La Lega dei ticinesi e il Mendrisiotto:  Vicinanza al cittadino e amore per il territorio

La Lega dei ticinesi e il Mendrisiotto: Vicinanza al cittadino e amore per il territorio

da l’Informatore di venerdì 11 marzo 2016

Un anno fa, il 17 marzo 2015, ho presentato con grande soddisfazione la nuova organizzazione della Polizia cantonale, con la regionalizzazione della Gendarmeria e l’obiettivo dichiarato del mio Dipartimento di migliorare e aumentare il presidio nel Mendrisiotto. I fenomeni criminali transfrontalieri, una difficoltosa mobilità stradale – che complica gli interventi delle forze dell’ordine – e la necessità di coordinare l’attività con le Polizie comunali e le Guardie di confine ci avevano spinto ad aumentare la nostra presenza sulla fascia di confine e riportare gli agenti sul territorio, a contatto con i cittadini. Una strategia che a un anno di distanza da segnali molto positivi. Il mio impegno in questo settore è motivato da una consapevolezza forte e chiara; considerata la situazione critica della fascia di confine e i numerosi fattori di rischio, la presenza della Polizia cantonale è più necessaria nel Mendrisiotto che altrove. Una strategia che comprende anche spazi logistici adeguati. Ecco perché il mio Dipartimento partecipa all’edificazione del Centro di pronto intervento di Mendrisio.
Qualche settimana fa, lo ricordo, sono stato invitato a presentare nella Sala del Consiglio comunale di Mendrisio un ulteriore tassello di questo importante progetto, la seconda fase di realizzazione dello stabile; ho così potuto trascorrere qualche ora piacevole in compagnia della popolazione mo-mo, raccogliendo nuove conferme sulla forza d’animo con la quale la Regione sta affrontando un momento storico tutt’altro che facile. La sicurezza, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un bene primario che va garantito a tutti i cittadini ticinesi. Un valore che da sempre la Lega dei ticinesi difende in prima linea.
È quindi fondamentale proseguire con il completamento del CPI; una struttura che avrà un ruolo cruciale per il futuro della sicurezza nel Distretto e in tutto il Cantone. Riunendo sotto un unico tetto polizia, pompieri e protezione civile, permetterà infatti nuove forme di collaborazione con soluzioni logistiche ottimali, migliorando il servizio alla popolazione.
Il futuro vedrà confermare la vicinanza al Borgo mo-mo e a tutto il Distretto. Prossimamente il Governo licenzierà il messaggio che propone gli stanziamenti necessari per consentire il trasferimento della Polizia cantonale, grazie agli sforzi intrapresi dal mio Dipartimento.
Il messaggio che vogliamo diffondere fra la cittadinanza, con queste operazioni di notevole importanza finanziaria, è semplice ma cruciale: sulla sicurezza in questo Distretto non intendiamo risparmiare, perché un Mendrisiotto ben protetto è il primo passo per un Ticino più sicuro. Un consolidamento della Lega dei ticinesi nell’esecutivo e nel legislativo comunale del Magnifico Borgo consentirà di sicuro un accelerazione del nostro avvicinamento a questo traguardo. Il prossimo 10 aprile, quindi sarà importante dare sostegno alla Lista della Lega dei ticinesi, movimento che più di tutti pone l’accento e agisce concretamente per la sicurezza di tutti i ticinesi.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

«La democrazia richiede Comuni forti»

«La democrazia richiede Comuni forti»

Per il presidente del Governo la prossimità al cittadino resta un valore fondamentale

Don Camillo e Peppone, che campeggiano nello studio del presidente del Governo e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, probabilmente oggi non riuscirebbero più a mantenere, con ruspante pragmatismo, gli equilibri necessari per gestire un Paese, né a Brescello né in Ticino. Anche i nostri Comuni, che il prossimo 10 aprile rinnoveranno i loro poteri esecutivi e legislativi, sono infatti divenuti macchine complesse, chiamati a svolgere un importante compito di prossimità verso i loro cittadini, con bisogni in crescita e risorse finanziarie in diminuzione, all’interno di un intricato quadro normativo cantonale e federale e in una società molto cambiata. Come stanno, dunque, i nostri Comuni secondo Norman Gobbi?

Spesso si dice che il Comune è la cellula democratica più vicina alla popolazione e ai suoi bisogni, tassello primario del nostro impianto istituzionale federalista, motore pulsante del convivere civile e soprattutto del primato del cittadino. La realtà è davvero questa?
«La realtà deve essere questa! Un obiettivo a cui dobbiamo assolutamente mirare, dato che su di esso si basa il buon funzionamento della nostra democrazia. Abbiamo la fortuna di vivere in uno Stato federale, fondato sul principio della sussidiarietà, cioè quello di adempiere laddove possibile i compiti statali al livello istituzionale più basso e dunque più prossimo al cittadino, il nostro Sovrano. Un principio che si può però concretizzare solo in presenza di Comuni forti, autonomi e in grado di assumere i propri compiti».

L’autonomia comunale ha tuttavia dei limiti, non solo nei Comuni piccoli, con scarse risorse finanziarie e ridotta capacità progettuale, ma anche nei centri, poiché molti compiti sono condizionati dalla legislazione cantonale e da quella federale. Quest’autonomia comunale non è allora un po’ mitizzata?
«Ha usato un termine che ritengo essenziale: capacità progettuale. Questo è un punto decisivo per affrontare il futuro: solamente attraverso questo approccio riusciremo infatti a raggiungere l’obiettivo finale, che oggi per lo Stato è quello di garantire alla cittadinanza un servizio sempre più di qualità con meno risorse. Per fare ciò occorre che i Comuni siano in grado di assolvere autonomamente i loro compiti, una condizione che permetterà di rivitalizzare il federalismo interno del nostro Cantone».

Lei ha iniziato la sua carriera politica nel Legislativo e nell’Esecutivo di un piccolo Comune di valle, Quinto, e ha dunque visto le cose dalla prospettiva comunale. Ora fa parte di quel Consiglio di Stato accusato spesso di scaricare oneri sui Comuni senza possibilità di replica. Non è un po’ troppo facile risanare le casse cantonali scaricando oneri sul livello inferiore? Alla fin fine chi paga è sempre lo stesso, il cittadino-contribuente.
«Anche i Cantoni hanno vissuto un forte scossone con il ribaltamento da parte della Confederazione degli oneri inerenti al finanziamento degli ospedali, che hanno influenzato l’evoluzione recente della nostra spesa pubblica. Più competenze significano giocoforza maggiori oneri: da questo connubio non si scappa. In questo contesto complesso è però giunto il momento per il Ticino di ridefinire a 360 gradi i rapporti interni Cantone-Comuni. Ed è proprio questo l’obiettivo dell’importante riforma denominata Ticino 2020».

