Quando il pirata è straniero

Quando il pirata è straniero

Da www.rsi.ch/news

Il paese d’origine va informato? La prassi varia da cantone a cantone, e il Ticino è “buon allievo”

Come si comportano le autorità quando un cittadino straniero commette in Svizzera gravi infrazioni alla legge sulla circolazione stradale? Come ha spiegato Le Matin dimanche, sebbene la normativa sia federale, ogni Cantone agisce a modo suo: Vaud non comunica mai il reato al paese di provenienza. Friborgo e Vallese lo fanno sempre, Neuchâtel a volte, e Ginevra lo fa solo con la Francia. Il Ticino fa parte dei “buoni allievi”, in quanto gli uffici di Camorino comunicano regolarmente con i 36 paesi con cui la Confederazione ha stipulato un accordo (ovvero quasi tutti i paesi europei e Taïwan).

Un cittadino italiano è stato recentemente denunciato per aver effettuato dei sorpassi all’interno della galleria del Gottardo ad una velocità ben al di sopra dei limiti. Come ci si comporta? “Normalmente c’è l’istruttoria del caso, quindi il conducente ha anche il diritto di essere sentito” – spiega ai microfoni RSI Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni – “Una volta che la procedura è conclusa dal punto di vista penale, segue quella di carattere amministrativo, che di solito prevede la revoca del permesso di condurre. Quindi viene fatta la segnalazione al paese di dimora o domicilio della persona, rispettivamente vengono emanate le misure di carattere interno, per esempio il divieto di circolare in Svizzera”.

Ma si ricevono riscontri sulle eventuali misure prese all’estero? “Questo è uno degli elementi più critici – spiega Gobbi – proprio perché non tutti danno riscontro alle segnalazioni intimate. Questo credo sia un fronte su cui sarà importante lavorare, soprattutto per quanto riguarda la vicina Repubblica”.

Nei casi più gravi – precisa Norman Gobbi – si va comunque oltre: “Nei confronti di quel conducente che ha commesso gravi infrazioni nel San Gottardo, un cittadino tedesco, abbiamo attuato tutte le misure necessarie proprio per arrivare fino in fondo. L’ultimo caso: un cittadino italiano con un veicolo immatricolato in Gran Bretagna. Anche in questo caso si adopereranno gli stessi strumenti se necessario”.

Nel caso del pirata tedesco il Dipartimento delle istituzioni, dopo varie peripezie, aveva sollecitato l’Ufficio federale di giustizia affinché chiedesse alla Germania di applicare l’esecuzione della pena inflitta in Svizzera, cosa infine avvenuta.

Richiesta casellario: i numeri ci danno ragione!

Richiesta casellario: i numeri ci danno ragione!

Una misura per tutelare la sicurezza dei cittadini

Operazione riuscita: è quanto vien da dire a 3 anni e mezzo di distanza dall’introduzione dell’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G. Qualche cifra: delle 95.020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione (periodo aprile 2015-dicembre 2018), 579 hanno comportato maggiori approfondimenti, presentando indicatori di rischio; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata poi emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. “La misura – commenta il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – si è rivelata uno strumento efficace anche in virtù del suo effetto deterrente che di fatto scoraggia chi sa di non avere un passato irreprensibile oppure di non disporre delle condizioni necessarie all’ottenimento del permesso”. In effetti, il numero dei casi per i quali si è reso necessario un ulteriore approfondimento è calato anno dopo anno: 216 nel 2016, 137 nel 2017, 92 nel 2018.

