Giustizia 2018, la riforma prosegue

Giustizia 2018, la riforma prosegue

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 29 maggio 2018 de Il Quotidiano
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Articoli pubblicati nell’edizione di martedì 29 maggio 2018 de La Regione

Nell’anno del suo previsto decollo, che fine ha fatto la riforma ‘Giustizia 2018’? «Il progetto segue la propria strada», ha assicurato il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Una strada «talvolta in salita», ha aggiunto il consigliere di Stato, ma «si vuole coinvolgere tutti gli attori interessati, cercando il più ampio consenso fra gli addetti ai lavori», i magistrati. Nonostante il cantiere ‘Giustizia 2018’ sia aperto da tempo, l’obiettivo di fondo della riforma non è cambiato. Ed è quello, ha ricordato anche ieri Gobbi, «di dotare il nostro cantone di un apparato giudiziario moderno, efficace ed efficiente, in grado di rispondere in modo sempre soddisfacente e puntuale alle esigenze dei cittadini e delle imprese che auspicano una giustizia, oltre che giusta, resa in tempi ragionevoli». Il progetto contempla l’allestimento di una serie di messaggi governativi riguardanti vari uffici giudiziari, tra cui il Ministero pubblico. Allestimento i cui tempi «si sono giocoforza dilatati» in seguito «al cambiamento, due anni fa, alla testa della Divisione giustizia (a Giorgio Battaglioni è subentrata Frida Andreotti, ndr) e del suo staff di direzione», così come a causa di altri dossier «prioritari impostici anche dal governo». Tuttavia, ha sottolineato il ministro, «la volontà del Dipartimento è di proseguire», di procedere lungo «questo percorso di riforma dell’ordinamento giudiziario e para-giudiziario». L’amministrazione della giustizia «implica del resto continui adeguamenti alle mutate esigenze della società: come Dipartimento, pertanto, avanziamo in questo cammino». Peraltro qualche proposta concreta, nero su bianco, è già stata sottoposta al parlamento. Per esempio nell’ambito del delicato settore della protezione del minore e dell’adulto (tutorie e tutele), con una duplice richiesta al Gran Consiglio. Quella di stanziare il credito per introdurre Agiti/Juris, il software utilizzato dagli uffici giudiziari, anche in seno alle Autorità regionali di protezione e ciò «a beneficio della loro operatività». E quella di prorogare «il periodo di decadenza organizzativa» delle stesse Arp al 2020. A questi primi passi, ha spiegato Gobbi, «ne seguiranno tanti altri, con lo scopo ultimo di migliorare il sistema e le risposte alla collettività, correggendo un’immagine non sempre positiva del settore della protezione del minore e dell’adulto». Un settore del quale, ha rammentato ancora il consigliere di Stato, il Dipartimento prospetta la ‘cantonalizzazione’. Cosa che non pregiudicherà la futura scelta parlamentare del modello organizzativo: amministrativo o giudiziario.

‘Risorse, prima analisi interne’
Parlando di giustizia e riforme, il direttore del Dipartimento istituzioni ha rilanciato ieri un paio di quesiti: «Quali sono i tempi della giustizia in Ticino? Rispondono alle aspettative della collettività?». Gobbi ha quindi ricordato di aver chiesto («in maniera del tutto costruttiva») alle autorità giudiziarie di fare «un’analisi che tenga conto delle risorse attualmente a disposizione e del loro impiego in relazione agli obiettivi annuali auspicati dai medesimi uffici giudiziari». Dunque: «Come fare di più con le stesse risorse a disposizione, mediante riorganizzazioni interne, prima di chiederne altre».

‘Caro John’
Gobbi ha concluso la propria relazione rivolgendosi direttamente al procuratore generale John Noseda, da fine giugno in pensione per raggiunti limiti di età: «Caro John, magistrato appassionato, una pagina della storia giudiziaria cantonale sarà a te indubbiamente dedicata. Grazie per il tuo contributo alla causa della giustizia in Ticino».
Toghe e politici, scarso feeling
Il neopresidente del Tribunale d’appello: le istituzioni cantonali non se la passano troppo bene…

Mini: ‘Formazione aspetto determinante’. L’uscente Cassina: ‘Iperattività legislativa, più ricorsi’.

