concernenti reati di ogni tipo, a discapito talvolta dell’amministrazione interna». Ma Gobbi ha chiuso il suo intervento esprimendo parole di stima per il procuratore generale. «La sua forte carica umana gli ha permesso di vivere pienamente anche l’aspetto ideale della sua professione, ma soprattutto la passione e il piacere per il suo lavoro che lo ha portato anche a indignarsi, di tanto in tanto in maniera eccessiva, e hanno contraddistinto questi anni di operato in favore della Giustizia»

C’è sovraffollamento, ma molto si fa per il reinserimento dei detenuti

C’è sovraffollamento, ma molto si fa per il reinserimento dei detenuti

Tutti convinti. Quanto si sta facendo per rendere possibile il reinserimento dei detenuti nella società, espiata la pena, è decisamente importante e degno di nota. «Vorrei ricordare che il progetto In-Oltre messo a punto con la Spai è stato un modello innovativo di formazione per la popolazione carceraria» ha osservato ieri Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, nel commentare il rapporto annuale della Commissione di sorveglianza dibattuto ieri in aula. Certo, ha aggiunto il consigliere di Stato, il sovraffollamento resta un problema serio «ma è una realtà ancora decorosa rispetto ad altre carceri situate ad esempio in Romandia». Formazione scolastica dunque, indispensabile anche per il reinserimento professionale e alto livello di sicurezza, come impone la struttura. Luigi Canepa, relatore commissionale, ha elogiato l’attività svolta che comporta impegno e consapevolezza e ha lanciato un’idea – sviluppata in Gran Bretagna – per trovare un rimedio ai detenuti stranieri, sempre numerosi anche nelle carceri ticinesi. «Cinque anni fa – ha risposto Gobbi – chi vi parla aveva proposto alle autorità federali di finanziare una struttura in Romania, ma la cosa non ebbe seguito. Non volevamo certo riproporre quanto fu l’Australia per l’impero britannico, ma piuttosto agevolare il reinserimento dei detenuti nel loro paese di origine». Non ultimo, bisognerà trovare una soluzione alla popolazione carceraria femminile oggi in aumento soprattutto per reati legati al traffico di stupefacenti, come richiesto da Maruska Ortelli (Lega). Per non dire del futuro carcerario nella pianura della Stampa, dove gli spazi sono ormai al limite. Sempre ieri il parlamento ha dato via libera anche a una prima fase della riorganizzazione del settore della protezione del minore e dell’adulto, posticipando il termine di decadenza organizzativa delle Autorità regionali di protezione (Arp). Un capitolo tanto delicato quanto importante che dovrà trovare un futuro nel settore giudiziario o amministrativo, per quanto quest’ultimo si direbbe favorito. Si può considerare ormai definita, invece, la cantonalizzazione del servizio.

Discorso pronunciato in occasione dell’Inaugurazione dell’anno giudiziario 2018/2019

Discorso pronunciato in occasione dell’Inaugurazione dell’anno giudiziario 2018/2019

28 maggio 2018 – Palazzo dei Congressi, Lugano

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori

l’inaugurazione dell’anno giudiziario deve essere un momento privilegiato di dibattito pubblico sull’amministrazione della giustizia nel nostro Cantone. Scopo, a mio giudizio, dovrebbe essere quello di far emergere lo stato di attuazione delle riforme, i principali problemi, le possibili soluzioni suscettibili di migliorare la risposta di giustizia attesa dalla collettività.

Negli auspici del sottoscritto, l’anno 2018 avrebbe dovuto essere quello dell’inizio del riassetto dell’ordinamento giudiziario cantonale. “Giustizia 2018” è difatti la denominazione scelta del progetto da attuarsi in concomitanza con l’avvio dei rinnovi di gran parte della Magistratura al quale il Dipartimento che dirigo ha dato avvio nel 2011. Un progetto con lo scopo di dotare il nostro Cantone di un apparato giudiziario moderno, efficace ed efficiente, capace di rispondere in modo sempre soddisfacente e puntuale alle esigenze dei cittadini e delle imprese che chiedono sì, la resa di una giustizia auspicata “giusta”, ma anche in tempi ragionevoli.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Questa frase era stata inserita nel Rapporto del Gruppo di studio di “Giustizia 2018” contenente delle prime proposte del progetto. Una frase nota tratta da “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, espressione di una classe politica che in realtà non voleva un miglioramento della condizione del popolo. Una frase che gli autori del Rapporto avevano voluto inserire quale monito e provocazione ai destinatari dell’auspicato miglioramento della situazione tramite un progetto che, di fatto, ha avuto e sta avendo l’indubbio pregio di far discutere gli attori tutti dell’ordinamento giudiziario cantonale. Rammenterete difatti le varie critiche, – molte delle quali più personali che oggettive – sul progetto definito di “pura cosmesi”, dell’assenza di un esame analitico della situazione, di proposte ritenute inefficaci quanto inutili che non sapevano cogliere le reali esigenze del settore, oltre che il coinvolgimento tardivo degli addetti ai lavori, eccetera.

Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono dei ripari e altri costruiscono dei mulini a vento. È un proverbio cinese che ben si adegua alla situazione che stiamo vivendo. Sapete che al Rapporto del Gruppo di studio posto in consultazione è seguita la costituzione di sette gruppi di lavoro volti a riorganizzare le Giudicature di pace, le Preture e le Autorità di protezione, il Tribunale di appello, l’Autorità penale di prima istanza, il Ministero pubblico, il settore delle contravvenzioni e infine la revisione totale della Legge sugli onorari dei magistrati. I rapporti dei vari gruppi di lavoro sono stati trasmessi al Governo che ha incaricato il Dipartimento delle istituzioni di procedere alla concretizzazione di alcuni di essi.
Con il cambiamento avvenuto due anni fa alla testa della Divisione della giustizia e dello staff di Direzione e i progetti prioritari del Governo, i tempi di concretizzazione dei vari messaggi si sono giocoforza dilatati.

