Diamo seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo

Diamo seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo

Dal Mattino della Domenica del 7 febbraio 2016 – SÌ all’iniziativa d’attuazione: per la nostra sicurezza e per il nostro rispetto

C’è molta carne al fuoco il prossimo 28 febbraio. Non penso solamente all’importante votazione sul risanamento del San Gottardo, bensì anche all’iniziativa per l’attuazione dell’espulsione degli stranieri che commettono reati. Per la sicurezza di tutti i cittadini è fondamentale sostenere questa iniziativa: non vogliamo e non possiamo più tollerare sul nostro territorio criminali stranieri, i quali mancano innanzitutto di rispetto al Paese – e di conseguenza al Popolo – che li ha accolti, che li ha dato una casa, un lavoro, un luogo dove vivere. A questo punto del dibattito, infiammatosi nelle ultime settimane, qualche fatto concreto dev’essere evidenziato come merita. Vicende reali, che hanno riempito la cronaca dei nostri media. Come nel caso del cittadino straniero di origine croata che nel 1993 fu condannato per violenza carnale commessa sul nostro territorio. Scontata la pena nel suo Paese, nel 2012 la persona richiese un permesso di soggiorno in Ticino, dove risiedono la moglie e i figli. E quando la richiesta fu respinta dal Dipartimento delle istituzioni – decisione poi confermata sia dal Governo che dal Tribunale cantonale amministrativo – questa persona si rivolse al Tribunale federale, che nel settembre 2014 gli diede ragione, sconfessando le autorità cantonali. Secondo l’Alta corte, il cittadino croato non rappresentava più un pericolo concreto per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (!). Stiamo parlando di violenza carnale, non di un – seppur grave – furto. Un caso che oserei definire eclatante, un caso che non deve più verificarsi, poiché ci sono di mezzo la sicurezza e l’ordine pubblico del nostro territorio e di tutti i cittadini!

Sono questi i motivi per i quali già nel 2010 fui l’unico Consigliere nazionale della Deputazione ticinese a difendere la prima iniziativa lanciata dall’UDC per l’espulsione dei criminali stranieri. La dimostrazione che non mi sbagliavo venne quando il nuovo testo costituzionale fu approvato dal Popolo ticinese e da quello svizzero così come dalla maggioranza dei Cantoni. Peccato che, nonostante la creazione di gruppi di studio e varie consultazioni, nulla si sia mosso a livello normativo, mentre sul nostro il numero di incarcerazioni di stranieri nei penitenziari non ha mai smesso di aumentare. A questo punto, credo quindi sia venuto il momento di dare finalmente seguito alla chiara volontà espressa dal Popolo, il nostro Sovrano, senza se e senza ma. C’è infatti in gioco la credibilità della nostra democrazia, del nostro sistema di democrazia diretta che rappresenta la nostra forza e, perché no, anche il nostro orgoglio. Al di là delle narrazioni dei contrari a ogni costo, pronti a mettere in gioco pure la volontà popolare – aspetto molto pericoloso – i numeri sono inequivocabili. La Svizzera detiene infatti il poco invidiabile record europeo di detenuti stranieri, che oggi rappresentano il 74% della popolazione carceraria. Una situazione estrema che è addirittura peggiore in Ticino, dove 4 detenuti su 5 sono stranieri.

Questa situazione non è più tollerabile! Grazie all’iniziativa per l’attuazione possiamo raggiungere tre obiettivi: 1) rendere giustizia alla chiara volontà espressa dal Popolo svizzero e ticinese;
2) ridurre, grazie all’effetto deterrente, i reati, e con essi i costi amministrativi della giustizia e quelli per la risocializzazione dei detenuti; 3) non consentire più che stranieri autori di ripetuti atti criminali gravi possano restare nel nostro Paese. Non possiamo più ignorare che la situazione continua a peggiorare sul fronte della sicurezza, e non possiamo più continuare a negare l’applicazione del testo approvato dal Popolo svizzero nel 2010. Per tutte queste ragioni, sostegno fermamente l’iniziativa di applicazione, e il 28 febbraio invito i Ticinesi a votare un «sì» convinto. Per la nostra sicurezza e per il nostro rispetto!

Incontro italo-svizzero in materia di sicurezza transfrontaliera

Incontro italo-svizzero in materia di sicurezza transfrontaliera

Nel corso della giornata odierna il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha incontrato a Milano il Console generale di Svizzera Massimo Baggi nonché alti funzionari italiani e della Confederazione appartenenti a enti preposti alla sicurezza. L’incontro – promosso e organizzato dal Console generale di Svizzera a Milano – ha permesso di riunire per la terza volta le Autorità elvetiche e della vicina penisola operanti nell’ambito della sicurezza che hanno avuto l’occasione di confrontarsi su temi e strategie operative messe in atto da entrambe le parti nell’ambito del coordinamento della lotta alla criminalità transfrontaliera.

