Si vota su curatele e legge tutoria

Si vota su curatele e legge tutoria

Il Consigliere di Stato cerca di fare un po’ più luce sul complesso referendum sul quale si voterà il prossimo 3 marzo.

Cooperazione: Quale è il senso di questo cambiamento legislativo voluto dal legislatore federale?
Norman Gobbi:
Innanzitutto un miglior accompagnamento non soltanto da parte delle Autorità regionali di protezione, ma anche da figure specialistiche nell’ambito delle misure di protezione, per anziani non più autonomi e giovani minorenni o giovani adulti non più in grado di gestirsi autonomamente.

Un aspetto della riforma che ha diviso la Commissione della legislazione è il passaggio dal modello amministrativo al modello giudiziario.
Il Canton Ticino aveva avviato una riflessione nel merito già all’inizio del 2008. Furono elaborati alcuni scenari, tra cui appunto la creazione di un sistema giudiziario per adempiere ai nuovi dettami del diritto federale. Visto che in Ticino il settore delle tutele e curatele era già stato riorganizzato in modo incisivo nel 2001 (non più a livello comunale ma regionale), il Governo ha pensato di proporre una via mediana, in cui venivano confermate le nuove Autorità regionali di protezione, che riprendevano i compiti, ampliati, delle precedenti Commissioni tutorie regionali, per un periodo transitorio, in vista dell’istituzione appunto di un sistema giudiziario, entro il 2018, con la costituzione del tribunale di famiglia.

Su questo punto, ci sono state pressioni per anticipare l’entrata in funzione di questi tribunali di famiglia, per esempio da parte dell’Associazione genitori non affidatari.
Il Parlamento, con mio gran compiacimento, ha condiviso questa impostazione, decidendo comunque che il Governo dovrà elaborare proposte concrete già entro la fine del 2014, proprio per passare dal modello amministrativo a un modello giudiziario multidisciplinare al più tardi nel 2016.

Quali sono i compiti che competono ai tribunali di famiglia?
Premesso, a scanso di equivoci, che la costitu­zione del tribunale di famiglia risulta essere un’ipotesi di lavoro del Governo, non ancora avallata da parte del Parlamento, questo tribunale disporrà della competenza decisionale in relazione a tutte le tematiche di natura familiare, comprese quelle dei divorzi e di filiazione.

È un problema molto sentito dalle associazioni delle famiglie monoparentali o dei genitori non affidatari…
Sì, perché spesso, di fronte a una decisione di tipo amministrativo da parte di un’autorità regionale di protezione, che affida i figli all’altro genitore, si sentono vittime di un torto. E ci rendiamo conto che è la società a sollecitare sempre più spesso decisioni davanti a giudici e a tribunali. È un approccio conflittuale dei problemi che va vieppiù sostituendo la soluzione negoziata e condivisa sulla base di accordi bonali.

Più che la spaccatura in seno alla Commissione della legislazione, a scatenare il referendum dei 68 comuni è stato l’emendamento delle cinque deputate. Un fronte trasversale compatto e convinto.
Sì, un emendamento approvato a larga maggioranza che impone la professionalizzazione del ruolo dei presidenti delle Autorità regionali di protezione (sino alla fine del 2012, Commissioni tutorie regionali) con un impiego minimo dell’80 percento. E questo proprio per garantire una continuità di copertura del territorio da parte dell’autorità regionale. La professionalizzazione permette anche di evitare quelle situazioni di conflitto potenziale che inevitabilmente presenta un territorio ristretto (dove molti sono imparentati tra loro), ma evita pure che il presidente poi assuma un mandato legale in contrasto con la sua funzione.

Il Consiglio di Stato non era d’accordo con la professionalizzazione, ma ha fatto buon viso…
Infatti per il Governo era una soluzione non ottimale, ma alla fine ha comunque dato la propria adesione, perché si trattava di mettere in vigore la nuova legge entro il 1° gennaio 2013. Non c’era più molto tempo. E tornare in Parlamento con un nuovo messaggio significava correre il rischio concreto di creare un vuoto giuridico.

