‘Polizia unica, serve riflessione’

‘Polizia unica, serve riflessione’

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 15 febbraio 2019 de La Regione

Sondaggio della Sezione enti locali: il 74% degli intervistati chiede più responsabilità del Cantone
Cavadini, sindaco di Mendrisio: la prossimità la garantisce solo un Corpo comunale.
Pissoglio (Ascona): ormai è simile alla Cantonale.

Il 74 per cento degli interpellati dal sondaggio promosso dalla Sezione degli enti locali e dal Dipartimento delle istituzioni lo dice chiaro: in materia di polizia, la preferenza è attribuire una maggiore responsabilità al Cantone. Solo il 18 per cento si è espresso a favore, invece, del fatto che questa responsabilità sia conferita ai Comuni. Un dato netto, una differenza più che ampia, che il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi, raggiunto dalla ‘Regione’ a margine del primo simposio tra Cantone e Comuni andato in scena ieri a Castione, rileva «vada tematizzata all’interno del progetto ‘Polizia ticinese’, soprattutto per definire meglio i ruoli tra Cantoni e Comuni». Nel senso che «oggi spesso sono sovrapposti, e per l’utenza, la cittadinanza, è difficile capire quando chiamare una o far intervenire l’altra. Insomma, chi si occupa di un tema delicato come quello della nostra sicurezza». Questa risposta, assicura Gobbi, «vale la pena discuterla, e lo faremo nelle prossime riunioni». Che la questione vada affrontata non ci piove, ci conferma Samuele Cavadini, sindaco di Mendrisio. Ribadendo però che «andare verso una polizia unica è un po’ prematuro, e nemmeno credo sia la soluzione». Una soluzione che però si può trovare nella «collaborazione tra i vari Corpi, perché ogni regione ha le sue peculiarità ed esigenze». Senza rinunciare, va da sé, alla Polizia comunale. «Ma assolutamente no – rincara Cavadini –, soprattutto per un discorso di prossimità. Certo, c’è bisogno che vengano strutturate bene, perché il fine ultimo è evitare che ci siano doppioni, e che le responsabilità, i compiti siano chiari a tutti». Per il sindaco di Ascona, Luca Pissoglio, la situazione è un po’ diversa. Più «ibrida», diciamo. «Non vedrei male che alcune responsabilità, come ad esempio per quanto riguarda le rapine, fossero di competenza cantonale» ci risponde. Questo perché «la Polizia comunale, per come la vedo io ad Ascona, è sempre più simile a quella cantonale. Manca il poliziotto di quartiere, manca il vero rapporto, sano e sincero, di prossimità e vicinanza alla gente, ai concittadini. Non è più come una volta, ahimè».
Ma tanti sono stati i temi toccati dal simposio, prendendo spunto dall’indagine statistica che ha coinvolto 825 ticinesi. A farla da padrone, le aggregazioni. «Negli anni Novanta la situazione dei Comuni era molto difficile – ricorda Marzio Della Santa, capo della Sezione degli enti locali – e per fronteggiarla è stata presa la decisione di procedere con le aggregazioni». Oggi, a vent’anni di distanza, il bilancio è buono? «Stando al sondaggio, sì, lo è. Le risposte indicano che hanno portato vantaggi, più forza e potere contrattuale anche col Cantone. La gestione del nuovo Comune appare più efficiente, e i servizi hanno maggiore qualità». Ma c’è anche qualche nota stonata, a ricordare come la guardia debba rimanere sempre alta. Comuni grandi portano, leggendo le risposte, «a un allontanamento delle autorità dal cittadino, disorientamento della popolazione nei confronti dell’amministrazione perché manca prossimità. E, dopo un’aggregazione, alcune risposte lamentano la perdita di tradizioni e identità locali». Risposte che vanno ascoltate e devono essere di stimolo anche per le riflessioni che accompagnano ‘Ticino2020’, perché, conclude Della Santa, «l’allontanamento dei cittadini significa una certa disaffezione democratica, che noi dobbiamo combattere ricordando che ogni Comune ha le sue peculiarità».

Sicurezza, giustizia. E “un pp in più”

Sicurezza, giustizia. E “un pp in più”

Dibattito promosso da La Regione – 11 febbraio 2019

Siamo al quarto dei cinque dibattiti promossi da ‘laRegione’ in vista delle elezioni cantonali. Su sicurezza, giustizia e Comuni si confrontano quattro candidati: il direttore uscente del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi (Lega), Alessandro Speziali (PLR), Elia Frapolli (Ppd) e Fabrizio Sirica (Ps).

