Tutele, lettera a enti e autorità

Tutele, lettera a enti e autorità

Un articolo a cura di Andrea Manna apparso su La Regione di sabato 2 dicembre 2017

Protezione del minore e dell’adulto, il Cantone scrive a Municipi, pretori e associazioni sulla cantonalizzazione del settore – Frida Andreotti: «Mantenere il modello amministrativo è la soluzione più condivisa».

L’elenco dei destinatari è lungo. Tra questi i Municipi, le Autorità regionali di protezione, i pretori e i pretori aggiunti, la Camera di protezione del Tribunale d’Appello, l’Associazione dei curatori e tutori della Svizzera italiana, l’Associazione curatori Ticino nonché l’Associazione genitori non affidatari. Fra giovedì e ieri la Divisione della giustizia del Dipartimento istituzioni ha scritto agli enti e agli uffici giudiziari attivi in Ticino nel campo della protezione del minore e dell’adulto per informarli dei nuovi piani decisi la settimana scorsa dal Consiglio di Stato per quanto riguarda la riorganizzazione del settore delle tutele e delle curatele. Ovvero l’abbandono del prospettato modello giudiziario, con le Preture competenti dell’applicazione delle disposizioni in materia di protezione, e il mantenimento di quello amministrativo, con però la “cantonalizzazione” del settore “all’interno dei servizi dell’Amministrazione”. Un’impostazione dunque diversa da quella indicata dal governo nel messaggio varato nel dicembre di tre anni fa. Presentando i due modelli, l’Esecutivo aveva allora aderito alla proposta del Gran Consiglio, cioè il passaggio al modello giudiziario. Che si sarebbe dovuto concretizzare, nelle intenzioni del Consiglio di Stato, il 1° giugno 2018. Si sarebbe dovuto concretizzare, appunto, perché nel frattempo gli approfondimenti della sottocommissione parlamentare della Legislazione (sottocommissione coordinata dalla leghista Amanda Rückert) e quelli successivi della Divisione della giustizia hanno fatto ritenere preferibile il sistema amministrativo. Apportandovi tuttavia dei correttivi. In ogni caso “il mantenimento del modello amministrativo con ‘cantonalizzazione’ del settore, risulta la soluzione meno invasiva rispetto alla variante giudiziaria e maggiormente condivisa”, annota la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti nella lettera indirizzata ai Municipi.

Prime idee. Da approfondire

Come anticipato dalla stessa funzionaria dirigente mercoledì 22 novembre (giorno in cui il governo ha adottato la nuova impostazione) intervenendo all’assemblea dell’Act, l’Associazione dei Comuni ticinesi, la Divisione giustizia ha ipotizzato la seguente ‘cantonalizzazione’ del settore tutele e curatele. Ossia: istituzione in seno alla Divisione di una Sezione ad hoc dalla quale dipenderebbero, magari con un’altra denominazione, le Autorità regionali di protezione (Arp), riducendone tuttavia il numero ma con una loro “equa distribuzione” sul territorio. E poi: “Assunzione da parte del Cantone dei collaboratori comunali oggi attivi nelle Arp tramite concorso pubblico (circa 70/80 persone); in linea di principio e previo accordo dei Comuni, ripresa in locazione da parte del Cantone degli spazi logistici (ora sono sedici le sedi delle Arp), se conformi agli standard cantonali”. Idee. Queste e altre le ipotesi che, come evidenzia Andreotti nelle lettere trasmesse in questi giorni per posta elettronica, verranno esaminate da “un apposito gruppo di progetto”. Il quale sarà incaricato “di approfondire le conseguenze della ‘cantonalizzazione’ a livello finanziario, logistico, informatico” e dal profilo delle “risorse umane”, coinvolgendo “i Comuni”. Prossimamente, indica Andreotti, il Consiglio di Stato licenzierà un messaggio con la richiesta al parlamento di prorogare “al 31 maggio 2020 il termine di decadenza delle Arp”. Proroga necessaria, afferma la responsabile della Divisione giustizia, “per poter presentare al Gran Consiglio una proposta dettagliata circa la riorganizzazione del settore secondo le nuove modalità definite dall’Esecutivo”. Tutti gli attori interessati saranno “puntualmente” e “regolarmente” informati dalla Divisione “sui prossimi passi che verranno intrapresi così come sull’evoluzione della riorganizzazione”. Una riorganizzazione, sottolinea Andreotti, “volta a specializzare un settore delicato e sensibile, chiamato a prendere decisioni che incidono direttamente, e anche pesantemente, sui diritti fondamentali delle persone”.

Terza Giornata cantonale sull’indebitamento eccessivo

Terza Giornata cantonale sull’indebitamento eccessivo

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Terza Giornata cantonale sull’indebitamento eccessivo |

Gentili signore,
Egregi signori,

vi saluto in nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per l’invito a partecipare a questa Giornata cantonale sull’indebitamento eccessivo.