Ordine pubblico e sicurezza del territorio
Fino al 2002 tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno dovevano presentare l’estratto del casellario giudiziale. L’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) ha comportato il decadimento di tale obbligo. Nel corso dell’estate del 2008, il Ticino fu scosso da un grave fatto di sangue commesso da un cittadino italiano pregiudicato con gravi precedenti penali in Italia. Fu quindi introdotto nel nostro Cantone un sistema di autocertificazione circa i precedenti penali delle persone straniere richiedenti un permesso. A livello pratico questa misura si è tuttavia rivelata inefficace per contrastare l’insediamento o la presenza sul nostro territorio di persone straniere con gravi precedenti penali. Nell’aprile del 2015 infatti, dopo un altro grave fatto di cronaca che ha viste coinvolte alcune persone alle quali era stato rilasciato un permesso di dimora B sulla base di un’autocertificazione, in seguito rivelatasi falsa, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di introdurre come misura straordinaria per tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale e dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi B e G. A novembre del 2015 il Governo cantonale ha sospeso la richiesta dei carichi pendenti, in particolare per dare un segnale positivo nell’ambito delle trattative fiscali in corso tra Svizzera e Italia. “A quasi 4 anni dall’adozione di questa misura – conclude Gobbi – non si può che prendere atto dei risultati positivi ottenuti che si riverberano in termini di sicurezza e di ordine pubblico”. Ricordiamo, infine, che già nel maggio 2016 i risultati ottenuti avevano indotto il Governo a confermare la misura introdotta dal DI.

Una polizia tra le più competitive in Svizzera

Una polizia tra le più competitive in Svizzera

Abbiamo puntato su efficienza e ammodernamento

“Il Dipartimento che ho preso in mano otto anni fa è ben diverso dal Dipartimento che dirigo oggi”. Da quando ne è diventato Direttore, Norman Gobbi ha riorganizzato pressoché l’intero DI e più specificatamente le diverse Divisioni e Sezioni che lo compongono, tra cui la Polizia cantonale.

Maggiore vicinanza al cittadino e al territorio.
Tra i cambiamenti più evidenti agli occhi dei cittadini vi è stata sicuramente la riorganizzazione della Gendarmeria, che dai due reparti mobili suddivisi tra Sopraceneri e Sottoceneri si è letteralmente “fatta in quattro” riportando un reparto di gendarmeria per ognuno dei principali distretti del Cantone. Alle centrali di Camorino e Noranco, le quali continuano a servire rispettivamente il Bellinzonese e Alto Ticino nonché il Luganese, si sono aggiunti i posti di Polizia di Chiasso per il Mendrisiotto e di Locarno per il Locarnese. Spiega Gobbi: “Si tratta di una riorganizzazione che subito ha dato i suoi frutti, garantendo una minore dispersione delle risorse e una maggiore prontezza d’intervento, permettendo soprattutto di avere sul campo agenti con una maggiore conoscenza del territorio in cui operano e delle varie dinamiche. Il risultato è indubbiamente una maggiore sicurezza soggettiva e oggettiva per tutti i cittadini, e i numeri sono qui a dimostrarlo!”

Tecnologie moderne e ottimizzazione delle risorse
Se la presenza capillare sul territorio è indubbiamente importante, avere degli strumenti adeguati con cui poter operare è altrettanto fondamentale. In tal senso nel corso di queste due legislature la Polizia cantonale è stata notevolmente modernizzata soprattutto per quanto concerne la digitalizzazione. Da un lato vi sono gli utenti (cioè i cittadini) che oltre al sito internet, attraverso il quale possono reperire in rete la maggior parte delle informazioni e dei moduli di cui hanno bisogno, dispongono pure dell’applicazione per smartphone “Polizia e territorio”. “Si tratta di un ottimo esempio di collaborazione tra il Dipartimento che dirigo e quello del collega Claudio Zali”, sostiene Gobbi. “Con questa App i cittadini sono sempre al corrente e informati su tutte le questioni riguardanti la Polizia e possono visualizzare in tempo reale le condizioni di viabilità sui principali assi di transito”. D’altro canto vi è il lavoro degli agenti che, grazie ai rapidi processi di digitalizzazione, ha permesso di migliorare notevolmente la capacità d’intervento. In futuro gli agenti saranno dotati di appositi telefoni cellulari che permetteranno di velocizzare notevolmente il lavoro: grazie ad un applicativo informatico basterà fotografare un documento d’identità o una targa per ottenere direttamente dai database un riscontro circa eventuali reati senza aver bisogno dell’intermediazione di un operatore di centrale. E a proposito di coordinamento e di cooperazione, impossibile dimenticare l’inaugurazione – avvenuta a settembre del 2018 – della Centrale comune d’allarme (CECAL) nella quale sono stati radunati sotto un unico tetto le centrali d’allarme della Polizia cantonale e della Regione IV del Corpo delle guardie di Confine.