Questa riforma, i cui lavori stanno per iniziare, ha appunto l’obiettivo di sciogliere quel groviglio di oneri, responsabilità decisionali, sovrapposizioni di competenze e flussi finanziari tra Cantone e Comuni che da anni in Ticino è un tema politico ricorrente. Non rischia però di essere l’ennesimo esercizio alibi con scarsi risultati, oltretutto a un costo non indifferente di quasi tredici milioni?
«Non sarà così! Come ho detto prima, è giunto il momento di uscire da questo groviglio attraverso misure e cambiamenti concreti. Importante sarà definire gli obiettivi e le rispettive priorità, lavorando in funzione di esse. Il principio che guida la riforma, e quindi la revisione dei compiti e dei flussi, è semplice: chi comanda paga. Una riforma che mira quindi a rafforzare l’istituto comunale e con esso anche il Cantone. L’obiettivo, assai ambizioso, ne sono perfettamente cosciente, non sarà semplice da perseguire, ma risulta essenziale per il futuro del Ticino. Per raggiungerlo, dobbiamo poter contare sulla consapevolezza e la responsabilità di tutti quanti in merito al fatto che il lavoro va affrontato nell’interesse non soltanto del Cantone o dei Comuni, ma innanzitutto dei cittadini. E sull’uso del credito votato dal Gran Consiglio saremo parsimoniosi. In fondo il risparmio inizia dal saper rinunciare».


La questione dell’autonomia e quella della revisione dei compiti e degli oneri tra Cantone e Comuni sono legate alle aggregazioni. Lo scorso anno è andato in porto il progetto aggregativo del Bellinzonese (anche se a 13 e non a 17), assieme a quello della Riviera. Nel Locarnese invece, a parte qualche timido segnale, siamo sempre ai piedi della scala, nel basso Mendrisiotto si ricomincia a parlarne, mentre sulle rive del Ceresio si sta ancora pagando la fattura delle aggregazioni che hanno fatto nascere la Nuova Lugano. Lei come intende portare avanti il tema e con quale obiettivo finale, considerate anche le critiche piovute sul Piano cantonale delle aggregazioni?

«Il Piano cantonale della aggregazioni ha avuto il merito di portare la discussione su un altro livello, presentando una visione d’insieme sull’intero Cantone. Questo progetto va naturalmente di pari passo con la revisione dei compiti e dei flussi, fornendo uno scenario moderno e lungimirante sulla capacità dei Comuni di assumere il loro vero ruolo. L’aggregazione del Bellinzonese costituisce in questo senso un tassello molto importante, oserei dire fondamentale, anche nell’ottica di favorire un riequilibrio interno del Cantone. Un progetto partito dal basso, che potrà fungere da esempio anche per le altre regioni».

Che cosa pensa della curiosa situazione venutasi a creare a Muralto, dove, per defezione degli altri, è rimasto un solo partito sia nell’Esecutivo sia nel Legislativo? È una situazione sana?
«Si tratta di una situazione, sicuramente inusuale, venutasi a creare per delle scelte prese in maniera democratica dai gruppi interessati. In questo contesto entrano in gioco dinamiche locali che non sta a me commentare. Per quanto riguarda il Locarnese in generale, occorre comunque portare avanti delle riflessioni ad ampio raggio per tutta la regione: questa è infatti l’unica via da percorrere per affrontare le sfide future e per cogliere le opportunità che si presenteranno nei prossimi anni».

Parliamo della salute istituzionale dei Comuni ticinesi. Nell’ultimo quadriennio abbiamo visto situazioni al di là del bene e del male a Bissone e a Rovio, casi estremi, certo, ma la Sezione degli enti locali è stata sollecitata in molte altre circostanze. È perché le leggi si sono fatte più complesse, ad esempio in materia di commesse pubbliche, o perché gli amministratori comunali non sono sempre all’altezza?
«I casi da lei citati non devono nascondere l’ottimo operato svolto dalla maggior parte degli amministratori comunali ticinesi. È però vero che al politico comunale si chiedono oggi sempre più competenze. Insomma, il buon senso non basta più. Il Cantone in quest’ottica offre da anni una formazione completa e di qualità, sia ai funzionari sia ai politici comunali. Formazione che viene affinata costantemente, in base anche all’evoluzione del quadro legislativo. Mi sento quindi di dire che la salute dei Comuni ticinesi è buona, anche se naturalmente possiamo e dobbiamo puntare ancora più in alto».

Il principio della collegialità dovrebbe essere sacro negli Esecutivi ed è chiaramente sancito dalla legge. Tuttavia vi è un’interpretazione sempre più elastica di questo principio, a Locarno, ad esempio, lo si è visto con il referendum per la Casa del cinema e per la vicenda dei mandati. È forse perché è già il Consiglio di Stato a dare il cattivo esempio?
«La collegialità è un principio cardine all’interno di ogni Esecutivo. Come presidente del Consiglio di Stato tengo a ribadire come il Governo ticinese si sia sempre attenuto a questo principio nel portare avanti le sue decisioni. Poi, attenzione, collegialità non significa che ognuno non possa avere le sue opinioni personali. Spesso si mischiano infatti in maniera errata collegialità e libertà d’espressione, che sono due aspetti ben differenti. In ogni caso, come in qualsiasi Stato di diritto, il confine è sempre stabilito dalla legge, alla quale le Autorità devono attenersi».

Lo scorso mese di giugno, in una pasticciata seduta del Gran Consiglio, con un colpo di scena lei ha ritirato il messaggio per la creazione della Polizia unica che riprendeva una mozione parlamentare. Nel frattempo è entrata in vigore la nuova collaborazione tra la Polizia cantonale e quelle comunali. Ci sono già valutazioni su questa collaborazione? È comunque il primo passo per arrivare alla Polizia unica? E in che modo questa potrebbe meglio rispondere alle esigenze di sicurezza nei Comuni?
«Quello che occorre mettere sempre al centro è la sicurezza dei cittadini, che viene prima di tutto. Quello di giugno non è stato affatto un “coup de théâtre”, bensì un segnale costruttivo che ho lanciato, cogliendo le indicazioni positive emerse nel Parlamento, sulla polizia che vogliamo nell’avvenire, sulla Polizia ticinese che dovremo costruire insieme. Per quanto riguarda la legge sulla collaborazione tra la Polizia cantonale e quelle comunali, essa è entrata a regime lo scorso settembre e alcuni Comuni hanno chiesto delle deroghe sul termine fissato per approvare le convenzioni di collaborazione. Siamo quindi ancora in fase di assestamento. Regolarmente incontro comunque i rappresentanti dei Dicasteri di sicurezza e polizia dei Comuni polo, così come altri attori impegnati in questo ambito, per fare il punto sulle convenzioni e su altri temi d’interesse. Non sono emersi grossi problemi che impediscono la messa in atto nel medio termine della legge che, in ogni caso, rappresenta la base sulla quale costruire la Polizia ticinese del futuro».

