Gli effetti perversi dell’Accordo sulla libera circolazione

Gli effetti perversi dell’Accordo sulla libera circolazione

I limiti di un Accordo che i Ticinesi non hanno voluto, ma che i partiti storici di questo Cantone hanno sostenuto. L’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e UE dopo dieci anni si conferma essere un infido atto di limitazione alla sovranità nazionale, in ambiti sensibili come la sicurezza e il mercato del lavoro.

Frontalieri in afflusso continuo, extra-comunitari in arrivo dall’Italia, criminalità transfrontaliera e abolizione della Polizia degli stranieri. Questi gli elementi in breve che dimostrano come l’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) sia un fallimento dalla sua entrata in vigore. In questi quasi undici anni di applicazione del medesimo, gli elementi sopraelencati hanno comportato per la sicurezza del nostro Paese e per il mercato del lavoro un forte e costante peggioramento.

La libera circolazione delle persone venne venduta come un ottimo affare per tutti gli Svizzeri, i quali avrebbero potuto muoversi liberamente sul territorio degli Stati membri dell’Unione europea, andare in vacanza senza problemi o recarsi più liberamente nel resto dell’Europa per lavorare e studiare. Queste furono le profonde argomentazioni portate dai fautori dell’Accordo, anche alle nostre latitudini dai tre partiti storici PLR, PPD e PS, favorevoli all’adesione. 

Sulla libera circolazione – parte del primo pacchetto di sette accordi bilaterali conclusi tra la Svizzera e l’UE, entrati in vigore il 1° giugno 2002 – i cittadini svizzeri ebbero modo di esprimersi il 21 maggio 2000, ma solo grazie ad un referendum facoltativo presentato dai Democratici svizzeri e dalla Lega dei Ticinesi.

 

ALC = perdita di sicurezza

La libera circolazione – assieme agli Accordi di cooperazione di Schengen, parte del secondo pacchetto degli accordi bilaterali conclusi con l’UE – ha evidenziato tutti i suoi limiti in ambito di sicurezza, connessi soprattutto alla problematica della criminalità transfrontaliera che tocca in particolare il Canton Ticino e la Romandia, come ha confermato la Statistica criminale di polizia 2012 di recente pubblicazione. Difatti, l’assenza di controlli dei flussi migratori nell’UE con forti spostamenti da Est verso Ovest di persone legate ad organizzazioni criminali, in particolare rumene, ha di riflesso un’ascendenza sulla Svizzera, sulla sicurezza transfrontaliera e sull’immigrazione.

La criminalità transfrontaliera, agevolata anche dal predetto Accordo di Schengen e dall’ALC, è sicuramente aumentata a causa della presenza dei campi rom milanesi e delle bande albanesi presenti nella medesima area, le quali – residenti in Lombardia grazie alla libera circolazione interna all’UE – si muovono poi verso la Svizzera, e il nostro Cantone in particolare, per compiere atti criminali. Stessa sorte spetta alla Romandia, con la vicina Lione, altrettanto colpita dal fenomeno.

Il recente caso relativo al permesso di dimora rilasciato a Raffaele Sollecito, così pure quello più noto di Antonio Barbieri, palesano come l’ALC non permetta agli Stati sovrani di adottare una politica di immigrazione a tutela della sicurezza interna, non consentendo più la richiesta sistematica di un certificato penale ad un cittadino CE/AELS che richiede un permesso così pure la raccolta sistematica di informazioni presso le autorità di provenienza. Un’abdicazione pesante nei confronti della propria sovranità da parte della Svizzera, evidenziata dalla Lega dei Ticinesi e invece sottaciuta dai sostenitori degli Accordi bilaterali.

Senza dimenticare qui come la libera circolazione, oltre all’Accordo d’associazione a Dublino, parte del secondo pacchetto di Accordi bilaterali, abbia acuito la questione dei richiedenti l’asilo, in quanto l’Italia ha una gestione – a dirla eufemisticamente – “particolare” del dossier flussi migratori inter-continentali. Simile modo di agire fa sì che migliaia di persone giunte illegalmente nella vicina Penisola si spostino verso Nord, grazie alla chiusura dei centri d’accoglienza nel Meridione, aumentando inevitabilmente l’instabilità a livello di sicurezza del Ticino e della Svizzera.

 

ALC = perdita del lavoro

Se in tempi di alta congiuntura la libera circolazione ha permesso, come a Basilea, di assumere manodopera altamente qualificata proveniente dall’UE, in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo ormai da ben cinque anni, l’ACL mina la stabilità sociale del nostro Paese. Il fenomeno del frontalierato sul territorio cantonale ne è la dimostrazione palese, perché il numero costante e in aumento di frontalieri è frutto di una maggiore pressione e ricerca di lavoro da parte loro. Un fenomeno non nuovo ma in preoccupante crescita; anche in Romandia, dove cittadini francesi spostano il loro domicilio in prossimità del confine svizzero per poter lavorare come frontalieri. 

La libera circolazione non permette ad uno Stato sovrano di regolare la propria immigrazione e quindi di controllare l’arrivo sul mercato del lavoro di stranieri. La presenza sul territorio svizzero di cittadini spagnoli e portoghesi alla ricerca di un lavoro, che dormono in campeggi è sintomatica. Tutto ciò avviene in un momento difficile come quello attuale e che si prospetta per i prossimi dieci anni. Un periodo lungo che sarà oltremodo arduo a causa di instabilità sociali interne, causate dal numero crescente di persone senza lavoro. Senza pensare poi all’incertezza politica della vicina Italia, che esaspererà ulteriormente questa situazione.

 

Questa sintetica raccolta di componenti negative legate alla libera circolazione evidenzia come essa costituisca un importante atto di limitazione della sovranità della Svizzera, alla quale viene negata la facoltà di salvaguardare due elementi della sua forza: la sicurezza e la pace sociale. Questo periodo di instabilità deve dunque essere un’occasione per ripensare a quanto già ammoniva nel 2000, e ha continuato a farlo, la Lega dei Ticinesi. Sul fronte federale, ritenute le problematiche emerse dall’applicazione degli Accordi bilaterali, sarà quindi opportuno ridiscutere la tematica, non cedendo alle costanti pressioni esercitate da parte dell’Unione europea, e ciò a tutela della nostra sicurezza e della nostra libertà.

Norman Gobbi

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