Importanza dei contatti con Berna e con gli altri Cantoni
Una delle forze di Norman Gobbi è sicuramente quella di godere di una fitta rete di conoscenze e di contatti a Berna, con gli omologhi degli altri Cantoni e anche a sud del confine. Contatti che si riverberano positivamente sul nostro Cantone. “Si tratta di una fiducia che ci si guadagna negli anni e che permette di poter interloquire con i servizi federali partendo dallo stesso livello, valorizzando e facendo riconoscere il nostro ruolo determinante tra il Gottardo e il confine di Stato. Questo permette di aprire un tavolo di discussione sui temi sensibili a cui il Ticino è particolarmente esposto e condurre trattative proficue a beneficio della sicurezza dell’intera nazione ma, appunto, soprattutto del nostro Cantone.“

Per un Ticino più sicuro e accogliente

Questa settimana si è tenuto l’annuale Rapporto di Corpo della Polizia cantonale, un appuntamento atteso e apprezzato dagli oltre 700 collaboratori. In apertura ha preso la parola il Consigliere di Stato Norman Gobbi, che ha proposto una retrospettiva del 2018, iniziando però con quella che secondo lui è la missione del Polizia: “Garantire la protezione di persone e beni su tutto il territorio cantonale attraverso la specializzazione delle funzioni e i nuovi strumenti di lavoro”. Si è poi soffermato sul miglioramento della situazione generale della sicurezza: riduzione dei reati, migliore collaborazione interna e esterna, raccolto successi piccoli (vicini al cittadino) e grandi (internazionali) e soprattutto rafforzato il ruolo della Polizia cantonale sul piano locale e intercantonale. L’apertura della Centrale unica d’allarme (CECAL), che ha permesso di integrare le forze dell’ordine e i pompieri, consente ora una risposta più rapida all’operatività quotidiana. Sempre fondamentale resta poi la capacità di reagire prontamente a fenomeni nuovi o in crescita, quali la violenza domestica, quella negli stadi e la gestione delle persone minacciose e pericolose. In ottica futura – sempre secondo il Consigliere di Stato – “si tratterà invece di coordinare al meglio l’attività di polizia sul territorio in modo da far percepire la vicinanza al cittadino, di rafforzare la lotta contro i fenomeni nella dimensione cybercriminalità e migliorare il coordinamento tra Ministero Pubblico e Polizia cantonale nella lotta ai reati economico-finanziari”. Questo attraverso la specializzazione delle competenze e investendo risorse adeguate. Si dovrà inoltre sostenere una politica di sensibilizzazione verso fenomeni criminali emergenti. Concludendo, il Direttore delle istituzioni si è detto soddisfatto dell’operato della Polizia cantonale, che rispetto al 2011 – anno della sua entrata in Governo – è totalmente cambiata.

 

Un 2018 nel segno del successo per la Polizia cantonale

Un 2018 nel segno del successo per la Polizia cantonale

Nelle giornate di ieri e oggi, presso il Centro cantonale della protezione civile di Rivera, si è tenuto l’annuale Rapporto di Corpo della Polizia cantonale. In apertura, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha sottolineato che “la nostra azione è rilevante per il sistema Ticino”; da un lato per mantenere alto il livello di sicurezza del territorio mentre dall’altro per garantire l’attrattività economica e turistica del cantone. Complimentandosi con i presenti per la qualità del lavoro svolto, per la dimostrazione di attaccamento al Corpo e per i successi ottenuti dalla Polizia cantonale nel 2018, nell’ambito di un maggiore presidio del territorio con diminuzione del numero di reati commessi e dell’efficienza dimostrata a livello svizzero ed estero, ha evidenziato che “la sicurezza pubblica del Ticino è sensibilmente migliorata negli ultimi anni”. Non bisogna comunque abbassare la guardia secondo il direttore del D ipartimento delle istituzioni, continuando a garantire al Corpo investimenti e risorse adeguate. In ottica futura, il Consigliere di Stato ha tracciato la rotta verso una sempre maggiore specializzazione della Polizia cantonale da ottenere attraverso un’ancora migliore coordinazione con gli altri partner della sicurezza, in modo da anche garantire maggiore vicinanza alla popolazione, maggiori sforzi nel contrasto della cybercriminalità, maggiore coordinazione tra Polizia cantonale e Ministero pubblico nel contrasto della criminalità economica e di quella organizzata, in quest’ultimo settore in collaborazione con la Confederazione. Gobbi ha infine posto l’accento sul rafforzamento delle iniziative di prevenzione nonché sull’importanza di dotarsi di nuovi strumenti per migliorare l’operatività, che deve essere resa ancora più celere.