Durante la riunione sono stati trattati diversi temi tra cui, in particolare, quello della collaborazione in materia di lotta al terrorismo. Tutti i presenti hanno condiviso l’importanza di dotarsi di un efficiente sistema di scambio di informazioni per poter coordinare le attività in questo ambito.

Inoltre, nel corso della mattinata, è stata pure condivisa la necessità di intensificare la collaborazione da entrambe le parti per far fronte al fenomeno della migrazione, che negli scorsi mesi ha impegnato in modo importante le forze dell’ordine a ridosso della fascia di confine.

Altro tema rilevante emerso è stato quello dell’intensificazione e dell’ottimizzazione della collaborazione interforze sulla fascia di confine avvenuta negli scorsi anni. Prova ne è la recente Operazione DUOMO della Polizia cantonale, effettuata in collaborazione con la Polizia di Stato italiana e le Guardie di confine, che ha portato all’arresto a Castelrotto di sei pericolosi rapinatori.

Infine, è stato pure approfondito l’aspetto della sicurezza nel corso di Expo 2015. A questo proposito il Presidente del Governo Norman Gobbi ha espresso soddisfazione per il dispositivo di sicurezza messo in atto dalle forze dell’ordine italiane che ha permesso di gestire al meglio l’importante afflusso di persone che quotidianamente hanno visitato la manifestazione.

In futuro saranno organizzati con regolarità ulteriori incontri, sia a livello strategico che operativo, tra forze dell’ordine svizzere e italiane, per incentivare e migliorare il dialogo attraverso lo scambio di informazioni. L’obiettivo è quello di coordinare azioni volte a contrastare la criminalità che non conosce confini.

Per la delegazione italiana hanno partecipato Michele Sinigaglia (Vice Questore Vicario di Milano), Vincenzo Coppola (Comandante Interregionale Carabinieri Pastrengo, Milano), Giuseppe Zafarana (Comandante regionale Guardia di finanza per l’Italia nord-occidentale) e Tullio Mastrangelo (Comandante della Polizia locale di Milano). Per la Svizzera, oltre a Norman Gobbi (Presidente del Consiglio di Stato), hanno preso parte all’incontro Pietro Lazzeri (Ministro dell’Ambasciata Svizzera a Roma), Jean-Daniel Pitteloud (Addetto di Polizia federale all’Ambasciata Svizzera a Roma), Massimo Baggi (Console generale di Svizzera a Milano), Elisa Canton (Console generale aggiunto di Svizzera a Milano) e Giovanni Capoferri (Responsabile II Reparto di Gendarmeria di Lugano).

Il presidente del Governo del Ticino: “Con Schengen più criminali. Un muro in dogana? Serve una frontiera fisica”

Il presidente del Governo del Ticino: “Con Schengen più criminali. Un muro in dogana? Serve una frontiera fisica”

Da Il Giorno l Intervista a Norman Gobbi: “Chiudiamo di notte i valichi minori”

Frontiere da sorvegliare contro la criminalità d’importazione. Non ha dubbi Norman Gobbi, direttore del dipartimento delle Istituzioni e presidente di turno del Consiglio di Stato, il governo del Ticino, sul futuro da dare al Cantone a noi confinante.

Gobbi, nella recente operazione Duomo la Polizia cantonale in collaborazione con quella italiana ha arrestato sei persone che, stando alle accuse, stavano per assaltare un portavalori. Come giudica, anche alla luce di questo episodio, la collaborazione fra forze di polizia italiane e ticinesi?

“La collaborazione è buona e l’esito positivo dell’operazione Duomo ne è la dimostrazione. La creazione di un Centro di cooperazione transfrontaliera di polizia e doganale nel 2008 derivante dal relativo Accordo tra la Svizzera e Italia si è rivelata di fondamentale importanza per gestire questo genere di situazioni dove la chiave del successo è principalmente la comunicazione e lo scambio di informazioni tra Polizia di Stato, la Polizia del Canton Ticino e il Corpo delle guardie di confine svizzere”.

Secondo lei quale è il livello di sicurezza in Canton Ticino?

“Nell’ambito della sicurezza non ci si può mai dire completamente soddisfatti. Come ripeto di frequente, la sicurezza è un bene primario che occorre garantire ogni giorno a tutti i cittadini. Per questo motivo non bisogna mai abbassare la guardia e continuare a impegnarsi per accrescere sia la sicurezza oggettiva che quella percepita dalla popolazione, perché le statistiche criminali non dicono tutto. In ogni caso il livello di sicurezza nel Canton Ticino, migliorato in questi ultimi anni, è da ritenersi buono, in particolare se confrontato alle realtà delle Province italiane con le quali il Cantone confina”.

