Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Criminalità: nuove minacce richiedono nuovi strumenti

Criminalità: nuove minacce richiedono nuovi strumenti

Opinione pubblicata sull’edizione di martedì 20 marzo 2018 del Corriere del Ticino

L’evoluzione della minaccia criminale ha per costante che si rende sempre meno visibile e colpisce non dove il reato viene ideato: pensiamo qui alle minacce derivanti dal crimine digitale o cybercrime, oppure alle organizzazioni criminali e terroristiche. Tutto ciò rende la nostra comunità più vulnerabile e richiede riflessioni sulla futura organizzazione e sviluppo degli organi di polizia e di perseguimento penale in Svizzera. Riflessioni che come direttori cantonali di giustizia e polizia abbiamo avviato da tempo.

Il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ha richiesto, e con lui la Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, la revisione delle basi legali per perseguire meglio gli aderenti passivi ad organizzazioni criminali (CPS 260ter), ma incontrando grande difficoltà nel legislatore federale nel rivedere tale norma, allo scopo di renderla più facilmente applicabile nel perseguimento e agevolare la dimostrazione dell’esistenza delle organizzazioni, del loro potenziale criminale o dell’appartenenza alla stessa, anche se non ha compiuto ancora dei delitti. Sicuramente, la minaccia terroristica (ahinoi più di quella mafiosa) sembra aver smosso qualcosa, ma coi tempi abitualmente lunghi della modifica legislativa.

Sui reati digitali bisogna comprendere come i tradizionali concetti del diritto penale legati a luogo del fatto, ora del reato e competenze territoriali siano ormai desueti per combattere e perseguire i cyber-criminali. Pensiamo unicamente che in Svizzera negli ultimi anni non si è mai giunti a perseguire e condannare correttamente autori di «phishing», ossia attraverso mezzi elettronici estorcere dati d’accesso bancari o di account per poi disporre degli averi in forma delittuosa. Il crimine digitale supera quindi i confini, intercantonali e internazionali, con nuove e sempre in evoluzione forme di reato, che richiedono maggiore flessibilità e cooperazione da parte delle forze di polizia e del perseguimento penale, nonché una maggiore specializzazione delle stesse. Qui è necessario creare centri di competenza sovracantonali, in grado di reagire celermente agli attacchi informatici o alle nuove minacce di crimine digitale rilevate.

Nella lotta al terrore e alle organizzazioni criminali, oltre le normative del Codice penale svizzero diventa essenziale la condivisione di dati e informazioni tra Cantoni e poi con altri Paesi. Infatti l’alta mobilità interna e l’esperienza compiuta nei Paesi, già vittime di attentati o attacchi terroristici, hanno dimostrato come luogo di ideazione del reato e luogo in cui il reato viene commesso non sempre siano sovrapponibili. In questo senso i progetti di armonizzazione informatica delle forze di polizia cantonali, e di riflesso al loro interno con le polizie locali, mirano a permettere una migliore e più accessibile condivisione delle informazioni registrate nelle varie banche dati disponibili. Oltre alle soluzioni informatiche sarà poi necessario modificare diverse leggi federali e poi cantonali, in modo da creare un castello giuridico che permetta la condivisione delle informazioni, indipendentemente dai confini territoriali interni elvetici.

Ma anche sul fronte delle autorità giudiziarie penali l’evoluzione continua. Pensiamo al progetto di armonizzazione informatica delle autorità penali, che mira ad una standardizzazione dei dati in modo da poterli condividere nel sistema confederale (orizzontalmente tra Cantoni e verticalmente tra Cantoni e Confederazione), oppure al progetto Justitia 4.0 che permetterà dal 2021/2022 di redigere gli atti giudiziari solo in forma elettronica come pure la loro condivisione tra le parti. Un salto qualitativo per chi conosce la giustizia operativa del nostro Cantone e non solo, ma necessario per ottimizzare risorse, costi e procedure, per il quale sarà necessario creare una base legale federale conforme, al momento in verifica presso l’Ufficio federale di giustizia.

L’evoluzione qui descritta chiederà ai Cantoni, e quindi a noi autorità politiche e a quelle giudiziarie, di superare l’orgogliosamente custodito ruolo di organi territoriali e giudiziari in ambito di sicurezza interna, a favore di soluzioni più rispondenti allo sviluppo della minaccia criminale e terroristica. Sarà necessario lavorare poi ulteriormente in rete, dal livello primario del sistema federale di città e comuni, sino al livello federale e internazionale. Rimarco come la collaborazione in Ticino sia già attuata con successo, come ci hanno confermato l’arresto lo scorso anno di persone legate al terrorismo islamico, oppure le recenti operazioni che hanno condotto all’arresto delle «pink panthers» o della banda pronta a compiere un importante furto a Chiasso. La collaborazione operativa va però accompagnata da nuove basi legali cantonali e federali e – soprattutto – da nuovi strumenti per lottare efficacemente contro il crimine nella dimensione virtuale.

 

Polizia cantonale: più professionale, moderna e orientata al futuro

Polizia cantonale: più professionale, moderna e orientata al futuro

Bilancio del 2017 e obiettivi 2018

Di recente si è tenuto l’annuale rapporto di Corpo della Polizia cantonale. E’ stata l’occasione per tracciare un bilancio dell’attività svolta nel 2017 e per presentare gli obiettivi strategici e operativi per il 2018.

Nel mio intervento mi sono complimentato con gli agenti, gli inquirenti e i collaboratori amministrativi per la qualità del lavoro svolto, per la dimostrazione di attaccamento al Corpo e per i successi ottenuti lo scorso anno, dimostrato con un calo dei reati commessi e i recenti arresti di bande organizzate. La Polizia è stata chiamata a intervenire in situazioni pericolose ed estreme, reagendo in modo professionale con unità d’intenti e spirito di Corpo, meritandosi sul terreno il rispetto della popolazione ticinese. Infatti, il livello di sicurezza oggettiva odierna è più che apprezzabile.

