Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Da www.rsi.ch/news

La tesi nella chilometrica risposta del Consiglio di Stato alle interrogazioni Pronzini e Lepori

Ecco perché il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha partecipato a una cerimonia in onore dei veterani della P-26…

Non è una risposta classica quella data dal Consiglio di Stato ai deputati Matteo Pronzini (MpS) e Carlo Lepori (PS).
Non lo è per il suo numero di pagine, 24 (ventiquattro!), non lo è per la ricchezza di riferimenti bibliografici con ben 78 (settantotto!) note a piè di pagine e – infine – non lo è per il lungo tempo intercorso dal primo degli atti parlamentari datato 16 marzo (8 mesi!).
Non lo è soprattutto per il giudizio sull’organizzazione segreta tanto controverso da far scrivere al Consiglio di Stato che al suo stesso interno le “sensibilità possono essere considerate variegate, per non dire contrapposte”.

Otto mesi e due interrogazioni dopo, il Governo risponde ai deputati di sinistra e la risposta pare un piccolo sunto di storia politica svizzera.
Nelle prime 17 pagine del documento infatti l’Esecutivo ripercorre con dovizia di particolari il periodo storico dalla seconda Guerra Mondiale alla caduta del muro di Berlino, i rapporti tra Stati e il ruolo della Svizzera nel periodo bellico e durante la cosiddetta guerra fredda.
Lo fa attingendo a fonti storiche e documenti di politica federale, prima fra tutti il rapporto della Commissione d’inchiesta del 1990 (di cui era co-presidente l’ex Consigliere Nazionale socialista Werner Carobbio) e il “Rapporto Cornu”, l’indagine del giudice istruttore che nel 1991 analizzò i rapporti tra l’organizzazione P-26 e altre organizzazioni analoghe all’estero.

La scoperta della P-26, coincide con il risveglio dalla Guerra Fredda.
È il 1990 quando improvvisamente questa sorta di “esercito segreto” creato nel 1981 emerge dai bunker della Storia. Ma per poterla comprendere pare suggerire a suon di citazioni il Consiglio di Stato è necessario comprendere lo spirito dei tempi e il contesto storico, anche quello in cui si svolsero le inchieste e stilati i rapporti. Nessun esercito deviato né un’organizzazione sovversiva privata – spiega la risposta – sebbene agisse esternamente all’amministrazione federale per far fronte a una possibile invasione da Est. Tanto che la stesso rapporto della CPI ricorda di non poter “attribuire nessuna intenzione di malafede ai membri stessi dell’organizzazione” e che per il Consiglio federale l’attività della P-26 “non sempre compresa era tanto pericolosa quanto giustificata”. Un’organizzazione parallela, la P-26 che “in Ticino era costituita da 6 regioni” e che quando fu disciolta “contava 44 membri ancora in formazione”.

Una realtà discussa, ma certamente discutibile sembra ammettere il Consiglio di Stato ma rispondendo agli atti parlamentari si sottolinea come nell’estate 2015 Norman Gobbi “non ha partecipato a un’operazione di riabilitazione della P-26, perché tale non era” e lo ha fatto “in risposta a un invito esplicito del Consiglio Federale”. “Una cerimonia – risponde l’Esecutivo – per ringraziare” chi ha dedicato del tempo “a un tassello importante, seppur discusso, della difesa integrata svizzera”. Pur ammettendo che l’interrogativo dei deputati sia “retorico”, citando l’allora Consigliere Nazionale Pascal Couchepin, il Governo sembra altresì cercare di contestualizzare la risposta di Gobbi al Caffè quando definì un “rapporto unilaterale” quello di Werner Carobbio ricordando non solo le lodi ma pure le critiche rivolte alla CPI durante il dibattito il Consiglio Nazionale.

In conclusione, seppure non sorprendendo, il Consiglio di Stato ribadisce come non ci sia stato nessun tentativo di “revisionismo” da parte di Gobbi, soprattutto sottolinea l’Esecutivo nell’accezione che “erroneamente” lo associa al “negazionismo”. Un giudizio fermo ma pure delicato tanto che nell’ultima pagina il Governo ammette di non essere stupito dal fatto che la continua pubblicazione di studi e analisi dei fatti della storia recente “aprano un dibattito nel quale chiunque può prendere posizione secondo le proprie ideologie e convinzioni. Anche i singoli Consiglieri di Stato”. Un chiosa che lascia intuire quanto possano essere distanti i giudizi all’interno dello stesso consesso governativo.

Quanto tempo per redigere questa risposta? “Seppur difficilmente calcolabile – chiosa la risposta – si quantifica in settimane di lavoro”. Chissà se saranno sufficienti per soddisfare gli interroganti e per smorzare i toni polemici che hanno accompagnato gli atti parlamentari, anche se c’è da scommettere anche dopo questa risposta il giudizio sulla P-26 continuerà a far discutere.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-e-la-P-26-non-%C3%A8-revisionismo-11117058.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 novembre 2018 de La Regione

Gobbi partecipò alla cerimonia per i membri della P-26 ‘in risposta a un invito del Consiglio federale’

Sì, il consigliere di Stato Norman Gobbi nel 2015 partecipò a una cerimonia in onore dei 44 ticinesi che fecero parte della P-26. Una cerimonia privata, ma non ‘segreta’, specifica il Consiglio di Stato rispondendo (in 24 pagine fitte d’informazioni) a tre distinti atti parlamentari presentati da Matteo Pronzini (Mps) e Carlo Lepori (Ps) a marzo e settembre. Gobbi – scrive il governo – “ha partecipato a un evento organizzato in risposta ad un invito esplicito del Consiglio federale”. Invito formulato in primis dal consigliere federale Ueli Maurer nel 2009, in cui si chiedeva di rendere onore a chi aveva servito la Patria. Per questo, lo scopo dell’evento ticinese “non era quello di riabilitare o onorare la P-26 – prosegue la risposta –, bensì di riconoscere ai suoi membri l’impegno e la dedizione profusi a favore dello Stato”. Costituita ad inizio degli anni Ottanta, l’organizzazione segreta aveva il compito di preparare una resistenza interna in caso di occupazione della Svizzera da parte di potenze straniere. Una strategia che fondava le radici nella guerra fredda. La sua esistenza fu rivelata nel 1990 e fece parecchio discutere, tanto da portare all’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta federale di cui fu vicepresidente il ticinese Werner Carobbio. Commissione che, aggiunge il governo, assolse “i partecipanti” all’organizzazione: “Le censure della Cpi – scriveva la Cpi – non si riferiscono ai membri [della] P-26, bensì ai loro ideatori e a coloro che ne hanno la responsabilità politica”.

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