Ritiene che i cosiddetti “frontalieri della rapina” siano un fenomeno in crescita oppure ridotto a livello fisiologico? E se lo giudica in crescita, quali sono i motivi principali di questa escalation?

“Il fenomeno dei criminali transfrontalieri si è acuito in maniera preoccupante quando la Svizzera ha aderito allo Spazio Schengen e all’Accordo sulla libera circolazione delle persone, i quali comportano l’impossibilità di compiere controlli sistematici delle persone alle frontiere. Questo aspetto, unito a un aumento generalizzato della criminalità nel Nord Italia negli ultimi anni, ha quindi portato nel Canton Ticino a una crescita di rapine e di furti, crescita che cerchiamo di arginare in maniera efficace anche con la collaborazione fra le forze dell’ordine italiane e quelle ticinesi”.

Giudica efficaci le misure di sicurezza adottate a livello federale per tenerlo sotto controllo? E quelle messe in campo dall’Italia per impedire che criminali operanti su suolo italiano agiscano in Ticino?

“Innanzitutto occorre precisare che in Svizzera la sicurezza e l’ordine pubblico, come pure la sovranità in materia di polizia, competono ai Cantoni. In questo senso, la strategia da me promossa negli ultimi anni sta dimostrando la sua efficacia. Questa politica di sicurezza in un Cantone di confine deve essere in ogni caso accompagnata da alcune misure che competono esclusivamente al Governo federale. Una di queste è quella relativa alla chiusura notturna dei valichi secondari nel Canton Ticino, di frequente utilizzati dai criminali transfrontalieri; una misura che spero venga presto attuata dalle autorità federali svizzere in collaborazione con quelle italiane”.

Crede sia stato un errore aderire a Schengen? Tornerebbe indietro? E se sì, non crede che questa scelta possa avere riflessi negativi sull’economia del Cantone?

“Come ho indicato in precedenza, l’adesione della Svizzera allo Spazio Schengen ha implicato diverse problematiche, soprattutto dal profilo della sicurezza vista la diminuzione dei controlli delle persone alle frontiere oltre che sui costi di funzionamento. Gli Accordi di Schengen non vanno però confusi con i controlli doganali sulle merci; in questo contesto, un ripristino del controllo delle persone alle frontiere non avrebbe assolutamente alcuna relazione con l’economia del Canton Ticino, ma andrebbe a vantaggio della sicurezza sul territorio, combattendo in maniera più efficace il crimine transfrontaliero”.

Qualche anno fa il fondatore del suo partito, Giuliano Bignasca, con una provocazione lanciò l’idea di erigere un muro per mettere al riparo il Ticino dalla criminalità d’importazione, oggi sarebbe ancora una soluzione valida?

“L’idea di costruire un muro a difesa del Ticino è provocatoria ma nasconde però una realtà attuale oggi più che mai: con la libera circolazione delle persone siamo esposti a qualsiasi tipo di infiltrazione sul nostro territorio, da quella mafiosa ai topi d’appartamento. Solo ristabilendo una frontiera fisica, e non meramente geografica, si può controllare chi entra e chi esce da una nazione a beneficio della sicurezza di tutti i cittadini. Con fisicità non intendo quindi un muro, bensì controlli più intensi e mirati”.

Se avesse carta bianca quale provvedimento adotterebbe per primo per garantire maggior sicurezza ai ticinesi?

“Certamente il primo provvedimento che prenderei se fosse di mia competenza, poiché il più efficace e di rapida esecuzione, è quello di ripristinare i controlli sistematici delle persone ai valichi doganali”.

di CORRADO CATTANEO
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http://www.ilgiorno.it/varese/norma-gobbi-ticino-1.1417244

Gobbi: anticorpi contro gli abusi nell’economia

Gobbi: anticorpi contro gli abusi nell’economia

Da Regione Ticino, di Andrea Manna l Per il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi gli illeciti finanziari vanno combattuti «instillando gli anticorpi» nelle varie autorità a contatto con queste realtà. Autorità che devono collaborare, comunicare. Come avviene (cfr. articolo a lato) tra il Ministero pubblico e gli uffici del dipartimento guidato dal ministro leghista. «È un progetto che portiamo avanti da tempo proprio perché – rileva Gobbi – di ‘cavalieri d’industria’ d’oltre confine, o presunti tali, che utilizzano il nostro sistema molto liberale per propri scopi e non per quelli societari, purtroppo ce ne sono». E il progetto va esteso al resto dell’Amministrazione cantonale. «Per individuare per tempo situazioni irregolari – sottolinea il presidente del Consiglio di Stato –, è importante lo scambio di informazioni tra dipartimenti». Sono infatti diversi «i settori dell’Amministrazione a contatto con queste realtà: dall’Ias (Istituto delle assicurazioni sociali del Dss, ndr), ai servizi del Dfe, passando da quelli del Dipartimento del territorio e via dicendo». Una strategia che funziona? «Sì. Anche se ci vorrà un po’ di tempo» per entrare a pieno regime, afferma Gobbi, che in aprile ha introdotto l’obbligo per chi chiede il rilascio oppure il rinnovo di un permesso di dimora o per frontaliere di produrre l’estratto del casellario giudiziale e il Certificato dei carichi pendenti. Un provvedimento che, scoraggiando imprenditori stranieri senza scrupoli, può contribuire ad arginare anche i reati finanziari.

