Nel 1992 la storia fu scritta dal Popolo

Nel 1992 la storia fu scritta dal Popolo

Qualche tempo fa un conoscente mi ha domandato quando iniziò la mia avventura nel mondo della politica. Risposi senza esitazioni. Era il 1992, avevo quindici anni e il Popolo svizzero si apprestava a esprimersi in votazione sull’entrata del nostro Paese nello Spazio economico europeo. La Lega dei Ticinesi era scesa in campo battendosi per impedire la perdita della nostra sovranità. Grazie alla campagna condotta dai padri fondatori del movimento Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli, i cittadini ticinesi dissero a gran voce “no” all’adesione elvetica a quella che sarebbe poi stata l’anticamera dell’adesione all’Unione europea. In quel momento, non ancora maggiorenne, aderii al movimento e alle sue idee. Venticinque anni dopo quella data storica, è inevitabile rievocare quei momenti, per capire ma anche e soprattutto per poter continuare a lavorare sullo slancio di quell’epica impresa. Una delle peculiarità del nostro Paese che apprezzo maggiormente è il sistema della democrazia diretta, il quale permette al Popolo elvetico di esprimere la propria opinione e di scrivere in prima persona la storia del nostro Stato. Il 6 dicembre 1992 quasi l’80% dei cittadini e delle cittadine aventi diritto di voto si recarono alle urne per dire la loro. Fino ad allora fu una delle poche occasioni nelle quali il Popolo fu consultato su un dossier di portata internazionale. Non dobbiamo nemmeno dimenticare il contesto nel quale si muoveva l’Europa all’epoca. La caduta del muro di Berlino del 1989 segnò la fine dell’Unione sovietica ma non definì in modo categorico anche la fine del comunismo. Altre correnti politiche all’inizio degli anni Novanta raccolsero l’eredità dei comunisti sovietici e provarono a riproporre l’impostazione caratteristica dei movimenti della sinistra. Inutile negare che fu proprio con questo spirito che iniziò a delinearsi in maniera sempre più marcata l’idea e l’organizzazione di quella che è divenuta oggi l’Unione europea. Lo stesso scenario si manifestò anche in Svizzera. A favore dell’adesione si schierarono i partiti di centro e della sinistra, mentre a opporsi fermamente furono i movimenti di destra. La breve ma intensa campagna che precedette il voto popolare ha senza dubbio contribuito a ridurre la complessità della materia, rendendola – finalmente – comprensibile per tutti i cittadini. Per la prima volta gli oppositori furono in grado di interpretare fedelmente i sentimenti e i timori del Popolo svizzero sul futuro della propria politica estera, e non solo. Emerse senza dubbio la voglia di libertà e di autonomia che i ticinesi hanno manifestato ancora in tempi recenti in altre votazioni. Mi riferisco alla votazione del 9 febbraio 2014 sull’immigrazione di massa e a quella del 25 settembre 2016 quando il Ticino disse a gran voce “sì” all’introduzione del principio “Prima i nostri” per la salvaguardia del mercato del lavoro nostro Cantone. Già allora, nel 1992, il Ticino fu decisivo nel segnare le sorti della votazione a livello nazionale. Il nostro voto fu in controtendenza rispetto a quello degli altri cantoni latini. Una dinamica che oggi non sorprende più. Capitò nuovamente con la votazione per decidere la costruzione del secondo tunnel autostradale nel San Gottardo. Noi ticinesi siamo così: sappiamo essere lungimiranti. D’altra parte la nostra posizione geografica, racchiusa a nord dalle alpi svizzere e a sud dal confine con l’Italia, ci rende spesso e volentieri un laboratorio nel quale i fenomeni globali si manifestano prima che nel resto della Svizzera. Purtroppo con il voto del 1992 la politica svizzera cercò di ricucire lo strappo del “Röstigraben”, dimenticando il Ticino e i suoi problemi. Di lì a poco, infatti, iniziò la crisi industriale con la chiusura della storica ditta Monteforno e di molte altre realtà aziendali. Attualmente la medesima attenzione è presente sui temi rilevanti – politica migratoria e lavoro ai residenti – grazie in particolar modo ai voti dei ticinesi citati nelle righe precedenti e naturalmente all’operato del fronte Lega/UDC . Mi piace quindi ricordare così il 6 dicembre del 1992: il giorno in cui il coraggio e l’avvedutezza dei ticinesi decisero le sorti dell’intero Paese. Un Paese che conserva ancora oggi la sua indipendenza e la sua libertà, ignorando quelle previsioni apocalittiche tipiche degli ambienti progressisti, smentite regolarmente dalla Storia scritta dai cittadini.