Il tema al quale viene dedicata questa giornata, e che viene affrontato nel Piano cantonale di prevenzione “Il franco in tasca”, è di grande rilevanza per lo Stato. Questo poiché il benessere economico di ogni individuo è parte fondamentale della salute di un Cantone e di una nazione. L’indebitamento eccessivo è quindi una preoccupazione non solo individuale, ma anche sociale, che coinvolge pubblico e privato.

L’indebitamento eccessivo è un problema che tocca da vicino lo Stato, poiché colpisce in maniera prioritaria le finanze pubbliche. Sono infatti le imposte – siano esse comunali, cantonali o federali – ad essere messe da parte, per prime, quando le fatture iniziano ad accumularsi sulla scrivania. Una fragilità finanziaria che crea quindi un importante costo sociale che non può essere trascurato e che deve rientrare nelle responsabilità dello Stato verso i propri cittadini.

Parliamo purtroppo di una situazione che potrebbe – potenzialmente – presentarsi a tutti noi. In Ticino questo problema assume una certa rilevanza, poiché tocca il 7,5% della popolazione, ovvero quasi 24mila persone. Un dato che è nella media europea, ma che ci fa classificare sotto paesi come Francia (7,2%), Italia (5,8%) e Spagna (3,1%). L’indebitamento eccessivo ci tocca in momenti delicati della nostra vita, nei quali rischiamo di perdere di vista il nostro budget e di farci sommergere dai debiti: quando si va a vivere per la prima volta da soli, quando ci si separa, si perde il lavoro, ci si ammala o si raggiunge la pensione con una contrazione delle entrate. Proprio in queste circostanze, già di per sé difficili, s’insinua una criticità in più che potrebbe essere quella di dover fare i conti con un cambiamento nelle proprie finanze, e quindi al rischio di una gestione inappropriata delle spese rispetto a una differente disponibilità finanziaria.

Se a questo si aggiungono certe seducenti offerte di credito, che sembrano fin troppo facili da ottenere, ecco che le criticità aumentano. Non possiamo negare che ci sia una sempre maggiore pressione sociale che può portare a riflettere di meno su certi acquisti, cedendo al fascino della pubblicità, rincorrendo sempre nuovi “bisogni”. Tutto questo, perdendo di vista la responsabilità nelle proprie scelte.

A tre anni dall’inizio del progetto di prevenzione “Il franco in tasca” possiamo affermare che questo piano ha portato alla maggior conoscenza tra i professionisti del settore, nell’opinione pubblica e tra le persone potenzialmente a rischio. Attraverso misure di formazione, prevenzione e intervento è stato possibile porre i presupposti per costruire una rete con i vari attori di quest’ambito.

Quando si è confrontati con la vergogna da parte degli individui nel presentarsi come bisognosi d’aiuto, ecco che la presa a carico è un processo molto delicato ma necessario. È importante avvicinarsi in modo discreto così da permettere a tutti i cittadini di conoscere i servizi offerti, tenendo conto di come sia importante aumentare la consapevolezza verso questa problematica.

Sono sicuro che abbiamo imboccato la giusta strada. È importante che vi sia una rete il più capillare possibile sul territorio che agisca nella prevenzione dell’indebitamento, tramite l’intervento pubblico ma anche con l’aiuto del privato, attraverso la formazione e la conoscenza, nell’aiuto all’individuo, per il bene della comunità.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Il federalismo svizzero: la ricetta per una democrazia sana, al servizio dei cittadini

Il federalismo svizzero: la ricetta per una democrazia sana, al servizio dei cittadini

Dal Mattino della domenica |

Qualche settimana fa ho preso parte alla conferenza nazionale di Montreux sul federalismo, portando la voce e la visione del Ticino in una Svizzera che ha sempre più bisogno di valorizzare i suoi Cantoni. Perché la centralizzazione delle competenze a Berna sta pericolosamente progredendo. Un orientamento che stride con la necessità di contare su un federalismo tonico nei suoi tre livelli istituzionali, che è da sempre la ricetta del nostro benessere. È possibile invertire questa tendenza solo se al livello più basso ci si trova confrontati con Istituzioni in grado di adempiere ai propri compiti. Proprio per questo motivo ritengo sia fondamentale non stancarsi di parlare di federalismo, perché ci porta a riflettere sulla sua natura, dove la vicinanza al cittadino è un criterio non solo fondamentale, ma fondante.

Come ho ricordato ai miei colleghi Consiglieri di Stato degli altri Cantoni presenti a Montreux, la vera forza del nostro Paese è sempre stata il suo sistema federalista che insieme al nostro sistema democratico riconosce la centralità del ruolo del nostro Popolo. I cittadini sono infatti al centro del nostro processo decisionale e questa è una peculiarità che ci rende uno Stato forte e coeso – nonostante le diversità tra le diversi regioni che lo compongono che molte altre Nazioni ci invidiano. La nostra forza è proprio la vicinanza tra lo Stato e i suoi cittadini e la capacità delle nostre Istituzioni di affidare i compiti necessari per la gestione della “cosa pubblica” al livello istituzionale più adeguato: sia esso federale, cantonale o comunale. E lasciatemelo dire: sono proprio i Comuni che rappresentano il tassello essenziale alla vita dei cittadini, per questo motivo la salute dei nostri enti locali è un ingrediente vitale per la ricetta di un federalismo solido e moderno, capace di garantire le sacrosante autonomie.