La società evolve e le forze dell’ordine devono adattarsi al continuo cambiamento, per dare una risposta efficace alle possibili minacce: il terrorismo, le infiltrazioni criminali, la radicalizzazione, la mobilità delle persone e altro ancora. Si tratta di essere pronti ad intervenire contro questi fenomeni, che potrebbero toccarci da vicino, senza però creare inutili allarmismi. Di questi scenari dobbiamo tenere conto e impegnarci per essere pronti nel caso effettivo.

Il compito della Polizia cantonale è quello di garantire ai cittadini un senso di protezione e di benessere che negli ultimi anni credo di poter dire sia stato raggiunto con la professionalizzazione dei differenti servizi specialistici e il continuo adattamento ai nuovi bisogni della società.

La reattività, ma anche la visione a lungo termine
In aggiunta all’ordinaria attività di prevenzione sul territorio, nel 2017 sono stati sviluppati diversi progetti che rientrano in una visione più a lungo termine del Corpo di Polizia. In particolare è stata realizzata la nuova Centrale comune d’allarme che entrerà in funzione prossimamente: creerà le basi ideali per il perfezionamento di tutti gli interventi e il rafforzamento della collaborazione tra i partner di sicurezza. Un altro importante progetto prevede invece di mettere a disposizione dei differenti servizi nuovi strumenti informatici, così da agevolare lo scambio regolare di informazioni e favorire la tempestività dell’intervento.  Ricordo inoltre i vari impieghi con coinvolgimenti nazionali e internazionali, nonché le operazioni di polizia giudiziaria sempre più numerose e impegnative.

Le priorità operative e la vicinanza ai cittadini
Per quanto riguarda invece il 2018, l’evoluzione del Corpo dovrà continuare per tenere il passo con i tempi. Tra le priorità ci sarà un sempre maggiore e capillare presidio del territorio e una intensa collaborazione tra la Polizia cantonale e le Polizie comunali così da ridurre le infrazioni. Nel corso dell’anno verrà introdotto il progetto pilota “Via libera”, che consentirà di accelerare la riapertura dei tratti stradali dopo incidenti o altri eventi. Continuerà pure l’attività di prevenzione dei reati economico-finanziari e informatici: malversazioni finanziarie, reati fallimentari e società bucalettere.
La vicinanza al cittadino sarà invece garantita da numerose campagne di sensibilizzazione (su tutte “strade sicure” e “acque sicure”), dall’utilizzo dei principali social media e dell’App per smartphone per un dialogo facilitato e continuo. Non dobbiamo infine dimenticare il contatto diretto con la gente, favorito da serate sul tema della prevenzione (furti, truffe e sicurezza stradale) e dalla partecipazione ad eventi fino all’organizzazione di giornate delle porte aperte.

Come Direttore del Dipartimento, credo molto nella promozione dell’immagine della Polizia cantonale tra la popolazione. Desidero infatti che i servizi offerti siano conosciuti e soprattutto cerco il coinvolgimento dei ticinesi nel collaborare con le varie forze dell’ordine per mantenere la sicurezza nel nostro Cantone. Più volte ho definito i cittadini “le sentinelle” presenti sul territorio e molti interventi della polizia sono stati agevolati dalle preziose informazioni fornite proprio dai cittadini.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle Istituzioni

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Un portale di prevenzione promosso dal DI

Il terrorismo non è giunto in Svizzera. Gli attacchi degli ultimi anni mostrano però chiaramente che molti degli attentatori sono cresciuti e si sono radicalizzati in Europa, anche tra di noi.
Siamo di fronte a una minaccia che colpisce le nostre comunità e gli spazi dove trascorriamo la quotidianità.
Il tema della radicalizzazione e della sua prevenzione sta assumendo un valore sempre più ampio nella lotta alle organizzazioni terroristiche.

Il Canton Ticino non risulta al momento un obiettivo sensibile. Non possiamo però attendere che il problema si concretizzi per prevedere le contromisure. Deve essere intrapresa un’attività costante di prevenzione e sensibilizzazione fino all’uso repressivo della forza. Naturalmente gli accertamenti dei servizi informativi e il perseguimento penale dei terroristi rimangono degli elementi centrali della lotta al terrorismo.
Tuttavia intervengono soltanto quando la minaccia di azioni violente contro la società è già concreta. La prevenzione è un’attività ragionata sul lungo periodo mentre spesso è necessario un approccio più puntuale e deciso.

Ricordo che l’integrazione è uno degli strumenti più efficaci a disposizione delle Autorità cantonali nel contrasto e nella prevenzione del rischio terroristico. Il programma di integrazione cantonale per il quadriennio 2018-2021, che poggia sugli obiettivi fissati dalla Confederazione e dai Cantoni (informazione e consulenza, formazione e lavoro, comunicazione e integrazione sociale) ha il compito di favorire il rapido e stabile inserimento nel contesto locale dei cittadini stranieri.

Anche in questo senso va letta la proposta del mio Dipartimento di creare un portale internet per prevenire il fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo violenti. Il suo scopo è di raccogliere le richieste di informazione, aiuto e segnalazioni della popolazione per analizzarle e organizzare eventuali misure. Il portale avrà ancora il compito di mettere in contatto operatori e funzionari amministrativi confrontati con la problematica della radicalizzazione. Il progetto verrà realizzato dai servizi del mio Dipartimento – in particolare con la collaborazione del Servizio per l’integrazione degli stranieri – e con il Centro intercantonale d’informazione sulle credenze di Ginevra. Saranno inoltre coinvolti i rappresentanti del Dipartimento della sanità e della socialità e del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.