Reati del cui perseguimento si occupa a tempo pieno una parte dei magistrati del Ministero pubblico. Con loro collaborano, nella spesso complessa ricostruzione dei flussi di denaro, gli esperti contabili dell’équipe finanziaria della Procura. Così come, nello svolgimento delle indagini, gli investigatori della Cantonale attivi nella Ref, la sezione Reati economicofinanziari della Polizia giudiziaria. Intanto il numero dei procedimenti penali non diminuisce, anzi. «Siamo oberati di lavoro», assicura il procuratore generale John Noseda. «In giugno – aggiunge – ho segnalato al Consiglio di Stato l’esigenza di un potenziamento della Ref. Alla sezione sono già stati assegnati due analisti in più, ma servono anche ispettori di polizia in grado di condurre le inchieste. Altrimenti sarò costretto ad assumere all’interno del Ministero pubblico altri segretari giudiziari». Perché non agire sul piano legislativo per contrastare con maggior efficacia i reati finanziari? «Personalmente – afferma il pg – non vedo la necessità di modificare le normative federali. Quel che conta è di disporre delle risorse e dei mezzi necessari per applicarle». Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente dell’Associazione svizzera dei magistrati e giudice del Tribunale penale federale Roy Garré . «Sono contrario all’attivismo legislativo quando non ci sono lacune da colmare, perché alla fine rischia anche di creare incertezza nel diritto. Ritengo – prosegue Garré – che lo strumentario normativo vigente sia più che sufficiente. Penso per esempio alle norme sulla criminalità economica o al Codice delle obbligazioni, che è stato attualizzato. L’importante è di non smantellare gli organici di polizia e magistratura, ma semmai di adeguarli perché quanto le leggi prevedono – controlli e sanzioni – possa essere applicato».

Periti e giuristi a confronto: una formazione a beneficio della collettività

Periti e giuristi a confronto: una formazione a beneficio della collettività

Signore e signori Magistrati, Signore e signori Psichiatri, Signore e signori avvocati, Gentili signore, egregi signori,

vi saluto molto cordialmente a questo primo pomeriggio di approfondimento dedicato ai “Punti di incontro tra perito e giudice”.
Si tratta di un’opportunità straordinaria per le nostre latitudini nel senso che questo delicato tema viene affrontato per la prima volta in modo così approfondito a livello cantonale; sono quindi innanzitutto riconoscente a chi l’ha voluto e a chi l’ha organizzato, prima fra tutti la Procuratrice pubblica Chiara Borelli alla quale va la mia gratitudine. Ringrazio inoltre evidentemente anche le relatrici e i relatori – magistrati, avvocati e psichiatri – che interverranno nel corso dei quattro pomeriggi di formazione.

Al centro degli incontri vi è il ruolo della psichiatria nella giustizia penale. Dopo i noti casi di assassinio avvenuti un paio di anni fa delle due giovani donne – Marie a Payerne e Adeline a Ginevra – c’è chi ha proposto di adottare una legge federale unificata in materia di esecuzione delle pene e di fondere i tre concordati intercantonali esistenti nella materia. La discussione politica è stata accesa, ma alla fine ha prevalso la riflessione secondo la quale già il nostro Codice penale contiene nella sua parte generale elementi importanti del diritto dell’esecuzione delle pene e delle misure. In questo contesto va evidenziato come alcune conquiste del settore siano proprio da ascrivere al sistema federalista che permette ai Cantoni di compiere delle esperienze che poi vengono adottate a livello federale, ad esempio: il braccialetto elettronico – con tutte le difficoltà tecniche che emergono per la sua implementazione – e il lavoro di pubblica utilità. La centralizzazione non significa a priori perfezione!

Le Camere federali hanno pure discusso dell’eventuale creazione di un registro centrale per gli autori di crimini sessuali, ma la soluzione è stata esclusa nel momento in cui si è trattato di stabilire chi avrebbe potuto avere accesso a tale registro. E mi chiedo se, qualora avessimo avuto tale registro, avremmo potuto evitare la morte di Marie e Adeline…

Un altro pensiero che preoccupa il politico è costituito dai costi delle misure che sono estremamente alti. Inevitabile che il cittadino contribuente si chieda se sia lecito investire ancora di più in terapie per autori che sono stati definiti pericolosi e difficilmente recuperabili.