Partendo da questo presupposto è imprescindibile che in Ticino la politica di aggregazione non sia lo scopo, ma uno strumento. È importante che ogni livello istituzionale custodisca la propria autonomia, sinonimo di rispetto delle diversità e salvaguardia delle minoranze. Noi ticinesi ne conosciamo bene l’importanza! In quest’ottica, in questi anni, il Cantone e il mio Dipartimento in primis, hanno continuato convinti lungo la strada delle aggregazioni, così che i nuovi enti locali siano istituzionalmente e finanziariamente solidi. In grado di camminare ben saldi sulle proprie gambe per dirla in modo spiccio. Un esercizio a favore dei cittadini che possono conseguentemente contare su uno standard migliore di servizi e vedersi concretizzare opere importanti. Senza attendere anni, forse invano.

Su questi capisaldi il Governo crede e promuove il Piano cantonale delle aggregazioni. Ho avuto modo di leggere alcune prese di posizione di recente su alcuni dei nostri media. Il tema del PCA – così viene abbreviato il progetto che vuole disegnare il Ticino del futuro – è tornato infatti d’attualità perché è scaduto a fine ottobre il termine dato a Municipi, Associazioni dei Comuni e partiti rappresentati in Parlamento per inoltrare le loro osservazioni alla seconda fase del progetto. Sono quindi in fase di raccolta e analisi i pregi e i difetti emersi in merito alla visione cantonale, e c’è chi ovviamente ha voluto renderli polemicamente pubblici. Fa parte della politica e caratterizza la nostra democrazia, e come Direttore del Dipartimento delle istituzioni mi metto volentieri in gioco, come sempre.

Tengo a ricordare – ancora una volta – che il PCA è una visione e non un’imposizione, come in tanti vorrebbero far credere. Proprio per questo motivo abbiamo promosso una seconda consultazione, per dare voce e permettere a tutti gli attori coinvolti, enti locali in primis, di dire la loro. Il PCA non è una riforma vincolante e non costituisce il destino obbligato degli enti locali ticinesi. E proprio nel rispetto del nostro federalismo, saranno gli abitanti di ciascun Comune a esprimersi sulle aggregazioni che li concerneranno. Ed è giusto che sia così.

Ma prima di strada da percorrere ne abbiamo ancora. Una volta che avremo raccolto tutte le opinioni sulla proposta del Governo – qualcuno ha chiesto una proroga – elaboreremo i risultati e all’inizio del prossimo anno potremo presentare i risultati di questa seconda opportunità che abbiamo convintamente dato a tutti gli attori per esprimersi sulle proprie realtà locali e regionali.

Coinvolgere, ascoltare e riformare: tre principi per la valorizzazione e l’ammodernamento del federalismo elvetico attraverso il motore della riforma aggregativa in atto nel nostro Cantone. Questo ci permetterà di ottenere un Ticino al passo con i tempi, ma soprattutto istituzioni più vicine alle esigenze dei nostri cittadini.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni incontra gli aspiranti agenti della Scuola cantonale di polizia

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni incontra gli aspiranti agenti della Scuola cantonale di polizia

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha incontrato ieri, nella sala del Gran Consiglio, gli allievi della Scuola cantonale di polizia. I 38 aspiranti agenti hanno iniziato la loro formazione lo scorso 1. marzo, in vista degli esami federali previsti nel febbraio del prossimo anno.

Per i futuri agenti di polizia, l’incontro organizzato a Palazzo delle Orsoline costituisce un’occasione privilegiata – e ormai tradizionale – di confronto con il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, responsabile per la sicurezza in Ticino. Gli aspiranti hanno così colto l’occasione per passare in rassegna, con le loro domande, le principali sfide che hanno visto impegnati il Dipartimento e la Polizia cantonale in questi anni, anche in relazione ai cambiamenti che sta vivendo la nostra società.

Particolare interesse è stato dedicato all’evoluzione che sta vivendo il settore della sicurezza in Ticino; al Consigliere di Stato è stato chiesto ad esempio quali saranno i prossimi sviluppi delle nuove forme di collaborazione tra la Polizia cantonale e i corpi comunali. Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha risposto con piacere a tutte le sollecitazioni e infine rivolto i propri auguri a tutti gli aspiranti della Scuola di polizia, ricordando loro l’importanza del lavoro che svolgeranno quotidianamente a favore del benessere di tutti i cittadini e della prosperità del nostro Cantone.

La Scuola di polizia del V Circondario – questo il nome ufficiale dell’istituto – prevede dodici mesi di formazione, durante i quali gli aspiranti affiancano alla formazione teorica anche alcuni periodi di pratica, con stage nelle polizie comunali e in quella cantonale. Con questa impostazione, il percorso formativo mira a fornire gli strumenti necessari a svolgere i compiti, di crescente complessità, ai quali i futuri agenti saranno confrontati nella loro attività professionale.

