Aggregazioni avanti ma con più libertà

Aggregazioni avanti ma con più libertà

Articolo apparso all’interno dell’edizione di giovedì 12 aprile 2018 del Corriere del Ticino

Dopo la consultazione il Governo corregge il tiro – Incentivi senza limiti temporali e apertura a progetti alternativi Rimane però la visione di un Ticino a 27 Comuni – Norman Gobbi: «Spazio alle iniziative che nascono dal basso»

La marcia del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) prosegue. L’esito della seconda fase di consultazione con i Comuni, i partiti e le associazioni interessate ha spinto però il Consiglio di Stato a correggere il tiro. Come? Se la visione strategica di un Ticino a 27 rimane, nei prossimi anni agli enti locali e alle iniziative aggregative sarà concessa maggiore libertà. Sì perché rispetto agli scenari presentati nel giugno del 2017, l’Esecutivo – come illustrato ieri a Bellinzona – ha deciso di eliminare alcuni vincoli e di rendere più flessibili gli strumenti a disposizione dei Comuni. Una mossa, questa, che nel Luganese – distretto dal quale si sono levate le voci più critiche – è stata accolta con tiepida soddisfazione.

A riprova della delicatezza del tema, la partecipazione alla seconda consultazione generale – dopo quella del 2013 – è stata importante. «Un esito significativo e soprattutto rappresentativo» ha sottolineato il neocapo della Sezione degli enti locali Marzio Della Santa, precisando come a prendere posizione siano stati 97 dei 115 Comuni (corrispondenti al 96% della popolazione). E sempre in questo quadro il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha tenuto a precisare: «Il PCA non è una riforma imperativa. La parola d’ordine è condivisione, dando in particolar modo spazio alle iniziative aggregative che nascono dal basso e che, come dimostra l’esperienza di Bellinzona, si rivelano poi progetti solidi». Non sorprende quindi che tra le proposte sul tavolo ad aver ottenuto maggiori consensi siano state quelle meno invasive rispetto all’agire comunale e viceversa. E ciò nonostante le resistenze regionali più o meno importanti a fronte di quanto delineato a Palazzo delle Orsoline: come risaputo gli scenari aggregativi Luganese e Collina Nord hanno infatti subito sbarramenti trasversali nei Comuni interessati, alla stregua delle entità Locarnese e Mendrisiotto. «Anche se – ha rilevato Della Santa – quando 20 anni fa è stato dato avvio ai primi processi aggregativi, i mal di pancia furono gli stessi. Oggi possiamo però affermare che gran parte degli scenari di allora è diventata realtà».

A disposizione aiuti per 74 milioni
Ma torniamo agli strumenti messi in campo dall’Esecutivo per spronare gli enti locali a unire le forze. Bellinzona ha ingranato la retromarcia soprattutto su due misure. Non condivisa da oltre il 50% dei rispondenti alla consultazione, la limitazione degli incentivi finanziari a sei anni è stata scartata. «Così da eliminare la pressione temporale a quei progetti pronti a germogliare dal basso», ha indicato Della Santa. Da Gobbi è tuttavia giunto un monito: «È vero, il credito quadro unico da 120 milioni è messo a disposizione senza termini temporali. Ma evidentemente, nell’ottica di allettare la realizzazione di un progetto aggregativo, resta valido il principio del “chi prima arriva meglio alloggia”». Sì perché dedotti i contributi già decisi, a oggi sono 73,8 i milioni sfruttabili dai Comuni. E a proposito di soldi, il Governo ha proceduto a stralciare anche i collegamenti tra il rispetto del PCA e la partecipazione al sistema di perequazione, mentre la chiave di riparto dei contributi finanziari verrà definita di volta in volta a seconda delle specificità delle località interessate.

Sulle modalità di concretizzazione del piano, dalla consultazione sono invece arrivate diverse conferme ma anche nuove aperture. Innanzitutto resta intatta la possibilità di attuare gli scenari aggregativi in più tappe. «Cruciale, in un progetto che non vuole essere calato dall’alto, sarà dunque la volontà di autodeterminazione comunale e popolare» ha affermato Gobbi. Da qui il parziale dietrofront del Governo sulle proposte di aggregazione sostanzialmente divergenti dal PCA. Queste – a differenza delle intenzioni iniziali e vista la posizione dei Comuni – verranno esaminate e avviate a condizione che ciò non implichi ricadute rilevanti sugli altri scenari. E in merito è stato fatto l’esempio di un’ipotetica micro-aggregazione tra Muralto e Orselina. È inoltre stata confermata, seppur in via eccezionale, l’ammissione di aggregazioni tra Comuni non contigui. In ogni caso, ed è l’ultima misura avanzata dall’Esecutivo e accolta dai Comuni, non andrà indetta una votazione cantonale con lo scopo di attuare nel suo insieme del PCA. «Che rimane uno strumento strategico in mano alla politica, ma con il quale non si vuole fare alcuna imposizione», ha ribadito Gobbi.