Norman Gobbi, il Ticino è un cantone più sicuro da quando lei ha ereditato dal Ppd il Dipartimento che dirige, quello delle istituzioni?
Non penso sia una questione solo di condotta partitica, piuttosto di come il Cantone abbia voluto affrontare questo tema, ritenuto che nel 2011 il tasso di criminalità era superiore a oggi. I reati comuni, come i furti, sono diminuiti quasi del 70%. Abbiamo poi dovuto affrontare crisi anche di carattere migratorio, con conseguenze subito dopo la ‘Primavera araba’, che ha ridato slancio ad alcune tipologie di furto come quelli nelle auto. Le misure messe in atto hanno permesso di ridurre i reati, grazie anche a una rafforzata collaborazione a più livelli.

Gobbi ha potenziato gli effettivi della Polizia cantonale. Il che significa anche più lavoro per la magistratura. Il Plr di conseguenza chiede di adeguare gli organi giudiziari. Una rivendicazione legittima?
Ritengo che alla richiesta del pg di un procuratore pubblico straordinario il Consiglio di Stato risponderà positivamente. E non sarà per cinque anni. Per il mio Dipartimento, infatti, questo pp dovrà essere non straordinario, ma ordinario. Anche perché, ed è innegabile, al Ministero pubblico vi è un ‘turnover’ elevato delle persone. Antonio Perugini è rimasto una vita in magistratura, oggi purtroppo le giovani generazioni non sono così fedeli alla mansione.

Radar, c’è chi dice che il Dipartimento vuole fare cassetta. È così?
È uno di quei temi di cui il capo del Dipartimento farebbe anche a meno… però nell’ambito della nostra attività rientra anche la prevenzione e la sensibilizzazione, come informare dove sono posati, rispettivamente la repressione. Ma anche, e a maggior ragione, il coordinamento con le polizie comunali, le quali compiono il maggior numero di controlli mobili.

La canapa va depenalizzata?
Depenalizzazione no, regolamentazione sì. Frapolli: Si potrebbero fare dei tentativi. Abbiamo visto nazioni come il Canada che ci hanno provato e possono esserci delle possibilità.

Un tema di questi giorni: i mezzi d’informazione devono pubblicare i nomi degli autori di reati a sfondo sessuale condannati?
In una realtà sociale così piccola come la nostra è importante sapere chi è l’orco tra noi.

Pepita Vera Conforti: l’annunciata legge contro la violenza domestica a che punto è? Se domani proponessimo di obbligare a un colloquio gli autori di violenza segnalati dalla polizia, voi sareste d’accordo?
Il Ticino è stato precursore in quest’ambito: c’è una presa a carico non solo delle vittime, ma anche degli autori, proprio per abbassare la possibilità di recidiva nell’ambito della violenza domestica. Quanto alla legge, la stiamo preparando ma è una normativa ampia, che non tocca solo questa fattispecie. Il tema, prima di competenza della Cancelleria, è stato preso in mano solo negli scorsi mesi dal Dipartimento, perché nessuno politicamente se ne voleva assumere la responsabilità a livello di Consiglio di Stato. La direttrice della Divisione della giustizia se ne è quindi fatta carico: un carico oneroso. A cui sarà legato pure l’annunciato istituto cantonale di medicina legale, visto che si tratterà di sviluppare competenza in ambito di medicina delle violenze. E questo affinché non vengano ignorate le persone, soprattutto donne, che si presentano al Pronto soccorso con dei chiari indizi di violenza domestica.

Anna De Benedetti Conti (Conferenza cantonale genitori): A che punto è il cantiere delle Autorità regionali di protezione (Arp, ex tutorie, ndr)?
Le Arp sono in fase di riorganizzazione e abbiamo chiesto ai Comuni di mettere a disposizione il personale necessario per il loro buon funzionamento. Poi è vero che il fatto che siano una loro emanazione non crea quell’unità di prassi che si dovrebbe pretendere. Oggi questo non avviene perché non c’è una rete di supporto ed è per questo che intendiamo cantonalizzare il settore, mantenendolo amministrativo e garantendo una strutturazione corretta e al contempo la prossimità sul territorio. Un tempo quando si parlava di tutorie si pensava agli orfani, agli anziani non più in grado di gestirsi, o a chi non era più in possesso dei propri diritti. Le Arp invece sempre più intervengono a livello di rapporti familiari, dopo le decisioni dei pretori su divorzi, sui diritti di visita e quant’altro, ciò che palesa la fragilità non solo della società ma anche del nucleo familiare.