Siamo ormai giunti al 2018. Il progetto denominato “Giustizia 2018” segue la propria strada, talvolta in salita, coinvolgendo tutti gli interessati e cercando il più ampio consenso tra gli addetti ai lavori. Un’ascesa più o meno ripida, reale o metaforica, come l’esistenza che ci contraddistingue. Ma la volontà del Dipartimento è quella di proseguire in questo percorso di riforma dell’ordinamento giudiziario e para-giudiziario cantonale da tempo avviato. Benché talvolta abbiamo assistito in questi anni all’effetto che definirei “della tela di Penelope”, l’amministrazione della giustizia implica un continuo adeguamento alle mutate esigenze della società, proprio perché ne è anche l’espressione. Pertanto, come Dipartimento delle istituzioni proseguiamo in questo cammino, che peraltro ha già visto in questi anni il raggiungimento di alcune mete, ma con delle priorità d’intervento ben definite.

Avantutto, primario è l’intervento di riorganizzazione del settore della protezione del minore e dell’adulto e quindi delle Autorità regionali di protezione. Autorità oggi amministrative, organizzate a livello comunale-intercomunale, che si prefiggono di garantire il bene e la protezione di adulti e bambini bisognosi, che a tal fine devono intervenire con decisioni dall’impatto importante sull’autonomia e la libertà delle persone interessate, toccando profondamente la vita di chi vi è confrontato. L’intervento organizzativo in questo delicato settore è ritenuto prioritario dal Dipartimento. La Divisione della giustizia, unitamente alla Camera di protezione e al suo Presidente Franco Lardelli – che tengo a ringraziare in questa sede – si stanno adoperando in maniera importante per la riorganizzazione dello stesso, una riorganizzazione che prospetta in ogni caso un passaggio di competenze dai Comuni al Cantone dell’ottantina di persone componenti le attuali sedici Autorità. Una riorganizzazione molto complessa e unica nel suo genere per dimensioni, che impone un’importante e precisa pianificazione in termini di risorse finanziarie, umane, logistiche e amministrative, aldilà del modello organizzativo – sia esso amministrativo o giudiziario – che in futuro sarà scelto dal Parlamento. Una prima decisione a beneficio dell’operatività delle Autorità di protezione verrà presa proprio nella sessione di Gran Consiglio che prenderà avvio quest’oggi, Parlamento che dovrà determinarsi su un messaggio governativo postulante la proroga delle periodo di decadenza organizzativa delle Autorità al 2020, determinandosi parimenti su un primo intervento di tipo informatico a beneficio dell’attività ivi svolta. Un primo passo, al quale ne seguiranno tanti altri, con lo scopo ultimo di migliorare il sistema e le risposte alla collettività, correggendo un’immagine non sempre positiva del settore della protezione del minore e dell’adulto.

Accanto a questo importante riassetto del settore della protezione del minore e dell’adulto, il Dipartimento intende proseguire con la riorganizzazione delle Giudicature di pace, del Ministero pubblico, del settore esecuzione pene e misure che coinvolge l’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi come pure rivedendo la legge sugli onorari dei magistrati. Sono quindi tanti i cantieri aperti lungo la strada del progetto “Giustizia 2018”, cantieri importanti che richiedono il tempo adeguato per essere condivisi e discussi con tutti gli attori coinvolti e quindi concretizzati.

Ma questi cantieri non possono in ogni caso prescindere da risposte a domande che a nome della collettività tutta, pongo da anni: quali sono i tempi della giustizia nel nostro Cantone? Essi rispondono alle aspettative della società?
Con riferimento al tema odierno della giornata di studio organizzata dalla CFPG che seguirà, quanti e quali incarti presso quali Autorità cantonali si prescrivono ogni anno? Tutte domande alle quali ad oggi non vi è una risposta, perlomeno pubblica.

Il Rapporto annuale del Consiglio della Magistratura del 2017 presenta la consueta valutazione del funzionamento della giustizia cantonale, reputando il risultato complessivo raggiunto “lusinghiero”. Un mosaico che illustra risultati e difficoltà con tessere di colori chiari ma anche scuri, sui quali fondare il lavoro dell’anno giudiziario che si apre oggi. Un mosaico che palesa una giustizia cantonale viva e produttiva, anche se in taluni casi in affanno.

Nel contesto del rinvigorito dialogo tra il Dipartimento delle istituzioni e la Magistratura tradottosi negli incontri semestrali istituiti dallo scorso anno, ho invitato le Autorità giudiziarie cantonali a dare un riscontro concreto alle situazioni definite “preoccupanti” dal Consiglio della Magistratura. In particolare, ho richiesto loro in maniera del tutto costruttiva di compiere un’analisi circa la situazione complessiva delle singole Autorità giudiziarie, che tenga conto dalle risorse attualmente a disposizione e del loro utilizzo in relazione agli obiettivi annuali stabiliti e auspicati dagli Uffici giudiziari medesimi. Tradotto: come fare di più con le stesse risorse a disposizione, mediante interventi di tipo organizzativo interno, prima di chiederne di altre. Un esercizio che il Governo auspica da tutti gli Uffici dell’Amministrazione cantonale e che precede un possibile aumento del personale. In quest’ottica, l’indicazione, per esempio, circa la durata media di evasione delle procedure si rileva un elemento significativo in più per valutare le richieste in termini di risorse che giungono dalla Magistratura. Un indicatore che è possibile estrapolare, come risulta dal Rapporto del Consiglio della Magistratura 2017 nell’ambito dell’attività del Tribunale cantonale delle assicurazioni presieduta dal giudice Daniele Cattaneo. Un indicatore riconosciuto e conosciuto a livello federale, e penso a quanto indicato nel Rapporto di gestione annuale dei quattro Tribunali federali. Un indicatore ormai consolidato in tanti Cantoni svizzeri e, come visto, anche in Ticino, perlomeno presso il Tribunale cantonale delle assicurazioni.

L’analisi di funzionamento richiesta dal Dipartimento sarà un presupposto essenziale per un confronto trasparente e corretto tra l’Autorità giudiziaria e l’Autorità politica nel contesto della valutazione di possibili riorganizzazioni interne come pure un miglior impiego dei mezzi allocati alla Giustizia. Come disse in questa medesima occasione oltre dieci anni fa il mio predecessore alla direzione del Dipartimento delle istituzioni, Luigi Pedrazzini, “è ben lontana da noi l’intenzione di indebolire la Giustizia ticinese”. Ma al contrario. Con questa mia iniziativa, ieri come oggi, vogliamo che la Giustizia ticinese possa operare nel migliore dei modi in favore di cittadini e delle aziende. Se una decina di anni fa, i tempi dell’auspicata verifica critica dell’operato della Magistratura non sembravano maturi, oggi lo devono essere. La giustizia è indipendente: ma non dall’efficienza. Tengo a ribadirlo anche quest’anno. Il principio della separazione dei poteri non deve costituire un alibi per la Magistratura, nei confronti di se stessa, per non riflettere sul proprio funzionamento e per non autoregolarsi, anche tramite degli indicatori. In questo senso, il Rapporto annuale del Consiglio della Magistratura del 2017 deve costituire la base per una riflessione generale del settore giudiziario cantonale in ottica costruttiva e di rafforzamento della Giustizia: perché un sistema giudiziario locale efficiente, efficace e dai tempi ragionevoli è un fattore essenziale dell’attrattività di una società e della sua economia.