Non si tratta evidentemente dell’unica iniziativa sin qui realizzata. Negli scorsi mesi il Consiglio di Stato, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del Dipartimento che dirigo – di studiare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano seguaci da radicalizzare. Abbiamo inoltre scritto ai comuni ticinesi chiedendo di vietare la distribuzione su suolo pubblico del Corano nell’ambito di un’azione di reclutamento jihadista ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia. Infine, quest’anno chiederò di valutare l’introduzione di nuove misure per intensificare la collaborazione con le Città nella difesa del territorio.

La certezza assoluta che gli attacchi non possano interessare anche noi purtroppo non esiste. Non dobbiamo comunque cedere alla paura come vorrebbero gli autori di simili azioni.
Ho piena fiducia nell’operato dei servizi del Dipartimento. L’ottima collaborazione tra le autorità politiche e le forze dell’ordine, oltre allo scambio continuo di informazioni, è la premessa ideale per combattere possibili scenari sfavorevoli.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

I furti? Quasi un ricordo

I furti? Quasi un ricordo

La Regione – Andrea Manna.

Anche nell’anno che sta per chiudersi meno colpi con scasso e non. ‘Una riduzione consistente’ Pizolli, portavoce della Polizia cantonale: ‘Le cifre a marzo, ma la tendenza al ribasso si conferma pure nel 2017’.
Di questo passo, le ‘mani leste’ potrebbero diventare presto un ricordo. Anche l’anno che sta per chiudersi registra una riduzione del numero dei furti in Ticino. Una riduzione «consistente», conferma e precisa, interpellato dalla ‘Regione’, il commissario Renato Pizolli, capo del Servizio comunicazione e media della Polizia cantonale. «Cifre per il momento non ne diamo – puntualizza Pizolli –. Primo, perché per i dati definitivi dobbiamo ovviamente aspettare che il 2017 si concluda. Secondo, perché in base a disposizioni federali la statistica sulla criminalità in Svizzera viene pubblicata nella seconda metà di marzo dell’anno seguente a quello di riferimento. Ma al di là di questi aspetti organizzativi il trend è chiaro e in prospettiva incoraggiante: anche nel 2017 vi è nel nostro cantone una diminuzione, ed è una diminuzione marcata, dei furti in generale e in particolare di quelli con scasso nelle abitazioni. Il calo è in tutte le regioni, compreso il Mendrisiotto». Insomma, la tendenza al ribasso «cominciata nel 2014» continua, a meno di sorprese da ‘Prevena’, l’annuale operazione delle forze di polizia (Cantonale, polcomunali e Guardie di confine) volta a prevenire fra l’altro i borseggi nei centri commerciali nel periodo delle festività natalizie. «Al momento da ‘Prevena’ non abbiamo segnali di una recrudescenza dei casi», indica Pizolli. Il numero di furti, ricorda il portavoce della Cantonale, «è in calo da circa tre anni. E non solo da noi. È un trend che si riscontra infatti anche nel resto della Svizzera e dell’Europa». In Ticino nel 2016 i furti con scasso sono scesi rispetto all’anno precedente del “14 per cento”, di ben il “60” rispetto al 2013, come riferito lo scorso marzo dalla Polizia cantonale. Il che, riprende Pizolli, è da ascrivere pure «alle mutate abitudini di molti cittadini». Dopo «l’impennata» di ‘colpi’ nel 2011, nel 2012 e l’anno successivo, aggiunge il responsabile del Servizio comunicazione, «la polizia ha affinato determinate strategie operative e la popolazione, seguendo anche i nostri consigli, ha reso più sicure le proprie abitazioni». Senza per questo trasformare la casa in un fortino. «Bastano piccoli accorgimenti anti-effrazioni, peraltro dal costo veramente contenuto – osserva Pizolli –. Ne cito alcuni: lucchetti alle persiane, sistemi di bloccaggio delle tapparelle, sensori per l’accensione automatica di luci all’esterno dell’abitazione quando viene rilevato un movimento. In passato c’era chi non chiudeva la porta o si dimenticava di azionare il sistema d’allarme che aveva fatto installare in casa: oggi questo non succede più o succede molto meno». C’è poi un aspetto che l’addetto stampa della Cantonale tiene a sottolineare: «Le segnalazioni di comportamenti sospetti che come polizia riceviamo dai cittadini sono sempre di più e sempre più puntuali». Cosa che «unitamente a una rafforzata presenza di pattuglie in certi momenti e in certe zone e a un’intensa attività investigativa permette di rendere maggiormente incisive sia l’azione di contrasto sia quella di prevenzione. E di mantenere alta la guardia». Sulla stessa lunghezza d’onda il direttore del Dipartimento istituzioni. «Il calo dei furti – osserva Norman Gobbi –è anche da un lato il risultato delle varie misure attuate in questi anni sul piano organizzativo, alludo fra l’altro alla ‘regionalizzazione’ della Gendarmeria e all’accresciuta collaborazione fra le diverse forze di polizia, per un miglior presidio del territorio. Dall’altro lato – sostiene il consigliere di Stato – è il risultato di un performante lavoro inquirente».

Maggior sicurezza? Ecco i fatti

Maggior sicurezza? Ecco i fatti

Da laRegione | Il dibattito – di Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Abbiamo fatto passi da gigante, in Ticino, per la sicurezza. È vero, i risultati variano di regione in regione, ma la tendenza generale che si sta seguendo negli ultimi anni è rassicurante su più fronti. Basti ricordare come i furti con scasso siano diminuiti nello scorso anno del 14% rispetto al 2015, e oltre che dimezzati numericamente rispetto al 2013, e che in zone come il Mendrisiotto, la diminuzione è ancora più accentuata. Questo è il risultato di scelte ben precise, come ad esempio una maggiore e migliore presenza sul territorio dei nostri agenti.