Dal Corriere del Ticino del 2 febbraio 2016 – Bruno Costantini

La moglie «Orgogliosa di te»

La moglie «Orgogliosa di te»

Da Cdt.ch l
BERNA Gli occhi di Elena brillano, mentre il marito Norman si lascia alle spalle Palazzo federale dopo una mattina – lunga un sogno – che entrerà di diritto nell’album dei ricordi più belli della famiglia Gobbi. Sulla Bundesplatz, passate le nuvole e dimenticati i protocolli, si applaude, una volta ancora, il politico, l’uomo, il marito. Fiera e sorridente c’è anche Antonella Bignasca, insieme a Toni Brunner e Christoph Blocher l’artefice di una candidatura ticinese capace di raccogliere consensi come non accadeva da tempo. Assonnati e piazzati nel loro trono, i piccoli Gaia e William hanno la testa altrove, magari in quel Franz Carl Weber visitato il giorno prima. Quello che è certo è che l’affetto di «papone» (ndr. come lo chiamano amorevolmente), consigliere federale o meno, resterà intatto. La sensazione che qualcosa sia cambiato nelle ultime settimane, invece, regna tra i grandi. «Norman ha vissuto un mese importante» ci dice Elena, mentre accompagna il marito a salutare tifosi e amici giunti a sostenerlo. «Cosa ho detto a mio marito dopo il verdetto? Lo conosco e ora va lasciato tranquillo». A caldo, in effetti, è ancora difficile affinare i metri di giudizio. Ma per Elena una cosa è più che certa: «Sono orgogliosa di Norman e del percorso che è stato in grado di compiere. Dall’investitura ufficiale nel ticket UDC, passando per le audizioni e sino ai 50 voti raccolti al primo turno, è stato un crescendo splendido». Un cammino che senza dubbi ha consolidato ulteriormente un già performante 4×4. «Nell’ultimo mese – nota la signora Gobbi – Norman ha gestito alla grande numerose pressioni, e dei media e dell’opinione pubblica. In prospettiva, dunque, è stata un’esperienza che lo fortificherà certamente». Già, il futuro. Elena non avrebbe temuto quello da moglie di uno dei sette saggi. «Sì, saremmo stati pronti a lasciare Nante per trasferirci a Berna» ci confida, mettendo in evidenza anche l’opportunità di una formazione bilingue per i figli. Chi lo sa, forse si tratta di un appuntamento con la storia solamente rimandato. Di certo, per ora, c’è che oggi Gobbi tornerà a ricoprire appieno la carica di presidente del Governo, ma soprattutto che sotto la volta del cupolone rimarrà la sua caratura, quella di un politico capace. Un profilo che, secondo Elena, «avrebbe tutto fuorché sfigurato nella veste di consigliere federale». E mentre lo dice i suoi occhi, per le emozioni ancora vivide nella mente e nel cuore, continuano a brillare.

Massimo Solari

120 Kilo auf 185 Zentimetern verteilt

120 Kilo auf 185 Zentimetern verteilt

Da Basler Zeitung – Alessandra Paone.

Mit dem Tessiner Lega-Mann Norman Gobbi würde ein wuchtiger Politiker in den Bundesrat gewählt

Gegenüber dem kleinen Bahnhof Ambrì-Piotta an der Via S. Gottardo in Ambrì steht ein grosses, hellgelbes Haus mit einem grossen Garten, darin ein kahler Baum. Am Balkon im zweiten Stock weht eine Tessiner Fahne. Ansonsten regt sich nichts. Vom Betrieb der Zahnarztklinik im Erdgeschoss ist nichts zu merken. Das Haus wirkt verlassen, wie im Übrigen die ganze Gegend am oberen Ende der Leventina, die an diesem grauen, kalten Tag Ende November noch trister erscheint.

In diesem Haus wohnte einst Norman Gobbi mit seiner Mutter. Damals wehte am Balkon noch die Fahne der Lega dei Ticinesi. Franco Celio kann sich noch gut an den jungen Gobbi erinnern. Der Tessiner FDP-Kantonsrat war an der Sekundarschule sein Geschichtslehrer. «Ich sehe ihn noch genau vor mir, wie er gross und schwer die Treppe hochrennt und ‹Nano, Lega!› ruft», erzählt er. Nano (Zwerg), so wurde der 2013 verstorbene Giuliano Bignasca genannt, Gründer der Lega dei Ticinesi und Gobbis politisches Idol. Gobbi sei ein guter und interessierter Schüler gewesen, sagt Celio. Ein leidenschaftlicher Debattierer. Feuer und Flamme für die Lega. «Manche sagen, er habe dank meinem Geschichtsunterricht zur Politik gefunden.»

Heute wohnt Norman Gobbi mit seiner Frau Elena und den beiden Kindern Gaia und William in Nante, einem Weiler, der zur politischen Gemeinde Airolo gehört. Der Bürgermeister von Airolo, Franco Pedrini, ist sein Nachbar und, so scheint es, ein Fan von ihm. Gobbi Bundesrat, das wäre perfekt. Für die Schweiz, das Tessin und die Leventina. Für alle halt. «Wir haben lange genug gewartet. Jetzt ist unser Moment gekommen.»

Flavio Cotti war der letzte Tessiner Bundesrat. Er trat 1999 zurück, seither wartet der Südkanton auf die grosse Gelegenheit, wieder in der Landesregierung vertreten zu sein. Jetzt ist sie da, mit 120 Kilo auf 185 Zentimetern verteilt, grösser denn je. Norman Gobbi, 38 Jahre alt, Legist und kantonaler Regierungspräsident, ist neben dem Zuger Thomas Aeschi und dem Waadtländer Guy Parmelin offizieller SVP-Kandidat für die Bundesratswahl vom 9. Dezember. Die SVP konnte er bereits von sich überzeugen, heute Dienstag wird er sich in den Fraktionshearings auch noch den anderen Parteien empfehlen. Während Gobbi in der Deutsch- und Westschweiz als Aussenseiter betrachtet wird, glauben die Tessiner je länger, je mehr an seine Chance. «Am Anfang
dachte ich, es sei ein Scherz. Natürlich habe ich mich gefreut, aber ich war total überrascht», erzählt Pedrini. Schon bald habe er aber gemerkt, dass es sich nicht um eine Juxkandidatur handelt. «Er scheint sowohl Christoph Blocher als auch Toni Brunner zu gefallen; sie haben ihn ja auch angefragt. Das will doch etwas heissen», sagt Pedrini und nickt bedeutungsvoll.

Durchschnitts-Tessiner will Gobbi

Bevor Gobbi nach der Trennung der Eltern mit seiner Mutter nach Ambrì zog, lebte er in Piotta. Beides sind kleine Dörfer, die mit anderen 13, noch kleineren Dörfern zur politischen Gemeinde Quinto gehören und zusammen auf insgesamt 1200 Einwohner kommen.Jeder kennt jeden, und jeder kennt Norman Gobbi.
Als ich kurz vor Mittag in Airolo in den Bus nach Quinto steige, ist ausser dem Chauffeur niemand da. Später füllt sich der Bus mit Schülern; es wird eng und laut. Das stört den Fahrer überhaupt nicht. Munter und redefreudig gibt er Auskunft. Den Norman, ja den kenne er. Noch besser kenne er aber seinen Vater. Als wir durch Piotta fahren, zeigt er mir das Restaurant, das einst Norman Gobbis Grossvater, Dante Gobbi, geführt hatte. «Sehen Sie dort vorne den Mann, der beim geparkten Auto steht? Das ist Normans Onkel.»

Der Buschauffeur, ein Freisinniger, glaubt, dass der Durchschnitts-Tessiner Gobbis Bundesratskandidatur begrüsst. Auch er, obwohl politisch nicht immer mit ihm einverstanden, könnte sich ihn gut als Magistraten vorstellen. Als Vorsteher des Justiz- und Polizeidepartements greift Gobbi auch mal zu unpopulären Massnahmen, um seinen Kanton vor allem vor der Grenzgängerflut aus dem Nachbarland Italien zu schützen – über 60 000 Italiener arbeiten im Tessin. Derzeit ist jeder vierte Arbeitnehmerm Grenzgänger und jeder zweite Ausländer.

