Riconoscenza ai caduti per l’impegno a tutela della libertà e della sicurezza del nostro Paese

Riconoscenza ai caduti per l’impegno a tutela della libertà e della sicurezza del nostro Paese

Il 28 luglio 1914 fu l’inizio formale delle vicende belliche che devastarono l’Europa d’inizio XX secolo; vicende che fanno seguito ai fatti di Sarajevo di circa un mese prima, dove un nazionalista bosniaco assassinò l’erede al trono degli Asburgo Francesco Ferdinando e la sua consorte. I successivi eventi trascinarono il Continente europeo in quella che poi fu chiamata “Prima Guerra mondiale”. 

È l’aspetto dell’essere per la prima volta chiamata “mondiale”, che ci ricorda come il Mondo del 1914 era già abbastanza globale e quindi ogni disequilibrio locale o nei territori coloniali, aveva effetti sull’intero equilibrio del Globo. Una parte del mondo, in particolare la borghesia delle grandi città già globalizzate, si risvegliò dalla “sbornia culturale ed economica” della Belle Époque, dopo quasi quarant’anni dall’ultimo conflitto franco-prussiano. 

La Prima Guerra mondiale fu per la prima volta combattuta su vari fronti. La Triplice Alleanza, formata dagli Imperi Tedesco e Austroungarico e dal Regno d’Italia, con il supporto dell’Impero Ottomano, portò il conflitto dal fronte occidentale al fronte orientale e sud-orientale, dalle Ardenne al Caucaso e all’Africa, dal fiume Don al Canale di Suez. Eventi bellici che ebbero effetti sull’intero Novecento e con conseguenze non sempre attese.

Nei conflitti sul fronte orientale l’attacco degli Ottomani all’Impero Russo, pianificato dal generale e uomo politico Ismail Enver, noto anche come Ismail Pascià, venne perso dai Turchi con la distruzione di un’intera armata alle pendici del Caucaso; una disfatta militare che doveva trovare un capro espiatorio, che venne visto nella popolazione non musulmana degli Armeni cristiani. Il genocidio degli Armeni, eliminati e deportati verso il deserto siriano, ha quindi origine nel Primo conflitto mondiale e costò la vita a un milione di esseri umani.

Altri eventi videro coloro, che poi divennero i grandi vincitori del Secondo conflitto mondiale, perdere le loro funzioni. Il giovane Primo Lord dell’Ammiragliato, Winston Churchill, fu l’ideatore e il sostenitore dell’attacco anglo-francese ai Dardanelli per assicurarsi il controllo di Costantinopoli e il passaggio al Mar Nero e ai porti russi dell’Alleanza occidentale. Un attacco che finì miseramente sotto i colpi dei cannoni turchi e costò il posto al giovane ministro della Marina militare.

Sul fronte occidentale invece si vissero attacchi ordinati senza senso, poiché figli di strategie vecchie e non adeguati anche rispetto all’evoluzione della tecnologia bellica. Si finì quindi nella guerra statica, ossia la guerra di trincea, che costò milioni di vite sotto i colpi delle mitragliatrici, dei colpi di cannone del gas nervino e dei lanciafiamme. Nelle trincee lungo il fronte occidentale, inerpicati sulle trincee d’alta montagna sul fronte italo-austriaco. Infatti, il 23 maggio 1915 il Regno d’Italia, sin qui unito alla Triplice Alleanza, scelse di scendere al fianco di Inglesi e Francesi. Il motivo di questo cambiamento di fronte furono le promesse degli Alleati occidentali di riconoscere le terre irredente di Trento e Trieste, ancora sotto il dominio Austroungarico.

E da questo scorcio volutamente breve, che serve a contestualizzare il quadro generale, passiamo alla nostra realtà locale.

Il Ticino di cent’anni fa non era né globalizzato né figlio della Belle Époque economica, poiché oltre il 60% della popolazione era ancora attivo nell’agricoltura e l’emigrazione dal Ticino non era ancora cessata. Era però un Ticino che non aveva ancora metabolizzato l’apertura della Gotthardbahn, con l’arrivo da nord di funzionari e imprenditori svizzero-tedeschi e da sud di manodopera italiana nel settore della costruzione. Il Ticino di cent’anni fa ospitava già circa 44mila immigrati italiani, la maggior parte di loro impiegati nella costruzione e nell’edilizia; lo scoppio della Prima Guerra e l’interventismo italiano mosse molto gli animi degli italiani residenti in Ticino, tanto che molti di loro si arruolarono e vennero perfino seguiti da alcuni ticinesi. L’arrivo dei confederati di fine Ottocento venne vissuto male, poiché non vi era la volontà di integrarsi da parte loro; lo testimoniano le scuole in lingua tedesca, peraltro pure sostenute da alcune regie federali, e alcune società sportive dai nomi tedeschi e con sport tipicamente d’Oltregottardo, come la lotta svizzera.

Questa situazione spinse alcuni intellettuali e artisti ticinesi ad opporsi alla tedeschizzazione del Ticino, attraverso la creazione di società a difesa dell’italianità (come la Dante Alighieri o L’Adula), che però venivano intese come “cavalli di Troia dell’irredentismo italiano”. Le incomprensioni politiche tra Ticino e Confederazione non si erano affievolite, e la malcelata diffidenza bernese non giovava certo allo spirito patriottico dei Ticinesi, benché con l’arrivo del conservatore Giuseppe Motta in Consiglio federale nel 1911 le cose sembravano migliorare. A fianco di queste tensioni culturali e politiche, il 1914 fu pure l’anno nero del giovane settore bancario ticinese, con il fallimento di molti istituti locali, tra cui la prima banca cantonale. Un dissesto finanziario fortemente influenzato anche dalla Prima Guerra mondiale, visto che molti istituti di credito avevo esposizioni bancarie in Italia.