I Ticinesi e la Lega salvarono la Svizzera

I Ticinesi e la Lega salvarono la Svizzera

A 25 anni dal NO allo Spazio economico europeo

L’allora Consigliere federale PLR vodese Jean-Pascal Delamuraz definì la domenica 6 dicembre 1992 una “domenica nera per la Svizzera”. Un giudizio arrogante nei confronti del Popolo elvetico che – in quel memorabile momento storico – decise di salvaguardare la Svizzera e la sua indipendenza politica dalla fagocitante eurofrenesia che aveva pervaso i maggiori partiti storici svizzeri e l’intero Consiglio federale. Ad un quarto di secolo da quello storico giorno, val la pena ripercorrere un po’ di storia recente della Confederazione e del nostro Cantone.

L’inizio degli Anni Novanta corrisponde al momento storico della caduta del Muro di Berlino e quindi la fine dell’Unione sovietica. In parallelo all’implosione dell’impero comunista stava crescendo il Leviatano europeo che – sostenuto dagli euroturbo Mitterand e Kohl – iniziava a gettare la basi per quella che è l’odierna Unione europea, rigida e incapace di gestire le diversità dalla Lapponia al Mediterraneo.

Tra euroturbo e nazionalconservatori

Gli euroturbo svizzeri, rappresentati dai partiti storici PLR, PPD e PS, in quel periodo portarono il Consiglio federale ad inoltrare la richiesta d’adesione alla precorritrice dell’UE – la Comunità economica europea CEE – e far avallare dall’Assemblea federale l’adesione allo Spazio economico europeo SEE, con il CF socialista René Felber quale capofila. In parallelo all’eurofilia dilagante di parte del mondo politico svizzero, nasceva in ampie fette della popolazione svizzera la voglia di contrapporsi a questi moti demolenti del principio di sovranità; lo spirito nazional-conservatore trovò terreno fertile e vide la nascita – su spinta di Christoph Blocher e altri politici liberal-conservatori – l’Associazione per la Svizzera neutrale e indipendente “ASNI”, così come l’assunzione di un ruolo politico in questo spirito dell’UDC zurighese e della Lega dei Ticinesi a Sud delle Alpi.

Il voto del 6 dicembre 1992

Dopo l’avallo del parlamento federale nell’ottobre 1992, i mesi di campagna sul contrastato decreto d’adesione allo SEE furono infuocati. Dopo molti anni di calma piatta, la politica elvetica trovava un tema che scaldasse gli animi di cittadine e cittadini, con posizioni tanto marcate quanto in contrasto tra di loro.

Se a nord del Gottardo Christoph Blocher fu la figura di spicco sul fronte contrario, in Ticino Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli assunsero un ruolo decisivo; Nano in particolar modo in Ticino, mentre Flavio funse da megafono – grazie alle sue doti dialettiche e capacità linguistiche – in tutta la Svizzera di quel mal di pancia dei nazional-conservatori nei confronti delle scellerate scelte politiche dei partiti storici. Memorabili i dibattiti di Flavio Maspoli nelle fumose sale conferenze o sulle reti radio-televisive nelle tre lingue nazionali. In particolare ricordo una sala gremitissima a Lavorgo, dove Flavio battagliò con il socialista Werner Carobbio; durò alcune ore con un confronto fermo e duro, con molti interventi da parte dei presenti in sala, che palesavano quanto il malessere nazional-conservatore fosse presente anche nelle nostre Valli.

I Ticinesi e la Lega difesero la Svizzera

L’attesa era grande, come la partecipazione al voto, in Svizzera come in Ticino con oltre il 3 elettori su 4 che si recarono alle urne. L’edizione del “Mattino della domenica” del 6 dicembre 1992 dava per sicuro il NO delle elettrici e degli elettori Ticinesi. E così fu. Grazie al grande lavoro sul terreno della Lega dei Ticinesi e dei suoi fondatori, il NO in Ticino prevalse con il 61.5% e 85’582 voti contro i 53’488 di sì. Insomma, il movimento politico nato appena 22 mesi prima – la Lega dei Ticinesi – vinse un voto storico per il Ticino e per il Paese, grazie al fatto di aver saputo interpretare i sentimenti della gente in materia di politica estera. Il voto ticinese sorprese i commentatori nazionali, in quanto fu l’unico Cantone latino a votare contro in quello spaccato politico che venne definito “Röstigraben”, e ai fini del conteggio dei voti per l’opposizione popolare i voti contrari provenienti dal Ticino furono decisivi al NO svizzero. Possiamo quindi affermare che i Ticinesi e la Lega, quella domenica di 25 anni fa, decisero il futuro in libertà e indipendenza della nostra amata Svizzera.