Zur Stärkung des Tessiner Arbeitsmarktes und zum Schutz der einheimischen Arbeitnehmer erhöhte Gobbi die Quellensteuer auf Gemeindeebene von 78 auf 100 Prozent. Anschliessend beschloss er, dass alle Ausländer, die eine Aufenthaltsbewilligung wollen, ein Strafregister vorlegen müssen.

Die Massnahmen lösten in Rom beinahe eine diplomatische Krise aus; in Bern führten sie dazu, dass Bundesrätin Eveline Widmer-Schlumpf Anfang September mit einer Delegation in den Südkanton reiste. Gobbi empfing die Gäste aus der Bundesstadt mit einem Lächeln und wich kein bisschen von seiner Haltung ab. «Manchmal muss man den Leuten auf die Nerven gehen, um etwas zu erreichen», sagte Gobbi der BaZ eine Woche nach dem hohen Besuch. Und kurz nachdem ihn die Tessiner SVP offiziell als Bundesratskandidaten nominiert hatte, sagte er mit breitem Grinsen: «Wenn ich Bundesrat werde, muss bei Problemen nicht gleich eine Delegation ins Tessin reisen. Mit mir sitzt dann eine direkte Ansprechperson in Bern.»

Neben Norman Gobbi steht im Tessin noch ein anderer grosser, schwerer Mann bereit, im «Chalet fédéral» Platz zu nehmen: CVP-Ständerat Filippo Lombardi. Allerdings erhält dieser seine Chance erst bei einem frühzeitigen Rücktritt der CVP-Bundesrätin Doris Leuthard. Und dann auch nur, wenn es ihm gelingt, aussichtsreiche Anwärter wie Pirmin Bischof oder Christophe Darbellay auszustechen.

Für den Buschauffeur wäre auch Lombardi ein valabler Bundesrat, aber eher zu einem späteren Zeitpunkt. «Mit dem aktuellen Flüchtlingsproblem und dem zunehmenden Wunsch der Bevölkerung nach mehr Sicherheit ist Gobbi derzeit wohl der geeignetere Kandidat», sagt er. Ein Bundesrat Lombardi wäre auch für Airolos Gemeindepräsidenten Franco Pedrini durchaus vorstellbar, vor allem weil dieser wie er der CVP angehört. «Eigentlich müsste ich Lombardi die Daumen drücken. Aber wichtig ist, dass wir so rasch als möglich einen guten Bundesrat aus dem Tessin haben, und Norman ist nun mal näher am Ziel», sagt Pedrini. Bei Lombardi komme noch seine Partei mit taktischen Überlegungen erschwerend hinzu. «Bei der Lega wird hingegen nicht taktiert, dort geht es um alles oder nichts.»

Einen Bundesrat um jeden Preis, damit kann der Freisinnige Franco Celio nicht viel anfangen. Anders als die meisten Tessiner ist er der Meinung, dass die Interessen der Kantone am besten durch ihre jeweiligen Parlamentariervertreten werden. Einen Bundesrat aus dem Tessin zu haben, müsse nicht gleich mehr Einfluss bedeuten. Flavio Cotti etwa habe dem Tessin nicht mehr gebracht als ein Bundesrat aus
einem anderen Kanton.

Celio, der Gobbi als Schüler erlebte und der heute als Kantonsrat politisch mit ihm zu tun hat, bezweifelt, dass im Tessin alle hinter seiner Kandidatur stehen. «Wer ihn nur aus den Medien kennt, ist wenig begeistert. Er ist zwar gereift, die populistische Lega-Sprache des Giuliano Bignasca hat er aber nicht verlernt», sagt Celio.

Quinto, Hochburg der Bundesräte

Nach Enrico Celio (1940–1950) und Nello Celio (1966–1973) wäre Gobbi bereits der dritte Bundesrat, der aus einem Dorf der Gemeinde Quinto stammt. «Eine Wahl Gobbis würde den Lokalstolz verstärken», sagt Nicola Petrini, Gemeindeverwalter von Quinto. Quinto, die Hochburg der Bundesräte sozusagen. Aus der Leventina stammte auch Giuseppe Motta. Seine Amtszeit von 28 Jahren (1912–1940) ist die bisher drittlängste aller Bundesräte, fünfmal hatte er das Amt des Bundespräsidenten inne.

Auf der Rückfahrt von Quinto nach Airolo fährt der Bus durch Piotta. Wäre da nicht das Ortsschild, man würde es glatt übersehen. Die Gobbis stammen aus Piotta. Googelt man im Internet das Dorf, kommt immer wieder der Name Gobbi. Norman wird meistens als Persönlichkeit aufgeführt. Um die verschiedenen Familienstämme voneinander zu unterscheiden, gab man ihnen einen Übernamen. Norman Gobbis Familienstamm hiess Vais. Warum, das kann man nicht so genau sagen. Der Historiker Franco Celio vermutet, dass es an dem schlohweissen Haar liegt, das die Gobbis im Alter bekommen. «Gobbis Vater, Onkel und Grossvater, alle haben sie weisse Haare. Norman wird bestimmt auch mal ganz weiss werden.»

Der Bus fährt weiter durch Ambrì, vorbei am hellgelben Haus mit der wehenden Tessiner Fahne. Vorbei an Norman Gobbis Lebensstationen. Die nächste wird vielleicht Bern sein. Doch dort fährt dieser Bus nicht vorbei.

“Eishockey ist wie Politik”

“Eishockey ist wie Politik”

Da Neue Luzerner Zeitung – Kari Kälin.

Als Hockeyspieler stiess er rasch an seine Grenzen. Dafür kommt Norman Gobbi vielleicht bald zu Bundesratsweihen. Der Tessiner erklärt, weshalb dies für seinen Kanton so wichtig wäre.

Norman Gobbi, Sie spielten bei den Junioren des Hockeyclubs Ambrì-Piotta …

Norman Gobbi: … ohne grossen sportlichen Erfolg. Mein Bruder Egon hingegen wurde Schweizer Meister bei den Elite- Junioren. Und mein Cousin John Gobbi ist heute Captain des HC Lausanne.

Haben Sie als Kind davon geträumt, in der Valascia vor vollen Rängen als Ambri-Spieler aufzulaufen?

Gobbi: Das tut jedes Kind, das in der Leventina mit Eishockey beginnt. Ich wusste schon früh, dass ich kein grosser Hockeyspieler würde. Ich habe mich deshalb an anderen Fronten engagiert.

Nämlich?

Gobbi: In verschiedenen Vereinen. Ich habe zum Beispiel als 16-Jähriger Risotto für den Fasnachtsverein gekocht oder engagierte mich in Turn- und Schützenvereinen. Mit 14 Jahren wurde ich Hockeyschiedsrichter. Davon habe ich stark profitiert. Ich musste mich schon als Teenager gegen erwachsene Spieler behaupten und lernte nebenbei Deutsch.

Helfen Eigenschaften aus dem Eishockey für Ihre jetzige Tätigkeit?

Gobbi: Eishockey ist ein bisschen wie die Politik. Wenn man politische Bodychecks austeilen will, muss man auch Kritik einstecken können. Das ist Teil des Spiels.

