Prima Guerra mondiale, Bellinzona commemora l’armistizio

Prima Guerra mondiale, Bellinzona commemora l’armistizio

Servizio all’interno dell’edizione di domenica 11 novembre 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11087256

Da www.ticinonews.ch

A 100 anni dalla fine del conflitto, le autorità rendono omaggio ai caduti. Presenti Gobbi e Gianini.

L’11 novembre 1918 terminò la Prima Guerra Mondiale, uno degli eventi che segnarono maggiormente la storia mondiale del secolo scorso.
Per commemorare il centesimo anniversario della fine di questo avvenimento il Dipartimento delle istituzioni e la Città di Bellinzona hanno organizzato un evento commemorativo questa mattina, alle ore 09.30, di fronte al Monumento dedicato ai caduti, in via Dogana. Presenti all’evento il Direttore del DI Norman Gobbi e il municipale di Bellinzona Simone Gianini.

“Commemorare la fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera non significa esaltare una vittoria o prodezze militari, bensì ricordare solennemente tutti quei cittadini- soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere” ha sottolineato il Consigliere di Stato. “Il loro impegno alla protezione delle frontiere svizzere, vide sicuramente momenti di grande tensione lungo il confine franco-tedesco, in quanto le due armate a nord si duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate era possibile. Anche lungo il confine italo-austriaco si verificarono episodi, in cui i soldati svizzeri difesero il territorio svizzero in Val Monastero dai tentativi di aggiramento degli Alpini o dei Kaiserjäger che combattevano sui pendii dello Stelvio”.

Gobbi ha anche ricordato l’importante ruolo delle donne rimaste a casa: “Siamo qui oggi ad onorare l’impegno militare degli uomini, ma pure delle donne e delle famiglie che subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno. La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità”.

Durante la cerimonia i picchetti d’onore dell’Esercito svizzero e della Polizia cantonale hanno posato alcune corone di fiori in omaggio ai militi caduti.

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa per la fine della I Guerra Mondiale

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa per la fine della I Guerra Mondiale

Bellinzona, 11 novembre 2018

– Fa stato il discorso orale –

Egregi signori,
Gentili signore,

commemorare la fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera non significa esaltare una vittoria o prodezze militari, bensì ricordare solennemente tutti quei cittadini-soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere.

I soldati svizzeri che siamo qui a onorare oggi, a giusto 100 anni dal termine della cosiddetta “Grande Guerra”, non vissero le dilanianti esperienze delle trincee, della guerra di logoramento, dell’uso dei gas e delle “bombe mostarda”, oppure degli ordini mortali imposti per guadagnare solo pochi metri di terreno. Niente di tutto questo, per fortuna nostra e dei nostri antenati cittadini-soldato. Solo la lontananza da casa fu il problema maggiore, visto dagli occhi del soldato che in quanto cittadino vedeva la sua mancanza quale indispensabile forza lavoro nelle attività, in buona parte ancora rurali e artigianali.

Il loro impegno alla protezione delle frontiere svizzere, vide sicuramente momenti di grande tensione lungo il confine franco-tedesco, in quanto le due armate a nord si duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate era possibile. Anche lungo il confine italo-austriaco si verificarono episodi, in cui i soldati svizzeri difesero il territorio svizzero in Val Monastero dai tentativi di aggiramento degli Alpini o dei Kaiserjäger che combattevano sui pendii dello Stelvio.

Un impegno militare quindi giustificato quello degli uomini che siamo qui oggi ad onorare, ma pure delle donne e delle famiglie che – a casa – subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno.

La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità. L’assenza degli uomini in servizio militare accentuò la loro funzione sociale, soprattutto di conduzione della famiglia e delle aziende agricole; la guerra nelle campagne e in montagna aveva portato via non solo le braccia ma anche gli animali da soma. L’emancipazione completa era però ancora lontana, visto che dovettero passare quasi 50 anni per l’ottenimento del diritto di voto. Le famiglie patirono, a seguito della guerra economica tra le potenze belligeranti, di periodi di malnutrizione che poi fu il terreno fertile per la diffusione dell’epidemia influenzale (la mietitrice “spagnola” con oltre 25mila vittime), che dimostrò la debolezza fisica della nostra popolazione, soprattutto nelle città.