I prossimi passi
L’intenzione del Consiglio di Stato è quella di dare luce verde al progetto definitivo dopo l’estate. Il messaggio dovrà poi ricevere l’avallo del Gran Consiglio. A tal proposito è stato ricordato come risulti ancora in sospeso l’iniziativa popolare della Vpod che chiede un Ticino suddiviso in 15 Comuni. La decisione del Parlamento, che aveva ritenuto irricevibile il testo, è in mano al Tribunale federale.

Intervista all’interno de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10292840

Aggregazione dei Comuni della Verzasca – Fissata la data della votazione consultiva

Aggregazione dei Comuni della Verzasca – Fissata la data della votazione consultiva

Il Consiglio di Stato ha approvato oggi la proposta per la creazione di un nuovo Comune denominato «Verzasca», frutto dell’aggregazione fra Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e i territori vallerani di Cugnasco-Gerra e Lavertezzo. Il Governo ha inoltre fissato la data della votazione consultiva: il 10 giugno 2018, in concomitanza con le votazioni federali.

Lo scorso 12 gennaio i Municipi dei sette Comuni coinvolti – con l’approvazione dei rispettivi Consigli comunali – hanno sottoscritto i propri preavvisi favorevoli e trasmesso al Governo il rapporto finale sull’istituzione del nuovo Comune di Verzasca. In caso di esito positivo della votazione consultiva – prevista per il 10 giugno prossimo – l’entrata in funzione della nuova entità comunale dovrebbe avvenire con le prossime elezioni comunali, nella primavera del 2020.

Per la nascita del nuovo Comune, il Consiglio di Stato ha confermato la volontà di sottoporre al Gran Consiglio un messaggio che prevede contributi finanziari complessivi per 18 milioni di franchi, cosi suddivisi:

11 milioni di franchi quale contributo di risanamento che comprende gli indennizzi per i territori vallerani dei Comuni di Lavertezzo e Cugnasco-Gerra

2,4 milioni di franchi quale contributo massimo per la costruzione di una nuova palestra nel centro scolastico di Brione Verzasca

2 milioni di franchi quale sostegno finanziario a investimenti di valenza regionale per lo sviluppo socioeconomico e territoriale

2,6 milioni di franchi quale contributo per il risanamento definitivo del bilancio del Comune di Lavertezzo

Come noto, un progetto aggregativo analogo era già stato accolto dalla maggioranza dei cittadini il 14 aprile 2013, ma una sentenza del Tribunale federale – pronunciata il 25 agosto 2015 – aveva annullato il decreto legislativo che istituiva la nuova entità comunale. La decisione era stata motivata dall’assenza – nella Legge cantonale sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni (LAggr) – di una base legale che permettesse la separazione coatta di parti di territorio da un Comune. In seguito alla sentenza, d’intesa con i Comuni coinvolti, il Dipartimento delle istituzioni ha valutato diversi scenari, riattivando la Commissione di studio e aggiornando il rapporto sul progetto, poi sottoscritto da tutti i partecipanti il 26 luglio dello scorso anno.

 

Da Il Quotidiano di mercoledì 31 gennaio 2018
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10075949

Assemblea generale dell’Associazione dei Comuni ticinesi a Minusio

Assemblea generale dell’Associazione dei Comuni ticinesi a Minusio

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione dell’Assemblea generale dell’Associazione dei Comuni ticinesi a Minusio |

Signor Presidente,
Egregi signori,
Gentili signore,

è con immenso piacere che vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per il cortese invito a partecipare anche quest’anno alla vostra assemblea generale.

Prima di affrontare i temi caldi che toccano il Cantone da una parte e i Comuni dall’altra, concedetemi due battute di rito per gli avvicendamenti di questa sera. Innanzitutto un ringraziamento va al Presidente uscente Riccardo Calastri per l’impegno profuso in questi anni; un personaggio chiave per il grande progetto aggregativo del Bellinzonese. E per un Presidente che lascia, uno nuovo si appresta a raccogliere la stimolante sfida; al neo Presidente Felice Dafond formulo i migliori auguri per la sua nuova carica, certo di poter contare sulla sua professionalità per affrontare i progetti e le riforme che disegneranno l’assetto futuro del nostro Cantone.

La vostra assemblea è da sempre un momento privilegiato per confrontarmi con voi sui cantieri che concernono gli enti locali, ovvero il Piano cantonale delle aggregazioni – il meglio noto PCA – e la riforma strutturale Ticino 2020.

Partiamo dalla riforma aggregativa. Qualche settimana fa è scaduto il termine che abbiamo fissato all’inizio dell’estate per la consegna delle prese di posizioni sul Piano cantonale delle aggregazioni. Al momento abbiamo ricevuto poco più di novanta risposte, e abbiamo lasciato ancora un po’ di margine a tutti gli attori coinvolti per inoltrare le proprie osservazioni. Dopodiché consolideremo i risultati e il Governo licenzierà un messaggio all’attenzione del Parlamento.

E proprio sul PCA tengo a ricordare alcuni punti cardine che, soprattutto sulle prese di posizione apparse qua e là sui nostri media, sono andate perse. Anzitutto il PCA è un progetto che rappresenta la visione cantonale e non un’imposizione, come alcuni hanno voluto far credere. Infatti il Governo ha chiarito come non intenda mirare all’applicazione della riforma istituzionale attraverso una votazione costituzionale a livello cantonale. Il futuro degli enti locali è dunque in mano agli abitanti di ciascun Comune, i quali si potranno determinare con i pro e i contro che ne conseguono, com’è giusto che sia.