Purtroppo la cronaca ci ricorda che determinate zone del nostro Cantone, data la loro vicinanza al confine, rischiano di essere maggiormente toccate da fenomeni come quello della criminalità transfrontaliera. È una problematica reale, ma stiamo lavorando per cercare delle soluzioni, su più fronti. In alcuni casi, le scelte che abbiamo fatto hanno già portato a dei risultati visibili e misurabili. E parlo ad esempio dell’attività dei Commissariati della Polizia cantonale in questo senso. In effetti, se il numero d’infrazioni per rapina lo scorso anno è aumentato di una decina di unità rispetto al 2015, il tasso di risoluzione di questi casi ha oltrepassato, nel 2016, il 60 per cento.

Ciò significa che in oltre la metà dei casi si è potuto identificare e rimettere alla Giustizia gli autori di queste rapine. È un dato molto significativo se consideriamo che in passato variava fra il 20 e il 30%, ed è la dimostrazione che la lotta alle rapine è un impegno che, con il mio Dipartimento, stiamo affrontando con il pugno di ferro. Grazie al lavoro di intelligence, con la formazione di nuovi agenti inquirenti presso la Polizia giudiziaria e con la maggior presenza degli agenti uniformati sul territorio. L’attività dei nostri agenti a favore della nostra sicurezza è intensa e quotidiana. Siamo certi che con le nostre scelte, corroborate dai fatti, potremo rendere il nostro Cantone un luogo ancora più sicuro e accogliente, in ogni sua regione.

La mafia addosso: parla Norman Gobbi.

La mafia addosso: parla Norman Gobbi.

Da LiberaTV.ch | Il ministro: “Non c’è un punto franco ma in un momento di crisi come questo il rischio di infiltrazioni è molto alto. Gli inquirenti devono collaborare meglio. Dobbiamo unire le forze nell’amministrazione e nella società civile: segnalate”

Dopo la nostra indagine sulla presenza mafiosa in Ticino, abbiamo chiesto conto di ciò che è emerso al ministro delle istituzioni: “A livello di Governo federale, diciamo che non percepisco la presa di coscienza in maniera accresciuta, nonostante i Cantoni toccati siano diversi e gli episodi di presenze mafiose dimostrate siamo ormai diverse decine”

Norman Gobbi, dalla nostra inchiesta tra i vari addetti ai lavori che operano sul territorio in ambito di criminalità organizzata, emerge una forte preoccupazione per la così detta “terra di nessuno che nessuno controlla”. Ovvero quella zona grigia creata dalle diverse competenze attribuite ai vari poteri inquirenti. Il Ministero Pubblico della Confederazione e la polizia federale, non controllano il territorio. E la Procura ticinese e la polizia cantonale non sono competenti per inchieste di mafia. Il risultato è questo punto franco di cui non conosciamo la fauna e la flora. Concorda con questa preoccupazione? Cosa si può fare per intervenire?
“Mi permetta di dire che di “punto franco” per le organizzazioni criminali non ve ne sono. È vero le competenze tra le Autorità federali e cantonali sono suddivise in modo chiaro: il pallino delle inchieste di mafia è in mano alla Confederazione. Questo non significa però che il Cantone non possa fare nulla a riguardo. Anche noi facciamo la nostra parte. La dimostrazione? Pensiamo all’inchiesta che qualche mese fa ha portato l’arresto in Ticino di un presunto reclutatore dell’Isis: un ottimo esempio di come, nel rispetto del proprio campo d’attività, gli inquirenti cantonali e federali abbiano collaborato con successo in un caso delicato. Sul piano operativo certamente si potrebbe migliorare ulteriormente la collaborazione, sia tra ministeri pubblici che tra polizie, e questo è un obiettivo continuo dei responsabili”.

Il controllo e il monitoraggio del territorio è fondamentale anche per cogliere quei segnali difficilmente visibili altrimenti. Ad esempio si sa che la criminalità organizzata predilige “investire” anche in attività dove gira contante: bar, ristoranti e lavanderie ad esempio. Il che, di riflesso, significa anche il pericolo di un’infiltrazione diretta nel tessuto socio economico. Anche lei avverte questo rischio e in che misura?
“Soprattutto in un momento congiunturale come quello che stiamo vivendo, in cui la crisi economica ha segnato la piazza finanziaria e l’economia cantonale, il rischio che aumentino i reati economici è molto alto. Quando c’è difficoltà nel mondo dell’edilizia, della ristorazione, del commercio, ecc. è possibile che organizzazioni criminali si possano inserire nel nostro tessuto economico e sociale, in maniera non violenta ma criminale dal punto di vista del riciclaggio del denaro proveniente da attività illegali. Fondamentale in questo senso è mantenere alta la guardia e garantire una costante collaborazione tra tutti gli attori coinvolti. Un tema che ho portato diverse volte anche all’attenzione dei miei colleghi: per combattere pericoli come l’infiltrazione mafiosa bisogna unire le forze – non solo con le autorità federali – ma anche all’interno della stessa macchina amministrativa e con la società civile, penso in particolare a fiduciari, notai, avvocati e operatori immobiliari. Occorre uscire dalle logiche burocratiche e statali che stagnano il sistema e garantire uno scambio d’informazioni costanti – nel limite di quanto concesso dalle leggi – e una collaborazione attiva”.