Für die Bundesratswahlen vom übernächsten Mittwoch, quasi die Playoffs, tragen Sie nun plötzlich ein SVPTrikot. War das die Idee der SVP Schweiz, oder haben Sie Toni Brunner angerufen und sich selber ins Spiel gebracht?

Gobbi: Die SVP Schweiz hat mich kontaktiert. Es half sicher, dass ich 2010 ein Jahr als Lega-Nationalrat der SVP-Fraktion angehörte. Die SVP weiss, dass ich ihre Werte –Unabhängigkeit, Freiheit und Sicherheit – teile. Die Lega dei Ticinesi und die SVP haben sich auf meine Bundesratskandidatur verständigt.

Ist Ihr Transfer zur SVP zwecks Förderung der eigenen politischen Karriere nicht ganz einfach opportunistisch?

Gobbi: Wenn ich in Schwyz anstatt Faidogeboren worden wäre, in welcher Partei wäre ich wohl? Natürlich in der SVP. Damit erübrigt sich Ihre Frage. Ich bin der Lega beigetreten, weil sie 1992 als einzige politische Formation im Kanton Tessin den Beitritt zum EWR ablehnte.

Wollten Sie schon immer Bundesrat werden?

Gobbi: Als Kind wollte ich Koch oder Diplomat werden. Ich habe mich aber schon früh auf verschiedene Art für das Gemeinwohl eingesetzt. Ich verstehe es als Aufgabe, mich für die Gemeinschaft einzusetzen. In der Schweiz sind die Bürger der Staat, der Staat ist den Bürgern nicht fremd. Dieses Motto habe ich verinnerlicht.

Die Lega-Zeitung «Mattino della Domenica» hat Sie schon in Superman-Kleidern («SuperNorman») auf der Frontseite präsentiert, während sie zum Beispiel Bundesräte scharf attackiert. Der Nachname von Eveline Widmer-Schlumpf wird wörtlich übersetzt («Widmer-Puffo»). Ihr Kommentar?

Gobbi: Das gefällt mir nicht. Das widerspiegelt nicht meinen Kommunikationsstil. Ich werde ennet des Gotthards geschätzt,weil ich klare Positionen vertrete, durchaus harte Kritik formuliere, dies aber mit Respekt mache und letztlich pragmatisch nach Lösungen suche.

Weshalb sollte der nächste Bundesrat aus der italienischen Schweiz sein?

Gobbi: Sie nimmt eine Scharnierfunktion zwischen der Deutschund Westschweiz ein. Zudem steht in der Bundesverfassung geschrieben, dass die Sprachregionen und Landesteile angemessen in der Landesregierung vertreten sein sollten. Die Schweiz hat seit 16 Jahren keinen Tessiner Bundesrat mehr – so lange wie nie mehr seit dem 19. Jahrhundert. Es darf keine Selbstverständlichkeit werden, dass die italienische Schweiz nicht im Bundesrat repräsentiert ist. Die Tessiner sind begeisterte Schweizer. Aber ab und zu muss dieses Feuer neu entfacht werden.

Was könnten Sie als Bundesrat für den Kanton Tessin konkret herausholen?

Gobbi: In den letzten zwei Jahren sind immer wieder Bundesräte ins Tessin gereist, um den Kanton zu verstehen. Ich könnte die Positionen des Kantons Tessin und dessen Besonderheiten direkt einbringen. Der Kanton grenzt an die Lombardei mit zehn Millionen Einwohnern. Jeder vierte Arbeitnehmer ist ein Grenzgänger. An der Südgrenze herrscht seit langem grosser Migrationsdruck. Wir kämpfen mit Lohndumping. Der Kanton Tessin ist eine Art Warnlampe, der Entwicklungen vorwegnimmt, mit denen später auch andere Landesteile konfrontiert sind. Von dieser Erfahrung könnte der Bundesrat profitieren.

Die Zentralschweiz hatte, gemessen an der Bevölkerung, so wenige Bundesräte wie keine andere Region. Hätten wir es nicht auch wieder einmal verdient?

Gobbi: Das muss die Vereinigte Bundesversammlung entscheiden. Als Oberleventiner liegt mir die Gotthardregion und damit die Zentralschweiz am Herzen. Fans aus Uri, Schwyz und Ob- und Nidwalden sowie Luzern besuchen Hockeyspiele von Ambrì-Piotta.

Sie wären also auch ein bisschen ein Zentralschweizer Bundesrat?

Gobbi: Mit ein bisschen gutem Willen vielleicht ja. Ich wohne in Airolo. Altdorf erreiche ich mit dem Auto in 45 Minuten. Für Bellinzona brauche ich nicht weniger lang.

Im Kanton Tessin erfahren Sie viel Unterstützung, sind aber für viele linke Wähler auch ein rotes Tuch. Und der ehemalige Staatsanwalt Paolo Bernasconi hat Sie als Schande für das Tessin bezeichnet, weil Sie die Konfrontation anstatt den Konsens suchen würden.

Gobbi: Im Frühling wurde ich mit brillanten 73 540 Stimmen als Regierungsrat bestätigt. Die Regierung und der Kantonsrat, auch Vertreter linker Parteien, unterstützen mich. Auf der Strasse drücken mir viele Bürger die Daumen. Ein bisschen Kritik ist Teil des politischen Spiels. Ob man jemanden als konfrontativ bezeichnet oder nicht, hängt vom politischen Standpunkt ab. Unter dem Strich politisiere ich lösungsorientiert.

Sie verlangen Strafregisterauszüge für Ausländer, die eine Aufenthalts- oder eine Grenzgängerbewilligung beantragen. Damit gehen Sie auf Konfrontationskurs mit Justizministerin Simonetta Sommaruga (SP), die Sie für diesen Schritt gerüffelt hat. Können Sie sich vorstellen, mit ihr gut zusammenzuarbeiten?

Gobbi: Ich interpretiere diese Geschichte nicht so. Es handelt sich um eine Polizeimassnahme, die der Sicherheit dient. Und Sicherheit ist nicht eine Selbstverständlichkeit. Bundespräsidentin Sommaruga hat nach den Angriffen in Paris gesagt, Sicherheit sei ein hohes Gut, vielleicht sogar das höchste Gut, ohne Sicherheit werde alles schwierig. Da habe ich nichts hinzuzufügen.

Sprechen wir noch einmal über Eishockey. Sie haben auf den Zuschauerrängen im Jahr 2007 einen schwarzen Spieler des HC Lugano als «negro» bezeichnet. Wie erklären Sie diesen Ausrutscher bei den Anhörungen der Bundeshausfraktionen?

Gobbi: Es handelt sich um eine Jugendsünde, die ich bereue und für dich ich mich schon mindestens 1000 Mal entschuldigt habe, zuerst beim Spieler selber und danach bei den Verantwortlichen des HC Lugano. Ich habe daraus meine Lehren gezogen und halte gleichzeitig fest, dass ich deswegen nie angeklagt oder verurteilt wurde.

“Bin nicht stramm auf SVP-Linie”

“Bin nicht stramm auf SVP-Linie”

Da San Galler Tagblatt – Gerhard Lob

Der Tessiner Lega-Regierungsrat Norman Gobbi ist offizieller SVP-Bundesratskandidat. Er sieht sich als Brückenbauer zwischen den Landesteilen. Auf Jugendsünden angesprochen, sagt er: «Wer ohne Sünde ist, werfe den ersten Stein.»