La “Grande guerra” evidenziò la grande spaccatura sociale, tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra città e campagna, dove nelle aree urbane le famiglie operaie patirono molto di più la malnutrizione e il rincaro delle derrate alimentari, rispetto alle famiglie agricole nelle campagne che disponevano di prodotti propri e poterono anche approfittare del rincaro interno. Questa spaccatura venne accentuata anche dai moti rivoluzionari durante la guerra, soprattutto da quella bolscevica in Russia che veniva vista con forte diffidenza dalla classe politica e dalle classi rurali.

Seguirono periodi di confronto sociale, che portò a scontri tra autorità e operai, con l’improprio utilizzo dei cittadini-soldato quale elemento di sicurezza interna. Ma furono momenti che indicarono chiaramente che si dovevano trovare soluzioni di carattere sociale e previdenziale, rispettivamente che oltre alla conduzione della difesa bellica nell’ambito della neutralità armata, andava prevista anche una difesa spirituale che tenesse unito un Paese diviso in lingue, culture e ceti.

Attorno alla Svizzera con la fine della Prima guerra mondiale si dissolsero i Grandi imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria, dando forza e vita all’autodeterminazione che portò alla nascita di numerosi nuovi Stati nazionali e – al nostro confine orientale, l’integrazione del Sud Tirolo e del Trentino nel Regno d’Italia. Quella che fu vista come la fine di un conflitto bellico lungo e logorante, non fu altro che il prologo di quello che seguirà 20 anni più tardi e che fu ancora più globale e devastante.

Torniamo a noi. Le Autorità militari e politiche cantonali rendono oggi onore ai cittadini-soldato che durante la Prima guerra mondiale perirono durante il servizio attivo, rispettivamente agli uomini e soprattutto alle donne che si impegnarono per tenere forte e unita la nostra comunità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Autodeterminazione: sì alla democrazia diretta e supremazia del nostro diritto

Autodeterminazione: sì alla democrazia diretta e supremazia del nostro diritto

Ci stiamo velocemente avvicinando alla scadenza elettorale del prossimo 25 novembre, giorno in cui la popolazione svizzera sarà chiamata alle urne per esprimersi sull’iniziativa per l’autodeterminazione.
Il tema è particolarmente sentito e dibattuto in questo momento per l’importante posta in gioco: occorre infatti essere ben consapevoli che ne va della Svizzera e del nostro essere Cittadini elvetici.
Dobbiamo quindi attivarci per dire in modo inequivocabile che in quanto cittadini svizzeri vogliamo continuare ad essere noi a dettare le regole più importanti del nostro Paese. Popolo e Cantoni hanno sempre avuto l’opportunità di dire l’ultima parola attraverso il meccanismo della democrazia diretta, esercitata attraverso referendum e iniziative. Si tratta di un valore a nostro modo di vedere inalienabile, perno fondamentale del nostro modello di successo che ci garantisce prosperità e qualità di vita e che numerose nazioni ci invidiano.
Il nostro impegno deve dunque essere massimo per mantenere anche in futuro la supremazia del diritto interno e della Costituzione svizzera sui tribunali e le organizzazioni internazionali.
Il Tribunale federale ha però minato questa nostra importante certezza. I giudici di Losanna, in alcune sentenze del 2012 e del 2015, hanno infatti sancito la possibilità di anteporre il diritto internazionale alla Costituzione svizzera.
Il diritto interno elvetico è stato gerarchicamente sovrastato dal diritto dei giudici stranieri e nel caso di un contrasto tra le parti la Svizzera soccomberebbe e non potrebbe fare altro che subire le decisioni prese da altri. Non ci pare accettabile.
In passato, nessuno aveva mai dubitato della superiorità del nostro diritto, che oltretutto altro non è che l’ultimo baluardo a difesa della non adesione all’Unione europea. La superiorità del diritto svizzero e della Costituzione federale va assolutamente garantita. Il pericolo che la volontà popolare non venga più considerata è concreto e già abbiamo avuto casi esemplari: abbiamo purtroppo visto che in alcuni casi i nostri tribunali hanno applicato le decisioni parzialmente o non del tutto e che diverse iniziative nemmeno sono state considerate. Troppo spesso il Consiglio federale ha dimostrato di non volersi attenere alle decisioni popolari, inchinandosi, al contrario, al cospetto degli impegni internazionali. Un esempio in questo senso è la recente decisione del Dipartimento federale degli affari esteri di voler sottoscrivere il Patto sulla migrazione delle Nazioni Unite. A Berna lo hanno definito un atto non vincolante; ma allora perché è necessaria una sottoscrizione se gli accordi possono essere interpretati a piacimento dalle parti? Ma soprattutto perché queste decisioni vengono prese senza che il Popolo svizzero possa dire la sua?
Con un deciso sì all’iniziativa, potremo adeguare o rescindere gli accordi internazionali nel caso in cui non fosse più possibile trovare una soluzione ai contrasti, ma soprattutto la Costituzione federale sarà di nuovo la fonte giuridica suprema in Svizzera.
Auspichiamo che anche in futuro si possa godere dei privilegi di un Paese libero e indipendente, nel quale tutti hanno la possibilità di esprimere la loro opinione.
Per tutte queste ragioni, il prossimo 25 novembre votiamo sì all’iniziativa per l’autodeterminazione. Noi crediamo nelle decisioni prese dal popolo e dobbiamo confermare in modo definitivo il primato diritto costituzionale svizzero sul diritto internazionale.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Claudio Zali
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento del territorio