Sezione della circolazione: work in progress!

Sezione della circolazione: work in progress!

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi spiega i prossimi passi della ristrutturazione

Quando gli ingranaggi di una macchina sono rotti, o “girano” male, vanno oliati. Lo stesso possiamo pensare per la “macchina dello Stato”. Anche in questo caso laddove è necessario bisogna agire. Ed è quello che un leghista in Governo deve assolutamente impegnarsi a fare: non restare con le mani in mano quando si può migliorare il servizio a un cittadino.

La fanteria dello Stato
È quello che mi sono sempre impegnato a fare, soprattutto da quando ho l’incarico di Consigliere di Stato. Tra le varie rettifiche e “riparazioni”, c’è anche quella per i servizi della Sezione della circolazione. Questa sezione del mio Dipartimento – ma come in fondo tutto il Dipartimento – è al fronte nel rapporto con i cittadini, ed è per questo che il suo funzionamento tocca profondamente la sensibilità di ognuno di noi. Conscio di tutto ciò, ho voluto lavorare su meno burocrazia e su un ammodernamento dei servizi, in un ambito che più che mai sta subendo una forte trasformazione tecnologica.

La riorganizzazione della Sezione
Ma cosa è stato fatto fino ad ora a Camorino? Qualcuno di voi forse se ne sarà già accorto, avendo avuto a che fare con gli uffici della sezione. Quello che è importante ricordare è che siamo “work in progress”, ovvero ci stiamo lavorando, e perciò potreste trovare durante la vostra visita qualche “cantiere”. Vi chiedo di pazientare, poiché tutto funzionerà al meglio quando la ristrutturazione sarà terminata. Nel frattempo, alcune migliorie sono già state messe in atto.

Innanzitutto, gli orari dei principali servizi sono già stati modificati, rendendoli aperti ininterrottamente, quindi anche sul mezzogiorno, permettendo una maggiore flessibilità e libertà. Le sessioni giornaliere di esami teorici sono state riorganizzate, e non è più necessario prendere un appuntamento per parteciparvi. Anche le modalità di collaudo sono in corso di adeguamento per permettere un utilizzo più efficiente degli spazi, evitando che si creino momenti vuoti dati dalla mancata occupazione, dalla disdetta a breve o dalla mancata presentatore di chi avrebbe avuto un appuntamento per il collaudo. Inoltre, si potrà terminare il collaudo direttamente all’interno dei capannoni, senza doversi recare negli uffici per eventuali documenti.

Per finire, proprio lo scorso mese ho firmato una convenzione che avvia una nuova collaborazione tra il mio Dipartimento e l’Unione professionale svizzera dell’automobile (UPSA). Grazie a questa firma, dal 2018 i detentori di veicoli che non superano un collaudo a causa di difetti lievi potranno effettuare le riparazioni in un garage certificato, senza ripetere la procedura di verifica a Camorino o alla sede del TCS. In questo modo la procedura sarà più rapida e semplice.

Semplificato il rapporto Stato-Cittadino
Questi sono solo alcuni esempi delle modifiche che con il mio Dipartimento stiamo apportando alla Sezione della circolazione, che hanno già portato a un miglioramento del servizio e a un aumento della capacità di collaudo, ma che offriranno il massimo delle loro potenzialità quando tutti gli interventi saranno ultimati.

La riorganizzazione della Sezione della circolazione è questo: ottimizzare le risorse, migliorando il servizio ai ticinesi. Da anni con il mio Dipartimento c’impegniamo costantemente e dedichiamo molte energie alla semplificazione del rapporto tra Cittadino e Stato, e lo facciamo perché siamo certi che questo sia uno dei compiti principali di chi governa. A favore di uno Stato più efficiente ed efficace!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Votazione – Per una civica più robusta

Votazione – Per una civica più robusta

Dal Corriere del Ticino | I favorevoli al compromesso chiedono di rafforzare l’attuale insegnamento trasversale Siccardi: «Il rischio è di farla sparire» – Pelli: «Perplesso dall’opposizione della scuola»

Per motivare le ragioni del sì, il fronte a sostegno della soluzione di compromesso sull’insegnamento della civica – in votazione il 24 settembre – ha scelto l’immagine della marmellata pronta per essere distribuita sul pane. «Più la si spalma, più diventa sottile, tanto da rischiare di sparire» ha affermato ieri a Bellinzona Alberto Siccardi, primo firmatario dell’iniziativa popolare «Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)» a partire dalla quale il Gran Consiglio ha elaborato la modifica di legge sulla quale saranno chiamati a esprimersi i cittadini. L’obiettivo è dunque quello di rafforzare un insegnamento che attualmente è sì affrontato, ma trasversalmente all’interno di più materie. «Non ci pentiamo di aver portato il tema al voto» ha chiarito Siccardi, facendo riferimento alla decisione di non ritirare l’iniziativa nonostante la condivisione del compromesso accolto in Parlamento e pronto a essere attuato da DECS e Governo. Il motivo? «Temevo che ritirandola potesse fare la fine dell’iniziativa popolare lanciata nel 2000 e poi ritirata dai Giovani liberali, a cui era stato promesso un’insegnamento della civica in più materie. Cosa di fatto non riuscita» ha proseguito il promotore. Sui potenziali rischi di un no popolare Siccardi ha quindi ammesso: «Abbiamo corso il rischio, ma è vero: non mi aspettavo una resistenza così marcata da parte degli insegnanti. La speranza e la pretesa è che aver discusso talmente della civica porti in ogni caso la scuola a iniziare a insegnarla».