A titolo di esempio posso indicare che un mese di permanenza presso un centro terapeutico cantonale – Villa Argentina – costa circa fr. 11’500.-/mese, al centro bernese St. Johannsen, circa fr. 15’000.-/mese e al nuovo Centro concordatario Curabilis di Ginevra, circa fr. 18’000.-/mese. In questo contesto, rimarco che dal 2012 ad oggi, in meno di quattro anni, il Cantone ha speso oltre 2 milioni di franchi per l’esecuzione di misure penali. E queste cifre, non comprendono i costi delle perizie psichiatriche. Negli ultimi due anni, il solo Ufficio dei Giudici dei provvedimenti coercitivi ha speso quasi 100’000.- per questo genere di perizie. Quanto al Ministero pubblico, nel 2014, su un totale per tutti i tipi di perizie di fr. 1’700’000.- circa, fr. 230’000 erano destinati alle sole perizie psichiatriche. Una tendenza che si sta confermando anche nel 2015.

Le cifre sono di quelle importanti e devono far riflettere. Se pensiamo che in un solo anno vengono allestite in Svizzera attorno alle cinquemila valutazioni peritali di carattere psichiatrico, è inevitabile che si parli sempre più di diversi livelli di qualità delle perizie e della circostanza secondo la quale non ci sono abbastanza periti forensi competenti. In un’ottica di efficienza ed efficacia dell’amministrazione della giustizia, magistrati e autorità competenti devono quindi esigere dai periti un lavoro di qualità, che permetta loro di chiarire per esempio il grado di colpevolezza dell’imputato e la guaribilità o meno dello stesso, come pure di valutare quale rischio intenda assumersi la società di fronte ai casi più complessi, ritenuto come il rischio zero sia difficile da raggiungere.

Tutte queste considerazioni mi portano a concludere per la sicura opportunità di approfondire questi aspetti che toccano la vostra attività quotidiana e mi auguro che ci possano essere delle ricadute positive nel lavoro che svolgete. Si tratta infatti di importanti momenti di formazione continua per tutti gli addetti ai lavori che non possono che trovare il sostegno di chi vi parla e che hanno suscitato grande interesse, come è attestato dalla vostra folta partecipazione.

Rinnovo i ringraziamenti a tutti i rappresentanti delle autorità giudiziarie cantonali e della psichiatria che hanno inteso organizzare questi incontri nell’intento di migliorare la qualità della collaborazione tra due settori, la giustizia penale e la psichiatria, assolutamente sempre più necessaria. Ringrazio infine del prezioso contributo l’Università della Svizzera italiana, che ha reso possibile l’organizzazione di questi quattro pomeriggi.

Saluto pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione dell’apertura delle quattro conferenze in tema di “Perito e Giudice: punti d’incontro”

I Direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia in visita in Ticino

I Direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia in visita in Ticino

È stata mostrata loro l’area di confine e s è parlato della questione migranti. Giovedì 20 e venerdì 21 agosto i membri del Comitato della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia si sono riuniti a Chiasso, su invito del Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. L’invito era finalizzato a mostrare direttamente “i problemi cui, specialmente negli ultimi tempi, si trova confrontato, il Canton Ticino”.

L’accento è stato posto in particolare sui flussi migratori, una questione già evidenziata dal Consigliere di Stato Norman Gobbi, che nel mese di giugno scorso aveva reso partecipi i membri del Comitato sulla criticità della situazione. Le preoccupazioni ticinesi sono state sostenute dalla Conferenza, che aveva postulato alle Consigliere federali Eveline Widmer-Schlumpf e Simonetta Sommaruga un rafforzamento dei controlli alla frontiera associato a un aumento del numero delle guardie di confine in Ticino.

I rappresentanti della Polizia cantonale, del Centro di Cooperazione di Polizia e Doganale di Chiasso e del Corpo delle guardie di confine hanno illustrato la situazione attuale e hanno poi guidato i membri del Comitato in una visita alla dogana della stazione ferroviaria di Chiasso e al Centro di registrazione situato in Via Motta.

“Queste visite hanno permesso di rendere attenti i membri del Comitato della Conferenza sull’onere significativo di cui si fa carico il Canton Ticino nell’ambito della difesa e del controllo di quella che è la Porta Sud della Svizzera”. Si tratta di un onore, aggiunge il Dipartimento delle istituzioni, “che presuppone una stretta collaborazione tra le Autorità cantonali e quelle federali, che dovrà essere ulteriormente rafforzata in modo da continuare a garantire la salvaguardia della sicurezza e dell’ordine pubblico del nostro Paese”.

Oggi, infine, si è tenuta la consueta riunione del Comitato presso il Centro di Cooperazione di Polizia e Doganale.