Lei parlò del pericolo mafioso anche in apertura di un anno giudiziario. Da allora che tipo di evoluzione ha potuto osservare dal suo osservatorio. Qual è il suo grado di preoccupazione?
“Diciamo che quando richiamai l’attenzione degli avvocati e dei notai sul mondo della criminalità organizzata, taluni non colsero quanto reale il pericolo fosse e sia tutt’oggi. Chiedersi da dove provengano i soldi, evitare di prestare il fianco ad economie distorte, segnalare casi sospetti fanno parte di quegli anticorpi che dobbiamo sviluppare. Quando si parla di sicurezza in generale non bisogna mai abbassare la guardia. Occorre restare allerta, come per altre minacce quali ad esempio quella terroristica, perché pensare che la nostra società sia immune a questi fenomeni è irreale. Anche per la posizione del nostro Cantone, vicina alla grande metropoli milanese, siamo un territorio a rischio per questo genere di crimini”.

Ritiene che l’allarme sociale sia in questo momento adeguato ai rischi, oppure nella popolazione e nel mondo politico si tende un po’ a sottovalutare il problema?
“Diciamo che la presa di coscienza sul problema non è ampiamente diffusa. Proprio seguendo il monito di Paolo Borsellino a voler parlare di mafia allo scopo di affrontare il problema, qualche mese fa a Lugano ho voluto organizzare un incontro con il Procuratore generale della Confederazione Michael Lauber, per discutere a 360 gradi di tematiche di competenza del Ministero pubblico federale, ed è stata l’occasione di capire anche quello che sta accadendo alle nostre latitudini: ovviamente si è parlato anche di indagini legate alla mafia. Inoltre, stiamo lavorando ad un progetto per sensibilizzare l’apparato statale nei confronti di questi fenomeni e di fenomeni legati agli abusi sulle prestazioni statali”.

Come giudica il fatto che ci sia un solo un Procuratore Federale ad indagare su inchiesta di mafia in lingua italiana?
“Ricordiamoci che in Ticino abbiamo un antenna del Ministero pubblico della Confederazione. Una presenza importante per il nostro territorio. Si potrebbe fare di più e in maniera più attiva? Certo, ma poi bisogna concedere a livello federale le risorse finanziarie e umane, oltre che trovare persone adeguate ad assumere un ruolo non facile, come quello di combattere le organizzazioni criminali”.

Come giudica il fatto che non disponiamo di una fotografia precisa – anche a causa dei problemi posti poc’anzi – rispetto alla presenza della criminalità organizzata in Ticino? Ritiene sia necessario farsi sentire maggiormente a Berna in modo da meglio precisare e circoscrivere il problema?
“Su mia proposta, il Consiglio di Stato del nostro Cantone (e siamo gli unici) incontra il Procuratore della Confederazione: l’ultima volta che Lauber è venuto a Bellinzona è stato lo scorso mese di novembre. Non mi tiro mai indietro quando bisogna far sentire la nostra voce oltre Gottardo, e se lo ritenessi necessario interverrei anche in queste circostanze. A livello di Governo federale, diciamo che non percepisco la presa di coscienza in maniera accresciuta, nonostante i Cantoni toccati siano diversi e gli episodi di presenze mafiose dimostrate siamo ormai diverse decine”.

A suo avviso che impatto hanno avuto la crisi economica e la Libera circolazione delle persone su questa problematica?
“Sicuramente non hanno aiutato. In un momento congiunturale non favorevole per la nostra economia, il crimine – in ambito economico e finanziario – prova a insediarsi. Non sono un sostenitore della libera circolazione, ma è cosa nota. Infatti, non a caso ho introdotto la misura del casellario proprio per tutelare la nostra sicurezza e avere un controllo di chi intende entrare a insediarsi o a lavorare sul nostro territorio. La nostra comunione territoriale e linguistica con l’Italia ci espone più di altri a questi tentativi da parte delle organizzazioni criminali, in quanto il nostro sistema giuridico-amministrativo liberale e la mancanza di strumenti legislativi rafforzati per combattere le mafie fanno del nostro territorio ticinese un obiettivo appetibile”.

L’esplosione della criminalità economica, e la diminuzione delle inchieste a causa delle risorse messe a disposizione, come si evince dalle statistiche della sezione dei reati economici della polizia, è un dato molto preoccupante. Anche in chiave di possibili infiltrazioni mafiose. Come lo state affrontando?
“Da un lato negli ultimi anni abbiamo concesso più specialistici finanziari per sostenere l’attività inquirente; dall’altra va data una priorità di intervento al numero crescente di segnalazioni, anche dal mio Dipartimento su casi di fallimenti poco chiari con elementi di carattere penale. Dal punto di visto operativo, le inchieste finanziarie sono molto onerose per la dimensione cartacea degli incarti; quelle economiche hanno bisogno di numerosi elementi, da verificare e suffragare con dati oggettivi. In tal senso, da due anni abbiamo attivato un master con la SUPSI rivolto agli operatori (magistrati, agenti di polizia, economisti e avvocati) volto a sviluppare le competenze professionali nella lotta alla criminalità economico-finanziaria, permettendo nel contempo un proficuo scambio di opinioni ed esperienze tra le persone che lo stanno seguendo”.

È immaginabile, nel rispetto della legge, che anche gli uffici cantonali che operano in ambiti potenzialmente “sensibili” per la criminalità organizzata, collaborino maggiormente con gli inquirenti attraverso delle segnalazioni?
“Lo facciamo già oggi, e su mia esplicita volontà perchè ognuno deve fare la propria parte. Mi piace definire i nostri cittadini le “sentinelle” attive sul territorio e invito spesso tutti a voler segnalare tempestivamente alla Polizia cantonale movimenti sospetti o situazioni dubbie. Grazie a queste segnalazioni le forze dell’ordine riescono spesso a intervenire e fermare criminali in azione o in procinto di compiere atti illeciti. Lo stesso principio vale quindi anche tra Autorità: il mio invito – l’ho ribadito a più riprese anche all’Associazione dei fiduciari e alle Autorità giudiziarie così come pure a tutti i miei funzionari dirigenti – è quello di segnalare all’autorità competente tutte le situazioni sospette. La collaborazione è un tassello fondamentale nella lotta al crimine organizzato”.