L’ulteriore conferma che da qualche tempo in Ticino fra potere giudiziario da una parte e poteri legislativo ed esecutivo dall’altra non c’è un gran feeling la si è avuta ieri a Lugano in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 20182019. La si è avuta dal tenore (seppur differente) dei discorsi di chi ha assunto e di chi ha lasciato il timone della massima autorità giudiziaria cantonale. Il nuovo presidente del Tribunale d’appello Mauro Mini ha esordito descrivendo quello che a suo parere è lo stato di salute delle «istituzioni». Che «in generale non se la passano molto bene». Il giudice ha così parlato di «un movimento anti-sistema diventato di maggioranza relativa in governo». Evidente il riferimento alla Lega. Ha accennato alla vicenda dei rimborsi del Consiglio di Stato. «Con qualche suo membro che voleva indicare alla magistratura come fare le inchieste», ha rincarato alludendo alle dichiarazioni di Claudio Zali in parlamento. Una vicenda che ha visto inoltre «un Gran Consiglio che non ha brillato per controlli e verifiche» e «una magistratura che poteva essere forse più coraggiosa». Sempre in relazione al dossier rimborsi, Mini non ha risparmiato neppure il «quarto potere»: la stampa. La quale «non ha brillato per spirito critico». Parole pesanti, da comizio. Troppo pesanti dato il contesto in cui sono state pronunciate. Il registro è poi cambiato, la sostanza no. Richiamando alcune recenti decisioni del parlamento – il rinnovo delle cariche in seno al Tribunale d’appello («Passato come se nulla fosse», si è solo votato), la designazione del subentrante di John Noseda alla carica di pg («Hanno fatto discutere più che altro gli aspetti procedurali», leggi assessment) e il taglio dei giudici supplenti («Dopo che il loro numero era stato aumentato pochi anni prima») –, Mini è giunto alla conclusione, o alla «constatazione», che «non c’è una particolare attenzione per la giustizia». O meglio, l’attenzione si traduce non di rado in critiche. Per rispondere alle quali «occorre che la magistratura funzioni a dovere, che emani decisioni giuridicamente fondate, logiche nelle conclusioni e possibilmente tempestive». Tre, a detta del neopresidente del Tribunale d’appello, le condizioni per avere un efficiente apparato giudiziario: una procedura adeguata «di selezione ed elezione» delle toghe, una formazione altrettanto adeguata e le riforme. Quanto al sistema di nomina, la politica dovrebbe fare «un passo indietro per rispettare quella che è l’autodeterminazione della giustizia»: tuttavia «mi rendo conto che non è musica di oggi, né di domani, né di dopodomani». Non resta allora, «in attesa delle opportune riforme», che puntare sulla formazione degli aspiranti magistrati e l’aggiornamento/specializzazione (magari con corsi interni «obbligatori») di pp e giudici: tutto questo «è indispensabile e urgente». Sui rapporti fra giustizia e politica si è soffermato pure il presidente uscente del Tribunale d’appello. Matteo Cassina ha messo in guardia dall’eccessiva produzione legislativa. Dall’iperattività normativa, per usare le sue parole. «Vi è una tendenza alla sovraregolamentazione – a tutti i livelli: comunale, cantonale e federale – che porta anche a un incremento del contenzioso giudiziario», con conseguente intasamento delle corti. Continuano così ad aumentare il numero dei ricorsi all’indirizzo dei tribunali e dunque il numero degli incarti su cui deliberare. «Non sempre nuove leggi sono necessarie al corretto funzionamento della società», ha rilevato il magistrato. «Se il legislatore – ha osservato Cassina, giudice del Tribunale cantonale amministrativo – verificasse altresì l’impatto delle normative sull’attività della magistratura, parecchie disposizioni di legge probabilmente non vedrebbero la luce».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Giustizia L’anno giudiziario s’inaugura tra qualche polemica
Gobbi: «La separazione dei poteri non deve costituire un alibi per non riflettere sul funzionamento della Magistratura»