L’anno giudiziario appena conclusosi ha visto concretizzarsi svariati importanti avvicendamenti in seno al potere giudiziario ai quali dedico questa parte finale del mio intervento odierno, rivolgendo quindi un sentimento di gratitudine a tutti coloro che si sono adoperati per la giustizia nelle varie autorità giudiziarie, commissioni, gruppi di lavoro, dedicandosi con quotidiano impegno, rigore e riservatezza alla loro funzione.

Sono lieto avantutto di dare il benvenuto ai giudici di pace e giudici di pace supplenti entrati in carica nel corso di questo ultimo anno giudiziario in dieci circondari, salutando e ringraziando nel contempo gli uscenti. Uno su tutti, Alfio Indemini, giudice di pace del Circolo della Magliasina per oltre 30 anni, che ha ricoperto la funzione di Presidente dell’Associazione dei giudici di pace, oggi assunta da Alain Pedrioli.

Un ringraziamento particolare vada all’avv. Elettra Orsetta Bernasconi Matti e all’avv. Elisa Bianchi Roth, che nel corso dello scorso anno hanno assunto la funzione di pretore straordinario entrambe in ragione del 50% in sostituzione della Pretore del Distretto di Leventina Sonia Giamboni, assente per congedo famigliare. Un’esperienza positiva di condivisione di una carica giudiziaria a metà tempo che sta continuando tutt’oggi con il rientro parziale all’attività giudicante della Pretore titolare e sulla quale il Dipartimento si chinerà in futuro.

Auguri ai giudici e ai giudici supplenti del Tribunale d’appello che sono stati confermati per i prossimi dieci anni dal Parlamento e in particolare ai neoeletti giudici Francesca Verda Chiocchetti e Fulvio Campello, che entreranno entrambi in carica a giorni, in sostituzione dei già giudici Marco Lucchini e Raffaello Balerna, ai quali rinnovo i miei ringraziamenti per il loro operato in favore della Giustizia cantonale. Do inoltre il benvenuto con i migliori auspici ai novanta assessori giurati del Tribunale penale cantonale e ai sessanta della Corte di appello e di revisione penale che hanno dichiarato la loro fedeltà alla Costituzione e alle leggi nelle scorse settimane. Una figura, quella dell’assessore giurato, che il Popolo ticinese ha voluto annoverare quale espressione della partecipazione vera della cittadinanza nei processi penali nonché esempio di caparbietà ticinese e di alto rispetto della volontà popolare. Tengo quindi a ringraziare il giudice Matteo Cassina che ha presieduto nel corso di questi due anni il Tribunale d’appello. Un interlocutore primario per il Dipartimento che richiede sempre di più una collaborazione assidua anche su vari progetti non solo legislativi. Collaborazione che chiederemo anche al neo Presidente del Tribunale di appello Mauro Mini, certo che contribuirà in modo incisivo alla citata analisi interna del Tribunale, a beneficio dell’operatività complessiva dello stesso. Un ringraziamento vada parimenti alla Commissione amministrativa del Tribunale di appello per il lavoro svolto e alla Cancelliera.

Tra i nuovi Procuratori pubblici, saluto e rinnovo gli auguri per un proficuo operato ad Anna Fumagalli e Roberto Davide Ruggeri, che hanno sostituito i già procuratori pubblici Nicola Corti e Roberta Arnold, che parimenti ringrazio. Tengo altresì a ringraziare l’avvocato Cinzia Luzzi per l’operato che sta svolgendo e svolgerà ancora per qualche mese in favore del Ministero pubblico ticinese in qualità di procuratrice pubblica straordinaria in sostituzione della procuratrice pubblica Francesca Lanz, assente per congedo famigliare. Colgo quindi l’occasione per dare il benvenuto nella sua nuova funzione di Procuratore generale dal 1° luglio prossimo ad Andrea Pagani.

I miei auguri di buon lavoro, certo che la riconosciuta professionalità nonché l’istaurazione di una cultura di dirigenza, ti permetteranno di ottenere gli obiettivi prefissati, dando le giuste risposte alla domanda di Giustizia.

In conclusione, vorrei portare un saluto di commiato all’uscente Procuratore generale del Canton Ticino John Noseda, alla vigilia della pensione.
Caro John, una pagina della storia giudiziaria cantonale sarà a te indubbiamente dedicata. Magistrato appassionato e dedito al lavoro, dallo spiccato spirito di giustizia e dall’indubbia indipendenza, hai interpretato il ruolo di Procuratore generale assunto nel 2011 in maniera totalizzante. In questi sette anni al timone del Ministero pubblico, ti sei identificato nella Procura che hai saputo rappresentare verso l’esterno con fermezza e perseveranza. Non ti sei mai risparmiato, occupandoti di migliaia di incarti concernenti reati di ogni tipo, a discapito talvolta dell’amministrazione interna. Tengo a sottolineare la tua sempre grande disponibilità e il tuo fattivo apporto nelle tante consultazioni afferenti proposte di modifiche legislative cantonali e federali che ti sono state presentate. Ricordo altresì il tuo contributo significativo alla legislazione cantonale nei tanti gruppi di lavoro ai quali hai partecipato nel corso della tua lunga e appassionante carriera e dove hai saputo fungere da esempio di cultura giuridica, portando la tua preziosa esperienza acquisita negli anni tramite le tue varie attività lavorative, la partecipazione attiva alla vita politica cantonale e le esperienze associative. Un apporto costruttivo quanto critico che, ti assicuro, è sempre stato apprezzato e del quale il Dipartimento saprà tenerne conto. La tua forte carica umana che ti ha permesso di vivere pienamente anche l’aspetto ideale della tua professione, ma soprattutto la passione e il piacere per il tuo lavoro che ti ha portato anche a indignarti, di tanto in tanto anche in maniera eccessiva, ti hanno contraddistinto in questi anni di operato in favore della Giustizia, dove hai vissuto le più disparate stagioni della cronaca e i mutamenti culturali.

