Polizia: pronti a intervenire in caso di catastrofe

Polizia: pronti a intervenire in caso di catastrofe

Articolo apparso nell’edizione di martedì 23 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Alla scoperta della futura Centrale cantonale d’allarme Partiti nel 2016, i lavori si avviano verso la conclusione.

La prima pietra era stata posata nel marzo del 2016 e, proprio per simboleggiare il legame tra il passato e il futuro, nel cuore del cantiere era stata depositata una cassa contenente una vecchia autoradio e una pistola mitragliatrice. Ora, a poco meno di due anni di distanza, gli interventi per la realizzazione della Centrale cantonale di allarme (CECAL) nell’area dell’ex arsenale di Bellinzona si avviano verso la conclusione. Una data precisa per l’inaugurazione ancora non c’è, ma si prevede di entrare nella fase operativa già nel corso della seconda metà di quest’anno. In compagnia del comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi siamo dunque andati a vedere a che punto sono i lavori di quello che diventerà il punto cardine per la gestione delle urgenze (in particolare le chiamate al 117 e successivamente quelle al 118) e degli allarmi in caso di catastrofe a livello regionale e cantonale. Il tutto utilizzando tecnologie all’avanguardia e riducendo i tempi d’intervento: una centrale insomma che, a detta degli addetti ai lavori, rappresenterà un fiore all’occhiello in quest’ambito a livello svizzero.

Al passo coi tempi
Al piano terra troveranno spazio i locali della Federazione cantonale ticinese dei corpi pompieri, gli spogliatoi e le sale riunioni (da 100 e 40 posti). Il piano superiore ospiterà gli uffici del Comando della Regione IV del Corpo delle guardie di confine. Infine, al secondo piano, vi saranno gli spazi della sala operativa CECAL e della sala dello Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC). È un cantiere imponente quello in pieno svolgimento nella zona delle Semine a Bellinzona, a un tiro di schioppo dal comando della polizia cantonale. Nel gran viavai di operai, artigiani, progettisti e tecnici, comincia a delinearsi quello che sarà un edificio fondamentale a livello strategico per la sicurezza del cantone. Un edificio in grado di concentrare in un unico stabile le principali Centrali operative e d’allarme oggi distribuite sul territorio e caratterizzate da sistemi indipendenti di condotta. All’entrata, un’imponente scala di pietra conduce nelle zone strategiche dello stabile. Fulcro di tutta la infrastruttura sarà la sala operativa: un locale delle dimensioni di una palestra dove un domani saranno installati tutti gli schermi e le apparecchiature per ricevere le segnalazioni, valutarne i contenuti e quindi emanare le misure d’urgenza necessarie.

Prossimità e condivisione
«La revisione della legge sulla protezione della popolazione prevede, tra le altre cose, che in caso di eventi maggiori o di catastrofe la conduzione e la pianificazione durante la fase acuta competano al sottoscritto a livello cantonale. Sarà invece di competenza di un ufficiale di polizia a livello regionale», spiega il comandante Matteo Cocchi. «Con questo nuovo stabile avremo finalmente una infrastruttura che ci permette la gestione strategica e centralizzata degli interventi coordinando nella fase più delicata tutti gli enti di soccorso». La vicinanza del comando della polizia cantonale e il prossimo trasferimento, dalla sede di Paradiso all’area dell’ex arsenale, di quello delle Guardie di confine aiuteranno inoltre il coordinamento delle attività quotidiane eliminando, di fatto, la distanza fisica attualmente esistente tra le due centrali.

«Visione 2019»
La realizzazione della Centrale cantonale di allarme rappresenta uno dei tasselli principali nel mosaico del cosiddetto progetto «Visione 2019», una sorta di «masterplan» che intende garantire flessibilità all’organizzazione del Corpo, così da poter disporre di mezzi, infrastrutture ed effettivi in base al contesto sociale e di sicurezza, ma anche alle priorità in sempre più rapida evoluzione, alle nuove minacce e all’accresciuto livello di rischio internazionale. Senza dimenticare il recente via libera al pacchetto di misure da 3,3 milioni per l’aggiornamento tecnologico e l’equipaggiamento delle forze dell’ordine. È previsto anche un ulteriore potenziamento del sistema informatico che permetterà un rafforzamento del controllo del territorio, la rapidità di reazione e la gestione delle pattuglie dislocate all’interno del cantone.

Sotto un unico tetto
Il via libera dal Governo al credito di 16 milioni di franchi per l’edificazione del Centro comune di condotta risale al dicembre 2014. Quindici mesi più tardi erano partiti i lavori per la creazione dell’edificio che, per la prima volta, vedrà dunque operare sotto lo stesso tetto agenti della polizia cantonale e delle Guardie di confine della Regione IV. Una tempistica estremamente rapida, osserva Cocchi, nel corso dell’anno la CECAL entrerà finalmente in funzione. «La autorità politiche cantonali hanno creduto in questo progetto. Il tutto senza dimenticare il cofinanziamento della Confederazione, che ha dato a sua volta un impulso importante».

La tabella di marcia è insomma stata rispettata. Resta da attendere soltanto che sul calendario venga fissata la data di inaugurazione.

 

L’analisi Tra ingorghi e terrorismo
Il punto sui vari dossier e le problematiche ancora aperte con il comandante Cocchi «Tra le forze dell’ordine siamo riconosciuti più che in passato come un Corpo che conta»

I vari tasselli del cosiddetto masterplan «Visione 2019» stanno via via andando al loro posto. Dal momento della sua entrata in carica, nell’ottobre del 2011, il comandante Matteo Cocchi ha avuto modo di gestire e veder avanzare una moltitudine di dossier. Per citarne solo alcuni: l’adeguamento graduale degli effettivi, le problematiche logistiche, l’ammodernamento dei sistemi informatici, le emergenze (poi rientrate) legate ai furti e alla pressione migratoria, la sicurezza durante i grandi eventi (si pensi all’inaugurazione di AlpTransit), la riorganizzazione della Gendarmeria. La carne al fuoco tuttavia non manca anche per i mesi a venire, «e ciò servirà da sprone per la motivazione di tutto il Corpo» osserva Cocchi.

Il piano antitraffico
A cominciare dal tema sempre caldo del traffico: non è un segreto come a volte basti un tamponamento per mandare l’autostrada in tilt con conseguenze non da poco anche per la mobilità delle pattuglie. «Il problema non è di facile soluzione», osserva. «In collaborazione col Dipartimento delle istituzioni e l’Ustra abbiamo studiato un progetto pilota che mira ad accrescere gli spazi di manovra velocizzando le operazioni d’intervento nei momenti di crisi». In che modo? «L’obiettivo è di evitare che si crei costantemente e ad ogni piccolo problema un effetto domino con una paralisi graduale delle varie arterie stradali. In pratica, si punta a una riduzione dei tempi di intervento distribuendo delle pattuglie distaccate (e dedicate a questa mansione) negli orari e nelle zone sensibili».

Parallelamente, osserva Cocchi, dopo decenni di attesa e ritardi, sembrerebbe essere giunta a una svolta la realizzazione dell’Area multiservizi per la gestione del traffico pesante sui sedimi dell’ex Monteforno a Giornico-Bodio. Il centro di controllo sorgerà su un’area di circa 135.000 metri quadrati che verrà bonificata dal punto di vista ambientale. Il sud delle Alpi attende da quasi vent’anni quest’opera. Una volta in funzione (si prevede entro il 2023) essa consentirà di migliorare la sicurezza degli utenti della strada e di garantire una gestione più efficace del traffico pesante, evitando che i camion sostino lungo l’A2. Nel nuovo centro, poi, i costi operativi, di gestione e del personale (16 gendarmi della Stradale e 34 assistenti di polizia) saranno presi a carico dalla Confederazione.

La minaccia estremista
In un recente intervento il capo del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi non aveva utilizzato giri di parole: «Nel 2017 – osservava – abbiamo conosciuto anche alle nostre latitudini la realtà della radicalizzazione e degli estremismi comprendendo come la minaccia terroristica non sia molto distante da noi». Come la vede il comandante Cocchi? «In base alle informazioni a disposizione – spiega – la Svizzera e il Ticino non risulterebbero rappresentare degli obiettivi primari. È stato però dimostrato come il nostro territorio possa fungere da crocevia e punto di passaggio per i reclutatori, per chi pianifica o è coinvolto nella pianificazione degli attentati (si pensi al recente arresto a Chiasso di due persone sospettate di avere intrattenuto rapporti stretti con Ahmed Hannachi, l’autore dell’attentato di Marsiglia di inizio ottobre – n.d.r.). Importante dunque restare vigili e non abbassare la guardia collaborando con tutti gli attori in campo e condividendo le informazioni. Senza dimenticare il ruolo del cittadino che, come già dimostrato per i furti, resta una sentinella fondamentale. Giusto dunque segnalare ed allertare le autorità di fronte a qualsiasi sospetto. Detto questo, la competenza nella lotta a questo genere di minaccia resta della polizia federale e del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). Al fronte, in prima battuta, vi sono le forze di polizia cantonali, chiamate ad emanare le direttive in ambito di dispositivi e situazioni a rischio».

Parola d’ordine: «Collaborare»
Sul tavolo vi è infine il progetto «Polizia ticinese». Dall’attuazione della Legge cantonale sulla collaborazione tra polizie entrata in vigore nel settembre 2015 con l’istituzione di otto regioni (comuni polo di Chiasso, Mendrisio, Lugano, Giubiasco, Bellinzona, Locarno, Ascona, e Biasca per un totale di oltre 400 effettivi) il dossier ha fatto parecchia strada. La situazione è in evoluzione. In base a quanto emerso dalle analisi effettuate dal Gruppo di lavoro appositamente costituito, vi sono tuttavia diversi margini di miglioramento, osserva Cocchi. E questo in particolar modo per quanto riguarda il coordinamento generale con i vari Corpi comunali a più livelli. Tra le priorità individuate dal Gruppo di lavoro vi sono un graduale snellimento dell’organizzazione e un miglioramento della collaborazione.

Lavorare in rete
Da ultimo, un accenno merita l’immagine che la polizia cantonale ticinese ha saputo ritagliarsi in questi ultimi anni tra le altre forze dell’ordine. «Siamo riconosciuti più che in passato, a livello nazionale, come un Corpo che conta. E questo grazie ai risultati ottenuti sul piano operativo, ma anche per il lavoro di rete che si sta cercando di implementare essendo spesso attivi anche fuori dai confini cantonali. Infatti non facendo parte di alcun concordato di polizia a livello nazionale, la polizia cantonale ticinese ha un suo rappresentante in tutti i gruppi decisionali». Il comandante Cocchi è poi delegato, nell’ambito della Conferenza svizzera dei comandanti di polizia, quale rappresentante della Confederazione nel gruppo di lavoro europeo ATLAS, che raggruppa i comandanti dei vari corpi speciali di polizia europei e coordina in Svizzera i corsi dei gruppi di intervento sotto il «cappello» dell’Istituto Svizzero di Polizia (ISP).

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