Sulla battaglia condotta dal mondo magistrale si è soffermato anche il già consigliere nazionale liberale radicale Fulvio Pelli. «Questa pesante opposizione di una sorta di establishment scolastico mi lascia perplesso e mi infastidisce. Sembra quasi proibito proporre un metodo d’insegnamento diverso. E forse una parte dell’opposizione va ricondotta proprio alla difficoltà nell’insegnare la civica. Anche per questa ragione ritengo necessari degli specifici corsi per i docenti». Pelli ha quindi parlato di «una scossa che ci vuole e che l’iniziativa ha fornito», salutando positivamente la modifica della legge sulla scuola: «Bisogna fare qualcosa di fronte alla scarsezza delle conoscenze civiche della cittadinanza». E se le dinamiche del dibattito pubblico sono state definite da Pelli «un po’ strane: tutti per la civica ma tutti contro l’iniziativa», i recenti ripensamenti in casa PS, PPD e PLR sono stati analizzati così: «Forse perché non sempre le decisioni prese vengono approfondite a sufficienza».

A elaborare il compromesso poi accolto in aula era stato il deputato della Lega e membro della Commissione scolastica Michele Guerra: «Una via terza, pragmatica a ragionevole che porta a un miglioramento dell’insegnamento della civica». Un insegnamento che, stando a un’indagine realizzata dal professore dell’Università di Friburgo Nicolas Schmitt, zoppica in tutta la Svizzera. «In tutti i Cantoni i poteri pubblici – ha indicato l’esperto – deplorano la mediocrità degli allievi in termini di conoscenze della civica, ma allo stesso tempo non si danno gli strumenti necessari alla scuola dove assistiamo a un insegnamento completamente trasversale che porta la materia a dissolversi. Ne consegue una visione pedagogica che non risponde alle esigenze politiche». Un quadro «in chiaroscuro» l’ha quindi definito il già direttore del Corriere del Ticino Giancarlo Dillena, che sul compromesso in votazione ha tenuto a ricordare «l’appoggio del Consiglio cantonale dei giovani, che per primi possono capire lo stato della situazione attuale». Facendo eco a Siccardi, Dillena ha quindi dichiarato: «La soluzione della marmellata è sbagliata».

Da parte sua il già consigliere nazionale PLR ed ex procuratore pubblico Luciano Giudici ha ricordato: «Non votiamo su una legge Siccardi ma su una modifica legislativa approvata dal Gran Consiglio che non stravolge l’insegnamento della civica. Anzi, questa potrà portare i giovani a interessarsi di più della politica, delle decisioni che interessano la società e soprattutto alla necessaria conoscenza dei meccanismi istituzionali del nostro Paese».

Bertoli e Gobbi – Il Consiglio di Stato e l’insolita scelta della libertà di voto

«Governo e Parlamento invitano a votare…». È la classica formula che si può leggere all’interno dell’opuscolo informativo. Non è però il caso per gli oggetti in votazione il 24 settembre, per i quali compare la sola indicazione del Gran Consiglio. «È stata fatta una discussione in Governo e si è optato per lasciare libertà di voto ai singoli membri» spiega il presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli. Una scelta rara negli ultimi anni. Perché? «Nel caso della civica – precisa – c’è stato un atto del tutto imprevisto e inusuale, ovvero la richiesta degli iniziativisti di voler andare al voto su un testo che senza la chiamata alle urne sarebbe entrato in vigore. In questo caso le cose cambiano e non si tratta più di confermare una posizione su un compromesso, perché per decisione degli stessi iniziativisti la questione è stata riportata a un livello più di principio. E allora a questo punto se i promotori vogliono andare al voto quando non è necessario, io da un lato posso dire in modo conseguente a quanto espresso in Gran Consiglio che siamo pronti a dar seguito al compromesso come “minore dei mali” e nonostante la direzione sia sbagliata. Ma dall’altro se ora ci si chiede di dire sì o no di principio io propendo per il restiamo dove siamo, naturalmente migliorando le cose come a suo tempo indicato dalla SUPSI». Si voterà però sul compromesso. «Ma lo si farà secondo una modalità non richiesta e non opportuna» ribadisce Bertoli: «La democrazia – sottolinea – si dà delle forme affinché vengano anche rispettate. E questa votazione non può essere tradotta in una sorta di plebiscito su qualcosa di già deciso. Questo aspetto ha avuto sicuramente un peso nella discussione in Governo».