Andrea Barzaghini (studente): Tifo violento: progetti o idee per arginare il fenomeno?
Nei primi cinque derby di hockey non abbiamo avuto grossi problemi di ordine pubblico. Ciò significa che il messaggio lanciato dal Dipartimento ai club è passato: le tifoserie sono coscienti che non è creando disordine che si guadagna qualcosa. È vero però che il problema è latente: sabato scorso dopo la partita Ambrì-Ginevra qualche problema c’è stato, e questo dimostra purtroppo come il concordato intercantonale non sia efficace. Faremo una valutazione, soprattutto perché le misure previste sono troppo garantiste. Il modello inglese di allontanare ‘tout court’ i violenti è l’unica soluzione.

Enzo Lucibello: Una valutazione sulle aggregazioni comunali?
Le aggregazioni promosse dal basso sono la strada da seguire. Devono essere colte dai Comuni come un’opportunità. Quella di migliorare i servizi ai cittadini e alle aziende del loro comprensorio. Al Cantone, e penso al progetto ‘Ticino 2020’, il compito di rivedere le competenze degli enti locali, che non possono essere più quelle che conoscevamo sino a pochi anni fa. Perché attualmente ci sono Comuni in grado di garantire un’ampia paletta di servizi sostituendosi al Cantone, Comuni che necessitano di interventi integrativi da parte del Cantone e Comuni che hanno bisogno invece di grossi interventi del Cantone.

Il governo ha detto che con la firma dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri la richiesta sistematica del casellario giudiziale per permessi B e G cadrebbe. Condividete?
Io non sono mai stato di questo avviso. Le misure sostitutive promesse da Berna non sono mai arrivate. L’unico strumento che ci permetterebbe di rimpiazzare il casellario sarebbe l’accesso sistematico a certe banche dati, che però non ci è consentito.

La Regione: Sul nuovo calcolo delle imposte di circolazione, basato per il 70% sulle emissioni e per il 30% sul peso, il Tcs dice che rimaniamo uno dei Cantoni più cari. È così?
No, in base alle tabelle comparative rientriamo nella media nazionale.

Brenno Pezzini (già soc. commercianti Bellinzona): La legge impone un esame della vista quando prendiamo la patente. Fissare una seconda visita a 75 anni non è un errore?
Se c’è un dubbio sulla capacità di condurre, il medico curante deve sempre rinviare a un approfondimento, anche prima dei 75 anni.

La Regione: Come si può rendere più attrattivo il servizio militare?
Negli ultimi dieci anni sono stati fatti grossi passi avanti sull’allineamento tra i calendari accennati da Speziali. Bisogna ricordarsi, inoltre, che in un esercito volontario il Qi medio del soldato, e prendo l’esempio degli Stati Uniti, è nettamente inferiore rispetto a quello di un soldato svizzero.

Carlo Rivolta (commerciante): La volontà è sempre di creare una polizia unica o di continuare ad avere la Cantonale e le polcomunali? E quale sarà il ruolo delle ditte di sicurezza private, ci sarà collaborazione?
C’è il progetto ‘Polizia ticinese’, che rivede le strutture delle polizie comunali perché oggi sono troppo frammentate. La sicurezza passa anche attraverso il supporto di agenzie private, ma le competenze di questi agenti sono uguali a quelle di un qualsiasi cittadino.

Christian Gisondi (studente): Lungo la fascia di confine i crimini sono diminuiti, ma furti e rapine avvengono lo stesso. Cosa è stato fatto per migliorare la situazione?
Grazie alla collaborazione con i colleghi italiani sono state debellate le bande che rapinavano lungo il confine. Quello dei furti nei bancomat è un fenomeno nuovo, subito represso.

Pedro Da Costa (già collaboratore Ufficio integrazione stranieri): Gobbi, quali sono state le misure adottate dal Dipartimento per rallentare la migrazione africana in Svizzera? Agli altri candidati, avete paura della migrazione in Svizzera?
L’ambito migratorio è legato alle legislazioni federali. Il Canton Ticino nei suoi margini di apprezzamento cerca di garantire maggior rigore, volontà espressa a più riprese dal popolo. Poi è importante che la persona a cui viene accordato il diritto di vivere sul nostro territorio si possa integrare correttamente.