E in secondo luogo la riforma propone incentivi senza nascondere alcun ricatto. Nella seconda fase abbiamo illustrato gli strumenti per realizzare la riforma. L’intento è quello di definire le regole per un processo aggregativo coerente, capace di realizzarsi secondo una tempistica ragionevole e supportato da incentivi finanziari mirati, seppur limitati nel tempo.

L’altro grande cantiere aperto è invece la Riforma Ticino 2020 che vuole finalmente invertire la centralizzazione dei compiti, di cui si parla ormai abbondantemente da alcuni anni e responsabilizzare maggiormente le parti.

Attraverso il progetto Ticino 2020, si persegue l’obiettivo di permettere ai Comuni di far fronte alle mutevoli esigenze dei cittadini, arginando il progressivo trasferimento di competenze decisionali dagli Enti locali al Cantone, creando l’indebolimento del sistema federalista interno e la creazione di un’intricata matassa a livello di flussi finanziari.

E proprio in queste settimane il Governo ha valutato attentamente il proseguimento della riforma, riflettendo con attenzione su alcune criticità emerse nel corso della prima fase di attuazione del progetto di riforma. In quest’ottica l’intento del Consiglio di Stato è quello di ricalibrare la Riforma, modificando l’iter progettuale alfine di riuscire nell’intento di portare a termine questa fondamentale iniziativa istituzionale. In particolare, dovrà essere affrontato e condiviso il futuro assetto dei servizi, ossia occorrerà definire quali servizi pubblici offriremo ai nostri cittadini nel 2020.

Il Governo crede e vuole continuare con il progetto di riforma “Ticino 2020”, salvaguardando il lavoro sin qui svolto ma in modo consapevole e responsabile. Per questo intende ridefinire in corso d’opera il processo: per ottenere risultati veramente concreti di ridefinizione dei compiti e delle competenze, e non solo dei flussi finanziari.

Senza dimenticare che alla fine quello che tutti vogliamo è trovare una soluzione condivisa grazie alla quale l’amministrazione pubblica potrà essere più efficiente e fornire servizi adeguati a tutti i nostri cittadini.

Vi ringrazio.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Il federalismo svizzero: la ricetta per una democrazia sana, al servizio dei cittadini

Il federalismo svizzero: la ricetta per una democrazia sana, al servizio dei cittadini

Dal Mattino della domenica |

Qualche settimana fa ho preso parte alla conferenza nazionale di Montreux sul federalismo, portando la voce e la visione del Ticino in una Svizzera che ha sempre più bisogno di valorizzare i suoi Cantoni. Perché la centralizzazione delle competenze a Berna sta pericolosamente progredendo. Un orientamento che stride con la necessità di contare su un federalismo tonico nei suoi tre livelli istituzionali, che è da sempre la ricetta del nostro benessere. È possibile invertire questa tendenza solo se al livello più basso ci si trova confrontati con Istituzioni in grado di adempiere ai propri compiti. Proprio per questo motivo ritengo sia fondamentale non stancarsi di parlare di federalismo, perché ci porta a riflettere sulla sua natura, dove la vicinanza al cittadino è un criterio non solo fondamentale, ma fondante.

Come ho ricordato ai miei colleghi Consiglieri di Stato degli altri Cantoni presenti a Montreux, la vera forza del nostro Paese è sempre stata il suo sistema federalista che insieme al nostro sistema democratico riconosce la centralità del ruolo del nostro Popolo. I cittadini sono infatti al centro del nostro processo decisionale e questa è una peculiarità che ci rende uno Stato forte e coeso – nonostante le diversità tra le diversi regioni che lo compongono che molte altre Nazioni ci invidiano. La nostra forza è proprio la vicinanza tra lo Stato e i suoi cittadini e la capacità delle nostre Istituzioni di affidare i compiti necessari per la gestione della “cosa pubblica” al livello istituzionale più adeguato: sia esso federale, cantonale o comunale. E lasciatemelo dire: sono proprio i Comuni che rappresentano il tassello essenziale alla vita dei cittadini, per questo motivo la salute dei nostri enti locali è un ingrediente vitale per la ricetta di un federalismo solido e moderno, capace di garantire le sacrosante autonomie.

Partendo da questo presupposto è imprescindibile che in Ticino la politica di aggregazione non sia lo scopo, ma uno strumento. È importante che ogni livello istituzionale custodisca la propria autonomia, sinonimo di rispetto delle diversità e salvaguardia delle minoranze. Noi ticinesi ne conosciamo bene l’importanza! In quest’ottica, in questi anni, il Cantone e il mio Dipartimento in primis, hanno continuato convinti lungo la strada delle aggregazioni, così che i nuovi enti locali siano istituzionalmente e finanziariamente solidi. In grado di camminare ben saldi sulle proprie gambe per dirla in modo spiccio. Un esercizio a favore dei cittadini che possono conseguentemente contare su uno standard migliore di servizi e vedersi concretizzare opere importanti. Senza attendere anni, forse invano.