Caro John, grazie per il contributo che hai dato alla causa della Giustizia nel Canton Ticino. Ti giunga a nome mio personale e di tutti i presenti, il nostro sentimento di stima e la nostra riconoscenza per una vita intensa dedicata alla Giustizia e al Diritto, una vita guidata dalla passione e dallo spirito di servizio che ti accompagnerà anche in futuro e in tutte le nuove sfide affascinanti che di certo affronterai. Ti auguro il meglio per il nuovo capitolo della vita.

Swiss-Israel Day «La via della pace attraverso la scienza»

Swiss-Israel Day «La via della pace attraverso la scienza»

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 28 maggio 2018 del Corriere del Ticino

All’evento di Lugano, dedicato ai 70 anni dello Stato ebraico, ha partecipato anche il consigliere federale Ignazio Cassis

Aprire un cammino verso la pace attraverso la scienza, questo il messaggio lanciato ieri al Palazzo dei congressi di Lugano in occasione dello Swiss-Israel Day, evento organizzato dall’Associazione Svizzera Israele e nel corso del quale sono stati celebrati i 70 anni di Israele e i 69 anni delle relazioni diplomatiche tra la Svizzera e lo Stato ebraico. Una giornata di festa che non ha però dimenticato i drammi del Medio Oriente, hanno spiegato Adrian Weiss, presidente dell’Associazione Svizzera Israele e Corina Eichenberger-Walther, presidente nazionale dell’ASI. «Il nostro pensiero non è acritico. È chiaro che mettiamo in questione certe mosse dell’attuale Governo, soprattutto quando ci viene chiesto di spiegarle. Il nostro supporto è però continuo, per uno Stato che in 70 anni non ha cessato di dimostrare di essere un Paese democratico». Alla cerimonia hanno partecipato numerosi ospiti e rappresentanti delle istituzioni. «Il nostro auspicio – ha sottolineato il Consigliere federale Ignazio Cassis – è che le buone relazioni tra la Svizzera ed Israele si rafforzino nei prossimi anni. Il legame tra i due Paesi ha a che vedere con la storia, il primo congresso sionista si è svolto proprio a Basilea e altri quattordici sono seguiti in altre città della Svizzera».

Ignazio Cassis ha poi ricordato la nascita dei legami istituzionali tra i due Paesi e l’importanza degli scambi commerciali, sottolineando il potenziale di collaborazione in ambito scientifico e quanto la scienza possa essere un fondamento di pace. In rappresentanza del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha ricordato l’importanza di associazioni come l’ASI per i progetti di integrazione culturale sostenuti dal Cantone. «La Svizzera è un’unione tra popoli di lingua, religione e culture diverse che ha voluto affermare il principio dell’uguaglianza pur mantenendo le proprie peculiarità. Come Cantone stiamo lavorando su queste ricchezze mirando a garantire una coesione sociale per evitare forme di ghettizzazione, esclusione ed emarginazione che potrebbero sfociare in forme di radicalizzazione». «Il futuro del Medio Oriente forse passa proprio attraverso la scienza, proprio come la cultura può contribuire al processo di pace», ha aggiunto Marco Borradori, sindaco di Lugano. Il contributo della scienza alla costruzione del processo di pace è stato al centro dell’intervento di Daniel Zajfam, presidente dell’Istituto Weizmann per le Scienze, uno dei centri di ricerca più importanti del mondo. Zajfman ha spiegato come negli anni Israele abbia raggiunto molti successi nel campo delle innovazioni. «La strategia per raggiungere questi risultati è poter contare sui migliori scienziati ma il fattore più importante è dare loro la libertà di pensiero. Il segreto è fidarsi della loro immaginazione. Nel mondo della scienza è fondamentale inoltre creare una società multiculturale, non c’è modo di avere successo se ci si ferma su un’unica visione». Fuori dal Palazzo dei congressi una cinquantina di persone hanno protestato contro Israele; a tenerli lontani dall’entrata della struttura, gli agenti della polizia cantonale.

Perché non l’avete detto nel 2014?

Perché non l’avete detto nel 2014?

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 28 maggio 2018 de La Regione

I giudici di pace sui dubbi del Consiglio della magistratura: perché non dirlo già nel 2014? In attesa della riforma, l’elezione del prossimo anno avverrà con il sistema attuale. Alain Pedrioli sulla perizia commissionata dal Cantone: ‘Sono ottimista’.

Stupore (e un po’ di rabbia) tra i giudici di pace ticinesi per la presa di posizione del Consiglio della magistratura sulla possibile incostituzionalità della loro funzione.

La tempistica non quadra. O quanto meno stupisce presso i giudici di pace. Perché il Consiglio della magistratura (Cdm) avrebbe già potuto esprimere i dubbi sulla costituzionalità della figura “alla ticinese” già nel 2014, all’interno del gruppo di studio ‘Giustizia 2018’. Sono invece emersi solo di recente, quando il messaggio sulla riorganizzazione delle giudicature stava per lasciare il Consiglio di Stato e approdare sui banchi del Gran Consiglio. Risultato: iter politico bloccato in attesa del parere di due professori dell’Università di Neuchâtel (vedi ‘laRegione’ del 15 maggio scorso) sulla questione. Tutto fermo, dunque. Tanto che le prossime elezioni decennali dei 38 giudici di pace e dei 38 supplenti, in programma il 10 febbraio 2019, avverranno con il sistema attuale. Ad annunciarlo è stato sabato a Bellinzona il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi intervenendo all’assemblea annuale dell’Associazione ticinese giudici di pace. Gobbi si è pure detto sorpreso dalle tempistiche scelte dall’organo che veglia sul funzionamento della giustizia per esprimere i propri dubbi. Lo stesso fa Alain Pedrioli, presidente dell’associazione, da noi interpellato: si dice addirittura «arrabbiato» per quella che ritiene essere una presa di posizione intempestiva. «Ho fatto parte anche io del gruppo di lavoro su ‘Giustizia 2018’. Posso capire che il Cdm ritenga che un giudice debba essere un giurista, ma se così è, lo doveva già dire nel 2014». La consegna del rapporto degli esperti neocastellani è prevista per la fine di giugno e sull’esito il presidente dell’Associazione giudici di pace si dice «ottimista». Qualora non venisse ravvisato nessun problema costituzionale riguardo al mantenimento di un giudice laico sul modello ticinese, da luglio il Dipartimento delle istituzioni ha già annunciato di voler istituire un nuovo gruppo di progetto per approfondire i punti aperti sulla riorganizzazione delle giudicature. «Non andrà stravolta, ma deve sicuramente essere resa più efficace» commenta Pedrioli. Niente taglio dei supplenti, come ipotizzato in un primo tempo, ma piuttosto una riduzione nel numero di giudici per favorire la pratica sul campo.

