Gran finale in vigna per S.Pellegrino Sapori Ticino

Gran finale in vigna per S.Pellegrino Sapori Ticino

Da CdT.ch | La Festa della Vendemmia alla tenuta Colle degli Ulivi di Coldrerio ha salutato gli ospiti di S.Pellegrino Sapori Ticino chiudendo un’edizione ricca di successi

COLDRERIO – Un appuntamento gourmet all’ombra di uno dei vigneti più belli e caratteristici del Ticino e non solo. Il gran finale dell’undicesima edizione di S.Pellegrino Sapori Ticino è andato in scena domenica 17 settembre alla Tenuta Colle degli Ulivi di Coldrerio di Bernardino Caverzasio, dove in 140 si sono dati appuntamento per uno dei riti collettivi più amati: la vendemmia.
Durante la mattinata, infatti, l’enologo della tenuta Eliano Meroni insieme ai suoi collaboratori hanno accompagnato gli ospiti a visitare la vigna, pronta a farsi spogliare dei suoi frutti per realizzare i grandi vini del Colle degli Ulivi vinificati da Zanini.

A realizzare il menu della giornata sono stati 4 grandi nomi della cucina ticinese e non solo: Martin Dalsass, Alessandro Fumagalli, Egidio Iadonisi e Ambrogio Stefanetti. Alta cucina declinata in piatti e sapori semplici eppure studiati nei dettagli, per una giornata dedicata interamente ai sapori popolari che ben si conciliano con la festa della vendemmia, uno dei momenti più folcloristici del festival enogastronomico. Ad affiancare i piatti dei grandi chef sono stati i vini di Bernardino Caverzasio, i vari Collivo (in versione bianco, rosato e rosso) e l’omonimo Bernardino, la più ricercata delle etichette di casa.

La location del Colle degli Ulivi è il miglior biglietto da visita per dare l’arrivederci ai tanti ospiti che hanno seguito da vicino l’edizione del 2017 di S.Pellegrino Sapori Ticino: tantissimi gli appuntamenti che sono andati a comporre un festival tra i più importanti d’Europa, che anno dopo anno si è guadagnato un posto al sole nel settore. E questo grazie ai grandi nomi della cucina, che hanno trasformato il canton Ticino in un palcoscenico gourmet.

Articolo e foto su: http://www.cdt.ch/ticino/mendrisiotto/182999/gran-finale-in-vigna-per-s-pellegrino-sapori-ticino

I “campioni” ticinesi del risotto

I “campioni” ticinesi del risotto

Da ticinonews.ch | Ecco i vincitori tra gli chef e i gruppi di carnevale che hanno cucinato in Piazza Grande a Locarno

Nonostante la pioggia, oltre 3mila persone hanno fatto da splendida cornice alla quarta edizione del “Festival del risotto” organizzato venerdì 15 e sabato 16 settembre in Piazza Grande a Locarno da GastroLagoMaggiore e Valli con il patrocinio di Ticino a Tavola.

Marino Lanfredini, chef dell’Hotel Serpiano, ha vinto venerdì sera il “4° Campionato ticinese” con il risotto allo Zincarlin della Valle di Muggio in crema di barbabietola con bottarga d’uovo e germogli di crescione. Al secondo posto si è classificato Enrico Pistoletti, del Ristorante San Maurizio 1619 “Truffle Bistro” di Lugano, con il risotto alla Formaggella della Valle di Blenio e tartufo nero di Alba, mentre sul terzo gradino del podio è salito Luca Merlo, chef del Ristorante Cereda di Sementina, con il risotto ai funghi porcini e verdure.

La giuria – presieduta dalla sommelier Elena Mozzini con co-presidente il Consigliere di Stato Norman Gobbi – ha consegnato il Trofeo Sandro Vanini SA e gli importanti premi della Riseria di Taverne, Rapelli SA, Prodega Transogurmet e Centro Dannemann Brisssago.

Ecco gli altri partecipanti in ordine casuale: Giuseppe Virgilio (Albergo Ristorante America, Locarno), Federico Palladino (Hotel Coronado, Mendrisio), Rosanna Gagliardi ed Emanuele Rizzuti (Fourchette verte Ticino), Remi Agustoni (Casa del Vino Ticino, Morbio Inferiore), Paolo De Michelis (Ristorante Piazza, Locarno), Giovanni Boglio (Ristorante Fox Grill, Mendrisio), Alessandro Cassaro (Ristorante Portico, Locarno), Giuseppe Cautiero e Samuele Calloni (Ristorante Buffet della Stazione, Lugano), Nicolò Ferrari (chef neo-diplomato di GastroTicino – fuori concorso).

Tra i carnevali e i gruppi in gara sabato sera, invece, la giuria popolare ha emesso il seguente “verdetto”: primo il Carnevale di Gordevio Re Painach con il risotto ai funghi e pepe Vallemaggia, secondo l’Ente Manifestazioni Maggesi con il risotto ai funghi porcini ai profumi della Vallemaggia e terzo il Carnevaa dal Picet di Savosa con il Risott dal Picet; apprezzato anche il risotto “Carioca” cucinato dall’Associazione RIGnam.

Ad arricchire la manifestazione musica, degustazione con il Birrificio San Martino di Stabio, la presenza del Centro Dannemann di Brissago con la ruota della fortuna e l’arrotolamento dei sigari dal vivo, il wine-bar con vini della regione e l’esposizione di auto Sant’Antonio Car Locarno.

Un grande evento reso possibile dalla preziosa collaborazione dei ristoranti di Piazza Grande, della Città di Locarno in omaggio a “Locarno Città del Gusto 2015” quando il Festival del risotto fu il grande evento di chiusura ed è ora suo evento ricorrente, e di numerosi altri partner.

Foto e articolo da: http://www.ticinonews.ch/ticino/408637/i-campioni-ticinesi-del-risotto

La Meseda: Alain Scherrer batte Norman Gobbi

La Meseda: Alain Scherrer batte Norman Gobbi

Da Ticinonline | I due politici si sono sfidati a suon di sughi per le crespelle. Giudice Marco Borradori, aiutato dal cuoco stellato Gianni Tabarini

A Lugano si è svolta il 2 settembre sera la seconda edizione di La Meseda (La Tavolata) che ha visto la sfida ai fornelli tra il sindaco di Locarno Alain Scherrer contro il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Davanti ad un buon nutrito di spettatori curiosi, i due politici hanno dovuto preparare un sughetto per delle crespelle già pronte.

Gobbi, a detta dei figli e della moglie, provetto cuoco si è cimentato in una cremina verde di non facile creazione, mentre Scherrer, meno pratico in cucina, sempre secondo i pareri della moglie e del figlio, ha creato una salsina ai funghi porcini.

Giudice unico ed insindacabile il sindaco di casa Marco Borradori, aiutato in questo suo compito dal cuoco stellato Gianni Tabarini dell’agriturismo valtellinese La Fiorida. Vittoria andata al sindaco di Locarno Alain Scherer che grazie ai porcini ha preso il giudice unico letteralmente per la gola.

Foto e articolo: http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1162290/La-Meseda-Alain-Scherrer-batte-Norman-Gobbi/

Metti un ministro in cucina…

Metti un ministro in cucina…

Da Liberatv.ch | Norman Gobbi veste i panni dello chef e si produce in una cena benefica all’Atenaeo del Vino. In tavola prodotti rigorosamente nostrani. Al Servizio autoambulanze di Mendrisio un assegno da 16’000 franchi

Il menu era: taglieri di salumeria nostrana, tortino di patate con formaggio della Valle di Muggio, risotto mantecato al burro dell’alpe Piora con fiori di zucchine, cosciotto di maialino ticinese cotto nel forno a legna.

Il ristorante era: l’Atenaeo del Vino di Mendrisio.

Il cuoco era: il ministro Norman Gobbi, al quale per l’occasione è stata “cucita” una giubba da chef con tanto di nome ricamato in verde.

Aiutato dalla brigata di cucina del titolare del locale, Mirko Rainer, venerdì scorso il consigliere di Stato ha realizzato una cena a base di prodotti rigorosamente ticinesi. Ha scelto il menu, selezionato le materie prime, cucinato, impiattato e intrattenuto in sala la sessantina di partecipanti, che hanno potuto seguire le operazioni di cucina su uno schermo grazie a una web-cam.

È stata una cena a scopo benefico, organizzata per contribuire a finanziare l’Associazione servizio autoambulanze del Mendrisiotto. “Per un’associazione come la nostra – ha detto il direttore del SAM, Paolo Barro – iniziative del genere sono sempre più importanti in quanto contribuiscono a contribuire il disavanzo a carico dei comuni. I costi crescono infatti parallelamente alla professionalizzazione del nostro servizio”.

Barro ha organizzato l’evento in collaborazione con Giona Pifferi, sindaco di Vico Morcote, e Max Tettamanti, anima della Vineria dei Mir.

Alla fine Gobbi ha confermato le sue doti culinarie e la sua passione per l’enogastronomia, e il Servizio autoambulanze ha ottenuto un contributo di ben 16’000 franchi, grazie alla quota versata dai partecipanti ma anche a tre aste, due delle quali “da derby”. Al termine della cena sono stati messi in palio due bastoni da hockey, firmati dal giocatore del Lugano Luca Fazzini e dal capitano dell’Ambrì Paolo Duca, e un’opera dell’artista Angelo Maugeri.

Déjeuner au Château con provocazione: il Governo crei il Dipartimento dell’enogastronomia

Déjeuner au Château con provocazione: il Governo crei il Dipartimento dell’enogastronomia

Dal portale Liberatv.ch, un articolo di Marco Bazzi

Gli chef stellati di “Sapori Ticino” al Castello di Morcote, tra lago, vigneti e antica pietra.Cronaca di una giornata di grandi sapori. E sul Dipartimento non stiamo affatto scherzando: il Ticino ne avrebbe tanto bisogno

VICO MORCOTE – Il luogo è: il Castello di Morcote, tra la collina che domina Vico e il fitto bosco che sale fino all’alpe Vicania. Una tenuta spettacolare dove ti sembra che i vigneti affondino le radici nel lago.

Su quella terra ricca di frammenti di porfido rosso, originati da antichissima lava vulcanica, sorge, a strapiombo sul Ceresio, che lì si stringe tra il San Giorgio e l’Arbostora, un castello medievale dove si narra abbia soggiornato anche il Barbarossa.

In questo incantevole scenario, tra vigneti che producono vini di grande intensità, si è svolto ieri il Déjeuner au Château, uno degli appuntamenti della rassegna di alta gastronomia “Sapori Ticino”.

E se il luogo è il Castello di Morcote, i nomi sono: Gaby Gianini, la padrona di casa, Michele Conceprio, l’enologo della tenuta, e Dany Stauffacher, padre e anima di Sapori Ticino.

Ai fornelli si sono confrontati quattro chef “stellati” di altrettanti ristoranti italiani: Emanuele Scarello, Philippe Léveillé, Alfio Ghezzi ed Enrico Recanati.

Il tema era il pesce, declinato tra mare e acqua dolce: dal biscotto ghiacciato di scampi ai tortelli di granzoporo con brodo di asparagi, fino al temolo con frutta e verdura in agrodolce. Per chiudere con un capolavoro di pasticcieria firmato da Recanati. Esperienza enogastronomica fantastica e profumi e sapori dei piatti e dei vini esaltati da un paesaggio incantevole. Non potevano mancare il sindaco di Vico, Giona Pifferi, e il ministro Norman Gobbi, al quale il Governo dovrebbe affidare – dopo averlo creato, scorporando dalla Sezione agricoltura il vasto mondo dei prodotti del territorio – il Dipartimento dell’enogastronomia. E non stiamo affatto scherzando: il Ticino ne avrebbe tanto bisogno.

Norman Gobbi e l’elogio del capretto pasquale

Norman Gobbi e l’elogio del capretto pasquale

Da Liberatv.ch l Norman Gobbi e l’elogio del capretto pasquale: “Non è un semplice piatto di carne. È un cibo arcaico che ci chiede di sporcarci le mani”. Il Consigliere di Stato leghista: “Mangiare il capretto significa toccare la carne senza la mediazione delle posate, superare la paura di contaminarci e tornare anche noi – per qualche istanti – a una dimensione che non è quella dell’uomo industriale”

© Ti-Press / Pablo Gianinazzi

di Norman Gobbi

Gouamba, ekbelu, eyebasi. Non è uno scioglilingua, ma una collezione di sinonimi, che – ai quattro angoli del nostro Pianeta – descrivono una sensazione che anche noi conosciamo, ma per la quale né la lingua italiana né il dialetto ticinese hanno inventato una parola specifica. È la «fame di carne», quel tipo ben preciso di appetito che tutti noi conosciamo e che nessun altro nutrimento – per quanto abbondante – è in grado di saziare.
È chiaro che una piccola parentesi sul significato non basta, con i tempi che corrono, a fare cambiare idea a chi ritiene l’alimentazione carnivora una scelta antiquata, poco ecologica, dannosa per la salute e – soprattutto – crudele. In effetti, molto spesso oggi siamo quasi costretti a giustificarci, mentre aspettiamo di essere serviti al banco di una macelleria o al supermercato – e qualche signora elegante ci passa da parte, con le “bistecche” di seitan nel cestino e uno sguardo di condanna.

Manca poco alla Pasqua ed è inevitabile pensare alla tavola, che nelle nostre terre, ovviamente, ha il capretto nel ruolo di protagonista. Un ruolo che – è inutile nasconderlo – ogni anno viene contestato, come ormai capita sempre quando un animale «carino» finisce in padella. Se però torniamo indietro con il pensiero – non di molto, mi basta immaginare le nostre terre quando nacquero i miei nonni – probabilmente è più facile avvicinarsi al vero senso di questa tradizione culinaria.
Riavvolgendo il nastro del tempo, il Ticino di cent’anni fa era un Ticino abitato da gente povera di beni materiali ma piena di dignità e gusto; qualità che ancora oggi si diffonde come luce, dagli edifici che quelle persone hanno lasciato a guardarci – e forse a giudicarci… Se penso alle settimane della Quaresima, a come dovevano essere vissute e sentite in quei tempi, non mi risulta poi così difficile immaginare l’importanza simbolica del pranzo di Pasqua, come liberazione da un periodo di sacrifici e – soprattutto – come messaggio di speranza per un futuro migliore; che fosse fra le nostre valli o, spesso, nelle terre di emigrazione.
È chiaro che il dopoguerra ha cambiato tutto, e ci ha gettati – anche a tavola – in un’era dell’abbondanza, spesso dopata dalla possibilità di soddisfare qualsiasi nostro capriccio, importando a basso prezzo generi alimentari da ogni parte del Globo. Figlio degli ultimi settant’anni è in particolare l’aumento del consumo di carne di ogni genere, dall’onnipresente manzo fino a specie esotiche; una situazione di abbondanza materiale che ha modificato la nostra dieta e riscritto il nostro pensiero, fino all’orrore per l’idea del digiuno settimanale e alla sostanziale abolizione del «venerdì di magro».

Di fronte a queste chiare distorsioni, credo che gli sviluppi salutisti degli ultimi anni – nonostante certe derive ultra rigorose e un po’ mortificanti – ci abbiano offerto l’occasione per correggere un po’ il tiro. Anche con la carne è bene non esagerare, perché proprio il ridurre leggermente la quantità che ne consumiamo ci permette di curare meglio la sua qualità – a cominciare dall’attenzione per la sua provenienza.
Proprio in questo senso, il capretto pasquale – in genere un prodotto allevato a pochi chilometri dalle nostre case, in modo attento e dignitoso – può essere un momento virtuoso del nostro anno a tavola, e recuperare parte del valore simbolico che l’età del benessere gli ha tolto. Invece di essere un semplice piatto di carne – banalizzato dagli altri duecento che vengono prima e dopo – facciamo che questo pranzo sia un momento speciale, nel quale torniamo a sentire e a onorare il sapore dell’essere vivente che si è sacrificato per noi.
La stessa forma che il capretto assume nel nostro piatto è un aiuto. Non stiamo mangiando un composto macinato e reso friabile, a misura dell’uomo postmoderno, quasi predigerito come certi abominevoli nuggets industriali. È un cibo arcaico, che esige tempo e pazienza per raggiungere la carne; dobbiamo lavorare sulle ossa, ripulirle attentamente una per una – e guai a chi le mette nel piatto dei resti limitandosi a una sgrassatina superficiale! È un cibo che, soprattutto, chiede quasi inevitabilmente all’uomo di sporcarsi le mani, e così facendo diventa gioco; mangiare il capretto significa toccare la carne senza la mediazione delle posate, superare la paura di contaminarci e tornare anche noi – per qualche istanti – a una dimensione che non è quella dell’uomo industriale ripulito e addomesticato nella sua frenesia senza direzione.

Se ci avviciniamo alla tavola pasquale con questa attitudine, fatta di rispetto e gioia di partecipare a un’esperienza speciale, insieme alle persone più care, allora probabilmente anche il sapore della pietanza sarà più intenso, e si trasformerà nell’esperienza unica che, una volta l’anno, merita di essere.

http://www.liberatv.ch/articolo/32264/norman-gobbi-e-lelogio-del-capretto-pasquale-non-è-un-semplice-piatto-di-carne-è-un

Il ricordo, la bestiola e il beccaio

Il ricordo, la bestiola e il beccaio

Da Corriere del Ticino – In questi giorni caratterizzati dalla «Settimana ticinese della Cazzoeula nei giorni della merla», organizzata da Ticino a Tavola su idea del «Cazzoeula Club Ticino» e prevista in oltre venti esercizi pubblici dal 22 al 31 gennaio, ho ripreso carta e penna, che nell’epoca odierna si sono trasformati nei famosi tablet, per scrivere un articolo volutamente non politico ma espressamente orientato al ricordo e alla cura della tradizione.

Al centro del piatto della cazzoeula (o cazzöla) c’è, lo rammento, il maiale. Animale sempre usato in maniera ambivalente e pure ingrata, come ci ricorda lo scrittore italiano Cesare De Marchi, poiché «del porco usiamo la carne come cibo e il nome come insulto». Un animale da cortile, allevato oggi in maniera molto discreta considerate le spiacevoli esalazioni dei suoi scarti digestivi, che sa però attirare attenzione e curiosità di grandi e piccini quando d’estate sono distesi grufolanti nei loro recinti sui nostri alpeggi. Viene loro riservato un tale interesse, quasi come se fossero animali in via d’estinzione, ma in realtà il motivo è più semplice: non sono più animali visibili quanto lo erano un tempo.

Un tempo ormai quasi lontano. Infatti, preservo solo il ricordo – peraltro non visivo – dell’allevamento di maiali di mio nonno paterno a Piotta, posto in prossimità dell’argine del fiume Ticino lontano dall’abitato, la cui attività cessò con l’arrivo del cantiere dell’autostrada. Del porcile oggi rimangono solo le recinzioni, depositate sotto la tettoia di nonno Dante. Il rapporto uomo-maiale ai giorni nostri è più distante e meno vissuto, se non nel piatto. La carne suina, d’altra parte, è da sempre quella più consumata in Svizzera; nel 2014 il consumo nazionale pro-capite di carne di maiale è stato di 23,7 chili, il doppio rispetto a quella di pollo (11,9) e di manzo (11,5). Un rapporto che, approfittando della lingua madre dialettale leventinese, può raggiungere apici amorevoli; la parola valligiana (ma attenzione non ovunque) per indicare il suino è infatti «bisc’öu», pronunciato in «bishtchiöu», che richiama un’amorevole bestiola. Un amore che attraverso la simbologia, la tradizione, i detti e i proverbi ha connotato il rapporto con il suino, che a differenza degli altri animali della corte è allevato unicamente per la sua carne, rendendolo un elemento basilare della nostra cultura, del nostro immaginario e della nostra cucina.

Prima di giungere sul bancone il maiale deve passare dal contrappasso, ossia deve essere alimentato dal cibo di scarto (la famosa «corobbia») diventando per finire a sua volta una pietanza. Ovviamente con valore, visto che del «maiale non si butta via nulla». Un contrappasso gestito con arte e cura dall’altra figura protagonista di questo mio pezzo, il macellaio. Professione oggi segnata dalla difficoltà di reclutare giovani leve e minacciata dalla tecnologia, come presagivano alcuni articoli apparsi qualche tempo fa. Si tratta di una professione antica, ricca di tradizione artigiana. A questo proposito nacquero, infatti, le corporazioni dei macellai come la fiorentina «Arte dei Beccai», in cui l’uomo (e più raramente la donna) ne era l’attore principale.

Quest’arte la conobbi e parzialmente l’appresi da ragazzo, lavorando d’estate nella macelleria dei signori Piccoli a Piotta guidati prima dal Pepi (Giuseppe), nel frattempo venuto a mancare, e poi dal figlio Fausto che da 20 anni gestisce l’attività di famiglia. «Bic’éi» (pronunciato in «bichiéi») è il nome che usava e usa tutt’ora mio nonno per indicare l’attività commerciale prima del Pepi e poi del Fausto; nomi per noi, figli degli anni Settanta e Ottanta, quasi sconosciuti perché già abituati al più ferroviario – dialettalmente parlando – «macelar». Termine usato comunemente in dialetto sino forse agli anni Sessanta, per poi cadere in disuso, e proveniente dal francese «boucher» che ha poi la stessa etimologia del «beccaio», ossia venditore di carni del becco (nel senso del caprone); un uso diffuso nell’area lombardo-veneta («bechér»), all’Emilia-Romagna («bcär») sino alla meridionale Calabria («bucceri»).

Un’arte in cui la manualità, l’uso degli strumenti di taglio, poi il sapiente dosaggio delle «droghe» (così chiamate dal Pepi e dal Fausto, ossia il sale e le spezie) e la capacità di gestire la maturazione della carne sono essenziali e dipendono molto dall’esperienza, dalla professionalità e dalla tradizione del «bic’éi». Il tutto però con un inizio crudele, vale a dire la macellazione della bestiola, che inizia con l’arrivo del suino al macello (quello di Piotta ancora operativo), prestando attenzione a non causare uno stress eccessivo all’animale negli istanti precedenti il colpo letale. È questo l’epilogo dell’amorevole rapporto tra uomo e maiale? Fortunatamente no. Infatti, sia durante la squartatura che in seguito durante la disossatura e i successivi processi di lavorazione della carne, l’attenzione artigianale impiegata dai macellai è una continuazione del rapporto tra il suino e l’essere umano. Questa relazione prosegue poi nella cura della maturazione dei salumi, dove ricordo ancora commosso la paziente diligenza del Pepi nell’occuparsi dei sui salametti, salami e prosciutti. Così come rammento pure la golosa attesa dei clienti per le luganighe fresche, appena legate nel «laboratori» (il locale di lavorazione), e per i nuovi «codegotti», appena insaccati e lasciati riposare qualche ora appesi sul «capin».

In questi giorni non ci gusteremo quindi solo il piatto della nostra tradizione culinaria, perché la cazzoeula è molto di più: è tradizione, ricordi, storie umane, artigiana professionalità, ma soprattutto la sua essenza nasce dal rapporto tra la bestiola e l’essere umano. Non dimentichiamolo e saremo così grati continuatori di quanto ci è stato trasmesso attraverso i decenni: dai nomi dialettali ormai antichi, ai gusti che ritroveremo gustando le succulenti preparazioni della ventina di ristoratori che rendono viva questa «Settimana ticinese della Cazzoeula nei giorni della merla».

Norman Gobbi

Sono un vecchio giovane della politica

Sono un vecchio giovane della politica

Da Illustrazione Ticinese l Incontro a 360 gradi con Norman Gobbi, confermato Consigliere di Stato alle recenti elezioni cantonali e nuovo presidente del governo ticinese.

L’appuntamento è fissato alle 8.30 a Nante, dove abita dal 2013. È quasi la fine di maggio, ma il termometro segna 6 gradi, le montagne tutt’attorno sono state imbiancate nella notte. Niente di nuovo per Norman Gobbi che, uscendo di casa, commenta allegro: “Questo mese è già la terza nevicata”. Salutati moglie e figli, lo aspetta una giornata impegnativa che inizia con la nostra intervista e che si concluderà a notte inoltrata. Cosa, commenta il nostro ministro, che “è più o meno la regola” nella sua vita attuale e quotidiana.

Quindi rapporti sicuramente più di qualità che di quantità nella famiglia Gobbi…
“Decisamente sì. Quando sono a casa, il lavoro resta fuori dalla porta e cerco di sfruttare al massimo i momenti con i miei bambini e mia moglie”.

A cosa le chiedono di giocare i suoi figli Gaia (4 ½) e William (3)?
“Spesso devo fare il cavallo: tutti e due salgono sulla mia schiena e li porto a passeggio, ma poi il cavallo deve attraversare un fiume e allora i bambini cadono… Questo passatempo li diverte molto”.

E alla Valascia a pattinare li ha già portati?
“Gaia ha già pattinato, William non ancora, ma siamo stati insieme più di una volta ad assistere a una partita. Ora, quando passiamo in auto e vedono la Valascia in coro gridano “Ambrì!”.

Pensa, per restare in tema hockeistico, che durante quest’anno da presidente del governo dovrà usare di più il bastone o il fischietto?
“Spero che si possa giocare bene e di concerto e che non si debba richiamare più di tanto al rispetto delle regole. Dalle prime sedute che abbiamo avuto con il nuovo governo la volontà di giocare insieme c’è. Dovremo solo affinare qualche schema. Bisognerà che ognuno di noi lasci da parte un po’ del suo orgoglio di capo dipartimento e dia più priorità all’aspetto istituzionale di membro del governo. Ha già funzionato in passato e in questo quadriennio potrà andare ancora meglio. L’importante è essere soprattutto capaci di condividere gli obiettivi. E poi insieme si deciderà come raggiungerli”.

Lavoro di squadra anche in famiglia?
“Mia moglie Elena ha già dichiarato pubblicamente qual è la realtà: ad occuparsi della famiglia è soprattutto lei, visti i miei impegni professionali. Quando sono a casa, però, cucino io, riassetto e gioco con i bambini”.

Si dice che dietro ad un uomo di successo, ci sia spesso una grande donna. Quanto ha contato sua moglie Elena nella sua carriera?
“Sicuramente ha contribuito non ostacolandomi e non ponendomi limiti e restrizioni che, personalmente, vivo male. Elena sapeva esattamente che la nostra vita coniugale sarebbe stata fortemente influenzata dalla vita politica e da attività e vincoli esterni”.

A proposito di donne: il nuovo governo ne è orfano. Cosa ne pensa?
“Penso che al di là del genere, è importante che l’esecutivo sia composto da persone capaci e di carattere. Ovviamente una sensibilità femminile avrebbe portato anche altri punti di riflessione. Ciò che più conta, in generale, è il rispetto del genere, al di là della composizione del governo. Il mio dipartimento, ad esempio, è quello che ha nominato più donne a livello di funzionario dirigente e che sta promuovendo la regola di mettere a concorso posti non più solo a tempo pieno, ma a scelta anche all’80%, come già avviene nella Confederazione. Trovo sia importante andare incontro alle donne, permettendo loro di conciliare lavoro e famiglia”.

Ricorda cosa l’ha spinta ad appassionarsi di politica già sui banchi delle medie? E perché la Lega?
“Sicuramente l’amore per la mia terra e per la mia Patria, ma soprattutto lo spirito di servizio appreso dai nonni materni Silvana e Angelo, la voglia di voler fare qualcosa di buono per il Paese. La Lega era nata da poco e non era certamente il partito di famiglia, che si divideva equamente tra PPD (da parte di mamma) e PLR (da parte di padre). Fu la votazione del 6 dicembre del 1992 contro lo spazio economico europeo a scatenare con forza in me la passione leghista: avevo 15 anni, la Lega era contro il sistema e grazie ad essa il nostro Cantone fu decisivo nel far pendere l’ago della bilancia verso il “no” allo Spazio economico europeo e quindi all’UE”.

Pensa che la sua storia politica fosse in un qualche modo già scritta?
“Non so se fosse scritta nel destino, ma ho avuto la fortuna di trovare persone sul mio cammino che hanno creduto in me. Da Rodolfo Pantani che mi introdusse nella Lega al Nano che, nel 1999, con un grande atto di fiducia, mi diede la possibilità di entrare in lista per il CdS, cosa che mi ha poi permesso di accedere al Gran Consiglio a soli 22 anni. A 31 ero presidente del legislativo, a 33 consigliere nazionale e a 34 facevo il mio ingresso in Consiglio di Stato. Ormai sono un vecchio giovane della politica”.

Eppure, per il suo vissuto e quello della sua famiglia, sarebbe stata più logica una carriera nel mondo della gastronomia…
“In effetti il sogno nel cassetto rimane sempre quello: riaprire un giorno il ristorante di famiglia, il Vais di Piotta, che fino a metà degli Anni Novanta è stato gestito dai miei nonni paterni Selma e Dante Gobbi. Il nonno, oltre a ristoratore, era anche panettiere e commerciante. Io sono quindi cresciuto tra padelle, fornelli, prestino e bottega. D’estate non ho mai bighellonato perché fin da bambino dovevo dare una mano alla nonna in bottega. Ritengo di non avere grandi capacità artistiche, ma penso di destreggiarmi abbastanza bene in cucina. Cerco di dare “colore ai piatti” come mi ha insegnato mio nonno, ma soprattutto sapore. Ciò che preparo deve essere buono e gustoso”.

Qual è il suo piattoforte?
“Sicuramente il risotto, declinato in tanti modi, e le carni”.

Lei sostiene di essere cresciuto in fretta, sia in altezza, sia in massa. Che rapporto ha con il cibo?
“Né maniacale, né spasmodico. Mangio quando ho fame e, difficilmente, resisto a salumi e finger food. Credo di essere cresciuto in fretta a causa degli eccessi (leggasi panini, ndr) di gioventù. In seconda media pesavo già 82 chili”.

Un’altra delle sue passioni è il tiro sportivo…
“Sì, una passione nata a 15/16 anni insieme ad alcuni amici e che riporta ai certi valori, tradizioni e spirito confederale. Cosa che ancora oggi cerco di portare avanti come presidente del Tiro storico del San Gottardo che si svolge ogni anno in ottobre ad Airolo”.

Ha già pensato a cosa farà, quando smetterà di fare il consigliere di Stato?
“No, non so cosa farò da… grande. Battuta a parte, non ho mai pianificato nulla. Tutte le opportunità mi si sono presentate strada facendo. Quindi continuerò così e mi lascerò sorprendere”.
Scheda biografica:
Nome: Norman
Cognome: Gobbi
Nato il 23 marzo 1977 a Faido
Studi: laurea in Scienze della comunicazione con indirizzo aziendale e istituzionale, ottenuta all’USI di Lugano nel 2007
Professione: Consigliere di Stato, direttore del Dipartimento delle Istituzioni
Movimento politico: Lega dei Ticinesi
Passioni: HCAP, cucina, montagna, tiro sportivo
Motto: un 4×4 della politica

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Clicca qui: www.youtube.com/watch?v=Ru7JiYctABU  Immagini della festa post elettorale ad Iragna.