Parte l’era digitale per la Giustizia

Parte l’era digitale per la Giustizia

Oggi a Lucerna si è svolto l’evento che ha segnato l’avvio ufficiale del progetto svizzero Justitia 4.0, che accompagnerà la giustizia elvetica nel futuro digitale. L’accesso alla giustizia diventerà più agevole e più esteso. Un portale centrale ad alto grado di sicurezza consentirà lo scambio elettronico di dati tra le parti coinvolte e le autorità giudiziarie. Gli atti cartacei saranno pertanto sostituiti con dossier elettronici. L’ambiente di lavoro digitale nel settore giudiziario così come l’infrastruttura, saranno ottimizzati.

Sono stati circa 350 i rappresentanti dei promotori del progetto e chi ne sarà interessato che giovedì 14 febbraio 2019 hanno preso parte all’evento di avvio del progetto Justitia 4.0 tenutosi all’Università di Lucerna. I partecipanti – magistrati di ogni ordine, rappresentanti dei ministeri pubblici e funzionari nell’ambito giudiziario e nell’ambito dell’esecuzione delle pene e delle misure nonché consiglieri di stato e rappresentanti dei governi cantonali – hanno preso atto delle peculiarità del progetto assistendo a presentazioni, partecipando a workshop e informandosi presso degli stand informativi. Tra i relatori, Jacqueline Fehr, consigliera di Stato del Canton Zurigo e Ulrich Meyer, presidente del Tribunale federale.

Per il Ticino ha partecipato il consigliere di Stato Norman Gobbi, con un intervento sull’importanza di una Giustizia celere a favore anche del mondo economico. La delegazione ticinese era pure composta dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e diversi magistrati impegnati in questo ambito in rappresentanza delle varie autorità giudiziarie cantonali: Werner Walser, presidente del Consiglio della Magistratura; Mauro Mini, presidente del Tribunale di Appello con la cancelliera Claudia Petralli; Andrea Pagani, Procuratore generale; Maurizio Albisetti, presidente dell’Ufficio del Giudice dei provvedimenti coercitivi; Marco Kraushaar, presidente della Pretura penale; Sarah Stadler, tesoriere dell’Ordine degli avvocati; Silvano Petrini, direttore del Centro sistemi informatici.

Più vicini alla giustizia
Il progetto Justitia 4.0 promuove il cambiamento digitale nel sistema giudiziario svizzero in tutti i settori del diritto (procedura penale, civile e amministrativa). Entro il 2026, tutte le parti coinvolte in procedimenti giudiziari potranno scambiarsi dati per via elettronica con i circa 300 tribunali, i ministeri pubblici e le autorità penitenziarie, su scala cantonale e federale. A tale scopo sarà allestito il portale centrale con un alto grado di sicurezza denominato Justitia.Swiss. Lo scambio giuridico per via elettronica diventerà quindi obbligatorio per gli utenti professionali (in particolare gli avvocati) e per le autorità coinvolte nei procedimenti. Il progetto Justitia 4.0 mira anche a sostituire i dossier cartacei attualmente in uso con i dossier elettronici. L’introduzione dell’obbligo di scambi giuridici per via elettronica e la validità giuridica degli atti elettronici comporterà un adeguamento legislativo che ha già preso avvio sotto l’egida dell’Ufficio federale di giustizia.

Justitia 4.0 è molto di più di un semplice progetto informatico. Con la digitalizzazione occorrerà giocoforza ottimizzare l’ambiente di lavoro dei funzionari coinvolti. L’infrastruttura e i processi dovranno essere rivisti e adeguati: dalla comunicazione elettronica, all’esame dei dossier presso i ministeri pubblici e quindi nei tribunali, fino alla trasmissione dei dati alle autorità penitenziarie e infine ai servizi preposti all’archiviazione.

Grazie a Justitia 4.0 i cittadini potranno beneficiare di un accesso facilitato e più esteso alla giustizia. I dati presenti nel sistema giudiziario saranno in futuro disponibili in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo. La magistratura diventerà più efficiente, i flussi di lavoro saranno più efficaci e le procedure saranno velocizzate.

Tutti remano nella stessa direzione
Nel quadro del progetto Justitia 4.0, la Confederazione e i Cantoni, così come il potere giudiziario e quello esecutivo, remano nella stessa direzione. Oltre ai tribunali cantonali e federali, sono coinvolti attivamente le direzioni cantonali di giustizia, la Conferenza dei procuratori della Svizzera, l’Ordine svizzero degli avvocati, l’Ufficio federale di giustizia e il Ministero pubblico della Confederazione. Il progetto è condotto da un piccolo team di esperti che può contare su vari gruppi di lavoro composti da rappresentanti delle organizzazioni interessate provenienti da tutta la Svizzera.