Permessi e controlli: i fatti danno ragione a Norman Gobbi

Permessi e controlli: i fatti danno ragione a Norman Gobbi

Dal Mattino della domenica l Arrestato cittadino italiano con precedenti residente a Stabio. 19 persone arrestate, 70 milioni di euro di evasione fiscale. Questi i numeri dell’operazione che ha portato agli arresti dei membri di un’associazione a delinquere operante a livello internazionale. Nello specifico, le persone indagate mettevano sul mercato della grande distribuzione prodotti elettronici a prezzi stracciati, sfruttando il vantaggio economico derivante dal mancato pagamento delle imposte. Una frode che purtroppo aveva delle ramificazioni pure in Ticino.

Precedenti per evasione e fallimento

Il cittadino italiano residente a Stabio arrestato nell’ambito della frode dispone attualmente di un permesso G per lavoratori frontalieri e, unitamente alla moglie e ai figli, aveva richiesto poco tempo fa un permesso di dimora B. Uella! Ci si allarga! Fortunatamente, grazie alla politica di rafforzamento dei controlli intrapresa da Norman Gobbi, la richiesta relativa al permesso B era ancora al vaglio delle Autorità ticinesi, che attendevano l’estratto del casellario giudiziale dallo Stato italiano. Nell’operazione è poi emerso che il cittadino italiano aveva dei precedenti per evasione e fallimento. Doppio uella!

L’ennesimo episodio che dimostra quanto la misura introdotta a inizio aprile da Norman Gobbi, relativa all’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio e il rinnovo dei permessi B e G, sia assolutamente necessaria. Altro che denuncia a Bruxelles (uhhhh, che pagüüüüüüraaaa!); altro che le solite tiritere europeiste pro Accordi internazionali (… e noi ci pieghiamo!) provenienti da Berna e ribadite dai 7 “turisti per caso” a Bellinzona settimana scorsa.

I Ticinesi sono stufi!

I Ticinesi sono stufi; stufi di venire a conoscenza di casi del genere, che mancano di rispetto non solo a loro ma anche a tutte le persone oneste di altri Paesi che vogliono lavorare o dimorare nel nostro Paese. Quando ci sono tanti cittadini che faticano ad arrivare alla fine del mese, a trovare un posto di lavoro, non possiamo infatti permettere che vi siano persone che abusano della nostra ospitalità, che approfittano dell’apertura voluta dai fautori dell’Europa per venire nel nostro Paese a compiere i loro intrallazzi. Ed è proprio per questo che i Ticinesi ritengono la misura introdotta dal nostro Norman più che giustificata!

Vai avanti Norman!

Norman Gobbi deve quindi proseguire sulla strada intrapresa, portando avanti l’importante quanto necessaria misura da lui introdotta, volta a garantire la sicurezza e l’ordine pubblico del nostro Cantone. Una misura che non piace alla Regione Lombardia, che non piace a Berna, che non piace agli europeisti radical-chic, che non piace ai richiedenti un permesso B o G che hanno qualcosa – qualcosa di penalmente rilevante! – da nascondere, ma che è invece sostenuta dal Popolo ticinese Questa è l’unica cosa che conta, questo è il motivo per il quale questa misura deve essere mantenuta!

MDD

Permessi: il Ticino tiene duro e non si ferma!

Permessi: il Ticino tiene duro e non si ferma!

Non sarà di certo l’interrogazione sottoscritta da alcuni parlamentari italiani del Partito democratico a fermare l’importante misura adottata dal mio Dipartimento a inizio aprile, relativa al rilascio e al rinnovo dei permessi B (dimora) e G (frontalieri). Una misura che si giustifica, visti i casi emersi negli ultimi mesi e sfociati nella rapina di Novazzano di fine marzo, dove, tra i presunti autori, vi erano anche alcuni stranieri beneficiari di un permesso B. Una decisione più che necessaria per tutelare la sicurezza e l’ordine pubblico del nostro Cantone.

La richiesta dell’estratto del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti non viola l’Accordo di Schengen, cosa che viene invece messa in dubbio dall’interrogazione dei parlamentari italiani. Questo Accordo si riferisce infatti al passaggio fisico delle persone alle frontiere; un aspetto che non viene assolutamente toccato dal provvedimento varato dal Canton Ticino, come ha giustamente rimarcato Michele Rossi, delegato delle associazioni economiche ticinesi a Berna e a Milano e già negoziatore degli Accordi bilaterali. La misura introdotta dal mio Dipartimento rappresenta invero un provvedimento straordinario per salvaguardare la sicurezza del nostro Cantone e si giustifica dai fatti concreti degli ultimi mesi. La minaccia che costituiscono personaggi come quelli della rapina di Novazzano per la nostra sicurezza è difatti reale, come constatato anche da altri partiti politici.