Tra risparmi persi e identità perduta, il Ticino scoprì quello che il compianto Silvano Gilardoni nel 1971 definì “nazionalismo cantonale”. Il compianto direttore dell’Archivio di Stato del Cantone Ticino e professore Raffaello Ceschi, a riguardo scrisse:

“Significativa è a questo proposito la carriera di Francesco Chiesa: prima critico acerbo del meschino ambiente provinciale ticinese, difensore in seguito dell’italianità, si avvicina verso il 1913 all’elvetismo, per poi passare alla scoperta del «genio artistico ticinese», in cui riconosce l’originale identità del suo popolo. Mentre Francesco Chiesa diffondeva il mito del popolo d’artisti, negli studi storici Eligio Pometta, influenzato dalle ricerche di Karl Meyer (Blenio und Leventina von Barbarossa bis Heinrich VII. era uscito nel 1911) e forzando certe interpretazioni dello storico confederato, procedeva alla rivalutazione della storia delle terre ticinesi e vi ritrovava un precoce amore per la libertà e virtù guerriere: il vento di libertà sarebbe spirato, nel Medioevo, da sud a nord, il patto di Torre precedeva di un secolo quello del 1291.
In questo spirito di libertà e nel genio artistico si identificavano ora i caratteri originali della stirpe ticinese. L’italianità del Ticino era dunque vista da costoro come un’autoctona italianità regionale e «comacina», di remota origine; ciò che dispensava, tra l’altro, di richiamarsi direttamente alla realtà dell’Italia unita contemporanea, come invece facevano gli aduliani, e consentiva pure di liberarsi dal senso di inferiorità nei confronti della stirpe tedesca e della colonia che nel Ticino la rappresentava, facendo valere con fierezza i ritrovati antichi titoli di nobiltà. Giustamente l’autore (Silvano Gilardoni, ndr) nota che tale concezione trovava «un terreno estremamente ricettivo» nello spirito autonomistico della popolazione ticinese.”

Il Ticino venne preservato dagli scontri della Prima Guerra mondiale, benché alcuni suoi figli perirono durante il Servizio attivo. Un periodo bellico che alcuni storici indicano oggi come la “guerra dei Trent’anni del XX secolo”, poiché il 1. settembre di 25 anni dopo scoppiò la Seconda Guerra mondiale.

Oggi l’autorità cantonale non intende celebrare l’inizio di una guerra, ma offrire un momento di riflessione sul nostro piccolo triangolo di terra, inserito in dinamiche sempre più globali ed interconnesse, che ovviamente hanno un influsso sulla nostra realtà ticinese. Nel 1914 un evento accorso a meno di ottocento chilometri da Bellinzona ebbe influsso sulla vita di milioni di persone, poiché ciò che non fece la trincea e i bombardamenti, fu terminato dalla “spagnola” portata dai soldati statunitensi giunti in Francia per combattere le truppe guglielmine. In questi giorni, alla stessa distanza migliaia di persone cercano di fuggire dai loro conflitti verso il nostro Continente; a tre volte la distanza del 1914, più eventi bellici si svolgono: dal conflitto israelo-palestinese, alle guerre civili libica, siriana e irachena, per avvicinarci al conflitto nell’Ucraina orientale. Secondo alcuni analisti militari, il Mondo non ha mai conosciuto così tanti conflitti bellici come in questi anni, che qualcuno ritiene ancora pacifici e tranquilli, poiché la risonanza mediatica o meglio il silenzio mediatico lo fa credere. Conflitti la cui atrocità non si arresta, con molti civili morti e migliaia di profughi. 

In questo, anche in qualità di Consigliere di Stato responsabile, leggo la necessità per un Paese come il nostro di rimanere dotati di un Esercito performante e popolare. Da un lato avere un Esercito di milizia consente ai cittadini di controllare questo centrale strumento di sicurezza, d’altro lato l’essere performante permette con celerità e le adeguate risorse di rispondere a sfide sempre più complesse e improvvise. 

Un Esercito quindi formato da cittadini, che siamo qui a commemorare per il loro impegno e sacrificio per la libertà e la sicurezza di questo Paese. Un impegno e un sacrificio che per alcuni di loro significò perdere la vita durante il Servizio attivo della Prima e della Seconda guerra mondiale. A testimonianza di questo impegno e del più alto sacrificio, ci ritroviamo oggi d’innanzi al trittico monumento di Apollonio Pessina, che riporta i nomi dei cittadini ticinesi morti durante il Servizio attivo delle due Guerre. A loro vada il nostro più grato pensiero e ricordo per quanto fatto con i loro commilitoni: aver salvaguardato la nostra Libertà e la nostra Sicurezza.

E come Francesco Chiesa, stretto nel dualismo tra l’aspetto culturale-territoriale e l’elvetismo, quest’oggi ricordando i nostri caduti e commemorando l’inizio del Primo conflitto mondiale, ribadiamo il nostro essere Ticinesi, Liberi e Svizzeri.

Vi ringrazio dell’attenzione.

 

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi
in occasione della Cerimonia commemorativa dei 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra mondiale
28 luglio 2014

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