Entro il 2022 saranno realizzati diversi progetti pilota per testare quanto prima la funzionalità e la facilità d’uso delle varie componenti del futuro sistema che sarà operativo presso tutti gli uffici cantonali e federali entro il 2026.

“Si è sposato per non perdere il permesso”: espulso

“Si è sposato per non perdere il permesso”: espulso

Un cittadino centroamericano era riuscito a evitare l’espulsione già in due occasioni. Ora dovrà lasciare la Svizzera

Il Tribunale federale (TF) ha recentemente confermato l’espulsione di un cittadino dominicano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni (DI) aveva negato il rinnovo del permesso di dimora dopo la fine del suo secondo matrimonio. Per lui, si legge nella sentenza del TF, non si tratta del primo provvedimento in tal senso.

Dopo aver soggiornato illegalmente in Svizzera dal 24 settembre 2003 al 5 agosto 2004 l’uomo era stato condannato a una pena detentiva di 15 giorni, sospesi condizionalmente con un periodo di prova di 2 anni e l’allora Ufficio federale della migrazione (ora Segreteria di Stato della migrazione) aveva emesso nei suoi confronti anche un divieto di entrata per un periodo di due anni. L’allontanamento era stato evitato una prima volta grazie al matrimonio, celebrato a fine 2004, con una cittadina elvetica che gli aveva consentito di beneficiare di un permesso di dimora, rinnovatogli un’ultima volta fino al 10 giugno 2009.

Dopo avere cessato la vita in comune, l’uomo aveva sollecitato un ulteriore rinnovo, ma la sua domanda era stata respinta fino in ultima istanza, con sentenza del TF del 20 giugno 2011. Poche settimane dopo il divorzio dalla prima moglie, il 18 agosto 2011, l’uomo si era risposato con una connazionale, titolare di un permesso di domicilio. Grazie a questa nuova unione aveva beneficiato di nuovi permessi di dimora che gli sono stati rinnovati annualmente fino al 17 agosto 2015. Il loro ’idillio’ era però finito nell’estate del 2016. Interrogata dalla Polizia cantonale in merito alla situazione matrimoniale, la dona aveva (tra l’altro) dichiarato di avere iniziato a convivere con il marito dopo il matrimonio, di avere convissuto fino al 18 novembre 2013 e di voler divorziare. Sentito a sua volta, il marito aveva indicato di avere conosciuto la moglie nel 2005, di averle proposto di sposarlo anche perché avrebbe dovuto lasciare la Svizzera, di aver vissuto con lei sino alla sottoscrizione di un ulteriore contratto di locazione, nel 2014, e che dopo il suo trasferimento ognuno aveva provveduto al proprio sostentamento in modo autonomo.

Preso atto di ciò, con decisione del 4 febbraio 2016 la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni del Cantone Ticino gli aveva negato il rinnovo del permesso di dimora, assegnandogli un termine per lasciare la Svizzera. Tale provvedimento era stato confermato su ricorso sia dal Consiglio di Stato che dal Tribunale amministrativo (il 17 settembre 2018). Il matrimonio tra i due è stato sciolto per divorzio a fine ottobre 2016.

Il 22 ottobre 2018 l’uomo aveva quindi inoltrato dinanzi al TF ma anche in questo caso i giudici di Mon Repos, preso atto della fine del suo matrimonio, gli hanno dato torto. “Va osservato – ha aggiunto la Corte – che per diversi periodi la sua permanenza nel nostro Paese è stata solo tollerata, in attesa della pronuncia sull’effettivo diritto a restare da parte delle autorità”. Il ricorrente dovrà quindi lasciare la Svizzera e farsi carico di 1’000 franchi di spese giudiziarie.

A Lucerna prende avvio Justitia 4.0

A Lucerna prende avvio Justitia 4.0

Comunicato stampa

Giovedì 14 febbraio si terrà a Lucerna l’avvio ufficiale del progetto svizzero Justitia 4.0, volto ad accompagnare la Giustizia elvetica nel futuro digitale. Il Cantone ha partecipato e parteciperà attivamente a tale importante progetto di governo elettronico.
A Lucerna saranno presenti il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, la direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e diversi magistrati impegnati in questo ambito in rappresentanza delle varie autorità giudiziarie cantonali: Werner Walser, presidente del Consiglio della Magistratura; Mauro Mini, presidente del Tribunale di Appello con la cancelliera Claudia Petralli; Andrea Pagani, Procuratore generale; Maurizio Albisetti, presidente dell’Ufficio del Giudice dei provvedimenti coercitivi; Marco Kraushaar, presidente della Pretura penale; Sarah Stadler, tesoriere dell’Ordine degli avvocati; Silvano Petrini, direttore del Centro sistemi informatici.
Il comunicato stampa relativo all’evento verrà inviato giovedì ai mezzi di informazione direttamente dagli organizzatori.