Su questi capisaldi il Governo crede e promuove il Piano cantonale delle aggregazioni. Ho avuto modo di leggere alcune prese di posizione di recente su alcuni dei nostri media. Il tema del PCA – così viene abbreviato il progetto che vuole disegnare il Ticino del futuro – è tornato infatti d’attualità perché è scaduto a fine ottobre il termine dato a Municipi, Associazioni dei Comuni e partiti rappresentati in Parlamento per inoltrare le loro osservazioni alla seconda fase del progetto. Sono quindi in fase di raccolta e analisi i pregi e i difetti emersi in merito alla visione cantonale, e c’è chi ovviamente ha voluto renderli polemicamente pubblici. Fa parte della politica e caratterizza la nostra democrazia, e come Direttore del Dipartimento delle istituzioni mi metto volentieri in gioco, come sempre.

Tengo a ricordare – ancora una volta – che il PCA è una visione e non un’imposizione, come in tanti vorrebbero far credere. Proprio per questo motivo abbiamo promosso una seconda consultazione, per dare voce e permettere a tutti gli attori coinvolti, enti locali in primis, di dire la loro. Il PCA non è una riforma vincolante e non costituisce il destino obbligato degli enti locali ticinesi. E proprio nel rispetto del nostro federalismo, saranno gli abitanti di ciascun Comune a esprimersi sulle aggregazioni che li concerneranno. Ed è giusto che sia così.

Ma prima di strada da percorrere ne abbiamo ancora. Una volta che avremo raccolto tutte le opinioni sulla proposta del Governo – qualcuno ha chiesto una proroga – elaboreremo i risultati e all’inizio del prossimo anno potremo presentare i risultati di questa seconda opportunità che abbiamo convintamente dato a tutti gli attori per esprimersi sulle proprie realtà locali e regionali.

Coinvolgere, ascoltare e riformare: tre principi per la valorizzazione e l’ammodernamento del federalismo elvetico attraverso il motore della riforma aggregativa in atto nel nostro Cantone. Questo ci permetterà di ottenere un Ticino al passo con i tempi, ma soprattutto istituzioni più vicine alle esigenze dei nostri cittadini.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Federalismo: la sfida della centralizzazione

Federalismo: la sfida della centralizzazione

Da Cooperazione | Intervista con il consigliere di stato Norman Gobbi, relatore alla quinta conferenza nazionale sul federalismo a Montreux del 26-27 ottobre.

In queste conferenze nazionali sul federalismo non c’è il rischio dell’autocelebrazione, della “Svizzera Sonderfall”?

A dire il vero sono convinto del contrario, proprio perché negli ultimi anni viviamo una centralizzazione delle competenze, sia a livello cantonale sia federale. Un trend che stride con la necessità di un federalismo tonico nei suoi tre livelli istituzionali, da sempre ricetta del nostro benessere. È perciò bene parlarne di frequente per garantirne l’autenticità dei principi su cui si fonda.

Hanno suscitato un certo allarme i risultati di un recente sondaggio sul federalismo: il 25% degli interpellati non è stato in grado di spiegare cosa sia concretamente o ha dato risposte sbagliate, mentre per il 35% è un concetto “troppo vago”. Qual è la sua opinione?

Sì, questi dati non fanno piacere, ma ottimisticamente possono essere interpretati anche come un segno di fiducia verso il federalismo e la democrazia semidiretta, due capisaldi del nostro Paese. Essi si fondano su principi relativamente semplici, anche se, è vero, sono resi più complessi nella loro applicazione pratica. Ecco perché è importante che tutti si sentano partecipi e conoscitori delle istituzioni, iniziando già dalle scuole. Tanto più che viviamo una forte immigrazione da Paesi con sistemi politici diversi dal nostro.

Studiosi e politici parlano di “federalismo esecutivo” per definire l’attuale sistema politico, con la Confederazione che decide e stabilisce le regole e i Cantoni che devono applicarle, accollandosi sempre più oneri. Un’evoluzione o un’involuzione?

Un’involuzione e, come tale, richiede un’inversione di tendenza. È importante che i Comuni e i Cantoni custodiscano
la loro autonomia, sinonimo di rispetto delle diversità e salvaguardia delle minoranze. Noi ticinesi ne conosciamo bene l’importanza.

Da anni si discute sull’inefficienza di avere 26 Cantoni e c’è chi propone una nuova mappa con 12 Cantoni. Fantapolitica, missione impossibile?

Possibile o impossibile, la ritengo una soluzione semplicemente sbagliata: dilata la distanza fra cittadini e istituzioni. Se a livello comunale le aggregazioni servono a risolvere problemi oggettivi, a livello federale l’optimum si raggiunge grazie a Cantoni capaci di riformarsi al proprio interno e in sintonia con la propria popolazione.

Il federalismo è storicamente quello “verticale”, tra Berna e i Cantoni. Quello “orizzontale”, intercantonale, è un po’ negletto. Quali sono i settori in cui i Cantoni collaborano in modo fruttuoso?