Lega, “prove di lista”

Lega, “prove di lista”

Da www.ticinonews.ch

Un post sulla pagina Facebook del movimento di via Monte Boglia rilancia i soliti rumors.
Sarà vero?
Un post pubblicato sulla pagina Facebook della Lega dei Ticinesi ha rilanciato i soliti rumors sulla composizione della lista per il Consiglio di Stato del movimento di via Monte Boglia in vista delle prossime elezioni cantonali.
Accanto ai due uscenti Claudio Zali e Norman Gobbi, ad Antonella Bignasca (che in ogni caso non dovrebbe essere della partita) e al capogruppo in Gran Consiglio Daniele Caverzasio troviamo infatti il deputato e municipale di Lugano Michele Foletti. Indizio di una sua effettiva presenza in lista dopo il no del 2015? Oppure semplicemente un post scherzoso?
Lo scopriremo solo tra diverse settimane quando la Lega, tradizionalmente ultima tra i partiti di Governo, renderà nota la rosa degli aspiranti ad un posto al sole in Consiglio di Stato.

Una domenica all’Osteria con Antonio Ferriroli e Norman Gobbi

Una domenica all’Osteria con Antonio Ferriroli e Norman Gobbi

Da www.liberatv.ch

Quattro chiacchiere tra passato e futuro con il ministro e l’oste, fino a qualche mese fa sindaco di Brione sopra Minusio

In attesa della capra bollita e di una puntatina tra le specialità langarole al tartufo bianco, Antonio Ferriroli continua a curare la sua griglia a legna sfornando costate e filetti di fassona, di chianina o di angus.
Può capitare, a volte, di incontrare nella sua Osteria di Contra il ministro Norman Gobbi, amico di Antonio ed estimatore della sua cucina. Com’è successo domenica scorsa. Si parla un po’ di tutto, di cucina, di vino, dei personaggi celebri (che nemmeno ci immaginiamo) che varcano regolarmente la porta dell’Osteria… e di legame con le valli (Gobbi e la sua Leventina, dove ha deciso di vivere e va fiero di questa scelta, Ferriroli della sua Verzasca, terra dei suoi avi)…
Quattro chiacchiere a ruota libera sul passato, sul presente e sul futuro, insomma, davanti a generosi bicchieri di un’ottima Barbera d’Asti e a un certo punto…
A un certo punto spunta un’immagine ‘storica’. Una foto scattata davanti all’Osteria Ferriroli parecchi anni fa, che ritrae un Norman Gobbi con diversi chili in più accanto a Umberto Bossi e Giuliano Bignasca.
Così le riflessioni sul vino e sulla ristorazione, locale, nazionale e italiana, si mescolano con la politica, con i “com’eravamo”, appunto, e come saremo…
E Antonio, che da pochi mesi ha svestito i panni di sindaco liberale di Brione Sopra Minusio, assicura che, nonostante qualche voce giri, non si candiderà per il Gran Consiglio in quota Lega… Sicuro? Beh… Di sicuro c’è che non avrebbe il tempo, lui che per nove mesi all’anno fa l’oste a pieno ritmo.