Vor einer Woche wurden Sie von der SVP als offizieller Bundesratskandidat nominiert. Was treibt Sie persönlich an, dieses hohe Amt anzustreben?
Norman Gobbi: Als Kandidat und Vertreter der italienischen Schweiz auf dem Dreierticket sehe ich mich in einer Scharnierfunktion für die Landesteile. Das ist wichtig. Ich will ein Brückenbauer sein – innerhalb der Schweiz zwischen den Sprachregionen und mit unsern Nachbarländern, insbesondere mit Italien.

Eine Reihe von Kommentatoren sprechen von einer Alibi-Kandidatur aus der italienischen Schweiz,zumal sie erst vor wenigen Tagen der SVP beigetreten sind.
Gobbi: Ich sehe mich nicht als Alibi-Kandidat. Das Tessin ist auch kein Alibi-Kanton, sondern vollwertiges Mitglied der Eidgenossenschaft. Die italienische Schweiz ist seit 16 Jahren nicht mehr in der Landesregierung vertreten. Daher würde meine Wahl die nationale Kohäsion stärken. Und in der Verfassung steht, dass die verschiedenen Landesteile in der Landesregierung angemessen vertreten sein sollen.

Aber es reicht ja wohl nicht, einfach Tessiner zu sein, um Bundesrat zu werden?
Gobbi: Ich bringe auch meine Person und politische Erfahrung als Gemeinde-, Kantons-, National- und Regierungsrat mit ein. Ich bin in interkantonalen Gremien tätig. Ich verfüge über Sachkenntnisse in Sicherheits-, Migrations- und Integrationsfragen und führe als aktueller Regierungspräsident der Repubblica e Cantone Ticino 1500 Mitarbeitende.

Ihr Verhalten aus dem Jahr 2007 sorgte für Schlagzeilen, als Sie einen schwarzen Eishockeyspieler des HC Lugano als «negro» bezeichneten und dafür gebüsst wurden.
Gobbi: Ich stehe zu meinen Jugendsünden und ich bin nicht stolz darauf. Ich habe mich auch entschuldigt. Aber schon in der Bibel steht: «Wer ohne Sünde ist, werfe den ersten Stein.» Dieses Gebot hat man bei früheren Bundesräten mit Jugendsünden manchmal auch berücksichtigt und ist gut gefahren damit.

Sie sprechen von Jugendsünden. Doch Sie waren damals 30 Jahre alt und bereits Grossrat.
Gobbi Aus Fehlern lernt man. Heute bin ich Regierungsmitglied. Das Amt prägt und verändert. Mit Jugendsünden meine ich, wenn man erstmals etwas falsch macht. Heute bin ich in der Sache auch hart, aber stets mit Respekt.

Sie präsentierten sich als Brückenbauer. Doch Ihre Mutterpartei – die Lega – forderte wiederholt, Mauern zu bauen, insbesondere an der Grenze nach Italien. Wie geht das zusammen?
Gobbi: Man muss auch sehen, dass die Lega die einzige Partei war, die grenzüberschreitende Kontakte pflegte. Aber hier antworte ich heute als Norman Gobbi, als SVP-Bundesratskandidat, nicht als Lega. Ich bin Italien politisch gegenüber kritisch, aber in Sachen Sicherheit strebe ich eine enge Zusammenarbeit an.

Sie selbst haben dieses Jahr gefordert, die Grenzen zu schliessen und die Verhandlungen in Steuerfragen mit Italien abzubrechen. Das tönt nicht nach Brücken.
Gobbi: Die Einführung von Grenzkontrollen forderte ich im Juni dieses Jahres, als Italien darauf verzichtete, das Dubliner-Abkommen anzuwenden, indem nur noch jeder dritte Migrant erfasst wurde.

Die von Ihnen eingeführten Massnahmen für Grenzgänger und Aufenthaltsbewilligungen haben viel Staub aufgewirbelt und auch zu Kritik aus Bern geführt. Diese Woche nun wurde eine Massnahme zurückgenommen. Grenzgänger müssen kein Zertifikat über laufende Verfahren mehr bringen. Ist das ein taktisches Manöver vor der Wahl?
Gobbi: Nein, das ist ein Regierungsentscheid, um die Steuerverhandlungen mit Italien nicht zu blockieren. Aber die Pflicht, einen Strafregisterauszug für Bund G-Bewilligungen vorzuweisen, wird beibehalten. Daran werde ich nicht rütteln.

Die SP meint, es seien nur Kandidaten wählbar, die sich eindeutig zur europäischen Menschenrechtskommission bekennen. Tun Sie das?
Gobbi: Man kann gar nicht gegen Menschenrechte sein. Wenn man sie aber zu weit fasst, dann werden sie zahnlos und verlieren ihre Wirkung.

Unterstützen Sie die SVP-Initiative «Schweizer Recht statt fremde Richter»?
Gobbi: Die Selbstbestimmungs- Initiative der SVP stellt das Völkerrecht nicht in Frage. Sie will nur den schleichenden Souveränitätsverlust bremsen, der in einem immer engeren Netz von Abkommen, Verträgen und Nachvollzug entsteht und unsere Freiheit und die direkte Demokratie einschränkt.

Sie sind Lega-Regierungsrat, aber SVP-Kandidat. Kann man gleichzeitig zwei Parteihemden tragen?
Gobbi: Ich bin dankbar und freue mich, dass mich die SVP auf ihr Ticket genommen hat, obwohl ich nicht stramm auf ihrer Linie politisiere. Uns verbinden aber die gemeinsamen Werte, allen voran die Freiheit

Modifica della Legge sull’esercizio dei diritti politici

Modifica della Legge sull’esercizio dei diritti politici

Il Consiglio di Stato nella seduta odierna ha licenziato il messaggio concernente la modifica della legge del 7 ottobre 1998 sull’esercizio dei diritti politici (LEDP) riguardante i giorni e gli orari di voto.

Fino al 28 febbraio 2015, gli uffici elettorali avevano l’obbligo di restare aperti almeno per sei ore per le elezioni e tre nel caso di votazioni. Tale differenza si giustificava con il fatto che, per le elezioni fino al 31 dicembre 2014, non era possibile votare per corrispondenza (fatta eccezione per le elezioni al Consiglio Nazionale e al Consiglio degli Stati). Già in occasione delle elezioni federali del 2011, molti comuni avevano richiesto di poter ridurre gli orari di apertura in considerazione della possibilità di votare per corrispondenza; richiesta alla quale non si era potuto rispondere in modo positivo in quanto la norma vigente non distingueva tra i diversi tipi di elezione.

In un primo tempo, d’altronde, il Consiglio di Stato non aveva proposto la modifica della norma anche per mantenere un ruolo neutro nei confronti del voto per corrispondenza e non forzare gli elettori a passare a tale sistema per le elezioni. Tuttavia i dati sull’uso del voto per corrispondenza hanno mostrato che si tratta di un’agevolazione molto gradita agli aventi diritto di voto. Tenuto pertanto conto di questa evoluzione, così come delle segnalazioni dei Comuni, il Consiglio di Stato è favorevole a ridurre gli orari minimi di apertura degli uffici elettorali.