Sulla scelta del Governo abbiamo contattato anche il consigliere di Stato Norman Gobbi: «C’è una bella differenza – spiega – tra il prendere posizione individualmente ed essere membro di un comitato. Nel pieno rispetto del principio di collegialità, insieme ai miei colleghi, abbiamo deciso di lasciare libertà d’espressione a ognuno. È raro, ma può accadere. Per quel che mi concerne sono a favore dell’inserimento della civica nel piano orario della scuola obbligatoria e in quella postobbligatoria, pertanto ho deciso di dire la mia in articoli di opinione e interviste nonché – come capitato anche per altre votazioni – ho dato la mia disponibilità come “testimonial” a essere presente sul materiale informativo dei favorevoli».

(Articolo di Massimo Solari)

Il prossimo 24 settembre diciamo sì all’insegnamento obbligatorio della civica!

Il prossimo 24 settembre diciamo sì all’insegnamento obbligatorio della civica!

Dal Mattino della domenica | Il Ministro della sicurezza Norman Gobbi invita ad accettare la modifica della legge della scuola sulla quale il Popolo dovrà esprimersi nelle prossime settimane

Non ho dubbi: il 24 settembre 2017, quando saremo chiamati ad esprimerci a favore dell’introduzione delle ore dedicate civica alle scuole medie e alle scuole post obbligatorie, io voterò convinto di sì.

Ricordo con piacere e lasciatemelo dire – anche con gratitudine – il tempo dedicato allo studio della civica, quando ancora sedevo sui banchi di scuola. Ero infatti alle scuole medie quando, proprio durante le lezioni di civica, mi avvicinai e mi appassionai al mondo della politica. Qualche tempo fa mi hanno chiesto quando nacque la mia passione per la politca. Per me la risposa è sempre stata chiara: da adolescente proprio durante quelle ore dedicate all’educazione alla cittadinanza. Un momento privilegiato durante il quale presi conoscenza dei diritti e dei doveri dei cittadini e quando rimasi colpito dal fascino del nostro sistema politico e della democrazia diretta che caratterizza il nostro Paese. Non solo nozioni teoriche, ma visite alle nostre istituzioni – ricordo ancora con emozione quando varcai per la prima volta la porta della Bundeshaus, il nostro Palazzo federale – e anche momenti di dibattitto e di confronto sui temi di attualità. Un passaggio fondamentale nella mia formazione e nel mio percorso di vita, che mi ha condotto vent’anni dopo a sedere attorno al tavolo del Governo.

Non posso quindi che sostenere la votazione del prossimo 24 settembre invitando tutte le cittadine e tutti i cittadini ticinesi a sostenere il progetto in votazione, dicendo a gran voce sì.

Al di là della mia esperienza personale, i dati parlano chiaro. Uno studio commissionato alla SUPSI qualche anno fa mostra infatti che l’insegnamento della civica negli ultimi anni è stato trascurato perdendo qualità. Il risultato? Giovani che conoscono sempre meno il funzionamento dello Stato in cui vivono. Giovani che, lo sottolineo, hanno nelle loro mani le matite per tracciare il loro futuro, il futuro di tutto il nostro il Paese, ma che non sanno come utilizzarle. Possedere le nozioni base sul meccanismo che regge uno Stato moderno è fondamentale per poter esercitare i nostri diritti e i nostri doveri. D’altra parte già Luigi Einaudi lo diceva “conoscere per deliberare”. Solo grazie a una conoscenza approfondita delle nostre istituzioni e della nostra democrazia possiamo essere davvero artefici del nostro futuro. Sapendo quali strumenti abbiamo a disposizione, possiamo partecipare e dare il nostro contributo alla cosa pubblica. Ed è proprio il nostro ordinamento – con la sua democrazia diretta – a rendere la Svizzera uno Stato moderno e unico. È un privilegio quello che abbiamo noi cittadini svizzeri, di poter partecipare in prima persona alla nostra vita politica, e dobbiamo coltivarlo.

E non da ultimo, tengo a metterlo in evidenza, la conoscenza dello Stato in cui si vive, delle regole e dei meccanisimi che ne garantiscono il funzionamento è fondamentale quando si parla di integrazione. L’ho ricordato di recente, quando l’Europa è stata scossa da tragici atti di terrorismo. L’integrazione gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione di azioni terroristiche perpetrate da individui radicalizzati, per nulla integrati nella società nella quale vivevano. Dare l’opportunità a tutte le persone residenti sul nostro territorio, in età scolastica, di approfondire il proprio sapere sul Paese in cui vivono, aiuta senz’altro a favorire la loro integrazione.