Il Comandante Matteo Cocchi ha in seguito ripercorso, a parole e immagini, quanto svolto durante lo scorso anno, e informato agenti, inquirenti e amministrativi sugli obiettivi che s’intendono raggiungere nel 2019. Secondo il Comandante i futuri cambiamenti organizzativi dei partner della sicurezza, in particolare quelli che interessando le polizie comunali, impongono alla Polizia cantonale di riorientare le proprie attività e di meglio allocare le risorse umane a disposizione. “Specializzazione in ogni settore della Polizia cantonale, sarà la parola d’ordine per i prossimi anni” ha dichiarato il Comandante. In particolare, ha evidenziato, “favorendo un ancor più accentuato presidio del territorio ed una ancor maggiore attenzione alle sfide della moderna criminalità. Questo attraverso nuove strategie che dovranno essere specialistiche, di nicchia e prioritarie nel contesto generale: a livello informatico, economico/finanziario, di sorveglianza dei flussi m igratori, in ottica di lotta al terrorismo e alle infiltrazioni mafiose in collaborazione con la Confederazione”. Il Comandante ha poi posto l’accento sulla formazione evidenziando le importanti novità future del settore. Gli aspiranti di polizia, con la Scuola di polizia 2020, seguiranno infatti un nuovo percorso formativo di due anni “secondo un rinnovato concetto nazionale e che, grazie alla nostra lungimiranza, abbiamo praticamente già sviluppato “in casa” e che, con qualche ritocco, potrà essere adeguato facilmente al nuovo modello” ha rilevato. Nel corso del primo anno saranno, come ora, gettate le basi per lo sviluppo di competenze operative di base, valutate con specifici esami il cui superamento permetterà l’accesso ad un secondo anno interamente dedicato ad attività sul terreno, supportate sul piano dell’apprendimento da mentori e referenti di pratica. Anche gli esami federali saranno proposti con una nuova formula, non più alla fine del pri mo anno di scuola, bensì al termine del secondo. Pure per gli assistenti di polizia, l’iter di formazione sarà adattato alle nuove direttive nazionali dell’istituto svizzero di polizia, permettendo loro di ottenere una certificazione federale. Evidenziando la forte diminuzione dei reati contro il patrimonio negli ultimi anni, Cocchi ha infine sottolineato che il Corpo potrà ora concentrarsi verso settori che richiedono maggiore attenzione. Ad esempio in ambito di violenza domestica e reati che vedono quali protagonisti i minorenni.

La parola è poi passata ai capi area, al Sostituto Comandante Lorenzo Hutter a capo dello Stato Maggiore, al tenente colonnello Flavio Varini a capo della Polizia giudiziaria e al tenente colonnello Decio Cavallini a capo della Gendarmeria, i quali hanno esposto ai presenti l’insieme delle attività del Corpo svolte nel 2018 proponendo, a supporto, delle retrospettive statistiche sui fatti di stretta competenza della Polizia cantonale. In questa circostanza, particolare accento è stato posto sugli adattamenti informatici e organizzativi. Il personale è inoltre stato informato sui numerosi progetti che miglioreranno l’operatività grazie all’utilizzo delle moderne tecnologie e sulle sfide alle quali sarà confrontato nell’immediato futuro. Da sottolineare che per i tenenti colonnelli Cavallini e Varini si è trattato dell’ultimo rapporto poiché quasi giunti al termine del loro percorso professionale. Ad entrambi, dopo i ringraziamenti personali del Comandant e, è stato tributato un caloroso applauso e sono stati elogiati per l’ottimo lavoro e per i grandi sforzi profusi negli anni a garanzia della sicurezza del Canton Ticino e della sua popolazione nonché per lo sviluppo del Corpo.