Il 2018 è e sarà un anno di grandi cambiamenti per la Giustizia ticinese. La nomina a procuratore generale di Andrea Pagani (in sostituzione di John Noseda), l’entrata in vigore della legge sull’organizzazione giudiziaria (che abolisce i giudici supplenti in materia civile e amministrativa al Tribunale di appello) e anche il passaggio di testimone al vertice del Tribunale d’appello, con Mauro Mini che subentra a Matteo Cassina. E proprio Mini e Cassina hanno messo un po’ di pepe alla cerimonia d’inaugurazione – tenutasi ieri al Palacongressi di Lugano – dell’anno giudiziario. Mini per esempio (presente in sala il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi) ha per esempio tirato le orecchie al Governo – indirettamente lo ha fatto al ministro Claudio Zali – dicendo che, in merito alla vicenda dei rimborsi dei consiglieri e del cancelliere dello Stato, «c’è chi voleva indicare alla magistratura come portare avanti le inchieste». Cassina si è invece chinato sui problemi della Giustizia. «Fino a quando – si è chiesto – saremo in grado di rispondere al continuo aumento delle pratiche?». Il presidente uscente del Tribunale d’appello ha addirittura parlato di «elefantiasi legislativa». Troppe leggi insomma. «E più leggi ci sono e più è difficile la loro conoscenza, e questo crea un paradosso all’interno del sistema. Un’iperattività legislativa che spiazza il cittadino».

E anche Gobbi ha preso la parola. Il consigliere di Stato ha ricordato che il 2018 doveva essere l’anno della riforma (che, non a caso, si chiamava «Giustizia 2018»). Una riforma che è un po’ in ritardo ma che, per Gobbi e per il Governo, rimane necessaria. «Non si può prescindere – ha sottolineato – da risposte a domande che a nome della collettività tutta, pongo da anni. Quali son i tempi della Giustizia nel nostro Cantone? Corrispondono alle aspettative della società?». Poi ecco l’affondo: «La Giustizia è indipendente, sì, ma non dall’efficienza. E la separazione dei poteri non deve costituire un alibi per la Magistratura, nei confronti di se stessa, per non riflettere sul proprio funzionamento e per non autoregolarsi, anche tramite degli indicatori». E Gobbi, rivolgendosi a chi si è detto critico alla riforma «Giustizia 2018», si è affidato prima ai proverbi cinesi («Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono dei ripari e altri costruiscono dei mulini a vento») e poi a una frase tratta dal Gattopardo («Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»).

L’omaggio a John Noseda
Il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha poi ringraziato per il suo lavoro il procuratore generale uscente John Noseda (che concluderà il suo mandato il 30 giugno). «Una pagina della storia giudiziara cantonale sarà indubbiamente dedicata a lui. Un magistrato appassionato e dedito al lavoro, dallo spiccato spirito di giustizia e dall’indubbia indipendenza, che ha interpretato il ruolo di procuratore generale in maniera totalizzante». Ma una stoccatina Gobbi l’ha rivolta anche a Noseda. «In questi sette anni al timone del Ministero pubblico si è identificato nella Procura, che ha saputo rappresentare verso l’esterno con fermezza e perseveranza. Non si è mai risparmiato, occupandosi di migliaia di incarti concernenti reati di ogni tipo, a discapito talvolta dell’amministrazione interna». Ma Gobbi ha chiuso il suo intervento esprimendo parole di stima per il procuratore generale. «La sua forte carica umana gli ha permesso di vivere pienamente anche l’aspetto ideale della sua professione, ma soprattutto la passione e il piacere per il suo lavoro che lo ha portato anche a indignarsi, di tanto in tanto in maniera eccessiva, e hanno contraddistinto questi anni di operato in favore della Giustizia»

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