Norman Gobbi

Sforzi comuni per combattere l’illegalità

Sforzi comuni per combattere l’illegalità

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Conferenza Interpol contro la tratta di esseri umani

Signora Consigliera federale Simonetta Sommaruga,
Signora Roraima Ana Andriani, Direttrice del Reparto crimine organizzato ed emergente dell’Interpol,
Signora Nicoletta Della Valle, Direttrice dell’Ufficio federale di polizia,
Gentili signore,
Egregi signori,

è con immenso piacere e con una punta d’orgoglio che vi porgo questa sera il saluto del Consiglio di Stato: benvenuti in Ticino. È un onore per il nostro Cantone, accogliere qui a Lugano – per la prima volta in Svizzera – la quarta Conferenza mondiale INTERPOL incentrata sul tema della tratta degli esseri umani. È davvero un momento privilegiato per il nostro Cantone, la porta d’accesso alla Svizzera e dal Mediterraneo al nord Europa; credo che ci siano pochi luoghi più adatti per discutere un tema di portata internazionale come la tratta degli esseri umani, che purtroppo tocca da molto vicino anche la nostra realtà.

Ho insistito personalmente affinché la conferenza dell’INTERPOL fosse organizzata sul suolo ticinese: per prima cosa, ritenevo cruciale dare la possibilità a tutti voi di conoscere le peculiarità della nostra regione che la sua conformazione geografica rende un caso unico in Svizzera. Racchiuso a nord dalle Alpi e a sud dal confine con l’Italia, il nostro Cantone è diventato la porta di transito per chi desidera spostarsi verso nord, dal bacino Mediterraneo al cuore dell’Europa.

Durante la scorsa estate il nostro territorio – come può confermarvi anche la Consigliera federale Simonetta Sommaruga – è stato sotto gli occhi dei riflettori del resto del Paese ma non solo. Siamo infatti stati confrontati con una pressione migratoria senza precedenti alla frontiera sud; un fenomeno che, oltre a porre varie sfide per l’accoglienza dei migranti, rappresenta purtroppo la copertura perfetta anche per le organizzazioni criminali.

Il Ticino, più di altri Cantoni svizzeri, fornisce purtroppo terreno fertile per l’attività dei passatori. Il confine tra Italia e Svizzera è visto come un ostacolo dai migranti che vogliono raggiungere i Paesi a nord dell’Europa, e che cercano quindi di superarlo in ogni maniera, anche illegalmente. Purtroppo, una volta entrate nell’illegalità queste persone sono preda facile di organizzazioni criminali. I malintenzionati d’Europa, e non solo, sanno benissimo che possono approfittare dei grandi flussi di persone per celare attività criminali come la tratta di migranti, ma non solo: anche la tratta di essere umani si innesta infatti su questo tessuto di malessere. E questi due crimini, lo sapete bene, sono legati da uno stretto vincolo di parentela, e devono essere affrontati come un unico grave problema.

Sia che si parli di tratta di esseri umani, sia che si parli di tratta di migranti non cambia il nocciolo della questione: le organizzazioni criminali in queste situazioni fanno leva sulla povertà, sulla mancanza di prospettive e sulla speranza di un futuro migliore di queste persone che lasciano il loro Paese per cercare un futuro diverso.

Con un’ottima collaborazione tra le Autorità politiche del nostro Cantone e quelle delle regioni confinanti, il Ticino è comunque riuscito a gestire egregiamente l’importante flusso migratorio. Grazie al coordinamento tra le nostre forze dell’ordine, quelle della Confederazione e quelle di oltre confine, abbiamo portato a termine un lavoro del quale hanno beneficiato non solo i cittadini ticinesi, ma tutta la popolazione svizzera.

In casi come questi, lo voglio ribadire, solo la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti in Svizzera e nella vicina Italia può permetterci di fronteggiare adeguatamente un nemico che fa proprio dell’organizzazione il suo punto di forza.

Oltra a un’ottima rete di contatti e collaborazioni per poter smascherare attività criminali di portata internazionale ovviamente è necessario contare anche su strumenti di lavoro all’altezza dei tempi, e su strutture ben organizzate. Nel settembre 2015 perciò il nostro Cantone ha sviluppato per primo in Svizzera una Task Force che dedica tutta la propria attenzione alle attività investigative di lotta all’attività dei passatori. Si chiama Gruppo Interforze Repressione Passatori, e al suo interno sono rappresentate la Polizia cantonale, la FedPol e il Corpo delle guardie di confine; inoltre, collabora con agenti delle Forze dell’ordine dei Paesi vicini, in particolare l’Italia e la Germania. Questa unità ci permette di disporre di personale competente, con molta esperienza nell’ambito della repressione dei passatori. Il suo compito operativo è chiaro: indagare sul fenomeno dei passatori con l’obiettivo di stroncare questa piaga.