L’insegnamento della civica è davvero un tassello fondamentale dei nostri valori e dell’essenza della Svizzera. I nostri giovani devono avere la possibilità di studiare a fondo le nostre istituzioni e il nostro sistema politico per poter contribuire a costruire il nostro futuro. Per la nostra libertà e per il nostro futuro, diciamo Sì alla modifica della legge della scuola il prossimo 24 settembre!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Nuova convenzione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile

Nuova convenzione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

I detentori di veicoli che non superano un collaudo a causa di difetti lievi potranno in futuro limitarsi a effettuare le riparazioni in un garage certificato, senza l’obbligo di ripetere la procedura di verifica a Camorino, all’Ufficio tecnico della Sezione della circolazione o a Rivera, nella sede del Touring Club Svizzero (TCS). È il frutto di una convenzione firmata questa mattina dal Consigliere di Stato Norman Gobbi, che avvia una nuova forma di collaborazione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile (UPSA).

La futura semplificazione, che diverrà operativa dal 2018, riguarderà i veicoli che non dovessero superare il collaudo alla Sezione della circolazione o al TCS per difetti di rilevanza limitata. In questi casi, le autorità offriranno al detentore del veicolo esaminato la possibilità di riparare il problema in un garage certificato, risparmiandogli così l’onere di un nuovo collaudo. Le officine che otterranno la certificazione, rilasciata per conto del Cantone da UPSA, saranno infatti abilitate a convalidare la «Conferma di riparazione», un documento che il detentore del veicolo dovrà semplicemente trasmettere alla Sezione della circolazione per attestare il superamento del collaudo.

Con questa misura il Dipartimento delle istituzioni conferma il proprio impegno nello snellire le procedure burocratiche, così da rendere più rapida e soddisfacente l’interazione fra la cittadinanza e l’autorità cantonale. La Sezione delle circolazione, uno degli uffici più sollecitati dell’Amministrazione cantonale, si conferma così una volta ancora all’avanguardia nell’alleggerimento delle procedure e nel miglioramento della qualità del servizio.

Circolazione – L’imposta del futuro prende forma

Circolazione – L’imposta del futuro prende forma

Dal Corriere del Ticino | Il nuovo sistema di calcolo è stato discusso dal Consiglio di Stato, ma non potrà entrare in vigore nel 2018 – Ecco le proiezioni per alcuni dei modelli più venduti in Svizzera – Intanto oggi è attesa l’offensiva del PPD

Per il sistema bonus/malus che supporta il calcolo dell’imposta di circolazione non ci sarà un prepensionamento a fine anno. La bozza di soluzione elaborata dal Dipartimento delle istituzioni è comunque pronta ed è stata discussa dal Consiglio di Stato prima della pausa estiva. Con le spiegazioni tecniche, il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi ha consegnato anche una tabella (in parte prodotta qui a fianco) con i modelli di auto più venduti in Svizzera e l’effetto concreto che avrà la riforma. Come si può notare c’è chi sale, specie le piccole vetture, mentre per i detentori di quelle di media o alta gamma ci sarà un risparmio rispetto all’imposta versata per l’anno in corso. L’imposta 2017 aveva suscitato discussioni, polemiche e ricorsi. A muoversi era stata anche la politica, specie il PPD, lanciando un’offensiva in grande stile, promuovendo due iniziative popolari. Proprio questo pomeriggio i popolari democratici consegneranno le sottoscrizioni all’iniziativa «Per un’imposta di circolazione più giusta» e a quella denominata «Gli automobilisti non sono bancomat». Proposte che, c’è da scommetterci, rilanceranno il dibattito. Il dipartimento di Gobbi, da noi interpellato, fa sapere che «il Governo ha preso atto dell’esito della consultazione sul nuovo metodo di calcolo e delle proposte di calcolo che la perizia del consulente esterno ha permesso di individuare». Ma ora si pigia un po’ il freno, «considerata la necessità di attendere l’esito delle iniziative popolari». Questo tempo a disposizione verrà sfruttato per «approfondire ulteriormente le valutazioni. Le modifiche legislative proposte non potranno pertanto entrare in vigore il 1. gennaio 2018, come inizialmente previsto. Nelle prossime settimane il Dipartimento delle istituzioni valuterà i prossimi passi da intraprendere e consoliderà l’intenzione condivisa anche dal Consiglio di Stato in un messaggio governativo». Aggiungendo poi che «la soluzione individuata permette in generale una riduzione media dell’imposta a carico degli automobilisti ticinesi che possiedono un auto di media-alta cilindrata allineando la cifra alla media svizzera».

Il progetto è stato elaborato anche alla luce dell’esito della consultazione. Sono stati interpellati 42 tra partiti, enti e associazioni. In 18 hanno formulato le proprie osservazioni «esprimendo una gamma di pareri piuttosto diversificata. In generale, a livello politico e fra le associazioni di categoria, c’è comunque ampio consenso sull’idea che l’attuale impostazione per il calcolo dei contributi richiesti ai detentori di veicoli sia datato e vada ripensato, per tenere in considerazione i cambiamenti tecnologici e sociali avvenuti negli ultimi anni». Parallelamente alla consultazione, il Consiglio di Stato aveva incaricato uno specialista esterno di sviluppare, sulla base di quanto proposto dal gruppo di lavoro, una prima possibile formula per il calcolo dell’imposta.