La collaborazione intercantonale varia da regione a regione. Chiaramente come Ticino
siamo meno integrati – anche geograficamente – al resto della Svizzera rispetto a una realtà come Lucerna. Tuttavia non restiamo passivi. Con il mio dipartimento ho l’occasione di lavorare in maniera intelligente ed efficiente con i colleghi degli altri Cantoni, soprattutto a livello di gestione dei flussi migratori, delle situazioni di crisi e delle sicurezza al confine. Anche con le autorità italiane stiamo collaborando, e gli sforzi danno i loro frutti.

Oggi, oltre l’80% della popolazione svizzera vive nelle città/agglomerazioni, da Zurigo a Lugano. Tra le nuove sfide del federalismo c’è proprio la rivendicazione dei centri urbani ad avere un ruolo di primo piano a livello di politica federale, che sembra proteggere di più i Cantoni piccoli e le periferie rurali. Qual è la sua opinione?

Le zone urbane sono indubbiamente il motore socioeconomico del Paese. Non dobbiamo però dimenticare che la forza della Svizzera è anche la propria coesione, non solo fra lingue e religioni diverse, ma pure fra regioni diverse. Tutti reclamano maggiore potere, ma il federalismo è equilibrio. Come uomo di valle ne sono convinto.

Il cuore del federalismo è l’autonomia-concorrenza fiscale dei Cantoni, che però spesso non è virtuosa. Un esempio: Zugo attira fiscalmente imprese e possidenti, ma la vicina Zurigo si lamenta per essere non solo il bacino occupazionale per pendolari dei Cantoni limitrofi, ma anche per accollarsi oneri elevati per la cultura (musei, teatri), trasporti, sicurezza…

Se a livello locale la dinamica fra Comuni-polo e corona si può migliorare con le aggregazioni, a livello cantonale la soluzione è sfruttare la competitività del proprio Cantone: chi paradiso fiscale, chi mecca delle industrie e dei servizi, chi oasi del turismo. Non dimentichiamo inoltre la perequazione finanziaria nazionale, anche se è uno strumento controverso.

Infatti, la perequazione finanziaria nazionale (PFN) è il sistema con cui Confederazione e Cantoni “ricchi” aiutano i Cantoni “poveri”. Il Ticino, da sempre tra i beneficiari, riceverà il prossimo anno ben 41,5 milioni. La PFN è però contestata da più parti (Cantoni paganti e studiosi) perché non riduce le disparità economiche tra i Cantoni e nei fatti si rivela una forma di assistenzialismo. Qual è il suo giudizio?

È assistenzialismo ma senza sperperi. E il Ticino, che non può fare “rete” con altri Cantoni, ha bisogno del sostegno finanziario della Confederaizone e dei Cantoni “ricchi”. È vero, la PFN è annualmente terreno di scontro, anche perché sono in gioco oltre 4 miliardi di franchi. Di fatto, i parametri di calcolo premiano alcuni Cantoni, svantaggiando altri, Ticino incluso, poiché, ad esempio, nel potenziale delle risorse si includono anche gli stipendi dei frontalieri, che notoriamente spendono il loro salario in Italia.

Il rapporto Cantone-Comuni è un anello importante del federalismo. In questi anni le varie aggregazioni hanno mostrato la debolezza istituzionale e finanziaria di tanti Comuni…

… e, infatti, abbiamo continuato convintamente proprio lungo la strada delle aggregazioni, così che i nuovi Comuni siano istituzionalmente e finanziariamente solidi. Un esercizio a favore dei cittadini che possono contare su uno
standard migliore di servizi e vedersi concretizzate opere importanti.

Il Consiglio di stato, e il suo dipartimento in particolare, ha varato nel 2015 il progetto Ticino 2020, un cantiere istituzionale per “ottimizzare” i rapporti tra il Cantone e i Comuni. Quali sono i capisaldi della riforma?

Ticino 2020 si muove su cinque assi fondamentali. Sulla base della riforma dei Comuni, grazie al Piano cantonale
delle aggregazioni, si vogliono riorganizzare i compiti e i flussi fra i due livelli istituzionali, migliorandone efficacia ed efficienza. È quindi l’occasione di procedere con la revisione della perequazione intercomunale e riformare, infine, l’amministrazione cantonale e quelle comunali. Insomma, è un progetto tanto ambizioso quanto necessario.

A che punto è oggi?

Rappresentanti dei Comuni e del Cantone hanno già analizzato a fondo i temi prioritari, giungendo a proposte concrete di riforma per quanto concerne la suddivisione dei compiti e dei flussi finanziari. Ora ha preso avvio la
procedura di consultazione su alcuni di questi temi prioritari, affinché si possa al più presto giungere in Parlamento con soluzioni solide e condivise.

(Articolo di Rocco Notarangelo)

Abrogazione della Legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici

Abrogazione della Legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici

Comunicato stampa del Consiglio di Stato |

Nella scorsa seduta, il Consiglio di Stato ha approvato il messaggio che propone l’abrogazione della Legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici del 12 dicembre 1907 (LMSP), fra le più datate del Cantone.