Gli esperti che abbiamo interpellato per la nostra inchiesta lamentano altresì una collaborazione molto migliorabile tra gli inquirenti ticinesi e quelli federali, in ambito di criminalità organizzata. Cosa si può fare per rendere più efficace questa partnership fondamentale?
“Sicuramente favorire momenti di incontro: è quello che faccio io stesso con i miei omologhi oltre Confine e oltre Gottardo. Per contrastare il crimine organizzato la collaborazione in questi casi è fondamentale. Oltre che a livello politico anche tra addetti ai lavori si potrebbe intensificare gli scambi: Besso (polizia federale) e via Bossi (polizia cantonale) distano poche centinaia di metri, ma talvolta la comunicazione è difficile. Su questo ne abbiamo recentemente parlato con la direttrice di Fedpol Nicoletta Della Valle, e si conviene che si possa fare meglio”.

Da ministro di giustizia e polizia di questo Cantone, infine, desidera mandare un messaggio chiaro alle organizzazioni criminali che operano sul nostro territorio e a coloro che si occupano di contrastarla?
“Se mi fosse davvero possibile fermare questo genere di attività criminale tramite un annuncio pubblico, avremo la soluzione a tanti problemi (ndr ride). Non ho bisogno di slogan politici, continuerò come sempre a impegnarmi a fondo insieme ai miei collaboratori proponendo misure concrete – come la misura sul casellario, la formazione professionale e la sensibilizzazione degli attori amministrativi ed economici – per fermare e contrastare l’insorgere di rischi per la nostra sicurezza interna. I risultati si ottengono attraverso i fatti”.

(Articolo di Andrea Leoni: http://www.liberatv.ch/it/article/35030/la-mafia-addosso-parla-norman-gobbi-il-ministro-non-c-un-punto-franco-ma-in-un-momento-di-crisi-come-questo-il-rischio-di-infiltrazioni-molto-alto-gli-inquirenti-devono-collaborare-meglio-dobbiamo-unire-le-forze-nell-amministrazione-e-nella-societ-civile-segnalate)

Casellario giudiziale: non molliamo!

Casellario giudiziale: non molliamo!

Dal Mattino della Domenica | Divieto d’entrata a 64 criminali pericolosi sul nostro territorio

64. È il numero di criminali stranieri a cui è stato impedito di venire a vivere o a lavorare nel nostro Cantone dall’aprile del 2015 alla fine del mese di dicembre scorso. Come è stato possibile? Grazie alla misura straordinaria sul casellario giudiziale che ho introdotto ad aprile del 2015 per tutelare maggiormente la sicurezza sul nostro territorio. E negli scorsi giorni, per la seconda volta, la nostra misura ha fatto breccia nella Berna federale! Una notizia incoraggiante per il nostro Cantone e per tutti i cittadini e le cittadini ticinesi.

Sono passati poco più di due mesi da quando il Consiglio di Stato ha inviato una missiva a Berna invitando i parlamentari della Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati a sostenere le due iniziative del Gran Consiglio ticinese che vanno nella stessa direzione della nostra misura straordinaria.
Venerdì, infatti, anche la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha sostenuto la richiesta del nostro Parlamento che auspica la presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini che provengono dall’Unione europea e che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera.
Un passo importante e che fa ben sperare: nella capitale elvetica la richiesta sistematica del casellario giudiziale per tutti coloro che intendono venire a soggiornare o a lavorare alle nostre latitudini è vista sempre più positivamente!

Quella sul casellario è una misura che ha fatto storcere il naso a molti – tra cui le Autorità italiane – ma che ha raccolto da subito un ottimo consenso: dapprima dal Popolo, che l’ha sostenuta attraverso una petizione promossa dalla Lega dei Ticinesi, e in seguito dal Parlamento e dal Governo ticinesi. E dopo la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, ora anche la medesima Commissione del nazionale sostiene la nostra proposta. Una proposta osteggiata da più parti soprattutto dai partiti per l’apertura sconsiderata delle nostre frontiere a livello federale PLR, PS e Verdi che proprio negli scorsi giorni hanno votato compatti contro la misura ticinese! Grazie all’ottimo lavoro di squadra con la nostra Consigliera nazionale Roberta Pantani e al ticinese Marco Romano abbiamo ottenuto un altro traguardo importante.

D’altra parte è chiaro a tutti ormai che non si tratta di una misura che vuole discriminare i cittadini stranieri nel venire a risiedere o a lavorare nel nostro Cantone, come hanno fatto intendere dalla vicina Italia! Quello che vogliamo – e che abbiamo sempre voluto – è offrire più sicurezza al Ticino e ai ticinesi.

I servizi del mio Dipartimento trattano migliaia di pratiche di rinnovo e di rilascio dei permessi ogni mese e non dispongono degli strumenti adatti per poter effettuare verifiche approfondite e identificare eventuali elementi di rischio. Non possono infatti accedere alle banche dati di cui dispongono le forze dell’ordine. L’unico mezzo a disposizione dell’Autorità amministrativa è quindi la consultazione dell’estratto del casellario giudiziale.

Grazie a questo efficace strumento abbiamo impedito l’entrata sul nostro territorio a 64 cittadini stranieri che si erano macchiati di reati quali – per citarne alcuni: sequestro di persona, furti, spaccio di droga, estorsioni, porto illegale d’armi, reati economici, rapine, omicidio e distruzione di cadavere (!).