Ai comuni proprio non va giù la professionalizzazione del presidente; e nemmeno l’inevitabile riduzione del numero delle  autorità regionali di protezione…
Con il loro emendamento, queste deputate hanno sollevato un argomento che è riuscito a trovare un’ampia adesione in Parlamento. Anche il Governo, e prima ancora il dipartimento che dirigo, ne aveva già valutato e discusso i pro e i contro. Ma l’abbiamo escluso dal progetto di modifica in questa fase transitoria perché non abbiamo ritenuto opportuno mettere in atto un’organizzazione che tra qualche anno dobbiamo di nuovo cambiare, in vista del passaggio al modello giudiziario. Avremmo dovuto creare delle figure professionali che fra tre-quattro anni non ci saranno più. Una situazione spiacevole per chi assume quella carica, abbandonando la propria attività di libero professionista, di avvocato o giurista, per dedicarsi quasi a tempo pieno alla presidenza di un’autorità di protezione.

Nel motivare il loro referendum, i comuni parlano di maggiori costi ed evi­den­ti difficoltà di applicazione. Non è una difesa di posizioni acquisite, visto che in quelle commissioni siedono diversi sindaci, municipali e segretari comunali?
Quando ho presentato il progetto di modifica ai presidenti delle Commissioni tutorie regionali prima di portarlo in Governo, ho ricordato come il diritto tutorio, specie l’ambito della protezione dei minori, sia un tema molto sentito che ha radici profonde. E ho ricordato che la rivolta della Leventina partì da una decisione del governo urano di sottrarre questo diritto tutorio ai Leventinesi. Ancora oggi tale radicamento è molto vivo, tant’è che molti sindaci, municipali e segretari comunali sentono questa vicinanza come una responsabilità sociale verso il territorio e la popolazione. Spesso il sindaco di un comune sede di un’autorità regionale ricopre anche la carica di presidente.

Tra i comuni favorevoli alla modifica c’è Lugano. Che da tempo ha già professionalizzato la propria autorità regionale…
Qui è una questione di massa critica. Se guardiamo però al Sopraceneri, dove si prospetta una fusione tra le autorità di protezione di Bellinzona e di Giubiasco, si arriva a un impiego del 50 percento al massimo, per una regione di 50mila abitanti… Questo dimostra come sarà difficile garantire delle presidenze all’80 percento in tutte le regioni, anche aggregando le vecchie commissioni tutorie regionali. Quindi, la decisione del Parlamento di porre un’asticella fissa all’80 percento per tutti i presidenti delle autorità regionali di protezione diventa problematica.

E abbassare l’asticella, sarebbe possibile?
Qualora il popolo ticinese dovesse votare a favore della modifica di legge, quindi bocciando il referendum il prossimo 3 marzo, si potrebbe ipotizzare di abbassare l’asticella, proprio per rispondere alla diversità del nostro territorio. La professionalizzazione sarebbe salvaguardata, ma non imposta con un tasso d’occupazione superiore alle reali necessità.


I referendum –  Tutele e curatele

Il 26 settembre, il Parlamento ticinese approva a larga maggioranza (56 sì, 13 no, 5 astenuti) la modifica della Legge sull’or­ga­nizzazione e la procedura in materia di tutele e curatele. Obiettivo: rafforzare e promuovere l’autodeterminazione della persona; rafforzare la solidarietà familiare nel caso di perdita temporanea o durevole della capacità di discernimento. Al progetto governativo si oppongono due rapporti: uno è per lo status quo; l’altro spinge per una riorganizzazione delle autorità regionali di protezione (di tipo amministrativo) in autorità giudiziarie. La sorpresa è però l’emen­damento di 5 deputate di tutti i partiti, che impone un presidente professionista occupato all’80%. Proposta indigesta a 68 comuni, che lanciano un referendum.

http://www.cooperazione.ch/index.cfm?id=47838

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