Questa mia decisione coraggiosa va oltre i limiti restrittivi della libera circolazione delle persone, oltre i molti “no, non si può fare”; una decisione in linea con il voto del 9 febbraio 2014. Ho sempre messo al centro del mio operato la sicurezza del Canton Ticino e di ogni singolo cittadino; ed proprio per questo che non posso permettere che alcune persone con precedenti penali significativi anche in corso, sfruttino l’ampia libertà concessa loro dagli accordi internazionali per venire nel nostro Paese a commettere dei reati, come pure ad abusare della nostra ospitalità. Il provvedimento straordinario da me voluto, è un atto di rispetto non solo nei confronti dei Ticinesi ma anche di tutti i cittadini onesti di altri Paesi che intendono dimorare o lavorare in Svizzera. Per questi motivi, continuerò a difendere la necessità della misura introdotta dal mio Dipartimento, che, unitamente a tutte quelle altre già implementate presso la Sezione della popolazione, permetterà di rafforzare la sicurezza sul nostro territorio.

Norman Gobbi

Permessi: “Dopo il no di Berna, per il Ticino non cambia nulla”

Permessi: “Dopo il no di Berna, per il Ticino non cambia nulla”

Da TICINONEWS.CH l Dopo il no di Berna alla mozione leghista, Gobbi prende posizione, e si toglie pure qualche sassolino dalla scarpa.

Il Consiglio Nazionale oggi ha respinto la mozione di Lorenzo Quadri che chiedeva le verifiche dei precedenti penali e il controllo del casellario giudiziale per i cittadini dell’Unione Europea che richiedono un permesso B o G.

Un provvedimento simile invece è stato già applicato nelle scorse settimane in Ticino dal Dipartimento delle Istituzioni. Il direttore Norman Gobbi da noi contattato ci dice che “la decisione di Berna non cambia nulla a livello ticinese. La misura dell’introduzione del controllo del casellario giudiziale resta” e aggiunge “il voto del Nazionale dimostra che i problemi del Canton Ticino siano, nonostante tutti i proclami dei partiti nazionali, ancora incompresi”.

“Infatti” aggiunge il Consigliere di Stato “non tutti i consiglieri nazionali ticinesi l’hanno votata, e alcuni si sono furbescamente astenuti. Fintanto che non si farà fronte unito, si uscirà perdenti”.

Tutti i dettagli nel servizio TG di TeleTicino del 05.05.2015

Il perché di una decisione coraggiosa

Il perché di una decisione coraggiosa

Chi non ricorda Raffaele Sollecito, che ha ottenuto un permesso B nel nostro Cantone, omettendo nell’autocertificazione dei precedenti penali di indicare la sua situazione aperta con la giustizia italiana? Oppure il caso dell’ex operaio frontaliere delle officine FFS di Bellinzona, sospettato di essere a capo di una cellula locale della Ndrangheta? O ancora, il giovane italo-dominicano che ha aggredito brutalmente un sessantenne di Gordola, un giovane criminale che era già stato condannato nel nostro Paese a un anno di reclusione, oltre che implicato in una lunga serie di reati gravi, ma malgrado ciò, sempre residente sul nostro territorio? Tutti questi sono esempi che ci dicono che il sistema di controllo dei permessi per stranieri non funzionava e che occorreva quindi intervenire con i necessari correttivi.

Dall’inizio del mio mandato quale Direttore del Dipartimento delle istituzioni, responsabile dell’autorità cantonale che si occupa della concessione dei permessi, ho sin da subito cercato dei correttivi a questo genere di situazioni che tanto fanno indignare i cittadini, creando incredulità e confusione.

Nel settembre 2013, per evitare il ripresentarsi di situazioni come quella di Raffaele Sollecito, Christian Vitta per il Gruppo PLR, aveva presentato una mozione volta al miglioramento della procedura per la concessione di permessi di dimora, postulando una serie di verifiche e provvedimenti. Poiché nel frattempo erano già in atto dei correttivi da parte del mio Dipartimento, alla medesima è stata data risposta il dicembre scorso, invitando il Parlamento a respingerla. Inoltre, alcune misure proposte, come quella della deroga al diritto dei cittadini europei di ottenere un permesso di dimora per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità, erano state ritenute improponibili, siccome non conformi all’Accordo sulla libera circolazione. Ottenere l’estratto del casellario giudiziale per motivi legati all’ordine e alla sicurezza pubblici deve difatti essere giustificato da fatti concreti.