Un’ulteriore conferma per tutti noi: stiamo lavorando nella giusta direzione. Qualche settimana fa mentre mi recavo a Berna per uno dei tanti incontri con le Autorità federali in un commento sulla mia pagina Facebook qualcuno ha insinuato che queste azioni non servono a nulla e non portano a niente. “Tutto tempo sprecato”. E invece no! È quello che ho risposto: farmi portavoce degli interessi del nostro Cantone con le Autorità federali e i Consiglieri federali non è mai tempo sprecato. Non intendo mollare su questo fronte. Perché con tenacia, impegno e costanza anche nella nostra capitale si stanno rendendo conto delle criticità alle quali è sottoposto il nostro Cantone. I risultati però non mancano: a inizio anno – per citare un esempio – il Consigliere federale Ueli Maurer ha annunciato che partirà da questa primavera un progetto pilota per la chiusura notturna dei valichi secondari. Un tema che ho portato sul tavolo della discussione regolarmente nei miei viaggi d’Oltralpe. Un ottimo lavoro di squadra su più fronti che ha consentito al Ticino di portare a casa un successo!

Non dimentichiamo poi che il Ticino è spesso un laboratorio per il resto della Svizzera: di frequente ci capita di testare misure che risolvono problematiche che inizialmente sono una prerogativa tutta ticinese e solo in seguito diventano una preoccupazione condivisa dal resto del Paese. Pensiamo ad esempio alla problematica legata ai flussi migratori: siamo stati i primi a toccare con mano il problema, e ce ne siamo fatti carico dando una mano al resto della Svizzera.

Non è solamente uno slogan elettorale: la sicurezza è un bene primario e fondamentale non solo per i Ticinesi ma per tutta la Svizzera. Continuerò sulla strada tracciata: non mollerò e continuerò a difendere la misura del casellario. Per il nostro bene, e per quello di tutto il Paese!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Sul casellario il Governo tira dritto

Sul casellario il Governo tira dritto

Dal Giornale del Popolo del 12 maggio 2016

Un anno dalla sua introduzione, su un totale di 17.468 domande esaminate, 33 sono state rifiutate – Gobbi: «Il provvedimento permette una maggiore sicurezza»

Il Consiglio di Stato, alla fine, ha deciso di tirare dritto: il casellario giudiziale resta. Fino a quando? In linea teorica, la misura straordinaria resterà in vigore fino all’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale tra Svizzera e Italia. Difficile tuttavia dire quanto ci vorrà perché i due Parlamenti ratifichino l’accordo. Nel frattempo il suo Dipartimento sarà incaricato di valutare varianti alternative alla misura, in grado di ottenere i medesimi risultati sul profilo della sicurezza, ma nel rispetto degli accordi sulla libera circolazione. Solo due mesi fa, il consigliere federale Ueli Maurer era giunto in Ticino accompagnato dal Segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali Jacques de Watteville per incontrare l’Esecutivo ticinese e fare il punto sullo stato dei lavori, dopo che lo scorso dicembre il nuovo accordo tra Italia e Svizzera era stato parafato. Durante quell’incontro, lo ricordiamo, Maurer chiese un passo indietro al Ticino, sottolineando come il margine di manovra fosse ristretto a causa della ferma opposizione della controparte italiana in merito ad alcune misure particolarmente indigeste, tra cui il casellario giudiziale, da sempre ritenuto un trattamento discriminatorio dai politici del Belpaese. La richiesta del casellario era la normalità fino al 2002, prima dell’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione. Nel 2008 il Cantone ha deciso di introdurre un sistema di autocertificazione. Infine, nell’aprile del 2015, a seguito di un altro grave fatto di cronaca con protagoniste persone in possesso di un permesso B, venne deciso di reintrodurre l’obbligatorietà di presentare il casellario per il rilascio dei permessi B e F, insieme al certificato dei carichi pendenti (misura, questa, poi sospesa a partire dal 1° dicembre scorso). Ieri la conferma che invece indietro non si torna. Tramite una missiva indirizzata a Berna, il Governo ticinese all’unanimità ha deciso di proseguire con l’obbligo di presentazione dell’estratto casellario giudiziale, una misura volta alla «tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico sul nostro territorio – ha chiarito il consigliere di Stato Norman Gobbi – e non a carattere economico e discriminatorio, come più volte si è sentito dire». I numeri, in effetti, sembrano dare ragione al Governo. A un anno dall’adozione del provvedimento, infatti, su un totale di 17.468 domande esaminate dalla Sezione della popolazione, 17.276 hanno portato a un rilascio o a un rinnovo del permesso di dimora (B) o per lavoratori frontalieri (G), mentre 192 contenevano elementi di natura penale e, dal conseguente approfondimento, 33 sono sfociate in decisioni negative. «Il fatto che su 192 domande contenenti elementi di natura penale, 33 di queste – pari al 17% delle domande con evidenze penali esaminate – abbiano condotto a emettere una revoca/decisione negativa, è significativo, a dimostrazione dell’efficacia della misura introdotta e di quanto essa permetta di perseguire gli obiettivi del DI in termini di sicurezza e di ordine pubblico», chiosa Gobbi. Da notare anche che alcuni di questi 33 casi (29 per il permesso B e 4 per il G) si riferiscono a reati gravi (come rapina, appropriazione indebita, detenzione illegale di armi, furto e omicidio). Ma Gobbi, e il Governo, tengono a porre l’accento anche su un altro elemento importante: l’effetto dissuasivo. Benché non si possa comprovare un nesso tra l’introduzione della misura del casellario e la riduzione delle domande di permessi, dati alla mano, una certa diminuzione si può notare. Se all’inizio del 2015 le richieste di rilascio del permesso B si attestavano al di sopra della media degli ultimi 4 anni, dopo l’introduzione della misura esse hanno conosciuto una marcata diminuzione, toccando a maggio un calo del 35% rispetto alla media del quadriennio 2011- 2014. Minore invece l’effetto dissuasivo per le richieste di permesso da parte dei lavoratori frontalieri, che hanno comunque conosciuto una diminuzione. Da Berna, per ora tutto tace. L’auspicio del Governo ticinese è che «il Consiglio federale possa capire e fare proprie queste nostre posizioni, cercando di farle capire al partner italiano. Il Ticino è esposto a fenomeni diversi ad altri Paesi e questo deve farci mettere in campo misure particolari per salvaguardare la sicurezza. Una richiesta che ci viene anche dagli oltre 12mila persone che hanno sottoscritto una petizione e dal Gran Consiglio». Possibile che l’Italia possa fare un passo indietro sull’accordo fiscale? Gobbi non crede e spiega: «L’accordo fiscale è anche nell’interesse dell’Italia, quindi confidiamo che l’approccio molto formale dell’Italia diventi più pragmatico». E sulle varianti che verranno studiate in un anno dal suo Dipartimento, Gobbi spiega: «Si tratta di studiare altri provvedimenti che possano consentirci di avere informazioni sui precedenti penali delle persone, per identificare coloro che potrebbero rappresentare una minaccia per la nostra sicurezza interna». Per quanto riguarda la tempistica Gobbi dice: «La parte italiana si prenderà 5-10 anni per far entrare progressivamente in vigore l’accordo fiscale, così anche noi ci prenderemo il tempo necessario prima di abbandonare l’obbligatorietà del casellario».