Il messaggio del Governo propone l’abrogazione della legge, i cui articoli sono stati aggiornati e ripresi in due leggi più recenti che regolano l’attività degli enti locali:

  • Nella Legge organica comunale (LOC) sono collocati gli articoli della LMSP che riguardano le Aziende comunali, finora denominate «Aziende municipalizzate», l’assunzione di servizi pubblici da parte del Comune e la concessione di servizi pubblici.
  • Nella Legge cantonale di applicazione della legge federale sull’approvvigionamento elettrico (LA-LAEl) sono riprese le norme che disciplinano la distribuzione dell’energia elettrica nel Cantone.

La revisione normativa – che segue in larga parte le indicazioni del rapporto consegnato nel 2015 al Governo da un Gruppo di lavoro specifico – è già stato sottoposto ai Comuni e alle Aziende distributrici, che ne hanno condiviso la sostanza. La proposta del Messaggio tiene comunque conto dei suggerimenti emersi durante la fase di consultazione.

Grazie a questa importante revisione legislativa oltre ad aggiornare gli strumenti legislativi a disposizione mantenendoli al passo con i tempi si provvede anche ad alleggerire il numero delle leggi in vigore semplificando il lavoro degli enti locali e degli addetti ai lavori.

Piano cantonale delle aggregazioni: visione e concretezza condivise

Piano cantonale delle aggregazioni: visione e concretezza condivise

Da Gestione & Servizi Pubblici (editore Sacchi) |

Nel corso del mese di giugno di quest’anno il Consiglio di Stato ha dato formalmente avvio alla seconda fase del Piano cantonale delle aggregazioni. Il progetto che traccia le linee guida per ridisegnare la geografia locale del Canton Ticino. Le istituzioni non possono restare immobili in una società in continua evoluzione, con esigenze che necessitano dall’ente pubblico servizi e partnership non solo efficaci, ma anche efficienti.

Dopo anni di consolidamenti istituzionali spontanei, il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) – su richiesta del Parlamento tramite modifica della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni – propone la visione cantonale sul futuro dei Comuni ticinesi. Non si tratta di una cartina arbitraria e calata dall’alto, ma di un approfondito lavoro di analisi a più livelli, che include il punto di vista dei molti attori che vivono da vicino il nostro territorio.

La prima fase del PCA si è concentrata sulla valutazione complessiva della politica aggregativa sin qui condotta, definendo il ruolo che il Comune riveste attualmente e che giocherà in futuro. In buona sostanza, l’ente locale è chiamato innanzitutto ad assicurare un determinato standard di servizi, ma dovrà esser sempre più motore di sviluppo e partner dinamico di progetti. Sulla base di questa impostazione e delle relazioni intercomunali attuali, sono stati individuati i potenziali scenari di aggregativi. Questa prima fase è già stata oggetto di una larga consultazione, dove Comuni, partiti, associazioni ed enti hanno potuto esprimersi liberamente.

Sulla scorta degli interessanti e costruttivi input ricevuti – come si dice, “dal basso” – la cartina è stata affinata e conta 27 Comuni, anziché i 23 inizialmente previsti. Di questi, oggi, già 8 ricalcano gli scenari previsti e 2 corrispondono quasi integralmente all’obiettivo cantonale. Un progetto capace di cesellare il necessario compromesso fra l’esigenza di prossimità e una dimensione amministrativa nella misura di erogare servizi di qualità e di promuovere progetti d’investimento d’interesse regionale.

La seconda fase si concentra invece sugli strumenti per concretizzare il PCA. Per i Comuni che determinano ancora una frammentazione istituzionale poco ottimale, occorrono regole affinché il processo aggregativo si sviluppi con coerenza ed entro un ragionevole lasso di tempo. Inoltre, assume una particolare importanza il coordinamento della riforma istituzionale con la riforma Ticino 2020, che intende riordinare flussi e competenze fra Cantone e Comuni: il chiarimento dei rapporti fra i due livelli istituzionali non può più fare riferimento a un “comune minimo”, ma necessita entità solide, operative e intraprendenti.
Oltre ciò sono stati anche previsti incentivi finanziari a sostegno dei Comuni, attraverso l’istituzione di crediti quadro la cui durata si estende fino a 6 anni dall’adozione del PCA da parte del Parlamento. Nello specifico, per i nuovi Comuni vi saranno un contributo alle spese di riorganizzazione amministrativa – aspetto essenziale per strutturare un’amministrazione locale ottimale – e un contributo agli investimenti di sviluppo capaci di stimolare il tessuto socioeconomico del nuovo Comune e della sua regione.

La scorsa fine di giugno ha preso dunque avvio una nuova tornata consultiva affinché i Municipi, i partiti rappresentati in Gran Consiglio e le associazioni di Comuni possano tornare a esprimersi su quanto proposto nella seconda fase del progetto. Questo a conferma di un approccio partecipativo, dove il futuro non viene di certo calato dall’alto.