Una risposta questa, corretta giuridicamente, ma difficilmente condivisibile quando accadono degli episodi criminali come quello di Novazzano. E questa risposta mi riporta all’inizio del mio mandato nel 2011, quando chiesi di sostituire l’inutile autocertificazione con la presentazione dell’estratto del casellario giudiziale del Paese di provenienza del richiedente, così da poter valutare gli eventuali precedenti. La risposta da parte dei giuristi del Dipartimento fu chiara, non si poteva fare poiché occorreva attenersi a quanto disposto dall’Accordo sulla libera circolazione, che non permette la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale. Questo “no”, ripetutomi tante volte come un mantra in questi quattro anni, non mi ha comunque dissuaso dall’intervenire per correggere la situazione.
E allora ho messo in atto una vera e propria strategia di controllo volta a contrastare efficacemente le situazioni di abuso: abbiamo incrementato i controlli ridefinendo le priorità operative dell’Ufficio della migrazione, abbiamo favorito lo scambio di informazioni tra le varie autorità cantonali (in particolare: Polizia, Istituto delle assicurazioni sociali, Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, Ufficio delle prestazioni complementari, Cassa cantonale di compensazione per gli assegni AFI/API, Sezione del lavoro per il tramite degli Uffici di collocamento, ecc.), abbiamo altresì sensibilizzato i Comuni a segnalare casi dubbi, fornendo loro anche una linea telefonica preferenziale per farlo. Ho poi voluto che la richiesta di rinnovo o concessione dei permessi comprendesse della documentazione aggiuntiva, quale il contratto di lavoro, l’indicazione dello stipendio preciso, il contratto di affitto e la dichiarazione del proprietario dell’alloggio d’essere d’accordo che altre persone straniere, oltre al locatore, vivano nell’appartamento, tutta documentazione che Berna e Bruxelles ci hanno cortesemente invitato in più occasioni a non richiedere. Ho inoltre riorganizzato l’Ufficio della migrazione creando un servizio specifico che monitora i casi dubbi segnalati da varie autorità cantonali, ma anche dai tanti cittadini sensibili agli abusi. E questo nuovo servizio sta svolgendo con profitto il proprio importante compito: dall’inizio della propria attività il 1. ottobre 2014 a fine febbraio, in soli cinque mesi, il Settore giuridico ha esaminato 415 pratiche, che in 37 casi hanno portato alla revoca del permesso di soggiorno, mentre in 18 casi si è proceduto a non rinnovare oppure a non rilasciare un permesso. Le decisioni di ammonimento emesse, il primo passo verso una revoca o non rinnovo, sono inoltre state oltre 500.

Tutte misure queste, che stanno dando i loro frutti. Ma non basta. Non basta perché ancora la scorsa settimana è avvenuto quanto non deve accadere. Tra i presunti autori della rapina di Novazzano, vi erano degli stranieri beneficiari di un permesso B, oltretutto, uno dei quali con un permesso revocato e peraltro, condannato per un reato simile in passato. E allora, questo ennesimo caso mi ha portato ad andare oltre ai tanti “no, non si può fare” e a prendere una decisione coraggiosa, andando così oltre ai limiti restrittivi imposti dall’Accordo sulla libera circolazione, come ha saputo fare il Popolo svizzero, e il 68% dei Ticinesi, accettando l’iniziatica del 9 febbraio 2014. Da inizio aprile, i cittadini stranieri che chiedono il rilascio oppure il rinnovo di un permesso di dimora (B) o di un permesso per frontalieri (G) devono dunque allegare alla domanda anche il certificato del casellario giudiziale del loro Paese di provenienza. Un provvedimento straordinario, che ho ordinato per tutelare la sicurezza e l’ordine pubblico del nostro Cantone e dei Ticinesi, ben cosciente che questa limitazione dei diritti conferiti dall’Accordo sulla libera circolazione, giuridicamente, sia discutibile. Un provvedimento di polizia forse azzardato, motivato tuttavia dalla minaccia che costituiscono personaggi come quelli della rapina di Novazzano per la nostra sicurezza.
Alcuni casi accertati nelle ultime settimane, e, da ultimo, la rapina di Novazzano, hanno dimostrato come per tutelare i cittadini ticinesi e il nostro territorio, occorreva intervenire con ulteriori provvedimenti eccezionali e quindi con decisioni ferme. Il dicembre scorso, quando abbiamo presentato la risposta alla mozione Vitta, la situazione non era ancora giunta al punto da giustificare una misura del genere.

Leggo la fermezza con cui Christian Vitta è intervenuto nel dibattito in modo positivo. Non posso quindi che compiacermi, se Christian Vitta, il Gruppo PLR, così pure tutti gli altri esponenti politici, sapranno sostenermi anche di fronte a Berna, in questa mia decisione coraggiosa, benché scomoda, a tutela della sicurezza dei Ticinesi. Mi aspetto inoltre che in futuro, sia in Governo sia in Parlamento, i rappresentanti del PLR sosterranno le misure che dovranno essere introdotte a tutela della sicurezza del Ticino e Ticinesi senza troppe remore, anche se queste andranno a infastidire o a contrariare i sostenitori degli accordi bilaterali a ogni costo.