La soluzione è in gestazione e verrà messa nero su bianco nel messaggio che seguirà, ma quello che il Governo ha sempre sostenuto che la neutralità finanziaria del sistema è uno degli obiettivi: il gettito del 2017 dell’imposta di circolazione in Ticino, circa 110 milioni di franchi, andrà mantenuto anche per il futuro. Gobbi, intervistato dal Corriere del Ticino, aveva precisato che «l’obiettivo della riforma non è di certo quello di aumentare il gettito o pescare di più nelle tasche degli automobilisti». Mentre sul sistema bonus/malus, che non regge più, aveva affermato: «L’ho sempre sostenuto si tratta di un sistema che ha dei limiti, soprattutto per la compensazione tra sconti elargiti e penalità inflitte. È pure un sistema difficile da comprendere. Per questo motivo, già nel mese di settembre 2016, ho promosso un convegno con attori del mondo dell’automobile, politici e addetti ai lavori per trovare una nuova formula. L’intento è quello di trovare più stabilità ed eliminare il sistema bonus/malus».

(Articolo di Gianni Righinetti)

Navigazione: questo modo di fare non è nostro

Navigazione: questo modo di fare non è nostro

Lo sciopero che sta interessando la navigazione sul Lago Maggiore sta palesando un modo di fare non nostro, non svizzero. Dietro a tanto rumore, c’è chi con destrezza e astuzia sfrutta situazioni di disagio. È così che agiscono certi agitatori della sinistra sindacale: strumentalizzano le difficoltà delle persone per fini politici e di “bottega”, anche a costo di violare la legge. Perché questo è accaduto negli scorsi giorni quando la Polizia lacuale è dovuta intervenire a più riprese per permettere il regolare servizio di navigazione, il quale se impedito costituisce una violazione che può essere punita come stabilito dal Codice penale svizzero.

Ma è lo sciopero ad oltranza che più di tutto sta palesando un modo di fare non svizzero. Nel nostro sistema caratterizzato dalla cosiddetta “pace sociale” tra lavoratori e imprenditori, gli scioperi servono ad attirare l’attenzione sulla questione da dibattere. Ma poi si torna al lavoro in maniera responsabile, nell’interesse del servizio o dell’azienda, e si cercano le soluzioni appunto nel dialogo e non nello scontro. Qualcuno in maniera scriteriata, nonostante l’invito di settimana scorsa e di ieri del Governo a voler interrompere lo sciopero, lo sta protraendo e mettendo così in posizione di debolezza i trentaquattro lavoratori il cui contratto è stato disdetto per fine anno allo scopo di rivederlo o di cambiare il datore di lavoro. Infatti, dopo una fase iniziale di solidarietà, oggi riscontro molta insofferenza nei confronti di chi sta danneggiando l’immagine del nostro Cantone turistico, creando un disservizio sul Lago Maggiore nel periodo di maggiore affluenza di ospiti soprattutto d’Oltralpe; insofferenza testimoniata dalla presa di posizione dei Comuni del Locarnese. Queste trentaquattro persone oggi rischiano di essere doppiamente vittime: in primo luogo di questa decisione di rivedere i loro contratti, e in seconda battuta dei giochi degli agitatori sindacali che mirano unicamente ai loro interessi.

Il Ticino è molto di più di un gruppo di agitatori della sinistra sindacale che fomenta la gente per i propri interessi di “bottega”, ossia battere gli altri sindacati e ottenere maggiori sottoscrizioni. Il Ticino è il Cantone capace di convincere il resto della Svizzera dell’importanza di unire le forze per dire alla creazione di un secondo tubo per il tunnel autostradale del San Gottardo. Il Ticino è il Cantone che è riuscito a trovare una soluzione casalinga per gestire le entrate illegali dei migranti al confine sud, organizzandosi e dando così una mano e un grande sostegno al resto della Svizzera. Siamo piccoli, siamo una minoranza, ma siamo capaci di grandi azioni. È quello che mi sento di dire ai lavoratori che in questo momento credono che la lotta di classe sia la via d’uscita a questa indecorosa situazione.

In tutto questo non posso che sottolineare l’importante lavoro di mediazione svolto dal Consiglio di Stato – peraltro riconosciuto anche da chi dice di rappresentare gli interessi dei lavoratori – per risolvere questa vertenza. Tra le garanzie offerte vi è quella di un importante sostegno finanziario ordinario del Cantone che, ne sono convinto, contribuirà a rafforzare in modo sostenibile la navigazione sui laghi ticinesi e faciliterà la ricerca di un compromesso sull’ultima questione ancora aperta, quella delle garanzie salariali.

Torniamo quindi tutti “al fare” e lasciamo da parte lo scioperare. Permettiamo che il sistema elvetico prevalga, attraverso il dialogo tra lavoratori e imprenditori, con lo Stato nel ruolo di solo arbitro. E se tutto questo non servisse, uniamo le forze per ricordare – ancora una volta – alla Berna capitale quali sono i problemi del Ticino: quella della navigazione è una delle tante storie di concorrenza nel mondo del lavoro, che va difesa ma con metodi svizzeri e non di importazione!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato