Norman Gobbi e Manuele Bertoli alla Notte bianca della legalità

Norman Gobbi e Manuele Bertoli alla Notte bianca della legalità

Comunicato stampa

I Consiglieri di Stato Manuele Bertoli e Norman Gobbi hanno preso parte oggi alla prima Notte bianca della legalità organizzata dalla Fondazione SOS Infanzia nella sede del Tribunale penale federale di Bellinzona. Un evento che ha permesso un confronto diretto e privilegiato sul tema della legalità tra una sessantina di giovani delle scuole medie e delle scuole medie superiori con personalità del mondo politico e giudiziario a livello federale, cantonale e comunale.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha reso attenti i giovani interlocutori sull’importanza del rispetto delle regole per non commettere reati e garantire una convivenza pacifica tra i cittadini nel rispetto della sicurezza di tutti. Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha citato ad esempio la legge sull’ordine pubblico che prevede sanzioni per chi imbratta gli spazi pubblici; un tema molto sentito tra i ragazzi che hanno posto domande e segnalato alcune criticità.

Dal canto suo il Consigliere di Stato Manuele Bertoli ha ricordato che in Svizzera sono oltre 40mila i giovani tra i 15 ed i 25 anni costretti a interrompere gli studi e abbandonare il loro domicilio perché vittime di violenze fisiche e psicologiche indotte da situazioni familiari problematiche. “In una società di apparenze, consumismo e manipolazioni, l’identità giovanile fatica a individuare solidi punti di riferimento ” – ha detto il Direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport. “La violenza domestica può provocare un disagio individuale che può poi manifestarsi in atti di trasgressione, soprattutto con il consumo di sostanze alcoliche e droghe.” Bertoli ha concluso il proprio intervento citando Gandhi: “La ricchezza senza lavoro, il commercio senza etica, la scienza senza umanità, la politica senza principi: queste sono le radici della violenza”.

«Effetto nonna» 58 racconti in un volume

«Effetto nonna» 58 racconti in un volume

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 21 novembre 2018 del Corriere del Ticino

Di memorie oggi si parla molto. In ambiti diversi sorgono iniziative con lo scopo di sottrarre all’oblio il patrimonio che ogni vicenda umana conserva. E se alle volte pensiamo di non avere molto da dire, andando a rovistare nei cassetti della memoria i ricordi emergono e la penna inizia a muoversi. È successo con 58 personalità «di casa nostra», appartenenti al mondo della politica, dello sport, dello spettacolo e dell’economia, a cui l’Associazione ABBA ha chiesto di scrivere i ricordi della propria nonna. Ricordi o frammenti anche annebbiati dal tempo trascorso, ma sempre accompagnati dalle emozioni vissute. Le testimonianze sono raccolte nel nuovo libro intitolato «Effetto nonna. 58 volti, 58 ricordi, 58 storie», che sarà presentato oggi (mercoledì 21 novembre) alle 18 nell’auditorio di BancaStato a Bellinzona. La serata sarà presentata da Carla Norghauer, mentre il dottor Graziano Martignoni introdurrà il tema della «nonnità». Per motivi organizzativi è necessario annunciarsi all’indirizzo info@abba-ch.org. Il ricavato della vendita del volume (al prezzo di 24 franchi più spese postali) andrà integralmente a favore di progetti per donne e ragazze in situazioni difficili e a rischio.

Il Canvetto del Cadagno

Il Canvetto del Cadagno

Da www.liberatv.ch

“Il primo ricordo del Canvetto? Beh, da bambino ai vecchi tempi della corsa in salita Piotta-Ritom, che terminava appunto al Canvetto di Cadagno, allora gestito dal Carletto Mottini, recentemente scomparso. Oppure sempre da bambino durante le feste per il giorno dell’Assunzione, “i fésct det la Madona”, con il tiro coi piombini.
Il Canvetto era un’istituzione, che si consolidò con la gestione dell’amico Carlo “Charly” Chiaravallotti, e dove le feste si seguivano durante tutta l’estate, sin dall’inizio della stagione di pesca. Infatti, la sera antecedente il 1° giugno, il Canvetto diventava il punto di ritrovo per chi attendeva l’apertura della pesca sui laghetti alpini, per poi continuare durante tutta l’estate. Dieci anni fa con la Lega dei Ticinesi tenemmo una festa del 1° Agosto al Canvetto, con lo stesso spirito di sempre: festa patriottica tra amici e allegria.
E poi, professionalmente quando mi occupavo della promozione della Regione Ritom-Piora, il Canvetto e la capanna Cadagno erano punti di appoggio importanti. Senza dimenticare il bagno autunnale nel Cadagno, come “ex-voto” per l’elezione in Consiglio di Stato. Ora il Canvetto come lo abbiamo conosciuto noi non c’è più, andato in fumo; i ricordi, le emozioni e i volti amici conosciuti al Canvetto del Carletto di Cadagno, questi invece rimarranno per sempre vivi in noi”.

Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Gobbi e la P-26: non è revisionismo

Da www.rsi.ch/news

La tesi nella chilometrica risposta del Consiglio di Stato alle interrogazioni Pronzini e Lepori

Ecco perché il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha partecipato a una cerimonia in onore dei veterani della P-26…

Non è una risposta classica quella data dal Consiglio di Stato ai deputati Matteo Pronzini (MpS) e Carlo Lepori (PS).
Non lo è per il suo numero di pagine, 24 (ventiquattro!), non lo è per la ricchezza di riferimenti bibliografici con ben 78 (settantotto!) note a piè di pagine e – infine – non lo è per il lungo tempo intercorso dal primo degli atti parlamentari datato 16 marzo (8 mesi!).
Non lo è soprattutto per il giudizio sull’organizzazione segreta tanto controverso da far scrivere al Consiglio di Stato che al suo stesso interno le “sensibilità possono essere considerate variegate, per non dire contrapposte”.

Otto mesi e due interrogazioni dopo, il Governo risponde ai deputati di sinistra e la risposta pare un piccolo sunto di storia politica svizzera.
Nelle prime 17 pagine del documento infatti l’Esecutivo ripercorre con dovizia di particolari il periodo storico dalla seconda Guerra Mondiale alla caduta del muro di Berlino, i rapporti tra Stati e il ruolo della Svizzera nel periodo bellico e durante la cosiddetta guerra fredda.
Lo fa attingendo a fonti storiche e documenti di politica federale, prima fra tutti il rapporto della Commissione d’inchiesta del 1990 (di cui era co-presidente l’ex Consigliere Nazionale socialista Werner Carobbio) e il “Rapporto Cornu”, l’indagine del giudice istruttore che nel 1991 analizzò i rapporti tra l’organizzazione P-26 e altre organizzazioni analoghe all’estero.

La scoperta della P-26, coincide con il risveglio dalla Guerra Fredda.
È il 1990 quando improvvisamente questa sorta di “esercito segreto” creato nel 1981 emerge dai bunker della Storia. Ma per poterla comprendere pare suggerire a suon di citazioni il Consiglio di Stato è necessario comprendere lo spirito dei tempi e il contesto storico, anche quello in cui si svolsero le inchieste e stilati i rapporti. Nessun esercito deviato né un’organizzazione sovversiva privata – spiega la risposta – sebbene agisse esternamente all’amministrazione federale per far fronte a una possibile invasione da Est. Tanto che la stesso rapporto della CPI ricorda di non poter “attribuire nessuna intenzione di malafede ai membri stessi dell’organizzazione” e che per il Consiglio federale l’attività della P-26 “non sempre compresa era tanto pericolosa quanto giustificata”. Un’organizzazione parallela, la P-26 che “in Ticino era costituita da 6 regioni” e che quando fu disciolta “contava 44 membri ancora in formazione”.

Una realtà discussa, ma certamente discutibile sembra ammettere il Consiglio di Stato ma rispondendo agli atti parlamentari si sottolinea come nell’estate 2015 Norman Gobbi “non ha partecipato a un’operazione di riabilitazione della P-26, perché tale non era” e lo ha fatto “in risposta a un invito esplicito del Consiglio Federale”. “Una cerimonia – risponde l’Esecutivo – per ringraziare” chi ha dedicato del tempo “a un tassello importante, seppur discusso, della difesa integrata svizzera”. Pur ammettendo che l’interrogativo dei deputati sia “retorico”, citando l’allora Consigliere Nazionale Pascal Couchepin, il Governo sembra altresì cercare di contestualizzare la risposta di Gobbi al Caffè quando definì un “rapporto unilaterale” quello di Werner Carobbio ricordando non solo le lodi ma pure le critiche rivolte alla CPI durante il dibattito il Consiglio Nazionale.

In conclusione, seppure non sorprendendo, il Consiglio di Stato ribadisce come non ci sia stato nessun tentativo di “revisionismo” da parte di Gobbi, soprattutto sottolinea l’Esecutivo nell’accezione che “erroneamente” lo associa al “negazionismo”. Un giudizio fermo ma pure delicato tanto che nell’ultima pagina il Governo ammette di non essere stupito dal fatto che la continua pubblicazione di studi e analisi dei fatti della storia recente “aprano un dibattito nel quale chiunque può prendere posizione secondo le proprie ideologie e convinzioni. Anche i singoli Consiglieri di Stato”. Un chiosa che lascia intuire quanto possano essere distanti i giudizi all’interno dello stesso consesso governativo.

Quanto tempo per redigere questa risposta? “Seppur difficilmente calcolabile – chiosa la risposta – si quantifica in settimane di lavoro”. Chissà se saranno sufficienti per soddisfare gli interroganti e per smorzare i toni polemici che hanno accompagnato gli atti parlamentari, anche se c’è da scommettere anche dopo questa risposta il giudizio sulla P-26 continuerà a far discutere.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-e-la-P-26-non-%C3%A8-revisionismo-11117058.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 20 novembre 2018 de La Regione

Gobbi partecipò alla cerimonia per i membri della P-26 ‘in risposta a un invito del Consiglio federale’

Sì, il consigliere di Stato Norman Gobbi nel 2015 partecipò a una cerimonia in onore dei 44 ticinesi che fecero parte della P-26. Una cerimonia privata, ma non ‘segreta’, specifica il Consiglio di Stato rispondendo (in 24 pagine fitte d’informazioni) a tre distinti atti parlamentari presentati da Matteo Pronzini (Mps) e Carlo Lepori (Ps) a marzo e settembre. Gobbi – scrive il governo – “ha partecipato a un evento organizzato in risposta ad un invito esplicito del Consiglio federale”. Invito formulato in primis dal consigliere federale Ueli Maurer nel 2009, in cui si chiedeva di rendere onore a chi aveva servito la Patria. Per questo, lo scopo dell’evento ticinese “non era quello di riabilitare o onorare la P-26 – prosegue la risposta –, bensì di riconoscere ai suoi membri l’impegno e la dedizione profusi a favore dello Stato”. Costituita ad inizio degli anni Ottanta, l’organizzazione segreta aveva il compito di preparare una resistenza interna in caso di occupazione della Svizzera da parte di potenze straniere. Una strategia che fondava le radici nella guerra fredda. La sua esistenza fu rivelata nel 1990 e fece parecchio discutere, tanto da portare all’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta federale di cui fu vicepresidente il ticinese Werner Carobbio. Commissione che, aggiunge il governo, assolse “i partecipanti” all’organizzazione: “Le censure della Cpi – scriveva la Cpi – non si riferiscono ai membri [della] P-26, bensì ai loro ideatori e a coloro che ne hanno la responsabilità politica”.

Riflessioni a 100 anni dalla fine della Grande Guerra

Riflessioni a 100 anni dalla fine della Grande Guerra

Onore agli uomini e alle donne ticinesi di allora

Esattamente una settimana fa, ovvero l’11 novembre, ricorreva il centenario dalla fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera. Ho avuto l’opportunità e l’onore di partecipare a Bellinzona a una commemorazione che non va letta come l’esaltazione di una vittoria o di prodezze militari, bensì come il ricordo solenne dei cittadini-soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere.

La tensione, la lontananza e il disagio
I soldati svizzeri che abbiamo onorato a un secolo dal termine della cosiddetta “Grande Guerra”, non vissero le dilanianti esperienze delle trincee, della guerra di logoramento, dell’uso dei gas e delle “bombe mostarda”, oppure degli ordini mortali imposti per guadagnare solo pochi metri di terreno. Niente di tutto questo. In un contesto di costante tensione, fu la lontananza da casa il problema maggiore: in una società ancora in buona parte rurale e artigianale, che richiedeva dunque una marcata presenza di forza lavoro, l’assenza prolungata di uno o più membri della famiglia causava grandi disagi. L’impegno di questi uomini a protezione delle frontiere svizzere non fu certo immune da momenti di estrema tensione lungo il confine franco-tedesco: le due armate a nord duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate non era escluso.

Il ruolo centrale della donna
Si trattò dunque di un giustificato impegno militare di uomini, ma anche di tante donne e di famiglie che – a casa – subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno. La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità. L’assenza degli uomini in servizio militare accentuò la loro funzione sociale, soprattutto alla testa della famiglia e delle aziende agricole. L’emancipazione completa era però ancora lontana, visto che dovettero passare quasi 50 anni per l’ottenimento del diritto di voto. A seguito della guerra economica tra le potenze belligeranti, vi furono periodi di malnutrizione, condizione che facilitò l’epidemia influenzale: la cosiddetta “spagnola” fece oltre 25’000 vittime.

Lo scontro sociale e il bisogno di “unire”
La “Grande Guerra” evidenziò la profonda spaccatura sociale tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra città e campagna: nelle aree urbane le famiglie operaie patirono molto di più la malnutrizione e il rincaro delle derrate alimentari rispetto alle famiglie agricole nelle campagne, che disponevano di prodotti propri e poterono anche approfittare del rincaro interno. Questa spaccatura fu accentuata anche dai moti rivoluzionari durante la guerra, soprattutto da quella bolscevica in Russia che veniva vista con forte diffidenza dalla classe politica e dalle classi rurali. Seguirono periodi di confronto sociale, che portarono a scontri tra autorità e operai, con l’improprio utilizzo dei cittadini-soldato quale elemento di sicurezza interna. Ma furono momenti che indicarono chiaramente che si dovevano trovare soluzioni di carattere sociale e previdenziale e che, oltre alla conduzione della difesa bellica nell’ambito della neutralità armata, andava prevista anche una difesa spirituale che tenesse unito un Paese diviso in lingue, culture e ceti. Le autorità militari e politiche cantonali hanno quindi reso giustificato onore ai cittadini-soldato che durante la Prima guerra mondiale perirono durante il servizio attivo, rispettivamente agli uomini e alle donne che si impegnarono per tenere forte e unita la nostra comunità. La speranza di noi tutti è che simili accadimenti non abbiano mai più a ripetersi.

“Il politico come comunicatore”

“Il politico come comunicatore”

Intervista pubblicata all’interno de L’Universo, giornale studentesco universitario indipendente

Il periodo di studi all’università può rivelarsi ancor più proficuo se ci si riesce a costruire una rete di relazioni personali solide ed interessanti.
N. Gobbi, dopo aver studiato scienze politiche a Zurigo è tornato a Lugano dove, oltre a lavorare come consulente nell’ambito della comunicazione, ha anche frequentato l’USI, laureandosi in scienze della comunicazione.
Gli chiediamo come ricorda il periodo da studente al campus di Lugano: «Conservo dei bei ricordi del mio periodo universitario. Sono stati anni molto importanti dal punto di vista formativo e personale. Ho avuto l’opportunità di conoscere persone interessanti, così come di frequentare ambienti stimolanti.
Un ricordo particolare? A pensarci bene ce n’è uno che mi fa sorridere tutte le volte che ritorna a galla: a un corso tenuto dal professor Lorenzo Cantoni, ho condotto una ricerca sulla Polizia ticinese e sulla percezione che hanno i ticinesi della sicurezza; ho quindi avuto modo di intervistare l’allora responsabile web del Dipartimento che qualche anno dopo mi sono trovato a dirigere. Mi fa sempre uno strano effetto pensare a come le cose sono andate tanto in fretta».
A questo punto, domandiamo al Direttore se ciò che ha studiato all’università gli sia davvero stato utile nella sua esperienza successiva. Pur entusiasta del percorso di studi intrapreso, N. Gobbi ci fa una confessione interessante. Ci dice di aver trovato più pertinenti rispetto alle sue aspettative gli studi in scienze della comunicazione piuttosto che quelli in scienze politiche. Una risposta che conferma quanto il sapere comunicare efficacemente sia uno degli elementi più importanti del mestiere del politico. «Credo in una politica fondata sul confronto dialettico, sullo scambio di opinioni, sulla difesa argomentata delle proprie idee e sulla condivisione con gli altri (politici e cittadini) del proprio pensiero. Considero il politico prima di tutto un comunicatore, una persona che sa quello che dice e sa come dirlo. È un “mestiere” che richiede chiarezza, capacità di dialogo e di ascolto».
Infine, chiediamo quale sia il problema politico che più lo preoccupa al momento: «Più che di problema parlerei di sfide, che non sempre hanno un solo lato ma sono spesso un concatenarsi di elementi. La grande instabilità odierna porta molti ad essere pessimisti sul futuro; vista la mia predisposizione e posizione nel Governo cantonale mi concentro nel garantire stabilità nell’ambito della sicurezza, poiché senza sicurezza non possono esistere sviluppo economico e pace sociale. In questi anni, con la squadra che ho creato a livello dirigenziale nel mio Dipartimento, ci siamo concentrati a migliorare le condizioni quadro nel nostro Cantone, riportando i tassi di sicurezza a livelli di grande soddisfazione (dimezzamento dei furti nel Mendrisiotto ad esempio), con tassi di criminalità inferiori a quelli registrati negli ultimi 10 anni. Dall’altra parte abbiamo spinto a migliorare le prestazioni dei nostri servizi, facendo di più con meno o uguali risorse, puntando molto sulle nuove tecnologi e sullo sviluppo di nuove competenze. Cosi abbiamo risposto a questa sfida, dare stabilità e possibilità di crescita in maniera controllata e sostenibile. E per il futuro rispondo che siamo sempre pronti!».

Ex primi cittadini a pranzo

Ex primi cittadini a pranzo

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 13 novembre 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Ex-primi-cittadini-a-pranzo-11093064.html

Numerosi ex presidenti del Gran Consiglio si sono ritrovati a Castelgrande per un incontro ormai diventato una tradizione
Si è tenuto martedì al ristorante Castelgrande di Bellinzona il tradizionale pranzo in comune degli ex presidenti del Gran Consiglio ticinese.
Si tratta di un incontro che rientra in una tradizione ormai consolidata, che consente di mantenere i contatti tra chi ha presieduto il Parlamento cantonale.

All’evento erano presenti in totale oltre una ventina di ex presidenti del Legislativo, oltre a Pelin Kandemir Bordoli, che lo presiede attualmente, unitamente ai consiglieri di Stato Paolo Beltraminelli, Manuele Bertoli, Norman Gobbi e Christian Vitta, il cancelliere Arnoldo Coduri e svariate altre personalità politiche (in attività e non) ticinesi.

 

 

Dibattito Asilo, è duello tra destra e sinistra

Dibattito Asilo, è duello tra destra e sinistra

Da www.teleticino.ch
http://teleticino.ch/home/la-domenica-del-corriere-11-11-18-il-duello-destra-sinistra-XF447110


Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 12 novembre 2018 del Corriere del Ticino

Confronto a La domenica del Corriere tra Norman Gobbi e Franco Cavalli in un faccia a faccia su elezioni e migranti
Il socialista: “Se il PS perderà un seggio sarà perché se l’è cercata” – Il leghista: “I centri per rifugiati non sono prigioni”

La corsa verso le elezioni cantonali è lanciata e se in questi mesi i partiti stanno affinando le strategie e individuando gli avversari in vista dell’appuntamento del 7 aprile, a sinistra tira aria di tempesta: “Se a queste elezioni il partito socialista dovesse perdere il seggio direi che se l’è cercata”. Parole di Franco Cavalli, tra i fondatori del Forum Alternativo e già consigliere nazionale socialista, che ospite di Gianni Righinetti a La domenica del Corriere sul TeleTicino assieme al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi è stato diretto: “Basta pensare a quanto successo con la Riforma fiscale e sociale che ha visto il consigliere di Stato Manuele Bertoli – che nella struttura del partito è sempre stato una figura determinante – schierarsi a favore del pacchetto, in contrasto con la posizione della base del PS”. Una rottura che per Cavalli “ha sicuramente indebolito il Partito socialista. Ma d’altronde lo diceva già il Nano: l’unico pericolo per la Lega sarebbe se in Ticino ci fosse un PS come si deve. Io, ad unire le forze di sinistra per dare vita a un partito forte, ci ho provato per vent’anni”. Ma a vivere una situazione un po’ complicata non è solo la sinistra. Sollecitato da Righinetti sulla fumata nera scaturita dalle trattative per una lista unica tra Lega e UDC e sul timore di perdere il proprio seggio in Governo, Gobbi ha precisato: “In un sistema proporzionale si deve fare uno score di squadra e uno personale. È dunque importante lavorare per il risultato di squadra. Detto questo, credo che già oggi l’UDC svizzera abbia un consigliere di Stato visto che, dopo la mia candidatura per il Consiglio federale nel 2015, figuro sul sito nazionale come consigliere di Stato ticinese. Questo non è un appello al voto utile, ma una costatazione: ricordo infatti che partecipo regolarmente alle attività dell’UDC svizzera e che intrattengo degli stretti contatti con i colleghi democentristi presenti negli Esecutivi cantonali con i quali, due volte all’anno, ci troviamo e ci confrontiamo con la direzione del partito”. Per poi rimarcare: “Inoltre, nel mio ruolo sono spesso e volentieri oltre Gottardo. Un impegno questo che mi viene riconosciuto”. Detto delle cantonali, il 2019 sarà però anche l’anno delle federali. E in vista del rinnovo dei poteri sotto il Cupolone, il Forum Alternativo si è già attivato. “Stiamo cercando di avere una lista comune di tutta la sinistra, scusatemi il gioco di parole, a sinistra del PS – ha spiegato Cavalli – compresi anche i Verdi. E sicuramente questa unione non si chiamerà Forum alternativo”. Pungolato da Righinetti, l’ex consigliere nazionale ha dichiarato che “le discussioni per il nome sono in corso, ma ammetto che mi piacerebbe qualcosa come Ticino Alternativo. Potrebbe essere una soluzione”.

In attesa di conoscere il verdetto dei cittadini sul piano cantonale e federale, c’è un altro tema che vede destra e sinistra duellare da anni senza esclusione di colpi: l’immigrazione. Un dossier questo caldo in Ticino non da ultimo in seguito ai disordini emersi nella serata di presentazione del nuovo centro federale per richiedenti l’asilo in zona Pasture e per la gestione dei migranti a Camorino. “La realtà è che al centro di Camorino la situazione è disumana. Non solo dal punto di vista igienico ma anche psicologico – ha dichiarato Cavalli – si vedono persone costrette a vivere sotto terra in condizioni pessime. Persone che arrivano da paesi dove, sottoterra, ci stanno solo i morti. È inaccettabile e occorre agire al più presto”. Pronta la replica del direttore delle Istituzioni che ha messo i puntini sulle i: “Nessuno costringe i rifugiati a restare tutto il giorno al chiuso nel Centro della Protezione civile. Se lo fanno, è per una loro decisione: un centro per rifugiati non è una prigione e vorrei ricordare che i richiedenti l’asilo hanno comunque la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità e di uscire. Evidentemente non è una soluzione ottimale ma permette di rispondere a un bisogno del cantone che, in questa fase, mira a conformare il richiedente a un modo di vivere”. Per poi precisare: “Quando i migranti venivano sistemati nelle pensioni o negli appartamenti emergevano problematiche di spaccio o incendi delle abitazioni. Fatti che hanno contribuito a creare un certo malumore tra la popolazione e quindi il Cantone ad agire. Camorino rappresenta quindi una fase di transizione prima di poter indirizzare i richiedenti verso gli appartamenti”. Una spiegazione che non ha convinto Cavalli: “C’è gente che è a Camorino da mesi ed è chiaro che sono spaesati. Non è facile integrarsi in un simile contesto”. Infine, ampliando lo sguardo alle dinamiche internazionali Gobbi ha rilevato come “se grazie alle politiche di Matteo Salvini in Italia l’afflusso di migranti è nettamente diminuito, d’altra parte nei centri federali vediamo che arrivano molti rifugiati a seguito di pratiche che non condivido. Penso ad esempio ai ricongiungimenti familiari non sempre valutati correttamente”. E riconoscendo come il tema della frontiera sia divenuto sempre più delicato, il direttore delle Istituzioni ha rimarcato come “quando si parla di migrazione serve pragmatismo: si deve comunque applicare le leggi e prendere decisioni che possono non essere condivise o comprese. Ma l’obbligo dell’autorità è quello di far rispettare le leggi. E ammetto che se il Ticino non dovesse sottostare alle disposizioni federali, in campo migratorio su certi aspetti sarei sicuramente più risoluto”.