Formazione obbligatoria
Essenziale sarà poi la formazione di base che, dovrà essere resa obbligatoria: «Attualmente constato assenze durante i corsi annuali (di aggiornamento, ndr). È un peccato. Per noi, che non siamo professionisti della giustizia, la formazione è essenziale». Una mancanza di professionismo che Pedrioli indica come un punto di forza: «Credo che i cittadini vedano di buon occhio il giudice di pace. Spesso sembrano percepirlo come la soluzione ai loro battibecchi, alla difficoltà di parlarsi tipica della società d’oggi. Siamo mediatori e, a volte, proprio il fatto di non essere dei ‘tecnici’ della giustizia aiuta a trovare delle soluzioni».

Forte incremento negli incarti
Oltre 11mila incarti: il 2017 è stato un anno da record per i 38 giudici di pace ticinesi e per i loro supplenti chiamati a dirimere vertenze civili con valori venali inferiori ai cinquemila franchi. Rispetto al 2016, l’aumento è stato di 1’767 casi. Sul totale, 10’915 pratiche sono state evase entro l’anno. Un dato che il presidente dell’associazione di riferimento per il settore, Alain Pedrioli, ritiene estremamente positivo. «Nella maggior parte dei casi riusciamo a giungere a una soluzione definitiva in udienza di conciliazione» rileva. Solo l’1% delle decisioni è stato oggetto di un reclamo e solo il 30% di questi è stato accolto in toto o in parte. «È un buon segnale per noi – rileva Pedrioli –, significa che ci impegniamo per trovare una soluzione, e che quando poi decidiamo, lo facciamo con dovizia». Come spiegare però l’incremento di casi trattati? «È un aumento periodico – rileva il presidente dell’Associazione ticinese dei giudici di pace –, già anni fa si erano superati i 10mila casi. Non credo quindi sia sintomo di una tendenza al rialzo, quanto più un andamento ciclico». Positiva, infine, l’introduzione della presenza di avvocati alle sedute voluta a partire dal 2011, con la riforma del codice di procedura civile. «Si temeva potessero mettere in difficoltà dei giudici non professionisti, invece si è visto come spesso siano proprio i legali a favorire una soluzione consigliando con coscienza i propri clienti».

Discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione della Masseria Cuntitt di Castel San Pietro

Discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione della Masseria Cuntitt di Castel San Pietro

27 maggio 2018

Gentili signore, egregi signori

È un grande piacere essere qui oggi all’inaugurazione della Masseria Cuntitt e porgervi il mio saluto e quello del Consiglio di Stato.
Partecipo sempre molto volentieri ad eventi nel Mendrisiotto, perché è un territorio che mi affascina e per la sua popolazione molto aperta e ospitale. Negli anni ho stretto numerose amicizie in questa regione.

Il paese è in festa perché entra in possesso di una struttura che ha caratterizzato il comune in passato e che dopo lunghi anni di abbandono tornerà a vivere.
I meno giovani tra di voi ricorderanno di aver visitato con la scuola o con i genitori le attività contadine che si svolgevano nella masseria, un sorta di museo all’aperto.
Accanto alla modernità dello sviluppo del comune con i suoi nuovi insediamenti, potrete convivere anche con la realtà del tempo, quando la coltivazione della vigna e del tabacco erano molto diffuse in zona.

So che le procedure per arrivare al risultato odierno non sono state facili: l’obiettivo del restauro ha dovuto superare una votazione comunale chiamata su referendum. Malgrado le argomentazioni dei favorevoli e dei contrari fossero difendibili, il cittadino ha votato con coraggio per il restauro della masseria.
L’impegno finanziario, assorbito in larga misura dal generoso lascito della famiglia Bettex destinato a scopi sociali, è comunque impegnativo per le casse comunali.

I cittadini hanno democraticamente fatto prevalere il desiderio di appropriarsi della masseria, utilizzandola per attività di interesse pubblico.
Il risultato finale, penso di poter dire, giustifica gli sforzi messi in campo per il nobile obiettivo di dare un nuovo impulso alla vita sociale e aggregativa locale.

Il comune, in quest’occasione, ha dimostrato coraggio e progettualità, occupandosi di un progetto di valorizzazione del territorio che va ben oltre le attività di gestione corrente.
Si è affermata un’interessante dinamicità nel modo di proporsi e di tenere aperta una finestra sulla realtà rurale del passato.

Come ho spesso sottolineato, il nostro Cantone necessita di comuni forti, propositivi e responsabili, capaci di offrire servizi di qualità e all’altezza delle aspettative della popolazione.
Per questo trovo un elemento particolarmente arricchente questa nuova opera.
Si è voluto valorizzare il territorio con un’offerta di prestazioni sociali e culturali che contribuiscono a rafforzare il senso di appartenenza alla piccola comunità di Castello.
La struttura, con un lavoro di restauro conservativo di elevata qualità, mantiene la sua caratteristica pur diventando vivace, aperta e soprattutto accogliente.
Verrebbe da dire che c’è un ritorno agli antichi splendori, ma questi nella vecchia fattoria non sono mai esistiti: si doveva solo lavorare in modo duro e con grandi sacrifici, ma nel contempo c’era un forte spirito di vita in comune e in famiglia e tanta saggezza che scaturiva dai racconti nelle corti e dall’osservazione e dall’esperienza quotidiana.

In questo senso Castel San Pietro ha deciso di tutelare e promuovere il proprio patrimonio territoriale e paesaggistico, rinunciando – come spesso succede altrove – alla demolizione delle testimonianze e dei ricordi del passato per lasciare spazio a banali attività di speculazione edilizia.
Nel vostro caso, si è invece voluto mantenere un importante esempio di architettura rurale del Mendrisiotto.