Pubblicato il concorso pubblico per la posizione di Aggiunto/a alla Direttrice della Divisione della giustizia

Pubblicato il concorso pubblico per la posizione di Aggiunto/a alla Direttrice della Divisione della giustizia

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni informa che nella giornata odierna è stato pubblicato il bando di concorso pubblico per la posizione di Aggiunto/a alla Direttrice della Divisione della giustizia.
L’Aggiunto/a alla Direttrice della Divisione della giustizia avrà il compito di coadiuvare la Direttrice nella conduzione, nella gestione e nel coordinamento dell’attività interna ed esterna della Divisione della giustizia. Il/la nuovo/a funzionario/a dirigente della Divisione si occuperà segnatamente di organizzare e coordinare l’attività del servizio giuridico della Divisione, dirigendo e/o coordinando progetti di competenza della medesima. Nell’esercizio della propria funzione, sarà chiamato altresì a partecipare a Conferenze, Gruppi di lavoro e Commissioni cantonali e federali in rappresentanza della Divisione della giustizia, del Dipartimento delle istituzione e del Consiglio di Stato.
A livello di requisiti, per la posizione posta a concorso si ricerca una persona con formazione accademica completa in diritto conseguita in un’università svizzera e in possesso di un brevetto di avvocato, che disponga di predisposizione e/o esperienza di conduzione, gestione di progetti e di risorse. Capacità di ascolto e di mediazione, spirito di iniziativa, affidabilità e flessibilità, come pure ottime capacità redazionali, sono altri aspetti che si rivelano essenziali vista l’importanza della posizione a concorso.
Tutte le informazioni attinenti alle condizioni e ai requisiti per partecipare al concorso pubblico, aperto sino al 15 febbraio 2019, sono consultabili alla pagina web dell’Amministrazione cantonale www.ti.ch/concorsi.

Sicurezza: il casellario blocca 251 permessi

Sicurezza: il casellario blocca 251 permessi

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 1 febbraio 2019 del Corriere del Ticino

Il bilancio a 4 anni dall’introduzione del provvedimento che interessa gli stranieri con gravi precedenti penali
Gobbi: «Se cambiano i parametri dell’accordo fiscale, anche il Governo dovrà poter rivedere la sua decisione»

Tra l’aprile del 2015 e il dicembre dello scorso anno, in 251 occasioni le autorità cantonali hanno vietato l’entrata o la presenza sul proprio territorio a persone ritenute potenzialmente pericolose per la sicurezza interna o sprovviste dei requisiti necessari. Il filtro dell’estratto del casellario giudiziale, introdotto quasi quattro anni fa dal Dipartimento delle istituzioni, ha in tal senso consentito il mancato rilascio o la revoca di permessi di dimora B e per frontalieri G a stranieri con gravi condanne cresciute in giudicato. Qualche esempio? «Rapine in serie, omicidio, partecipazione a organizzazioni criminali, occultamento di cadavere» ricorda, da noi interpellato, il consigliere di Stato Norman Gobbi. «I nostri servizi – tiene comunque a precisare il direttore delle Istituzioni – non ponderano solo aspetti legati all’ordine pubblico. Vi sono altri due elementi. Da un lato è valutata la dipendenza del richiedente dall’aiuto sociale, che è un segnale di mancata partecipazione alla crescita economica e al benessere del nostro Paese. Dall’altro vengono considerati i debiti privati, anche qui per un discorso di diseconomia che non si vuole importare dall’estero». In media le decisioni di non rilascio o di revoca sono state 5,6 al mese, su un totale di 95.020 domande esaminate dall’Ufficio della migrazione e di 94.441 permessi elaborati. « La presenza di iscrizioni sui certificati penali presentati ha comportato maggiori approfondimenti per 579 domande (che rappresentano lo 0,6% del totale)» sottolinea in merito il Dipartimento. Per poi aggiungere: «Grazie alla misura, sono quindi emersi 579 casi che presentavano indicatori di rischio, la metà dei quali sono sfociati in una decisione negativa o nella revoca del permesso». Non solo. «Va rilevato positivamente – evidenziano le Istituzioni – che il numero dei casi per i quali si rende necessaria un’ulteriore analisi sta calando con costanza anno dopo anno: erano 216 nel 2016, 137 nel 2017 e sono stati 92 nel 2018. Segno evidente dell’effetto deterrente intrinseco a una misura che di fatto scoraggia chi sa di non avere un passato irreprensibile oppure di non disporre delle condizioni necessarie all’ottenimento del permesso».