Simposio Leadership al femminile

Simposio Leadership al femminile

Invito

Otto donne con funzioni dirigenziali in mondi spesso riservati ai soli uomini raccontano le loro esperienze.
Una serata pubblica promossa dal Dipartimento delle istituzioni.

Mercoledì 13 marzo 2019 alle ore 20.00
Aula Magna Università della Svizzera italiana
Via Giuseppe Buffi 13
6900 Lugano

Iscrizione entro giovedì 28 febbraio 2019 all’indirizzo: di-comunicazione@ti.ch

www.ti.ch/eventidi

Flyer

 

 

 

La legislazione sulle armi: non serve il diktat dell’UE

La legislazione sulle armi: non serve il diktat dell’UE

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 9 febbraio 2019 del Corriere del Ticino

Le modifiche della Legge federale sulle armi approvate il 28 settembre scorso a Berna dal Parlamento rappresentano uno dei tentativi più evidenti di assecondare il volere di Bruxelles per ottenere ipotetici benefici a favore della Svizzera nei negoziati attualmente in corso. Purtroppo però in questo caso (sarei tentato di scrivere: anche in questo caso) il fine non giustifica i mezzi. Il cambiamento legislativo votato dal Nazionale e dagli Stati tocca in particolare anche la regolamentazione sull’utilizzo del fucile militare a favore di quei cittadini che, terminato il servizio, decidono di continuare a detenere l’arma per uso sportivo. Una pratica che è sempre avvenuta e che viene regolamentata da precise e già restrittive norme, contenute appunto nella Legge federale sulle armi (LArm) del 1999 e nelle relative ordinanze. Oggi si vorrebbe, con procedure che appesantirebbero gravemente la nostra burocrazia, quasi annullare tale possibilità. In nome di che cosa? In nome di una direttiva dell’UE in ottica antiterrorismo, notificata alla Svizzera nel 2017 nell’ambito dell’Accordo di Schengen.

Il referendum lanciato dalla Comunità di interessi del tiro svizzero (CIT) presieduta da Luca Filippini e sostenuto dall’UDC svizzera all’indomani del 28 settembre 2018 è riuscito e quindi saremo chiamati a recarci alle urne. Sarà un’ottima possibilità per affrontare il tema e per approfondire una questione importante: la nostra sicurezza. Senza qui voler anticipare talune argomentazioni, ritengo sia indispensabile subito ribadire come la nostra legislazione nel campo del possesso di armi sia – se non la migliore – tra le migliori in Europa. La legge consente all’autorità di sequestrare l’arma al possessore sprovvisto dei requisiti di legge, mediante l’emanazione di una decisione amministrativa subito esecutiva. Una persona perde i requisiti se dà motivo che possa esporre se stessa o gli altri a pericolo, oppure se è condannata per reati che denotano carattere violento o pericoloso, o per crimini o delitti commessi ripetutamente e iscritti nel casellario giudiziale. Non è necessario che i delitti siano in relazione alle Legge federale sulle armi: possono essere di qualsiasi natura. Tenuto conto che a eventuali ricorsi è tolto l’effetto sospensivo, la decisione di sequestro è immediatamente effettiva. Nella pratica succede che sono gli agenti di polizia a recarsi al domicilio della persona e a procedere al sequestro dell’arma. Le nuove norme servirebbero unicamente ad aumentare la burocrazia con il conseguente appesantimento del carico amministrativo per la nostra polizia, senza peraltro alcun riscontro effettivo dal punto di vista pratico della sicurezza.

Una posizione, quest’ultima, che il Governo ticinese aveva messo in evidenza rispondendo nel 2017 a una prima consultazione sull’approvazione e la trasposizione nel diritto elvetico delle direttive UE sulle armi. Il Consiglio di Stato proprio in questi giorni ha poi inviato a Berna il suo parere circa la revisione parziale dell’ordinanza sulle armi, conseguente alle modifiche legislative dell’autunno scorso. E anche in questo caso si ribadisce che «le misure aggiuntive volute dalla direttiva europea non apportano una plusvalenza concreta allo scopo che quest’ultima si è prefissata, ovvero quello di lottare contro il terrorismo e l’utilizzo abusivo delle armi (…). Le ulteriori e aggravanti misure proposte sono un semplice palliativo e non andranno a colpire i veri obiettivi, bensì le persone che oggigiorno agiscono nella legalità. Le armi da fuoco con le quali vengono perpetrati gli attacchi terroristici sono di regola armi acquisite illegalmente, mentre le restrizioni che si vogliono imporre andrebbero a penalizzare solamente i cittadini che detengono o desiderano detenere armi in modo legale».