Lo scopo principale di questo restauro è tuttavia di tipo associativo: la nuova struttura vuole ricreare l’ambiente della corte come luogo privilegiato d’incontro intergenerazionale.
La volontà politica è quella di riportare la gente in piazza, facendo rivivere il territorio come succedeva nel passato.

Questo progetto, mi auguro, favorirà un ritorno alla vita aggregativa, a maggior ragione nel mendrisiotto dove tradizionalmente le persone sono molto aperte e socievoli, vicine alle tradizioni e con grande voglia di passare momenti conviviali.
Questa struttura diverrà certamente un nuovo centro di vita del paese, un luogo dove sarà possibile incontrarsi e conoscere nuove persone.
L’osteria e l’enoteca attireranno non solo gli abitanti del luogo, ma anche i ticinesi e i turisti.
Gli abitanti che occuperanno i nuovi spazi abitativi garantiranno una presenza costante nella corte, beneficiando di una qualità di vita invidiabile.

Da cultore delle tradizioni, sono sicuro – anzi ne sono certo – che la voglia di vita nelle corti tanto care a tutti voi amici Momò potrà dunque continuare a manifestarsi in modo sano e genuino.

Buona festa a tutti!

Servizio all’interno dell’edizione di domenica 27 maggio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10517618

Discorso pronunciato in occasione dello Swiss Israel Day a Lugano

Discorso pronunciato in occasione dello Swiss Israel Day a Lugano

27 maggio 2018

Gentili signore, egregi signori

Vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per l’invito a partecipare a questo evento annuale dello Swiss Isreal Day, a conclusione quest’anno dell’Assemblea nazionale dei delegati dell’Associazione Svizzera-Israele, nell’anniversario della celebrazione per i 70 anni dalla costituzione dello Stato di Israele.
Il significativo sodalizio di amicizia tra i due paesi, fondato nel 1958 dall’Associazione Svizzera-Israele con Sezioni in ogni Cantone, testimonia la vitalità e il merito di questa modalità aggregativa che favorisce la conoscenza reciproca e la condivisione di culture e valori fondamentali sui quali si basa la nostra società.

Così facendo l’ASI interpreta e contribuisce fattivamente al raggiungimento dei tre obiettivi principali fissati in maniera congiunta da Confederazione e Cantoni nell’ambito del Programma di integrazione cantonale (PIC): il primo è di rafforzare la coesione sociale sulla base dei valori sanciti dalla Costituzione federale, il secondo è di promuovere un atteggiamento di reciproca attenzione e tolleranza nella popolazione residente autoctona e straniera e infine il terzo è di garantire pari opportunità di partecipazione degli stranieri alla vita economica, sociale e culturale della Svizzera.

Il lavoro finora svolto dal mio Dipartimento con il Servizio per l’integrazione degli stranieri, ha permesso di concretizzare questi obiettivi generali con la realizzazione di oltre 90 progetti promossi da enti, associazioni, organizzazioni, comunità di stranieri e strutture ordinarie.

Uno degli obiettivi principali del nuovo PIC (2018-2021) è il maggiore e migliore coinvolgimento dei Comuni, il primo punto di contatto tra la popolazione straniera e le istituzioni, che rivestono un ruolo fondamentale nel processo d’integrazione sul nostro territorio.

Fra i progetti sostenuti dal Programma di integrazione cantonale troviamo anche quelli proposti dall’Associazione Svizzera-Israele Sezione Ticino, con incontri, conferenze, ricerche, momenti di condivisione di carattere socio-culturale, come per esempio, lo spettacolo di quest’anno presso il Teatro Foce di Lugano “ La farfalla risorsa” con letture e musiche ebraiche tra i primi del Novecento e gli anni della Shoah a Terezin.
Di particolare rilievo e importanza evidenzio la commemorazione annuale della Giornata della Memoria del 27 gennaio, che nel 2016 ha registrato un evento eccezionale presso il LAC con il concerto della German Radio Symphony Orchestra con due cori (israeliano e tedesco) per un totale di 150 elementi.

Con piacere saluto e ringrazio Adrian Weiss, presidente dell’ASI Ticino dal 2010, sempre attivo e propositivo anche quale membro autorevole della rinnovata Commissione cantonale per l’integrazione degli stranieri presieduta dal 2017 da Omar Gianora che saluto cordialmente.
La Svizzera è e rimane il frutto dell’unione fra popoli di lingua, religione e cultura differenti, che ha voluto affermare il principio dell’uguaglianza pur mantenendo ognuno le proprie peculiarità.
Dal 1291 il nostro paese è unito nella diversità, fonte di ricchezza per tutti.
Ed è proprio facendo convivere pacificamente persone diversissime fra loro che abbiamo costruito la nostra democrazia unica al mondo e invidiata a molti.
Il nostro è un paese nel quale la diversità non ci fa paura e dove l’uguaglianza non è definita dall’appiattimento delle identità regionali, bensì dai diritti ai quali tutti possono accedere se rispettano le regole.
Siamo un Paese che rappresenta un modello riuscito di integrazione: un processo quello dell’integrazione più che mai necessario ai giorni nostri.
Grazie agli strumenti che abbiamo messo a disposizione dei numerosi stranieri presenti sul nostro territorio, diamo loro l’opportunità di conoscere chi siamo, apprezzare le nostre tradizioni e farle proprie, senza per questo chiedere loro di dimenticare la loro storia e la loro provenienza.

Come Cantone stiamo lavorando per poter garantire un’adeguata coesione sociale.
Dobbiamo insistere per evitare fenomeni di ghettizzazione, di esclusione e di emarginazione che potrebbero sfociare in forme di radicalizzazione violenta e rappresentare una possibile minaccia per tutti noi, se non scoperte per tempo e gestite correttamente.
Nei prossimi mesi il mio Dipartimento metterà a disposizione della popolazione un portale internet di prevenzione su questo tema.

In questo modo sono certo che potremo scongiurare anche la possibilità che si creino delle pericolose società parallele, nelle quali si potrebbero istaurare delle ideologie estremiste, e impegnarci quindi a favore di una maggiore sicurezza per tutta la popolazione residente in Ticino.