Treibt Salvini die Flüchtlinge in die Schweiz?

Treibt Salvini die Flüchtlinge in die Schweiz?

Da www.blick.ch

Um das wilde Flüchtlingscamp vor dem Bahnhof San Giovanni zu räumen, hatte das Rote Kreuz in der Grenzstadt ein Containerdorf eingerichtet. Jetzt liess es die Lega schliessen.

Zwei Jahre lang ist das Containerdorf in der Via Regina Zufluchtsort für Flüchtlinge. Es entstand als Auffangzentrum für die Gestrandeten, die im Sommer 2016 zu Hunderten den Park vor dem Bahnhof San Giovanni bevölkerten.
Rund 300 Menschen hatten Platz, darunter viele, die erfolglos versuchten, ins Tessin zu gelangen und von Chiasso TI direkt wieder an die italienische Grenze gestellt wurden. Seit gestern ist das Zentrum der Caritas Geschichte. Mit der Schliessung setzt Innenminister Matteo Salvini (45) seine rigorose Flüchtlingspolitik fort.
«Schon vor Wochen kamen sie im Morgengrauen, haben 90 Migranten aus den Betten geholt und nach Turin und Bologna deportiert», sagt der Chef der Caritas, Roberto Bernasconi (67). «Seit Dienstag ist das Zentrum nun endgültig geschlossen. Die Menschen stehen jetzt auf der Strasse. Viele werden wohl wieder versuchen, die Tessiner Grenze zu passieren. Sie sind leichte Beute für kriminelle Banden.»
Treibt Lega-Chef Matteo Salvini die Flüchtlinge in die Schweiz? «Nein, ganz im Gegenteil», meint Norman Gobbi (41) von der Tessiner Lega, «Salvini säubert Como von Flüchtlingen. Es wird dort in Zukunft weniger geben. Für uns ist das nur gut so.» Zudem, so der Tessiner Staatsrat, würden über 90 Prozent der im Tessin aufgefangenen Flüchtlinge kein Asyl beantragen und daher sofort nach Italien zurückgeführt.

«Bei Italien weiss man nie, wie es weitergeht»
Ob genau das in Zukunft noch möglich ist, fragt sich Marco Romano (35). «Bei dieser italienischen Regierung weiss man nie, wie es weitergeht», sagt der CVP-Nationalrat. «Ich will keine Szenen sehen wie in Ventimiglia an der französischen Grenze. Bislang klappt die Zusammenarbeit mit Italien gut. Sollte sich das ändern und das Land von uns keine Flüchtlinge mehr zurücknehmen, müsste man sofort reagieren.»
Bern bleibt gelassen. Die Zusammenarbeit mit Italien im Dublin-Bereich funktioniere sehr gut, sagt Lukas Rieder, Mediensprecher des Staatssekretariats für Migration (SEM). «Seit der Bildung des Kabinetts Conte am 1. Juli 2018 hat Italien bis zum 30. September in insgesamt 626 Fällen einer Dublin-Überstellung zugestimmt.» Und: Dass durch die harte Hand, mit der Matteo Salvini seine Flüchtlingspolitik vorantreibt, mehr Flüchtlinge in die Schweiz einreisen könnten, dafür gebe es zurzeit keine Indizien.

Primato costituzionale e patti internazionali

Primato costituzionale e patti internazionali

Opinione pubblicata nell’edizione di mercoledì 31 ottobre del Corriere del Ticino

Lunedì il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) attraverso il proprio profilo Twitter ha preso ufficialmente posizione sui motivi e le giustificazioni – ormai fatte proprie anche dal Consiglio federale – per cui bisogna sottoscrivere e sostenere il Patto globale sulla migrazione delle Nazioni Unite. I sostenitori del trattato lo definiscono puramente declamatorio e non vincolante, ma in verità si tratta di un prodotto inizializzato dall’ambasciatore svizzero all’ONU Jürg Lauber e che – nonostante le dichiarazioni critiche anche da chi l’ha sottoscritto – è comunque un atto formale, al quale – more solito – la Svizzera si dovrà attenere. Quindi non declamatorio ma vincolante per noi, senza che il Parlamento federale e il Popolo svizzero possano esprimersi a riguardo.

Ma torniamo al perché questo patto è comunque problematico per la Svizzera. Anzitutto, a far storcere il naso sono le numerose giustificazioni degli addetti ai lavori sulla volontà del Consiglio federale di sottoscrivere una serie di misure che vengono definite come «impegni concordati dagli Stati membri nella Dichiarazione di New York per rifugiati e migranti». Se si tratta solo di impegni concordati non giuridicamente vincolanti è legittimo chiedersi perché lo si debba sottoscrivere, ritenuto come – per stessa ammissione del DFAE e del Governo federale – buona parte degli impegni sono già attuati o previsti dalla legislazione elvetica. Pensiamo al semplice fatto che, nell’ambito della crisi migratoria del 2015 – i cui effetti si ripercuotono ancora ai giorni nostri – la Svizzera si sia subito allineata ai dettami della Commissione europea e della cancelliera tedesca Angela Merkel, accogliendo sia migranti economici come pure un’importante numero di «resettlement» mentre altri Stati membri dell’Unione europea hanno sin dall’inizio respinto questo diktat centralista.

Ma su alcuni punti il Dipartimento e il Consiglio federale difettano nella consecutio temporis, poiché se da un lato gli stessi sono animati dall’indefesso adempimento degli «impegni internazionali» inizializzati nel 2016, dall’altra dimenticano come recentemente la Svizzera abbia rivisto il diritto federale in materia di stranieri restringendo il diritto al ricongiungimento, oggi vera fonte di preoccupazione dal momento che rappresenta il primo motivo di arrivo nella Confederazione da parte di cittadini stranieri di Stati terzi (in maggioranza da Africa e Asia occidentale). Il patto dell’ONU prevede invece in questo specifico settore un alleggerimento delle procedure per ricongiungere le persone, che risulta essere palesemente in contrasto con la volontà espressa nel diritto interno svizzero.

A ben vedere questo Global compact for safe, orderly and regular migration dell’ONU è una sorta di grimaldello svincolato dal controllo popolare e parlamentare nelle mani del Consiglio federale, che porterà – a furia di sottoscrivere «impegni internazionali giuridicamente non vincolanti» – a rendere impossibile la gestione controllata dei flussi migratori e quindi a spogliare gli Stati della loro sovranità in materia di politica migratoria. Questa vicenda la dice lunga su come il Governo federale non voglia attenersi alle decisioni popolari e voglia al contrario inchinarsi agli «impegni internazionali». Quindi, per opporsi al Patto globale sulla migrazione delle Nazioni Unite, l’unica arma nelle mani del Popolo elvetico è dire a gran voce sì all’iniziativa sull’autodeterminazione in votazione il prossimo 25 novembre. Questo perché – se sprovvisti della garanzia del primato dato al diritto costituzionale svizzero sul diritto internazionale – un giorno saremo chiamati ad attuare tutti quegli impegni «giuridicamente non vincolanti» voluti dal DFAE e dal Consiglio federale in materia di migrazione.

* consigliere di Stato

Terrorismo «La minaccia resta alta»

Terrorismo «La minaccia resta alta»

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 24 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

Lotta e prevenzione: conferenza a Lugano sul ruolo delle forze di sicurezza e militari.
Sottolineata l’importanza delle sinergie –  Della Valle: «Si deve migliorare ogni giorno»

Certezze, non ce ne sono. Garanzie, nemmeno. Se la materia è il terrorismo e la posta in gioco l’incolumità di noi tutti, bisogna prenderne atto. E vigilare. Parola del consigliere di Stato Norman Gobbi, che ieri – dopo il saluto di Marco Netzer, presidente dell’Associazione per la Rivista militare svizzera di lingua italiana (ARMSI) – ha così introdotto la conferenza tenutasi al LAC. Tema: il ruolo delle forze di sicurezza e militari nella lotta e nella prevenzione del terrorismo.