Il Consiglio di Stato propone quindi l’abrogazione dell’articolo 27 capoverso 4 della LEDP che obbliga i Comuni a tenere aperti i seggi, in caso di elezione, per un minimo di quattro ore. In seguito a tale abrogazione, in tutti i casi di elezione e votazione, le operazioni di voto avranno luogo la domenica delle ore 10.00 a mezzogiorno, lasciando ai Comuni la libertà di aprire gli uffici elettorali a partire dal giovedì precedente. Questa modifica, che non ha alcun impatto finanziario per il Cantone, porterà un risparmio ai Comuni laddove si giustifichi una riduzione dei giorni e degli orari d’apertura degli uffici elettorali.

Die Tessiner Rechte zementiert ihre Macht

Die Tessiner Rechte zementiert ihre Macht

Da NZZ.CH, di Peter Jankowsky l Zuwachs an Wähleranteilen. Lega und SVP gehen gestärkt aus den nationalen Wahlen hervor. Immer mehr Tessiner trauen diesen Parteien zu, ihre Sorgen in Bundesbern am besten vorzubringen.

Auf den ersten Blick hat sich nach dem Wahlsonntag nichts geändert: Die Verteilung der acht Tessiner Nationalratssitze unter den Parteien bleibt, wie sie bis anhin war. Bei näherer Betrachtung stechen allerdings die Verschiebungen punkto Wählerstimmen ins Auge. Zwar kommen die Lega und ihre Alliierte, die kleine Tessiner SVP-Sektion, in der grossen Kammer weiterhin auf zwei bzw. einen Sitz – doch bei den Wählerstimmen haben sie im Vergleich zu 2011 merklich zugelegt. Mit Unterstützung der SVP konnte die Lega am Sonntag einen Drittel der Tessiner Wählerschaft für sich gewinnen. Das beschäftigt stark die Tessiner Medienkommentatoren.

Die Kantonalwahlen vom April hatten die starke Position der Lega bestätigt. Sie bleibt nach der FDP zweitstärkste Kraft im Kantonsparlament und stellt weiterhin zwei von fünf Regierungsräten. Die Ergebnisse der heurigen nationalen Wahlen zementieren nun die Macht der Rechtspopulisten im Hinblick auf die im April 2016 anstehenden Gemeindewahlen. Diese stehen schon jetzt im Fokus, weil dem Durchschnitts-Tessiner regionale Wahlen viel mehr am Herzen liegen als die nationalen.

Wähler direkt ansprechen
Doch warum ist die Tessiner Rechte gestärkt aus den nationalen Wahlen hervorgegangen? Die Erklärungen sind vielfältig, haben aber einen gemeinsamen Nenner: Lega und SVP betreiben Wahlpropaganda auf eine Weise, dass sie die Wähler direkt ansprechen können. Das betrifft zum Beispiel die rund 63 000 «billigen und willigen» Grenzgänger aus Italien, die für massive Verschlechterungen auf dem Tessiner Arbeitsmarkt sorgen. Hierbei ist es natürlich wirkungsvoll, wenn Regierungspräsident Norman Gobbi (Lega) von den Grenzgängern einen Auszug aus dem Strafregister verlangt und überdies von Bern systematische Grenzkontrollen fordert, um die Flut der Flüchtlinge einzudämmen. Die Tessiner SVP wiederum profitiert stark von der Einwanderungsinitiative , die just im Südkanton den grössten Anklang fand.

Als positiv ist zu werten, dass die rechtspopulistische Lega immer mehr Exekutivverantwortung übernimmt. Sie befindet sich in einem Reifeprozess , der zu grösserer politischer Seriosität führt; dies scheinen die Wähler zu schätzen. Viele sind auch der Ansicht, Rom und Brüssel wollten der Schweiz vorschreiben, wie sie sich punkto Flüchtlingsströmen und Steuerverhandlungen zu verhalten habe – und dagegen wettern Lega und SVP. Zudem hilft den beiden Parteien das schlechte Renommee, das der Finanzministerin Eveline Widmer-Schlumpf im Tessin anhaftet: Sie leiste dem EU-Druck zu wenig Widerstand, lautet der allgemeine Vorwurf. Daher trauen immer mehr Tessiner der Lega und der SVP zu, ihre Sorgen in Bundesbern am besten vorzubringen. Zumal Bundesrat wie nationales Parlament dazu neigen, Begehren nach Tessiner Sonderregelungen abzulehnen. Ob dank dem Rechtsrutsch auf nationaler Ebene dem Südkanton mehr Gehör geschenkt wird, bleibt indes abzuwarten.

Lega schielt aufs Stöckli
Die Stärkung der Tessiner Rechten findet ihren Niederschlag auch im Rennen um die Sitze im Ständerat. Weil niemand das absolute Mehr errungen hat, findet am 15. November eine zweite Wahlrunde statt. Der CVP-Doyen im Stöckli, Filippo Lombardi, muss um seine Wiederwahl nicht bangen, sein freisinniger Ratskollege Fabio Abate vielleicht schon ein wenig: Ihm sitzt Giambattista Ghiggia, der Stöckli-Kandidat der Lega, im Nacken – obwohl dieser vor den Wahlen unbekannt war. Die Rechtspopulisten stellen für den kantonalen Freisinn und seine Leaderposition weiterhin eine Bedrohung dar; das gibt den Tessiner Medien so sehr zu denken, dass für sie Lombardis Ambitionen auf einen Sitz im Bundesrat momentan kein Thema zu sein scheinen. Aber die Neigung zum «Ticinocentrismo» wird generell immer stärker. Dieser lässt die Tessiner allmählich vergessen, dass die italienische Schweiz seit 1999 nicht mehr in der Landesregierung vertreten ist.

La squadra e il festival della riga

La squadra e il festival della riga

Da Corriere del Ticino, di Gianni Righinetti l Ancora pochi giorni e domenica conosceremo i nomi degli otto consiglieri nazionali eletti dai ticinesi per gli anni 2015-2019, mentre per la corsa al Consiglio degli Stati è fortemente probabile che ci voglia il ballottaggio, già in agenda il 15 novembre. Sta per calare il sipario sul secondo appuntamento con le urne di quel trittico che ogni quattro anni scompagina il cantone e fa registrare un’impennata di aperitivi (quelli che una volta si chiamavano comizi), mentre restano intramontabili i santini come pure non va mai in crisi l’ambizione di alcuni candidati che, pur di fronte a una mission impossible, tappezzano il Ticino di cartelloni ammiccanti e promettenti. Ma sognare è sempre legittimo.

Archiviate e ormai digerite le cantonali di aprile, presto finiranno tra i ricordi pure le federali e verrà avviata la macchina per le comunali di aprile 2016. Ma c’è da credere che non finirà lì perché in Ticino la campagna è permanente e l’attualità, politica o meno, non finisce mai di fornire argomenti che dal dibattito scivolano nello scontro. È però tempo di tracciare il bilancio della campagna d’autunno che ha fatto registrate pochi sussulti. La politica ha vissuto una stagione di confusione e omologazione, a conferma che ormai non c’è più una politica federale e una cantonale, ma tutto si mischia, si interseca, formando una matassa molto ingarbugliata. Se in aprile uno dei temi più gettonati era quello dei rapporti tra il Ticino e Berna, alle federali si è parlato tanto dello stesso argomento, ma sull’asse Berna-Roma, con i protagonisti cantonali a giocare un po’ a freccette con il Consiglio federale e la ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf. Si sono sentite molte critiche, legittime e sostenibili, mentre praticamente nulli sono stati i tentativi per trovare un guizzo, o quella quadratura del cerchio che spetta ai politici individuare per uscire dalle situazioni d’impasse. Il solo a dire ciò che molti ticinesi pensano è stato il presidente del Governo Norman Gobbi, pronto a chiedere l’abbandono del tavolo della trattativa con l’Italia, ma l’Esecutivo ha deciso di non seguirlo ritenendolo un colpo gobbo e bollando le sue dichiarazioni con un semplicismo di moda: «Ha parlato a titolo personale». Lo aveva fatto anche Manuele Bertoli dando eco al «rivotiamo» sul 9 febbraio nel ruolo di presidente, ora parla Gobbi. E domani a chi toccherà? Un Governo di concordanza che parla al singolare è ormai l’ultimo dei paradossi del nostro sistema. 