Introdotto quale provvedimento straordinario dopo un grave fatto di cronaca che ha visto coinvolte alcune persone alle quali era stato rilasciato un permesso di dimora B sulla base di un’autocertificazione, in seguito rivelatasi falsa, l’obbligo del casellario è legato a doppio filo al nuovo accordo fiscale sui frontalieri. Dopo un primo sostegno nel maggio del 2016, il 7 giugno dell’anno seguente il Consiglio di Stato a maggioranza aveva infatti deciso di fare un parziale dietrofront per favorire l’intesa tra Svizzera e Italia. E ciò poiché la misura era ritenuta dalle parti «una pietra d’inciampo» sulla strada che avrebbe dovuto portare alla sottoscrizione dell’accordo. Da qui la decisione di abolire l’obbligo di presentazione del casellario giudiziale – e di tornare al sistema dell’autocertificazione – una volta che le firme dei due Paesi sarebbero state definitive. Con l’accordo finito nel congelatore, nulla è dunque cambiato nel frattempo. «È vero che l’intesa fiscale non sarà sottoscritta domani e nemmeno lo sarà nella forma in cui è stata parafata» rileva in merito Gobbi. «Ne consegue – conclude – che la misura rimane in vigore e sarà a sua volta rivalutata nel momento in cui l’accordo sarà rivisto. Perché se cambiano i parametri di riferimento deve poter cambiare anche la decisione del Governo».

Casellario, bilancio della misura

Casellario, bilancio della misura

Da www.rsi.ch/news

Il Dipartimento delle Istituzione ha presentato i numeri di un provvedimento, che fece molto discutere

L’obbligo di presentare il casellario giudiziale per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno in Ticino non è più uno strumento che suscita tensioni. Visto che l’accordo fiscale tra Svizzera e Italia non è ancora stato firmato, la misura introdotta tre anni e mezzo fa non è più messa in discussione.

Delle 95’020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione dall’aprile 2015 allo scorso dicembre, 579 hanno comportato maggiori approfondimenti; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso.

“Abbiamo dimostrato – chiosa il Consigliere di Stato Norman Gobbi – che la richiesta del casellario da un lato libera la nostra amministrazione dall’attività di ricerca, che sarebbe molto più onerosa senza poterne disporre, dall’altra abbiamo dimostrato come la decisione di non rilascio, nei casi in ci sono delle iscrizioni, è commisurata a una certa proporzionalità”

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Casellario-bilancio-della-misura-11380356.html

Bilancio 2015-2018 del casellario giudiziale

Bilancio 2015-2018 del casellario giudiziale

Comunicato stampa

Delle 95’020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione (periodo aprile 2015-dicembre 2018), 579 hanno comportato maggiori approfondimenti; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. L’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G, si è dunque rivelato uno strumento efficace anche in virtù del suo effetto deterrente: il numero dei casi per i quali si rende necessario un ulteriore approfondimento cala infatti anno dopo anno.

Fino al 2002 tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno dovevano presentare l’estratto del casellario giudiziale. L’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) ha comportato il decadimento di tale obbligo. Nel corso dell’estate del 2008, il Ticino fu scosso da un grave fatto di sangue commesso da un cittadino italiano pregiudicato con gravi precedenti penali in Italia. Fu quindi introdotto nel nostro Cantone un sistema di autocertificazione circa i precedenti penali delle persone straniere richiedenti un permesso. A livello pratico questa misura si è tuttavia rivelata inefficace per contrastare l’insediamento o la presenza sul nostro territorio di persone straniere con gravi precedenti penali. Nell’aprile del 2015 infatti, dopo un altro grave fatto di cronaca che ha viste coinvolte alcune persone alle quali era stato rilasciato un permesso di dimora B sulla base di un’autocertificazione, in seguito rivelatasi falsa, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di introdurre come misura straordinaria per tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale e dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi B e G. A novembre del 2015 il Governo cantonale ha sospeso la richiesta dei carichi pendenti, in particolare per dare un segnale positivo nell’ambito delle trattative fiscali in corso tra Svizzera e Italia.

