Più coesione interna e maggiore responsabilità alle comunità locali

Più coesione interna e maggiore responsabilità alle comunità locali

Vivere la festa del Natale della Patria sul Passo del San Gottardo è qualcosa di particolare. Dopo il Praticello del Grütli, questo luogo simboleggia tutta la Svizzera, le sue  quattro culture, il cuore del nostro Paese e dei suoi valori.
Questa montagna, ricca di valori che hanno reso il nostro Paese un modello istituzionale, ha costituito, costituisce e costituirà nei secoli a venire il simbolo di una “Willensnation”, ossia una nazione unita per volontà del Popolo e non dettata da modelli finanziari o di opportunità burocratica.

Il San Gottardo e le sue vallate sono da sempre vie di transito, un crocevia che ha continuato ad unirci. I vecchi percorsi e le mulattiere che si snodano sui quattro versanti di questa montagna che congiungono le nostre comunità linguistiche collegando i centri urbani dei quattro punti del Paese, sono lì a dimostrare l’importanza che ha avuto in passato questo punto nevralgico elvetico.
Se dunque il Praticello del Grütli sul quale i rappresentanti delle comunità di Uri, Svitto e Untervaldo fecero il Patto eterno confederale è considerato la “culla della Svizzera” ed è monumento nazionale; il San Gottardo definito la “Via delle Genti” dovrebbe poter essere anch’esso all’interno della lunga lista dell’inventario dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionali, unendosi così a quella già salvaguardata del Piora, Lucomagno e Dötra.

Questo punto di transito, da sempre sinonimo di apertura verso l’esterno, non è sempre stato immune da pericoli, ma, consapevolmente i vantaggi erano di gran lunga superiori alle incognite.
In questo contesto abbiamo da sempre controllato i traffici e le merci in transito attraverso le vallate. I somieri leventinesi e urani, mettendo a disposizione le loro capacità e la loro conoscenza del territorio ad illustri viaggiatori, rischiavano la vita durante i giorni e le notti in cui la nebbia, la neve e il gelo la facevano da padrona.

Le stesse comunità, vincolando, per le persone provenienti dall’estero, il diritto di risiedervi sulla base della disponibilità delle allora scarse risorse. Al giorno d’oggi questo potrebbe sembrare un modo d’agire egoistico. I nostri avi erano ben consapevoli che le risorse del territorio alpino sono limitate e che le capacità produttive lo erano altrettanto. Questa politica ha permesso l’insediamento costruttivo e responsabile in queste vallate e l’eredità dei pascoli e dei boschi che ci è stata tramandata è tutt’oggi viva. Lo dimostra quello che i nostri occhi vedono.

Oggi si vorrebbe invece un’apertura indiscriminata, senza nessuna verifica della comunità locale. Contesto chi afferma che il nostro Paese è chiuso, retrogrado e lesivo dei diritti umani; dovrebbe unicamente volgere lo sguardo al mondo che ci circonda.
Il Popolo svizzero ha, da sempre, dimostrato apertura e concesso asilo a coloro che lo richiedevano legalmente e giustificatamente. Centinaia di migliaia di persone hanno scelto la Svizzera quale Patria adottiva, diventandone parte integrante ed integrale.

Due decenni fa la volontà di una presunta élite politico-culturale avrebbe voluto trascinare il nostro Paese in un’avventura definita “richiesta di adesione allo Spazio Economico Europeo”, anticamera dell’Unione Europea. Il voto ticinese non l’ha soprattutto voluto. Alcuni politici e movimenti politici impegnatisi in tale battaglia, come il qui presente Christoph Blocher in Svizzera e il movimento che rappresento in Ticino, hanno permesso di evitarlo.
Purtroppo questo progetto europeo – e lo dimostra ancora la cronaca di questi ultimi periodi – è un sistema di Stati con costrutti politici e finanziari discutibili. Abbiamo potuto ottenere prova delle mancanze già alle radici di un albero malato: alla prima difficoltà finanziaria dell’uno, l’altro si distanzia. Al primo inciampo politico dell’uno, l’altro si chiude affermando che non sono fatti suoi. Le rivolte primaverili egiziane, tunisine e libiche hanno fatto parte di quelle situazioni in cui al primo accenno di migrazione tutti i trattati saltano. Per assurdo, attualmente il trattato di Schengen è osservato nella sua completezza solo dal nostro Paese.