Ref, in vista nuovi rinforzi

Ref, in vista nuovi rinforzi

Da LaRegione Ticino, di Andrea Manna l Gobbi: alla Sezione reati economico-finanziari della Polcantonale saranno assegnati altri tre analisti

Si profila un nuovo potenziamento della Ref, la sezione della Polizia cantonale che in stretta collaborazione con la magistratura inquirente indaga sui reati economico-finanziari. «Come Dipartimento e come governo abbiamo accolto la richiesta del procuratore generale di un adeguamento del numero di specialisti chiamati a cooperare con il Ministero pubblico nelle inchieste sugli illeciti di natura finanziaria: abbiamo così deciso di attribuire alla Ref tre analisti», dice alla ‘Regione’ il ministro di Giustizia e polizia Norman Gobbi . I tre, aggiunge il capo del Dipartimento istituzioni, «verranno reclutati all’esterno del Corpo di polizia e dovrebbero essere assunti, questa perlomeno è la mia intenzione, nel corso dell’anno. La durata del loro mandato sarà definita nella risoluzione che il Consiglio di Stato sta formalizzando, tenendo conto anche dei parametri fissati nell’annunciata manovra di risparmio da 180 milioni».

Temporanei o meno, rinforzi comunque in arrivo per la Sezione reati economico-finanziari guidata dal commissario Fabio Tasso. Sezione che lo scorso anno è stata confrontata con un incremento del “24 per cento” del numero di inchieste “rispetto alla media degli incarti trattati dal 2010 al 2014”, si legge nel rapporto, pubblicato l’altro ieri dalla Cantonale, riguardante i risultati del lavoro svolto dalla Ref nel 2015. In ballo soprattutto “grosse inchieste”. Che implicano l’esame “di una notevole mole di documenti e informazioni”, si puntualizza nel rendiconto. «I tre analisti – riprende Gobbi – dovranno coadiuvare gli investigatori della Ref e i magistrati del Ministero pubblico nel vagliare la documentazione acquisita nel corso delle indagini e quindi nella ricostruzione – estremamente importante per l’esito dei procedimenti penali – dei flussi contabili».

Le inchieste in Ticino «su reati finanziari e fallimentari sono in crescita», sottolinea, da noi interpellato, il pg John Noseda . Ed è ciò che il procuratore generale ha scritto in gennaio al governo nel trasmettergli il bilancio dell’attività 2015 del Ministero pubblico. “Si conferma l’evoluzione, già segnalata nei rendiconti relativi agli anni 2013 e 2014, nel settore dei reati finanziari con un costante aumento dei procedimenti penali aventi per oggetto reati fallimentari, abusi societari, malversazioni nel settore bancario o fiduciario e riciclaggio nonché nel settore dell’edilizia e in altri ambiti di lavoro con impiego di persone prive di permesso, con sfruttamento della manodopera e con evasione o frode degli oneri sociali e fiscali”. Dal profilo quantitativo, prosegue il pg, “questa tendenza è confermata dall’incremento delle decisioni emanate nel settore finanziario (da 541 a 786) e soprattutto degli atti e dei decreti d’accusa (da 240 a 378). Il maggior onere derivante dai procedimenti di carattere finanziario è peraltro confermato dall’importante incremento del numero dei casi che richiedono inchieste laboriose da parte di specialisti dell’Efin (l’Equipe finanziaria del Ministero pubblico) e della Ref, anch’essi purtroppo confrontati con un sovraccarico di lavoro per carenza di effettivi”.

Nel 2015 alla Ref, ricorda Gobbi, «erano già stati attribuiti due specialisti con una solida esperienza in ambito bancario, prossimamente a questa sezione della Polizia cantonale saranno assegnati altri tre analisti, dopo aver valutato anche i profili che ci perverranno dagli uffici di collocamento». Il contrasto alla criminalità economica, rileva il direttore del Dipartimento istituzioni, passa però anche dalla cooperazione tra settori dell’Amministrazione. «La maggior collaborazione, voluta dal Dipartimento, tra uffici esecuzione e fallimenti, uffici dei registri, Procura e polizia sta dando – sostiene il consigliere di Stato – i suoi frutti».