Spazi adeguati, non cattedrali

Spazi adeguati, non cattedrali

Da LaRegione del 7 giugno 2016, un articolo a cura di Andrea Manna

All’apertura dell’anno giudiziario il neopresidente del Tribunale d’appello affronta il problema logistica

La giustizia ticinese «non ha bisogno di fastose cattedrali dove celebrare i propri riti processuali». E «non è per forza nei tribunali più belli e lussuosi che vengono pronunciate le migliori sentenze, anzi». La nostra magistratura chiede solo «che la macchina della giustizia possa operare nelle migliori condizioni possibili, fruendo degli spazi che le sono necessari per poter offrire ai cittadini il servizio che legittimamente si attendono da questo importante apparato dello Stato». Alla cerimonia di apertura dell’anno giudiziario 2016-2017, ieri a Lugano, il nuovo presidente del Tribunale d’appello (TdA) Matteo Cassina affronta un problema che si trascina irrisolto da (troppo) tempo: quello della logistica. Un problema, sottolinea il giudice, «reale e serio» dell’organizzazione giudiziaria cantonale, come rilevato «anche dal Consiglio della magistratura nel suo rendiconto 2015». In alcuni edifici pubblici in cui operano le toghe, ricorda Cassina, occorrono grossi interventi «di rinnovamento». È che la manovra di rientro da 185 milioni confezionata di recente dal Consiglio di Stato per risanare le casse cantonali non consente ampi margini di manovra. Il responsabile del TdA ne è consapevole e allora «mi chiedo se non sia meglio porsi degli obiettivi magari meno ambiziosi dal profilo finanziario, ma realizzabili in tempi rapidi». Ciò per uscire, sul fronte della logistica, da una lunga «situazione di stallo che tende inevitabilmente a peggiorare sempre di più». Sull’argomento interviene anche il capo del Dipartimento istituzioni: i risparmi prospettati interessano pure la magistratura (basti pensare alla misura che prevede la riduzione, da quattro a tre, del numero dei giudici dei provvedimenti coercitivi), tuttavia, assicura Norman Gobbi , «gli investimenti logistici nel settore della giustizia sono stati mantenuti». Pertanto «continuano la progettazione per la sistemazione a Bellinzona del Pretorio, quella del Palazzo di giustizia a Lugano e le discussioni per concretizzare l’acquisto di un immobile, sempre a Lugano, da destinare al Tribunale d’appello, oltre alla ristrutturazione, contenuta, del carcere penale della Stampa». Parole, quelle del ministro, che lasciano ben sperare, dice Cassina. Dalle parole si tratta ora di passare ai fatti.

Procedura d’elezione, chiarezza
Nella sua relazione il neopresidente del TdA e giudice del Tribunale amministrativo si sofferma anche su ‘Giustizia 2018’, la riforma voluta da Gobbi per rendere l’organizzazione giudiziaria ticinese “più efficace ed efficiente”. E al riguardo Cassina teme un allungamento dei tempi. In particolare quando ci si dovrà occupare di argomenti «di peso» contemplati dal progetto: per esempio «l’eventuale scorporo del Tribunale penale cantonale dal Tribunale d’appello» o «la riorganizzazione dell’intero Tribunale d’appello». Questi e altri gli argomenti di peso della riforma nei quali «entrano in gioco fattori non soltanto tecnico-giuridici, ma pure di carattere politico e finanziario, che non rendono certo agevoli e immediate le scelte che il legislatore è chiamato a fare». Cassina ha accennato anche a un’altra questione annosa (non c’è solo la logistica): la procedura di elezione dei magistrati. Un anno fa il Gran Consiglio ha dato vita a una commissione interna perché esamini una serie di atti parlamentari e se del caso modifichi in parte oppure radicalmente il vigente sistema di nomina di giudici e procuratori pubblici. «Colgo l’occasione – afferma Cassina – per chiedere alla politica di fare chiarezza per tempo, definendo con il dovuto anticipo la procedura che dovrà essere seguita in occasione del prossimo rinnovo generale (nel 2018, ndr) dei mandati di nomina dei giudici d’Appello, sempre ammesso, naturalmente, che si voglia veramente cambiare qualche cosa».