In questo, la nostra posizione di “Sonderfall” e “Willensnation” deve essere rivalutata e consolidata. Se prestassimo altrettanta attenzione per la nostra coesione interna, quanta quella concessa all’ Unione Europea, certamente il nostro Paese sarebbe ancora più forte.

Assistiamo con preoccupazione alla volontà della aree urbane svizzere nord alpine di fare blocco contro le zone rurali di campagna e montagna, volendo assumere un ruolo paritetico a quello dei Cantoni. Questa posizione è contraria alla nostra Storia. Abbiamo da sempre vissuto il contrasto città-campagna, ma questo problema non è mai stato vissuto in questa forma e forza. Convincersi che la città sia migliore e che sia più importante è un errore e mette a rischio la coesione interna del nostro Paese. In taluni progetti di pianificazione del territorio, addirittura, qualcuno indica le nostre regioni di montagna come “zone di spopolamento”, ormai irrecuperabili, ma da dedicare al tempo libero dei cittadini urbani… Insomma, una riserva con safari, dimenticando che sono le regioni periferiche del nostro Paese ad essere definite il “CUORE DELLA SVIZZERA”.

Dobbiamo essere consapevoli che la nostra ricchezza, sia del paesaggio sia finanziaria, è frutto della lungimiranza di coloro che settecentoventi anni or sono hanno creato, con l’unione di tre comunità di montagna, una NAZIONE per volontà. La nostra ricchezza sono le infrastrutture e i valori morali costruiti secolo dopo secolo. Siamo sempre stati orgogliosi del nostro passato, abbiamo sempre guardato al futuro con concretezza, sappiamo dove siamo.

Dobbiamo essere più uniti, per essere più forti. Siamo tutti confederati e dobbiamo tornare ad esserlo. Ognuno di noi ha bisogno di riconoscersi nella propria identità nel contesto federale, riassumibile con il motto “UNO PER TUTTI, TUTTI PER UNO” che ci ha guidato per oltre 700 anni. Evitiamo che una parte del nostro Paese possa ritenersi migliore o superiore di un’altra. Consci che la Svizzera è al suo interno multiculturale, è pur sempre un Paese ricco di tradizioni e di professioni, dal cittadino al paesano. Due realtà culturali che devono restare unite. Riconoscendo di essere complementari dobbiamo rimanere uniti, dalla città attraverso la campagna fin su alla montagna. Questa è la nostra forza!

A proposito di complementarietà, guardo con preoccupazione alla possibile chiusura della galleria stradale del San Gottardo per un periodo di tre anni. Il Ticino rimarrebbe, come unico Cantone posto completamente a Sud delle Alpi, tagliato fuori dalla Confederazione con irreparabili danni economici, sociali e politico-istituzionali.
La Svizzera è stata forte perché unita nella sua volontà di essere un Paese con evidenti diversità territoriali e linguistiche. Le infrastrutture ne hanno attenuato le distanze e le differenze. In questo periodo non possiamo permetterci di restare isolati dalla Confederazione. È per noi troppo importante mantenere quel legame che da anni ci ha permesso di rafforzare i rapporti che gli altri Cantoni della Confederazione. Non possiamo rimanere esclusi per tre anni dal contesto federale. Nel periodo di risanamento del tunnel stradale del San Gottardo, solo il disporre di un secondo tunnel ad permetterà efficacemente al Ticino di rimanere unito e collegato alla Confederazione. Una soluzione non lesiva dell’iniziativa delle Alpi, con una sola corsia di scorrimento quando i due tubi saranno entrambe disponibili. Un riconoscimento importante che attendiamo da Berna, perché come in passato, ancora oggi, il Ticino vuole rimanere libero e svizzero e confederato.

Grazie.

Norman Gobbi

Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

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