“Da un lato, il nostro Cantone e la Svizzera hanno effettivamente la fortuna di non aver mai vissuto ciò che altre nazioni, alcune vicine a noi, hanno dovuto più volte patire”, ha spiegato Gobbi, che da agosto è a capo della Rete integrata Svizzera per la sicurezza. “D’altro canto, sarebbe alquanto incauto starsene immobili e passivi, correndo il rischio di farci cogliere impreparati nel caso fossimo confrontati con un evento estremo”. Il consigliere di Stato ha esortato gli attori coinvolti a collaborare. Non solo a livello preventivo, ma anche per quanto riguarda la sensibilizzazione e l’”uso repressivo della forza”. Ha poi menzionato il portale per la prevenzione contro la radicalizzazione e gli estremismi violenti in Ticino (opera congiunta di DI, DECS e DSS), che verrà presentato il 5 novembre.

“Siamo sempre al fronte”
Il colonnello Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale, ha sottolineato la peculiarità del contesto svizzero, che – analogamente alle tre regioni linguistiche e culturali – conosce tre differenti modi di lavorare dal punto di vista della polizia, nonché i concordati di polizia (di cui Zurigo ed il Ticino non sono membri). Essendo i Cantoni i responsabili della sicurezza interna, “siamo sempre al fronte”. Si registra tuttavia una “moltitudine di enti preposti alla sicurezza”: la fedpol, le polizie cantonali e municipali, il SIC, il Corpo delle Guardie di confine e l’attività giudiziaria legata ai ministeri pubblici e all’MPC. Un chiaro esempio dell’importanza delle sinergie, anche internazionali, è il caso Moutaharrik: grazie al lavoro di polizia cantonale, SIC, MPC e polizia federale si è giunti all’arresto all’estero. Cocchi ha poi evidenziato le misure prese a seguito degli attacchi del 2015, sia a livello svizzero (come la creazione di uno Stato maggiore di condotta della polizia) sia a quello ticinese (dispositivi di difesa messi in atto per Expo 2015 e oggi ancora attivi). La parola è poi passata al brigadiere Peter Candidus Stocker, comandante dell’Accademia militare al Politecnico di Zurigo, che ha spiegato come “la minaccia rimanga elevata”. Gli attacchi terroristici di tipo chimico, biologico, radiologico e nucleare richiedono interventi all’insegna della collaborazione civile e militare; ed è in questo ambito che si può parlare di ruolo sussidiario dell’esercito. La sussidiarietà, definita nella legge militare, determina il ruolo di sostegno alle autorità civili quando le risorse non sono più sufficienti. Dal canto suo, il colonnello Andrea Torzani, comandante provinciale Corpo dei Carabinieri di Como, ha illustrato la strategia dell’Arma: proiettare stabilità ed esportare il “modello Carabinieri” all’estero. L’attività della cosiddetta polizia di stabilità si suddivide nella polizia esecutiva (l’Arma sostituisce le forze di polizia collassate o in via di ricostruzione in teatri postconflittuali, anche nell’ambito della lotta al terrorismo), nella polizia di rafforzamento e nella “military diplomacy”. Tra le expertise da valorizzare, ci sono la tutela del patrimonio culturale, la protezione del patrimonio agro-forestale e la tutela delle identità culturali. Torzani ha infine sottolineato la doppia anima dell’Arma: civile e militare.

La sfida: il volume di informazioni
Si è quindi aperto un dibattito moderato dal già direttore del Corriere del Ticino Giancarlo Dillena a cui ha partecipato, oltre ai relatori, anche la direttrice della fedpol, Nicoletta della Valle. Della Valle ha ricordato come la sfida più importante per quanto riguarda il terrorismo sia la quantità di informazioni, anche a livello europeo: scambiarsi informazioni tra le varie polizie e riconoscere l’informazione giusta e importante in quel momento. “Il lavoro e la cooperazione sono buoni, ma come polizia federale ogni giorno dobbiamo migliorare”. La priorità: rimanere nello spazio Schengen. “Non serve una hotline nazionale per la famiglia che ha paura che il figlio si sia radicalizzato: la mamma va a chiamare il poliziotto municipale, che conosce”, ha detto, sottolineando l’importanza della conoscenza reciproca in Svizzera. La direttrice di fedpol ha quindi precisato che la lotta al terrorismo deve cominciare nella società. Quanto al cybercrimine, è necessaria la cooperazione internazionale, ma anche la prevenzione: “Vent’anni dopo la creazione di Internet c’è sempre gente che in Rete si comporta in modo irresponsabile”.