Se a livello federale l’UDC ha sostenuto il referendum, anche PPD e PLR hanno ammesso che gli inasprimenti votati a Berna e così richiesti dall’UE non servono a nulla. Nessun attentato in Europa è stato commesso con un’arma acquistata legalmente (ambito in cui agisce la legge che si vuole modificare). Si finisce dunque per costruire un castello burocratico inutile, con il pericolo di togliere tempo ed energie agli agenti di polizia, chiamati invece ad assolvere compiti ben più impegnativi e mirati nella lotta al terrorismo. Insomma, il referendum sulla Legge federale sulle armi e la ripresa – automatica – del diritto europeo ci offre un ottimo test per dimostrare la nostra resilienza alle sirene europeiste.

Municipio di Cademario revocato

Municipio di Cademario revocato

 

Da www.rsi.ch/news

Con 158 sì e 110 no i cittadini hanno deciso di destituire l’attuale Esecutivo dopo le recenti polemiche sul sindaco. È la prima volta in Ticino

Il Municipio di Cademario è stato revocato. Lo hanno deciso domenica i cittadini del comune alto malcantonese in votazione popolare, con 158 voti a favore della revoca, 110 contrari, 16 schede bianche e 3 nulle.
Cademario è nella bufera ormai da tempo, almeno da quando lo scorso autunno è stata lanciata una raccolta firme che chiedeva appunto la revoca dell’Esecutivo, con l’appoggio di tutte le forze politiche. In dicembre la raccolta di firme era formalmente riuscita.

All’origine della richiesta vi era secondo i firmatari “una mancanza di fiducia, di comunicazione, di trasparenza e collegialità”.
Tra i primi firmatari figuravano quattro dei cinque municipali del comune e la causa del malcontento — anche se mai citata direttamente — sarebbe da ricondurre dal sindaco, Fabio De Bernardis.
Gli abitanti di Cademario saranno chiamati entro tre mesi ad eleggere un nuovo Municipio, verosimilmente in aprile.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Municipio-di-Cademario-revocato-11416431.html

“Pronti!”

“Pronti!”

Per caratterizzare in modo immediato e facilmente memorizzabile la mia campagna, ho scelto uno slogan almeno in apparenza molto semplice: “Pronti!”.

“Pronti!”: il punto esclamativo comunica immediatamente il mio entusiasmo, ma anche quello di chi, in un modo o nell’altro, mi appoggia nella corsa che potrebbe condurmi al terzo mandato in qualità di Consigliere di Stato (la mia famiglia, i miei collaboratori, il mio staff, chi mi gratificherà con il suo voto).

“Pronti!” è declinato al plurale non a caso: il concetto di squadra, di team, di gruppo è per me prioritario. Lo è nella vita professionale come in quella privata, lo è durante una riunione di lavoro come in una serata trascorsa con gli amici. Assieme si può andare lontano, con il sostegno degli altri si possono superare gli ostacoli più alti, attraverso il dialogo con chi ti sta attorno si possono risolvere problemi che sembravano a prima vista irrisolvibili.

“Pronti!” è anche un incitamento ad affrontare con il piglio giusto la battaglia politica, consapevoli che ci saranno anche momenti difficili in cui sarà necessario serrare le fila ed essere ancor più propositivi e solidali.

“Pronti!” perché siamo… pronti, ovvero preparati, affidabili e forgiati dall’esperienza maturata in questi 8 anni. Io e il mio team sappiamo di poter dare ancora molto al nostro meraviglioso Cantone, lavorando sempre nell’ottica di favorire il cittadino. Che è e resta il nostro interlocutore privilegiato.

“Pronti!” in quanto sicuri delle nostre capacità e consapevoli del nostro valore, certi di avere le carte in regola per maritarci il sostegno dei ticinesi. Questo senza essere però supponenti, poiché l’obiettivo dev’essere quello di migliorarsi costantemente.. Quanto abbiamo fatto è lì da vedere e i risultati ottenuti parlano a nostro favore.