Il mio appello è di affrontare il presente e il futuro con razionalità ed equilibrio, identificando le paure senza banalizzarle, assicurando l’incontro fra culture diverse e chiedendo a tutti il rispetto della convivenza civile democratica e liberale.

Nuotare in sicurezza grazie a prevenzione e sorveglianza

Nuotare in sicurezza grazie a prevenzione e sorveglianza

Modello di prevenzione apprezzato in Svizzera

Negli scorsi giorni è stata presentata la campagna di prevenzione per l’imminente stagione balneare. Durante la conferenza stampa mi sono commosso ascoltando le parole di Laura Basile, che lo scorso anno ha perso il marito in un incidente di canyoning in Valle Maggia. Suo marito, un professionista di questa pratica sportiva, è stato una delle cinque vittime del 2017. Sono tragedie che ci toccano da vicino e che vogliamo davvero evitare che si ripetano. Ringrazio la signora Basile per aver rafforzato il messaggio della nuova campagna con la sua toccante testimonianza. L’impegno del mio Dipartimento in collaborazione con la Commissione consultiva del Consiglio di Stato, dal 2001 ha permesso di conseguire risultati concreti. L’obiettivo resta sempre quello di elaborare una strategia comune di prevenzione e sorveglianza così da ridurre il numero di morti per annegamento.

Il passaggio da “Fiumi sicuri” a “Acque sicure”
Le statistiche dimostrano che gli specchi d’acqua ed i fiumi nascondono delle insidie. Da alcuni anni sono inoltre aumentati gli incidenti nei laghi, solitamente considerati meno impegnativi per l’assenza di mulinelli o l’innalzamento improvviso delle acque anche durante le giornate di bel tempo. Questa tendenza è dovuta a diversi fattori, tra i quali la scarsa conoscenza dei pericoli e dei propri limiti. Penso in particolare ai bambini ma anche agli anziani, senza dimenticare i migranti che hanno difficoltà nel nuoto. Le situazioni di rischio aumentano anche con l’apertura di nuove aree balneari. Ho così deciso di estendere le misure di prevenzione alle grandi superfici d’acqua, monitorando anche i luoghi di balneazione pubblica, con l’ampliamento del concetto da “Fiumi sicuri” a “Acque sicure”. La riduzione degli incidenti e degli annegamenti in Ticino si è verificata nonostante l’incremento del numero di bagnanti, ai quali vanno aggiunti gli appassionati delle attività sportive estreme e i numerosi turisti che raggiungono il nostro Cantone durante l’estate.

La sensibilizzazione sempre più puntuale
Il risultato positivo ottenuto nel corso degli anni è stato favorito da un’ampia attività di sensibilizzazione per coinvolgere le persone che non valutano o non sanno riconoscere le possibili situazioni di difficoltà. La nuova campagna pone l’accento sul senso di responsabilità che ognuno di noi è sempre chiamato a dimostrare nei contesti acquatici. Il rischio è sempre presente e fortemente connesso al nostro comportamento. Per l’occasione sono stati utilizzati supporti cartacei nelle tre lingue nazionali e in inglese e multimediali per avvicinare un ampio pubblico, dai bambini fino alle associazioni sportive. Una serie di video, proposti sui social media, presenteranno le principali situazioni di pericolo con cui si potrebbe essere confrontati. Gli opuscoli informativi, tradotti anche nelle principali lingue dei migranti grazie a un credito della Confederazione ottenuto tramite il Servizio integrazione degli stranieri del Dipartimento, e altro materiale promozionale saranno distribuiti agli operatori turistici, nei lidi e in numerosi esercizi pubblici. Verrà riproposto il servizio di pattugliamento quotidiano lungo i fiumi Maggia e Verzasca, e nel fine settimana e nei giorni festivi nella zona del Meriggio di Losone e alla Foce del Cassarate, mentre per gli appassionati di canyoning sarà attiva un’infoline delle officine idroelettriche. Di fondamentale importanza pure l’aiuto dei comuni nella posa di cartellonistiche specifiche lungo i fiumi e le rive dei laghi.

I contenuti di questo progetto, lanciato ormai 17 anni fa, e soprattutto i risultati ottenuti sono stati apprezzati dagli addetti ai lavori di altre regioni della Svizzera, tanto da farne un modello a cui ispirarsi nel piano federale di sicurezza delle acque. Di questo sono orgoglioso poiché l’attestazione di stima conferma la bontà del lavoro svolto. Non è un punto di arrivo, bensì un punto di partenza e per questo mi auguro di poter contare anche in futuro sulla collaborazione di tutti i partner operativi, tra cui le società di salvataggio e i comuni. La sicurezza sul nostro territorio passa anche dalle nostre acque.

Discorso in occasione dell’Assemblea ticinese dei giudici di pace

Discorso in occasione dell’Assemblea ticinese dei giudici di pace

Servizio all’interno dell’edizione di sabato 26 maggio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10514444

Bellinzona, 26 maggio 2018

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori

è con il consueto piacere che porgo a voi tutti il saluto del Consiglio di Stato e del Dipartimento delle istituzioni in occasione dell’Assemblea annuale dell’Associazione ticinese dei giudici di pace.
Un saluto che non può che essere incentrato su un tema d’attualità che riguarda da vicino le Giudicature di pace, ovvero quello relativo alla riorganizzazione del settore, le cui discussioni sono iniziate nel 2013 nel contesto del progetto denominato “Giustizia 2018”.
Il progetto generale di riforma della Giustizia ticinese continua sotto l’egida della Divisione della giustizia, coinvolgendo tutti gli interessati, e sta seguendo la sua strada, talvolta anche in salita.
Un progetto che ha avuto e sta avendo il merito di far discutere gli attori coinvolti su temi importanti relativi alla Giustizia ticinese e alla necessità di dotare il nostro Cantone di un apparato giudiziario moderno, efficace ed efficiente, che risponda alle esigenze dei cittadini.
Nello specifico delle Giudicature di pace, rammento come nel 2013 il Consiglio di Stato abbia costituito un apposito Gruppo di lavoro, coordinato dall’allora Direttore della Divisione della giustizia Giorgio Battaglioni e del quale facevano parte l’ex Presidente dell’Associazione ticinese dei giudici di pace Alfio Indemini nonché l’attuale Presidente Alain Pedrioli.
Le risultanze del Gruppo di lavoro sono quindi sfociate in un progetto di Messaggio governativo posto in consultazione dal Dipartimento delle istituzioni, e per esso dalla Divisione della giustizia, ad inizio del 2018; consultazione dalla quale sono scaturiti alcuni aspetti che necessitano di ulteriori approfondimenti.
Avantutto v’è l’ormai nota – dato che è stata altresì riportata dai media –, presa di posizione del Consiglio della Magistratura, mediante la quale l’organo di vigilanza del Potere giudiziario ha espresso i propri dubbi sulla costituzionalità della figura del giudice di pace ticinese, in particolare dal profilo della sua formazione di base, basandosi su una sentenza del Tribunale federale del 2007.
Una presa di posizione che stupisce segnatamente a livello delle tempistiche, dato che il Consiglio della Magistratura era già presente a suo tempo all’interno del Gruppo di lavoro istituito nell’ambito di “Giustizia 2018”.
Accanto alla presa di posizione del Consiglio della Magistratura, che pone delle questioni rilevanti per quanto attiene all’essenza della figura del giudice di pace ticinese, durante la procedura di consultazione sono stati evidenziati altri elementi di natura maggiormente operativa che esigono di ulteriori approfondimenti.