Per la corsa al Consiglio nazionale, mentre i partiti fanno sfoggio di termini quali fair play, squadra e qualsiasi cosa accada la risposta standard è «nell’interesse del partito», tra i candidati va ormai per la maggiore quello che si potrebbe definire il festival della riga, con molti sgambetti conditi con una buona dose di ipocrisia. Le regole del gioco sono chiare e messe nero su bianco: l’elettore che sceglie la scheda di un partito che ha deciso di schierare otto candidati, occupando tutte le caselle a disposizione, non ha molte alternative. 1) Vota scheda secca. 2) Riga uno o più candidati per assegnare voti preferenziali a candidati di altri partiti scrivendo di suo pugno numero e nome. 3) Riga uno o più candidati per doppiarne altri della stessa lista, attribuendo così un evidente vantaggio competitivo al prescelto. I partiti a gran voce chiedono di non disperdere preferenziali agli avversari, ma ai ticinesi il panachage piace eccome, un po’ per amicizia, stima o semplicemente perché la trasversalità all’interno dei partiti fa sì che, pur trovandosi sotto bandiere diverse, certi politici manifestino un credo molto simile, quando non fotocopia. La rigatura, detta anche «livragazione», è possibile solo per le federali, specificatamente per l’elezione del Consiglio nazionale; l’invito alla rigatura da parte dei candidati a svantaggio degli altri colleghi di lista si è fatto sempre più disinvolto. Un tempo il messaggio lo si faceva circolare in famiglia, tra le cerchie di amici o all’interno delle lobby per premiare i propri rappresentanti. Ma, se è vero che i muri sono fatti per essere abbattuti e le frontiere superate, oggi l’uso della riga viene promosso in gran scioltezza. I social network sono la cassa di risonanza usata in queste elezioni da un buon numero di candidati che si difendono affermando di non sollecitare la rigatura di qualcuno in particolare, bensì di descrivere in maniera asettica e inattaccabile come funziona il sistema di voto. Vero, ma quello che omettono di dire è un’altra semplice realtà. Per avere un reale e fattivo vantaggio non basta cancellare il cosiddetto «candidato riempitivo o alibi», ma il concorrente diretto per l’ambita poltrona. La riga in passato ha fatto vittime illustri ed è stata al centro di regolamenti di conti post elezioni. Anche se tutti parlano di squadra pare evidente che quello della riga sta diventando un festival senza quasi più freni inibitori.

‘Mobilitiamoci’ e ‘voto utile’

‘Mobilitiamoci’ e ‘voto utile’

Da LaRegione Ticino l L’appello di Attilio Bignasca: votare il movimento. Zali: dobbiamo recuperare autostima. E Gobbi galvanizza la sala: siamo ancora qui!

Saranno anche da prendere con le pinze i sondaggi elettorali. Intanto però, a seconda delle tendenze di voto che indicano, mettono di buonumore o tolgono il sonno. Come nella Lega, il cui coordinatore non usa giri di parole sul ‘Mattino’ di ieri, giorno, a Chiasso, della festa del movimento di via Monte Boglia in vista delle federali del 18 ottobre. Scrive Attilio Bignasca : “Non lo nascondiamo: il secondo sondaggio del ‘GdP’ è stato per noi una doccia fredda”. Sì, perché quello pubblicato sul ‘Giornale del Popolo’ la scorsa settimana dà per traballante uno dei due seggi leghisti alla Camera bassa, il seggio conquistato quattro anni fa da Roberta Pantani, che della città di confine è municipale. E dato che, annota a sua volta sul domenicale l’altro deputato al Nazionale uscente, Lorenzo Quadri, “sarebbe una leggerezza pericolosa” snobbare i sondaggi, Bignasca invita “il popolo leghista” a “mobilitarsi” e “tutti i sostenitori del 9 febbraio” a “pensare al voto utile”. Tradotto: “Depositare nell’urna la scheda della Lega per il Consiglio nazionale e votare Ghiggia (Battista, ndr) per gli Stati”.
Dal coordinatore del movimento dunque un duplice appello, «per spingere anzitutto i nostri a votare, considerato che la partecipazione degli elettori leghisti alle federali è di solito bassa», spiega lo stesso Bignasca ai cronisti pochi minuti prima dell’inizio della festa. «Spero che la gente – gli fa eco il granconsigliere Michele Foletti – capisca che se non vota Lega regala il seggio del Nazionale a Raoul Ghisletta». E il ritorno di un secondo socialista a Berna potrebbe addirittura, secondo il municipale di Lugano, incidere negativamente «sul futuro, che passa anche dalle relazioni con Berna, del Ticino». Quel futuro che ha in testa la Lega. Occorre pertanto mobilitarsi, sostengono e ribadiscono candidati e consiglieri di Stato davanti ai circa cinquecento, stimano gli organizzatori, presenti al Palapenz.
Dei due ministri leghisti cantonali il primo a prendere la parola è Claudio Zali . Che suona la carica: «I sondaggi ci puniscono e allora noi oggi dobbiamo recuperare autostima» per confermare «il successo» ottenuto alle elezioni ticinesi di aprile. «Ricordiamoci – aggiunge il direttore del Dipartimento del territorio – che a Berna ‘si fanno i giochi’ e non possiamo sempre dire che non ci ascolta: a Berna, attraverso i nostri rappresentanti, dobbiamo continuare a far sentire forte la nostra voce». Peraltro sui temi federali «la Lega ha fatto i compiti come nessun altro, è l’unico movimento che sa interpretare la volontà popolare, è avvenuto per esempio con la votazione del 9 febbraio 2014» contro l’immigrazione di massa. Applausi in sala. La Lega «è contraria a una certa politica dell’asilo e si batte per la difesa della piazza finanziaria e dei posti di lavoro per i ticinesi». Cosa che «il Ps e gli altri partiti storici» non farebbero. «Siamo ancora qui!», scandisce e ripete Norman Gobbi , galvanizzando i leghisti riuniti al Palapenz. Per il capo del Dipartimento istituzioni, è importante che «la maggioranza» che ha respinto i Bilaterali e approvato l’iniziativa democentrista contro l’immigrazione di massa «torni a farsi sentire», per mantenere i due seggi leghisti al Nazionale ed eleggere Ghiggia al Consiglio degli Stati. Il 18 ottobre «potremo così gridare ancora una volta: siamo liberti, forti e sovrani».

Di Andrea Manna, LaRegione Ticino 05.10.2015