“Pronti!” a rispondere alle sollecitazioni cui siamo sottoposti a ogni ora del giorno. Le risposte giuste arrivano però solo da persone preparate, credibili, che non nascondono scheletri negli armadi e che possono parlare guardando dritto negli occhi il loro interlocutore.

“Pronti!” anche nei confronti di chi non la pensa come noi e che ci fa un grande regalo: ci permette di mantenere sempre alta la guardia, senza dare nulla per scontato. L’avversario politico rappresenta uno stimolo vitale!

Un carcere che ha vinto la prova della radicalizzazione

Un carcere che ha vinto la prova della radicalizzazione

Il penitenziario resta un esempio virtuoso nonostante le sollecitazioni

Iniziamo dai dati nudi e crudi emersi questa settimana: circa 80 persone incarcerate su cento in Ticino l’anno scorso era di nazionalità straniera (per essere precisi l’82% nel carcere Giudiziario della Farera e il 70% al Penitenziario della Stampa). Siamo un Cantone di frontiera, in pratica la porta d’entrata per chi giunge in Svizzera da sud o d’uscita per coloro che lasciano la nostra nazione. La nostra posizione geografica ci mette per forza di cose a confronto con flussi di persone che altri Cantoni non conoscono. E non si può essere ingenui al punto da pensare che tra tutti questi cittadini che entrano ed escono ci siano solo fior di galantuomini.
“E’ proprio per questo motivo che si rende necessario il costante controllo di tutto il territorio cantonale, e delle zone più vicine alla frontiera in particolare, se vogliamo mantenere elevata la sicurezza in Ticino!” afferma Norman Gobbi, Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni. “Sicurezza che è sempre stata e sempre sarà la priorità numero uno della mia attività politica.”
Molte sono state le misure implementate dal Consigliere di Stato leghista per il raggiungimento di questo obiettivo, sostenuto da fatti e cifre che dimostrano chiaramente quanto il Ticino sia diventato e continua a essere sempre più sicuro. Ne è un esempio la ristrutturazione e il potenziamento della Polizia cantonale, oggi in grado di dare risposte immediate ed efficaci ai fenomeni criminali e di agire anche in funzione deterrente; la collaborazione con il Corpo delle Guardie di Confine, senza dimenticare l’introduzione dell’obbligo di presentare il casellario giudiziale nelle richieste di permessi per gli stranieri. Nel corso di queste due legislature i cambiamenti sono stati tangibili.
Ma torniamo ai dati statistici diffusi questa settimana, i quali permettono di approfondire con il Direttore del Dipartimento delle istituzioni la gestione delle nostre strutture carcerarie. “Al Penitenziario vige un sistema rigido di controlli, sicuramente il regime più performante di tutta la Svizzera, il quale permette di evitare possibili problemi in questa struttura chiusa. E ben sappiamo che basta poco per accendere pericolose micce e creare minacce effettive anche ai danni di donne e uomini chiamati a garantire la sicurezza all’interno del carcere”, commenta Norman Gobbi. “I risultati sono ottimi e incoraggianti, anche perché tale fermezza resta comunque rispettosa della persona.”
La massiccia presenza di stranieri tra la popolazione carceraria contribuisce a innalzare il livello di potenziale pericolo. Uno di questi è legato alle varie forme di radicalizzazione (in particolare di matrice islamica) che potrebbero verificarsi e che in altre strutture, per esempio nella Svizzera francese, sono effettivamente avvenute.
“Il lavoro svolto al Penitenziario è davvero efficace, perché vengono messe in atto tutta una serie di misure per evitare l’insorgere di questi fenomeni di radicalizzazione. Fino a oggi, grazie a questi sforzi, siamo sempre riusciti a scongiurare tali pericoli. E questo testimonia la bontà del lavoro svolto giornalmente e puntualmente dalle collaboratrici e dai collaboratori attivi nei vari ambiti della nostre strutture di espiazione di pena.”
Un ruolo importante lo giocano inoltre le misure di occupazione e reinserimento di chi sconta la pena. I detenuti possono lavorare in una falegnameria, in una legatoria, in una stamperia; vi è un reparto d’assemblaggio di giocattoli e vengano stampate le targhe per le vetture immatricolate in Ticino. Senza dimenticare coloro che sono impiegati nei laboratori dei servizi interni: cucina, lavanderia e stireria. “L’obiettivo – conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi – mira al reinserimento del detenuto nella società una volta scontata la pena, per scongiurare i rischi di recidiva”. Da un lato quindi fermezza dei controlli interni sui detenuti, ma dall’altro anche l’impegno verso una loro compiuta riabilitazione.