Tra di essi si segnala

  • il carico di lavoro stimato per giudice di pace alla base del nuovo assetto dei circondari (400-450 incarti all’anno per giudice di pace), da rivalutare in base alla reale e diversificata attività del giudice di pace;
  • lo statuto del giudice di pace all’interno dell’Amministrazione cantonale, da chiarire, in particolare a livello previdenziale, a fronte pure del nuovo sistema retributivo proposto;
  • il ruolo del giudice di pace supplente, la cui eventuale abolizione potrebbe comportare un impatto sull’attività complessiva del settore da verificare;
  • l’ambito legato alla formazione di base e continua dei giudici di pace, ritenuto da più parti – a cominciare dal Dipartimento delle istituzioni – prioritario e da rafforzare.

In sostanza, dunque, dalla procedura di consultazione è emerso un quadro differente rispetto a quello ipotizzato dal Gruppo di lavoro di “Giustizia 2018”, che esige un ulteriore esame.
Un quadro per il quale il Dipartimento delle istituzioni ha prontamente reagito, unitamente al Consiglio di Stato che di recente ha preso le seguenti decisioni.
Da un lato, il Governo ha richiesto un parere giuridico esterno a due Professori di diritto dell’Università di Neuchâtel riferito alla costituzionalità del giudice di pace ticinese, il cui termine di consegna è previsto indicativamente entro la fine del mese di giugno 2018.
Dall’altro, il Consiglio di Stato, su proposta del Dipartimento delle istituzioni, istituirà un Gruppo di progetto che, con uno spirito volto alla concretezza, approfondisca i punti aperti della riorganizzazione, proponendo al Governo delle misure puntuali tese a migliorare l’attività del settore.
L’inizio dei lavori del Gruppo di progetto è atteso per il prossimo mese di luglio, dopo la consegna del parere giuridico esterno.
Il Gruppo di progetto sarà composto primariamente dai rappresentanti della Divisione della giustizia e dell’Associazione ticinese dei giudici di pace, che si avvarranno del supporto dei vari attori settoriali a dipendenza delle tematiche affrontate (vedi ad esempio sistema previdenziale, onorari e formazione).
L’opportunità di istituire un Gruppo di progetto è rafforzata dal rinvigorito rapporto istituzionale tra il Dipartimento delle istituzioni, e per esso la Divisione della giustizia, e l’Associazione ticinese dei giudici di pace, che più di tutti può toccare con mano la condizione generale delle Giudicature di pace.
Un rapporto istituzionale i cui canali di dialogo e collaborazione sono contraddistinti da uno spirito costruttivo, che ha preso forma di recente nella formazione continua inerente alla procedura civile, avviata con una buona rispondenza nel mese di aprile grazie alla disponibilità del Pretore di Lugano avv. Francesco Trezzini, che tengo a ringraziare nuovamente in questa sede.
Questo ciclo di formazione s’inserisce coerentemente con l’irrobustimento della formazione dei giudici di pace, oggetto anche del progetto di Messaggio di riorganizzazione, ritenuto una priorità.
In questo senso, il Dipartimento delle istituzioni intende proseguire con la politica di rafforzamento della formazione dei giudici di pace in collaborazione con l’Associazione: in discussione v’è ad esempio una formazione di base obbligatoria per i nuovi giudici e giudici supplenti eletti.

In conclusione di questo mio intervento – e alla luce di quanto espostovi brevemente –, vi confermo che, vista l’impossibilità di procedere in tempi rapidi con una riforma complessiva delle Giudicature di pace, per il prossimo rinnovo delle cariche, previsto nel 2019, verrà mantenuto il sistema attualmente in vigore.
Come sapete, il 10 febbraio 2019 sono in programma le votazioni popolari per i 38 giudici di pace e i 38 giudici di pace supplenti nei 38 circoli del Cantone, alla luce della scadenza del mandato decennale 2009-2019 al
31 maggio 2019.
Nel prossimo periodo decennale di nomina, il Consiglio di Stato procederà quindi con una revisione puntuale secondo gli approfondimenti effettuati dal Gruppo di progetto – all’interno del quale l’Associazione ticinese dei giudici di pace svolgerà, come detto, un ruolo centrale – e dal Dipartimento delle istituzioni.
In quest’ottica, un fattore essenziale sarà trovare il giusto equilibrio tra le necessità organizzative e quelle legate al mantenimento dei valori che contraddistinguono la figura del giudice popolare ticinese, che il Dipartimento delle istituzioni auspica emergano nel parere giuridico esterno.
Il rischio, infatti, sul quale attiro la vostra attenzione e che vi propongo quale spunto di riflessione in questa giornata dedicata al giudice di pace, è che un’organizzazione troppo “strutturata” – non solo in termini organizzativi – porti infine a snaturare la figura del giudice di pace popolare senza formazione giuridica di base, con contestuale perdita di una figura giudiziaria laica eletta dal popolo.
Una dinamica che il Dipartimento delle istituzioni vuole scongiurare, valorizzando la figura del giudice di pace anche mediante il rafforzamento, già in atto, della formazione, e altre misure che verranno implementate con l’obiettivo di migliorare l’attività di questo peculiare quanto fondamentale settore della Giustizia ticinese, che più di tutti è vicino al cittadino e al territorio.