IL CONSIGLIERE DI STATO
La riforma, il tavolo di discussione e la valutazione dei magistrati

«Rendere la giustizia efficace attraverso un reale recupero di efficienza deve costituire un obiettivo ambizioso di lunga durata». Un obiettivo «che deve caratterizzare le istituzioni in generale, anche in funzione di una politica di crescita e di sviluppo in un periodo, come quello attuale, di cambiamenti»: questo «per garantire al cittadino la qualità del servizio a costi adeguati». Ecco il senso, secondo Norman Gobbi , della riforma Giustizia 2018. Il cantiere procede. Ancora questo mese il governo dovrebbe varare il messaggio sulla riorganizzazione delle giudicature di pace. Nel corso dell’estate, fa inoltre sapere il capo del Dipartimento istituzioni parlando alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2016-2017, «il gruppo di lavoro (di Giustizia 2018, ndr) che si è occupato della revisione della Legge sugli onorari dei magistrati dovrebbe consegnare il proprio rapporto». Non solo. Sempre «nel corso dell’estate» la Divisione giustizia «affronterà i progetti di riorganizzazione del Ministero pubblico e del Tribunale d’appello, traendo spunto dai relativi rapporti elaborati dai gruppi di lavoro». C’è di più. «Seguendo l’esempio di altri Cantoni, intendo istituire ad autunno – continua il ministro – un tavolo di discussione tra il Dipartimento e i rappresentanti della magistratura». Un tavolo di discussione sui temi della giustizia all’insegna del «dialogo» e della «collaborazione», sia pur «nella fisiologica dialettica delle rispettive posizioni».

Centodiciotto magistrati e poco più di 46mila incarti evasi nel 2015. «La valutazione dell’efficienza non può però fondarsi unicamente su schematiche cifre lusinghiere», ritiene Gobbi. Per il consigliere di Stato, vanno approfonditi «ulteriori indicatori per analizzare l’operato delle autorità giudiziarie: mi riferisco in particolare alla durata delle procedure e alla ‘stabilità’ delle decisioni, con riguardo sia alla percentuale delle sentenze impugnate rispetto a quelle emesse, sia alla percentuale dei casi di conferma della decisione nel successivo grado di giudizio». Quest’ultimo «è, secondo me, un criterio di valutazione rilevante, poiché atto a esprimere la capacità di incidere in modo rapido e definitivo sul ripristino della situazione violata per cui il cittadino ha chiesto l’intervento del magistrato». Da qui l’invito di Gobbi al «Consiglio della magistratura» perché «ponga particolare attenzione a questo mio auspicio, così da poter avere una visione più accurata dello stato di salute della giustizia ticinese».

MAURO ERMANI
Pratiche in costante aumento, tuttavia si decide in tempi ancora accettabili

Ultimo discorso, ieri al Palacongressi di Lugano, per il giudice Mauro Ermani in veste di presidente del Tribunale d’appello. Tribunale, dice, «che in generale sta bene, nel senso che pur con i noti problemi dovuti al costante aumento del numero delle pratiche, riesce nella sua attuale struttura a rendere giustizia in tempi ancora accettabili e soprattutto con qualità: gli annuali rapporti del Consiglio della magistratura ne sono un tangibile segnale di conforto».

Il Tribunale d’appello «sta tutto sommato bene, cosa che però non mi esime dal segnalare le perenni difficoltà in particolare a livello di organico: alcune Camere appaiono a tutt’oggi sottodotate», tiene a evidenziare Emani. Il quale considera «sicuramente interessante l’idea» del direttore del Dipartimento istituzioni, quella cioè dei “trasferimenti interni temporanei per ridurre le pendenze” (Gobbi: “È il cosiddetto sistema del pool dei cancellieri o dei giudici”). Il che, osserva Ermani, «presuppone evidentemente che questi collaboratori facciano parte di un’unica autorità giudiziaria».

Nella sua relazione Ermani ricorda fra l’altro l’avvenuta entrata in vigore «dei nuovi regolamenti sull’avvocatura e sul notariato e sugli esami per il conferimento del relativo attestato». Al riguardo sottolinea il «sempre più esiguo numero di avvocati che intendono accedere al notariato: basti pensare che all’ultima sessione di esami scritti si è annunciato un solo candidato». Le ragioni? «L’unica che mi sembra plausibile è legata ai profondi cambiamenti che hanno interessato la professione di notaio, diventata fra l’altro estremamente complicata». Il ruolo di vigilanza del Tribunale d’appello «è rimasto tale e assume un maggior rilievo proprio per la sempre maggiore complessità della funzione di notaio».

Presidente del Tribunale penale cantonale e negli ultimi due anni anche del Tribunale di appello: un biennio, quello di Ermani, caratterizzato pure dai lavori concernenti il dossier Giustizia 2018, volto, negli intendimenti della direzione del Dipartimento istituzioni, ad ammodernare l’organizzazione giudiziaria ticinese. «In questi due anni la collaborazione con il Dipartimento è stata certamente buona – sostiene il giudice Ermani –. Auspico solo che eventuali riforme siano il frutto di un’analisi finalizzata a individuare i problemi e di obiettivi tesi – unicamente – al miglioramento della giustizia».

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