A quasi 4 anni dall’adozione di questa misura, non si può che prendere atto dei risultati positivi ottenuti che si riverberano in termini di sicurezza e di ordine pubblico. Gli stessi risultati avevano portato il Governo, nel maggio del 2016, a confermare la misura introdotta dal Dipartimento delle istituzioni.
Dall’introduzione della misura, fino a fine dicembre 2018, le domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione sono state 95’020 e i permessi elaborati 94’441. La presenza di iscrizioni sui certificati penali presentati ha comportato maggiori approfondimenti per 579 domande (che rappresentano lo 0,6% del totale). I provvedimenti in seguito adottati sono stati di vario tipo e in 251 casi,considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. Per gli altri 328 casi emersi grazie alla misura straordinaria, 219 domande sono state evase positivamente in quanto non è stato riscontrato un pericolo per l’ordine pubblico ai sensi dell’ALC e della relativa giurisprudenza, 66 richiedenti hanno rinunciato spontaneamente, in 34 occasioni è stato pronunciato un ammonimento (che non ha quindi comportato revoche) mentre 9 pratiche sono ancora in corso di accertamenti.
Grazie alla misura, sono quindi emersi 579 casi che presentavano indicatori di rischio, la metà dei quali sono sfociati in una decisione negativa o nella revoca del permesso. Va rilevato positivamente che il numero dei casi per i quali si rende necessaria un’ulteriore analisi sta calando con costanza anno dopo anno: erano 216 nel 2016, 137 nel 2017 e sono stati 92 nel 2018: segno evidente, questo, dell’effetto deterrente intrinseco a una misura che di fatto scoraggia chi sa di non avere un passato irreprensibile oppure di non disporre delle condizioni necessarie all’ottenimento del permesso.

Discorso pronunciato in occasione del Giorno internazionale della Memoria

Discorso pronunciato in occasione del Giorno internazionale della Memoria

27 gennaio 2019

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,

vi saluto anche a nome del Consiglio di Stato, esprimendo grande onore nel poter partecipare a questa serata dedicata alla Memoria.

Per quanto incomprensibile, paradossale e inumano possa apparire, ancora oggi c’è chi minimizza o nega quanto è accaduto nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale, quando l’uomo si rese protagonista di comportamenti criminali e abominevoli.
I fatti vengono messi in discussione dai cosiddetti negazionisti, personaggi che appartengono a una corrente storica che presenta spesso pesanti risvolti politici e che si spinge a negare la realtà e l’autenticità storica di alcune vicende.

Minimizzare, banalizzare, derubricare, addirittura negare: ecco i territori nei quali i negazionisti si avventurano, sprezzanti di ciò che la Storia ci ha lasciato in eredità.

Mi viene in mente una frase del generale americano, nonché 34° presidente degli USA, Dwight Eisenhower. Anzi, più che una frase è un’esortazione che egli rivolse ai soldati e agli ufficiali che entrarono per primi nei campi di concentramento e si ritrovarono di fronte a scene surreali, mai viste prima e destinate a segnarli per la vita. Eisenhower ordinò loro di registrare tutte le prove, filmare ogni cosa, raccogliere tutte le testimonianze possibili, circostanziare ogni fatto, fissare in un modo o nell’altro ciò che stavano vedendo perché – e cito – “lungo la strada della storia qualcuno si alzerà e dirà che queste cose non sono mai accadute”.

Fu purtroppo facile profeta: quel “qualcuno” si è davvero fatto avanti, sdoganando tesi assurde che hanno alimentato l’immenso dolore provocato dai deliri della presunta onnipotenza nazista.
Si tratta di un piccolo gruppo di persone, ma non per questo meno pericoloso: esso inietta il veleno del dubbio soprattutto nelle teste delle nuove generazioni e maggiore è la distanza che ci separa dal periodo 1939-1945, più grande diventa il rischio che il veleno faccia effetto, portando a conseguenze devastanti.