testo Lorenza Storni – lorenza@illustrazione.ch
foto Rémy Steinegger

Leggi dalle pagine di illustrazione ticinese: illustrazione_ticinese_06_2015

Il Governo tra forchette e coltelli

Il Governo tra forchette e coltelli

Dal Corriere del Ticino l Sarà la volta buona? Avremo un vero Governo di concordanza (in linea con il vigente sistema elettorale) oppure si inizierà a tarallucci e vino per finire a botte? Sono solo alcuni degli interrogativi che è lecito porsi all’inizio della nuova legislatura che, nata sotto la stella delle buone intenzioni, attende di vedere la luce dei fatti. Nelle parole si promette una declinazione differente della politica, dalla logica dello scontro a quella del confronto finalizzato all’accordo. Riconosciamolo, sarebbe un mutamento radicale di paradigma dopo lotte, sgambetti e veleni reciproci.
Se è vero che i piccoli e semplici gesti sono a volte in grado di cambiare e indirizzare le grandi scelte, potremmo essere sulla buona strada. Ad inizio giugno il Governo si riunirà in clausura un paio di giorni in una località per ora top secret (ma non resterà tale a lungo in un cantone pettegolo come il nostro e con una fortissima pressione mediatica) in una valle del Ticino. A definire le coordinate è stato il neopresidente del Governo Norman Gobbi che debutta in questo ruolo dopo un quadriennio da «soldato semplice» nel Consiglio di Stato, e lo fa lanciando alcune proposte, anche genuine.
In primo luogo il Governo terrà la sua riunione plenaria nell’intera giornata di mercoledì, una full immersion a Palazzo nei dossier per poi permettere ai singoli capodipartimento di dedicare gli altri giorni della settimana all’attività del proprio dicastero. Ma c’è una novità, o meglio, la riedizione di quella che nei primi anni Novanta era una consuetudine che poi, tensione dopo tensione, scusa dopo scusa, litigio dopo litigio, è venuta a cadere: il pranzo in comune. La seduta del mercoledì non vedrà più i consiglieri di Stato scattare ognuno alle proprie faccende al rompete le righe per la pausa di mezzogiorno, ma i cinque si concederanno un pasto assieme. Sarà questo il piccolo-grande passo del quadriennio alle porte? C’è chi scommette di sì. Il già consigliere di Stato Alex Pedrazzini ricorda gli anni 1991-1995 quando Dick Marty, Giuseppe Buffi, Renzo Respini, Pietro Martinelli e lui pranzavano assieme il martedì, giorno di riunione dell’epoca. «Era un momento di autentica convivialità, che faceva seguito a discussioni franche, fin accese, che magari non scaturivano in un accordo attorno al tavolone del Palazzo delle Orsoline. Ma a tavola, con un bicchiere di vino, nasceva una complicità che rendeva tutto più facile e si impattavano gli ori». Pedrazzini, a scanso di equivoci, precisa che «il conto lo pagavamo noi, non i ticinesi».
Inutile nasconderlo, a tavola, spesso si crea armonia e un ambiente tra i commensali che, quando i formalismi prendono il sopravvento, è impossibile far nascere. Anche se rischiamo di passare per maschilisti sfegatati, va rilevato (quale semplice dato oggettivo) che il tradizionale pranzo era andato scemando con l’avvento delle donne nell’Esecutivo e viene rilanciato nel 2015, l’anno dell’uscita di scena del genere femminile dalla stanza dei bottoni. Un caso? Ognuno risponda seguendo la sua personale sensibilità.

Gobbi non ha preso i colleghi uomini solo per la gola, ma ha promosso un’altra iniziativa che mira a ridurre quella distanza che esiste tra Consiglio di Stato e Gran Consiglio. Quest’ultimo, da sempre, considera i consiglieri di Stato poco sensibili e distanti dai problemi che è chiamato a trattare il Parlamento. In realtà i temi sono i medesimi, ma l’approccio del muro contro muro ha portato all’esasperazione degli stessi. E allora? Dato che parlarsi quando le discussioni sono in progress è meglio che scontrarsi a Palazzo delle Orsoline facendo tramontare ogni possibile soluzione, Gobbi ha estratto dal cilindro quanto già esiste a Berna.

Una sorta di casa von Wattenwyl per instaurare un tavolo e un punto d’incontro tra il Governo, i presidenti e i capogruppo dei partiti rappresentati nello stesso Esecutivo. Si potrà obiettare che non si tratta di nulla di particolarmente originale, neppure innovativo. Ma forse sarà davvero utile.
Sulla politica soffia un vento nuovo che fa rima con responsabilità nella consapevolezza che una riedizione della politica del recente passato non ci aprirà le porte del futuro. Pare incredibile, ma dopo aver vissuto decine di mesi di campagna elettorale per spostare solo alcune pedine in Gran Consiglio e avere un volto nuovo in Governo (senza che i rapporti di forza siano mutati) si compiono oggi mosse semplici che nessuno aveva osato proporre prima.

E allora non resta che augurare buon appetito al nostro Consiglio di Stato, auspicando che da quel tavolo del mercoledì alle ore 12 possano sortire soluzioni interessanti per tutti i ticinesi. Nella speranza che i pasti scelti dal menu richiedano in prevalenza l’uso della forchetta. I coltelli, metaforicamente parlando, in politica sono già stati usati troppe volte, riservando molti bocconi amari e indigesti ai cittadini.

Gianni Righinetti, Corriere del ticino, 4 maggio 2015

Il mercoledì a tavola assieme

Il mercoledì a tavola assieme

Da CDT.CH l Norman Gobbi sdogana il pranzo in comune del Governo: “Voglio alimentare uno spirito conviviale”.

Nuovo Governo, nuove abitudini. L’Esecutivo ha tenuto la sua prima riunione del mercoledì e da adesso in avanti sarà questa la giornata dedicata alla riunione settimanale. Ma non  è tutto: «Il mercoledì – ci ha detto il presidente Norman Gobbi – andremo a pranzo assieme. Vuole essere l’inizio di una nuova tradizione, anche per alimentare uno spirito conviviale, perché lo spirito di squadra è importante».

E c’è un’altra novità, sempre promossa dal presidente Gobbi: «Creare una sorta di casa von Wattenwyl per imitare ciò che avviene a Berna e incontrare anche noi, a scadenze regolari o per questioni puntuali, i presidenti e i capogruppo dei partiti di Governo. Vogliamo iniziare la legislatura in maniera costruttiva per evitare le incomprensioni del passato quadriennio. Sono convinto che parlandosi e restando in contatto si possano evitare malintesi e tensioni inutili».