Vero, in alcuni scenari – penso in particolare al Locarnese e al Luganese – una visione unanime e condivisa non è stata possibile da raggiungere, anche fra gli attori locali stessi. Ma la politica non può adagiarsi sugli stalli e nemmeno bloccarsi a oltranza. Il PCA costituisce un cantiere ambizioso? Certo, ma lungimirante – come la politica deve essere – e dove le proposte condensano un ragionevole equilibrio fra aspirazioni locali, esigenza di prossimità e una visione regionale coerente e dinamica.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Aggregazioni comunali: inesattezze e punti fermi

Aggregazioni comunali: inesattezze e punti fermi

Dal Corriere del Ticino | L’opinione – Norman Gobbi

La scorsa settimana si è tenuta l’ultima seduta del Consiglio di Stato. Sono tanti i dossier passati sul tavolo del Governo in questi mesi. Uno di questi è il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Con questo progetto si intende dare seguito alla richiesta del Parlamento di presentare una visione cantonale della politica aggregativa e dei suoi obiettivi a medio-lungo termine. Un progetto tornato di attualità a fine giugno, con l’avvio della seconda tornata di consultazione sugli strumenti concreti per realizzare la riforma, a cui partecipano nuovamente tutti i Comuni, le loro associazioni e i partiti rappresentati in Gran Consiglio. Nel dibattito che ha ripreso vigore, sono state sollevate alcune preoccupazioni e affermate alcune inesattezze che distorcono non poco la natura del progetto e la volontà del Consiglio di Stato. Colgo quindi l’occasione per fare un po’ di chiarezza per evitare che il PCA diventi il tormentone estivo basato su presupposti non del tutto corretti.

Innanzitutto, il PCA non è una riforma imperativa e non costituisce il destino obbligato degli enti locali ticinesi. Il progetto rappresenta la visione cantonale e non un’imposizione, come si vorrebbe far credere. Infatti il Consiglio di Stato ha chiarito tra l’altro come non s’intenda mirare all’applicazione della riforma istituzionale attraverso una votazione costituzionale a livello cantonale. Il futuro degli enti locali è dunque in mano agli abitanti di ciascun Comune, i quali si potranno determinare con i pro e i contro che ne conseguono, com’è giusto che sia.

La riforma, in secondo luogo, propone incentivi senza celare alcun ricatto. Nella sua attuale seconda fase s’illustrano gli strumenti per realizzare la riforma. Si tratta di definire le regole per un processo aggregativo coerente, capace di realizzarsi secondo una tempistica ragionevole e supportato da incentivi finanziari mirati, seppur limitati nel tempo. Va da sé che chi si oppone agli obiettivi del Piano non può pretendere le risorse previste come incentivo ai consolidamenti istituzionali; come non si può nemmeno esigere il perenne beneficio di sostegni finanziari tramite leggi cantonali, che devono assicurare coerenza con lo spirito delle riforme promosse dal Cantone medesimo.

Infine, il Cantone non intende di certo ledere l’autonomia comunale, anzi. Le aggregazioni comunali nascono per rinvigorire l’operatività e l’intraprendenza degli enti locali, affinché possano meglio concretizzare il principio di sussidiarietà e riacquistare autonomia decisionale e finanziaria. La definizione dei Comuni del futuro si coordina – come richiesto da più parti – con la riforma Ticino 2020, che intende riordinare e riattribuire i flussi e le competenze fra i due livelli istituzionali: un processo ineludibile se si vuole ripristinare un sano federalismo in cui la macchina statale torna a essere performante e razionale.

Dopo la prima consultazione incentrata essenzialmente sul disegno dei Comuni del futuro, con la seconda fase abbiamo voluto aprire nuovamente le porte del progetto, affinché sia possibile condividere anche le importanti modalità di attuazione del Piano cantonale delle aggregazioni così come i relativi sostegni cantonali. Per farlo serve la collaborazione di tutti gli enti coinvolti.

Solo così riusciremo a costruire, tutti insieme, il Ticino di domani.

Un Ticino forte grazie a Comuni solidi

Un Ticino forte grazie a Comuni solidi

Dal Mattino della domenica | Al via la seconda fase del progetto che vuole tracciare le linee guida per costruire il Ticino del futuro

Negli scorsi giorni ho presentato la visione del Cantone in materia di aggregazioni comunali. Sottolineo e ribadisco il termine “visione” che non ha nulla a che vedere con “imposizione”. Infatti, come ad esempio per il piano direttore cantonale, anche per quanto concerne l’organizzazione territoriale, il Governo ha definito quali sono gli obiettivi che intendiamo raggiungere in futuro. Un processo che va costruito con la collaborazione di tutti gli attori coinvolti, enti locali in primis. L’esempio della nuova Bellinzona ne è una conferma: un progetto aggregativo per avere successo deve avere una spinta dal basso. La voglia di stare insieme deve quindi venire dai protagonisti dell’aggregazione, e non deve essere calata d’alto. Con questo spirito, e tenendo presente le osservazioni che ci hanno fornito i diretti interessati nel corso dello scorso anno e durante la prima consultazione sul progetto che ha avuto luogo quattro anni fa, abbiamo formulato le nostre visioni.

