Quarto giudice, verdetto ai cittadini

Quarto giudice, verdetto ai cittadini

Dal Corriere del Ticino | Il 12 febbraio la decisione sulla riduzione di un’unità assegnata all’Ufficio dei provvedimenti coercitivi – Si tratta di una misura di risparmio avallata dal Parlamento e contestata dalla sinistra tramite referendum

Il 12 febbraio saremo chiamati a dire se in Ticino c’è un giudice di troppo o se la riduzione di un’unità proposta dal Governo e avallata dal Parlamento mette a rischio uno dei rami dell’ordine giudiziario. Nell’occhio del ciclone della politica è finito il quarto giudice dell’Ufficio dei provvedimenti coercitivi. In realtà non si vota su una persona, ma su una sedia, dato che da otto mesi chi occupava quel posto è passato al beneficio della pensione. Il Consiglio di Stato ha valutato che la sua sostituzione non è necessaria e il Gran Consiglio (a maggioranza) ha avallato quella scelta nell’ambito della manovra finanziaria per il risanamento delle finanze cantonali che oggi contempla un piano di rientro da 200 milioni di franchi. Ma al sindacato VPOD, spalleggiato dal PS, questa mossa non è piaciuta. Da qui il lancio del referendum che ha raccolto 8.727 firme che porteranno i ticinesi alle urne. Il risparmio teorico ammonta a 256.000 franchi, ma il Legislativo aveva chiesto, come misura compensativa, l’assegnazione di un segretario giurista. La campagna su questo tema è partita in sordina, messa in ombra dai referendum sulla riorganizzazione nella socialità in Ticino, ma nelle ultime settimane ha preso quota. Il Corriere del Ticino, per capire le motivazioni di favorevoli e contrari, propone un duello tra il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e l’avvocato (già presidente dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi) Edy Meli.

L’INTERVISTA – Norman Gobbi
«Una scelta di efficacia ed efficienza»

Perché ritiene razionale e indolore tagliare un’unità dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi?

«Semplicemente perché, tenuto conto del carico di lavoro, una diversa organizzazione dell’esecuzione dei compiti all’interno dell’ufficio lo permette. Due fatti ne sono la miglior dimostrazione: 1) L’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi opera già dal mese di giugno 2016 con 3 giudici, anziché 4. 2) I dati relativi all’attività del 2016, che quindi contano per 6 mesi tre giudici all’attivo, confermano che è stato possibile assicurare le mansioni di competenza dell’ufficio. I ricorsi all’istanza superiore contro le decisioni del GPC sono infatti stabili rispetto al 2015».

A chi vi rimprovera di aver agito senza considerare l’utilità di questa figura, che è chiamata alla delicata conferma di un arresto, come risponde?

«Il Governo non ha mai messo in dubbio l’utilità di questa figura: si tratta unicamente di valutare l’organizzazione dell’Ufficio giudiziario, in termini di efficienza ed efficacia. Ricordo che a inizio 2016 sul tavolo del Governo c’era un’interrogazione del deputato del PLR Matteo Quadranti volta proprio ad approfondire la possibilità di ridurre l’organico dell’Ufficio alla luce dell’imminente pensionamento di un giudice. Un tema ricorrente, quello della riduzione del numero di giudici, dato che già nel 2010, al momento della creazione dell’Ufficio del giudici dei provvedimenti coercitivi, il Parlamento si era chinato con attenzione sulle reali necessità di organico di magistrati. Già allora si era quindi dibattuto sul numero reale di giudici da attribuire a questa attività».

Ma la decisione di un Giudice dei provvedimenti coercitivi può essere considerata come parte integrante del procedimento giudiziario e penale o è un mero atto amministrativo?

«È indubbio che le decisioni inerenti per esempio le domande di carcerazione, le relative proroghe, la liberazione condizionale siano parti integranti del procedimento giudiziario. Come avviene tuttavia in tutti gli uffici, i funzionari dirigenti possono essere coadiuvati da collaboratori che, se validi, li supportano in maniera importante, sgravandoli da alcune incombenze. Un esempio presso il GPC è quello delle pendenze in materia di applicazione della pena che vengono preparate dal segretario giudiziario e sottoposte per sola verifica al giudice».

L’Ufficio, per effetto di un pensionamento, da otto mesi è dotato di tre unità e non più quattro. Questo è sufficiente per dire che dato che non ci sarebbero problemi oggi non ve ne saranno anche domani?

«Questa è una domanda che vale per tutti i settori dell’Amministrazione cantonale toccati dalla manovra di risanamento. Il Governo intende raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2019, un obiettivo tanto ambizioso quanto necessario per risanare le finanze cantonali. Tutti devono fare la propria parte. Il fatto che l’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi già da otto mesi lavori con 3 giudici senza particolari problemi è un dato oggettivo che ritengo fondamentale per misurare sia gli effetti della misura sia la bontà della stessa. Va da sé, che se in futuro sia per questo Ufficio giudiziario, sia per gli altri uffici dell’Amministrazione, vi sarà un notevole incremento del carico di lavoro, verranno esaminati i correttivi e adottate delle misure appropriate, come quella di aumentare il personale».

Da Palazzo di giustizia non è stato gradito che il taglio nell’ambito della manovra per il risanamento dei conti del Cantone sia stato fatto senza interpellare nessun addetto ai lavori. Come replica?

«Nessun taglio è mai gradito in alcun settore. È comprensibile. In questi mesi, prima e dopo la decisione del Parlamento, i magistrati hanno comunque avuto modo di esprimersi ampiamente in merito. Ripeto: oggi siamo chiamati a migliorare le finanze del nostro Cantone mediante un sforzo collettivo. In quest’ottica, la Magistratura ticinese è stata toccata solo marginalmente, visto che questa, come detto, è l’unica misura che la riguarda. Noto difatti che la richiesta di riduzione di 3 collaboratori al 100% sugli oltre 300 attivi in Magistratura, formulata dal Consiglio di Stato nel 2015, ha trovato poco riscontro, ovvero solamente 0,7 unità».

Quando si parla di giustizia e politica si sottolinea la separazione dei poteri. Questo significa che ciascuno può agire come meglio crede senza interpellare l’altro?

«La separazione dei poteri è un caposaldo del nostro sistema democratico e non deve essere strumentalizzata come purtroppo avviene di frequente. Il Governo ha proposto questa misura al Parlamento, che l’ha approvata dopo aver incontrato ancora le parti interessate. Ogni potere ha le sue competenze e ogni potere limita l’altro. Il dialogo tra Potere esecutivo e Potere giudiziario è essenziale, dato che la Magistratura non è ad esempio ancora autonoma dal punto di vista finanziario. In ogni caso, ritengo che i rapporti oggi siano buoni, grazie anche alla Divisione della giustizia che funge da punto di contatto fondamentale tra i due poteri».

(Articolo di Gianni Righinetti – www.cdt.ch)

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