Queste persone non negano che ci siano state violenze o uccisioni, ma le spiegano con le consuete pratiche di guerra.
Sostengono che la cifra complessiva degli ebrei sterminati sia un’esagerazione, che non vi fu alcuna camera a gas e che la ricostruzione dell’Olocausto sia solo e unicamente il frutto della propaganda dei governi alleati per giustificare a posteriori la guerra o per distogliere l’attenzione dai presunti crimini contro l’umanità commessi dagli Alleati stessi.

Questi signori (che l’acuto e preveggente Eisenhower aveva definito – scusate il termine – bastards) parlano di “menzogna storica”, di “impossibilità tecnica di allestire le camere a gas”, di “oltraggio alla verità”, arrivando a definire lo sterminio ebraico un “mito”.
Tesi fantasiose e offensive, prive di qualunque fondamento storico, screditate da una quantità enorme di documenti, testimonianze dirette e di prove materiali.

L’Uomo – perlomeno l’ampia parte di umanità non ottenebrata da false e opportunistiche credenze – ha però eretto robusti argini, confinando l’indecenza in spazi chiusi e angusti: il negazionismo, inteso come negazione del genocidio del popolo ebraico e di alcuni altri eventi come il genocidio degli armeni, è infatti punito in Svizzera, Francia, Austria, Belgio, Germania, Svezia, Portogallo, Polonia, Spagna, Romania e anche in Canada e Australia.
In Svizzera dal 1994 è in vigore una legge che per questo specifico reato prevede una pena detentiva fino a 5 anni.

L’inesorabile trascorrere del tempo, la morte dei sopravvissuti di allora, l’affievolirsi della loro preziosa testimonianza orale, la disabitudine a parlare di temi che alcuni considerano secondari, non fanno che portare acqua al mulino di chi, al cospetto della Shoah, sorride e alza le spalle in segno di scherno.

Ecco che una Giornata come questa assume un valore essenziale: essa rafforza il ricordo, lo perpetua, lo ravviva e lo attualizza.
Si tratta di un momento ufficiale che ci permette di ricordare le vittime della Shoah e di tutti i crimini contro l’umanità, di ogni forma di discriminazione, di sopruso, di violazione dei Diritti dell’Uomo.
Questi ultimi sono una conquista che non è mai definitiva e attorno ai quali la nostra memoria e il nostro impegno civile non possono concedersi pause.

Dimenticarsi di ricordare, fare finta di nulla o – peggio! – negare rappresentano un’offesa nei confronti di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle i dolori più atroci, delle loro famiglie e verso chi crede ancora nella nobiltà dell’animo e dell’anima umani.

Educhiamo quindi i nostri giovani alla consapevolezza, spieghiamogli ciò che è successo, non nascondiamogli nulla: in questo modo si svilupperà, forte e indistruttibile, la certezza che tragedie simili non accadano più.

Mi viene in aiuto una frase di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.
È assolutamente prioritario – oggi più che mai! – che i nostri giovani conoscano e comprendano i fatti per non essere, appunto, né sedotti né oscurati dal Male.
Guai se si imponesse l’indifferenza!

Come ho già detto prima, gli anticorpi che neutralizzano i regimi totalitari sono ancora più importanti oggi, epoca in cui vi sono sempre meno testimoni diretti di quegli anni.
Il rischio che corriamo è che le nuove generazioni diano per scontata la scomparsa definitiva delle dinamiche nocive che hanno spinto e tuttora spingono i popoli verso orizzonti bui.
Così non è: nulla va dato per automaticamente acquisito e tutto va invece conquistato.

Guardo con fiducia a una società solida e solidale, capace di affrontare il passato e il presente con razionalità ed equilibrio e in grado di identificare le paure senza banalizzarle.
Guardo con fiducia a una società dove si incontrano culture diverse, che esaltano le rispettive peculiarità nel rispetto della convivenza civile, democratica e liberale.
Guardo con fiducia a una società che ricorda il passato e ne fa tesoro in vista dell’edificazione di un futuro migliore.

Abbiamo tutti una grande responsabilità: impegniamoci con serietà a favore della nostra società e della dignità di ogni singolo individuo che la compone.