E poi è chiaro, dobbiamo anche essere capaci di guardare avanti uscendo dalle logiche campanilistiche che spesso ci caratterizzano. Ho come l’impressione che alcune persone abbiano il timore che le aggregazioni comunali annullino la nostra identità e cancellino le nostre radici. Ma non è così: non vogliamo cancellare i nostri enti locali ma vogliamo renderli più forti e strutturati. I Comuni sono il motore dello sviluppo cantonale e il loro ruolo è essenziale. Ruolo che non potrebbero svolgere se restano ancorati alle dinamiche locali perdendo la loro forza e togliendo anche linfa vitale a tutto il Cantone. Pensiamo alle piccole realtà comunali nelle zone periferiche: spesso – come stava accadendo nella Valle Onsernone – mancano le persone, le risorse e le energie per potersi dedicare alla politica locale. Il rischio è di deperire e di non essere più la spinta energica per il livello superiore ma al contrario di creare l’effetto zavorra. E non è quello che vogliamo: il Cantone, per essere pronto ad affrontare le sfide future nei confronti della realtà federale e soprattutto nei rapporti transfrontalieri deve essere forte e ben strutturato. E la sua ossatura deve essere sana e resistente: per questo abbiamo bisogno che i nostri enti locali siano solidi, ma soprattutto che possano camminare sulle proprie gambe.
Ma facciamo un passo indietro. La prima fase dell’allestimento del progetto prevedeva la definizione dei futuri Comuni i cui nuovi confini costituiscono l’obiettivo cantonale (in alcuni casi già raggiunto), affinato anche grazie al prezioso contributo di molti attori del territorio nella procedura della prima consultazione, terminata nell’aprile 2014. I nuovi scenari comporranno dunque un territorio cantonale costituito da 27 enti locali, forti e autonomi, pronti a riprendersi alcune competenze che nel tempo erano scivolate nelle mani del Cantone.

Come comunicato lunedì in conferenza stampa, prende ora avvio la seconda fase del progetto che si focalizza sulla sua concretizzazione. Si tratta, da una parte, di definire le modalità di attuazione della riforma. Dall’altra, occorre prevedere importanti incentivi finanziari a sostegno delle riorganizzazioni amministrative dei nuovi Comuni e degli investimenti di sviluppo socio-economico.

Questi due aspetti sono sottoposti a un nuovo giro di consultazione fra Comuni, associazioni di Comuni e partiti politici rappresentati in Gran Consiglio, che avranno tempo fino a fine ottobre per dire la loro. Anche se la voce di alcuni sindaci si è già sentita pochi istanti dopo la presentazione del progetto ai media. Si aprono quindi nuovamente le porte del progetto – che lo ribadisco non vuole essere un’imposizione! – così da condividere e affinare aspetti centrali di una riforma molto importante per il nostro domani. Una volta raccolte le indicazioni, il Consiglio di Stato potrà adattare il progetto e allestire un messaggio affinché il Parlamento si pronunci sui contenuti del Piano cantonale delle aggregazioni.

Vogliamo davvero essere lungimiranti e pensare al Cantone di domani, per farlo ci serve una visione, consapevoli che senza Comuni forti non riusciremo a metterla in atto. Mi auguro che le autorità politiche di quei Comuni refrattari valutino la proposta nell’insieme, per il bene del Ticino. Le aggregazioni comunali sono un processo essenziale per una visione moderna del federalismo. La politica delle soluzioni e delle misure concrete passa anche da qua, attraverso l’aggiornamento e il potenziamento delle istituzioni più vicine a tutti i ticinesi: i Comuni.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Aggregazione Valle della Tresa: istituita la Commissione di studio

Aggregazione Valle della Tresa: istituita la Commissione di studio

Nella seduta odierna il Consiglio di Stato ha approvato l’istanza di aggregazione inoltrata dai Municipi di Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa e ha istituito la Commissione di studio incaricata di elaborare il progetto aggregativo.

Dando seguito all’istanza di aggregazione sottoscritta il 15 maggio 2017 dai quattro Municipi dei Comuni di Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa, il Consiglio di Stato ha nominato l’apposita Commissione di studio che allestirà lo studio di aggregazione del comprensorio ai sensi della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni.

Il Governo valuta positivamente l’iniziativa promossa dai quattro Comuni in vista di un consolidamento istituzionale, ritenuta la vocazione territoriale del comparto della Valle della Tresa e le numerose interrelazioni già oggi esistenti al suo interno. La proposta si inserisce peraltro in modo coerente nel comprensorio Malcantone Ovest definito nel progetto di Piano cantonale delle aggregazioni.

La Commissione di studio, i cui rappresentanti sono stati designati dai rispettivi Municipi, è composta da:

  • per il Comune di Croglio membro Margherita Manzini, Sindaca  (supplente Roberto Ghiazza, Vice Sindaco)
  • per il Comune di Monteggio membro Piero Marchesi, Sindaco (supplente Mauro Zoccatelli, Municipale)
  • per il Comune di Ponte Tresa membro Daniel Buser, Sindaco (supplente Rinaldo Marchesi, Vice Sindaco)
  • per il Comune di Sessa membro Sergio Antonietti, Sindaco (supplente Giuliano Zanetti, Vice Sindaco)

I Comuni hanno concordato tra loro che il coordinamento dei lavori venga assunto dal Comune di Monteggio. La Commissione potrà avvalersi del supporto di consulenti esterni e costituire gruppi di lavoro su temi specifici. Il contatto con il Dipartimento delle istituzioni verrà assicurato dalla Sezione degli enti locali.

La Commissione è stata invitata a presentare il proprio rapporto al Consiglio di Stato entro il 31 dicembre 2017.