I risultati fin qui ottenuti ci confortano: nel suo primo anno di attività il Gruppo ha già aperto una quindicina tra inchieste preliminari e procedimenti penali contro delinquenti che trasportano migranti dall’Italia attraverso la Svizzera, fino in Germania. Questa attività ci ha permesso di capire meglio il funzionamento di questa rete criminale. È una, in particolare, la grande filiera di trafficanti individuata: quella africana, che si concentra sui migranti provenienti dalla Somalia, l’Eritrea e la Nigeria.

Ma oltre a coprire il traffico di migranti, come dicevamo in precedenza, le emergenze migratorie offrono anche un riparo perfetto a chi tenta di camuffare la tratta di esseri umani. I migranti sono infatti particolarmente a rischio perché si trovano lontani da casa e dal loro sistema giuridico, diventando così molto più vulnerabili. Il nostro Cantone non è stato a guardare neanche in questo caso, e ha scelto di affrontare con decisione anche questo problema. Oltre agli strumenti sviluppati nel corso degli anni dalla Confederazione per semplificare le procedure di denuncia e difendere meglio le vittime e i testimoni, il Ticino ha istituito nel 2005 una sezione della sua Polizia cantonale, la TESEU, che si occupa prevalentemente di inchieste legate a queste attività criminali: tratta di essere umani, promovimento della prostituzione, usura e infrazione alla Legge federale sugli stranieri.

La nostra convinzione è che proteggere e assistere in maniera adeguata le vittime sia il primo elemento di un circolo virtuoso che favorisce la disponibilità di vittime e testimoni a denunciare i loro aguzzini: e questo è un elemento fondamentale per raccogliere informazioni sempre più precise e a risalire fino alla fonte, per estirpare alle radici il fenomeno della tratta di esseri umani.

Per riuscire in queste sfide è naturalmente determinante anche la nostra capacità di rafforzare la cooperazione tra le forze dell’ordine, potenziando lo scambio delle informazioni che raccogliamo e le attività d’analisi e di coordinamento al di là delle frontiere. Solo in questo modo potremo consolidare una strategia comune e combattere con successo le attività illegali promosse dai passatori.

Il messaggio di fondo con il quale voglio salutarvi è che il Ticino sta lottando assiduamente contro la tratta di esseri umani: vogliamo essere un partner affidabile a livello nazionale e internazionale, e ci stiamo impegnando per raggiungere nuove collaborazioni e controllare così in modo ancora migliore il nostro territorio e la fascia di confine. Questo obiettivo può essere raggiunto solo con un lavoro serio e quotidiano, non con azioni improvvisate e declamatorie che non aiutano nessuno, soprattutto i migranti. Quest’ultimi diventano protagonisti inconsapevoli di una vera e propria campagna mediatica inscenata solo per attirare l’attenzione sui loro autori, persone che del cosiddetto “sostegno ai migranti a tutti i costi” hanno deciso di fare un cavallo di battaglia politico.

Questa conferenza ci servirà soprattutto per stabilire nuovi contatti, scambiare informazioni e condividere le nostre esperienze: vogliamo conoscere sempre più precisamente questo problema e aumentare la nostra capacità di risposta. Lo scambio e il dialogo ci permetteranno di lottare più efficacemente contro un nemico che rimane temibile e determinato, e di informare sempre meglio l’opinione pubblica riguardo a questo crimine inaccettabile che nessuno di noi può permettersi di ignorare.

Colgo quindi infine l’occasione per ringraziare Interpol per aver scelto il nostro Cantone come scenario di questo convegno, la Polizia cantonale ticinese e la Fedpol per l’eccellente organizzazione dell’evento ma soprattutto per il loro agire quotidiano a favore della sicurezza di tutti noi.

Vi ringrazio per l’attenzione e auguro a tutti voi un buon proseguimento di serata.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Immigrazione di massa: e la volontà popolare?

Immigrazione di massa: e la volontà popolare?

Dal Corriere del Ticino | Cosa sarebbe la Svizzera senza la democrazia diretta? Un sistema tanto affascinante quanto invidiato da tanti popoli. Un sistema che consente ai cittadini di essere protagonisti e sovrani della vita politica del proprio Paese, grazie a decisioni prese attraverso il voto popolare. Voto che non può e non deve essere ignorato. Delude quindi – e sorprende anche – la decisione presa venerdì scorso dalla maggioranza della Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale, la quale ha il compito di valutare le proposte per l’attuazione del voto contro l’immigrazione di massa del 9 febbraio 2014. Andrò dritto al punto e non sceglierò mezze parole: si tratta per certi versi di un aborto politico! E non sono certo i cittadini svizzeri a uscirne vincitori, la cui volontà viene aggirata.

Infatti, il risultato presentato dalla maggioranza della Commissione è il prodotto dei dibattiti interni, che hanno visto unirsi la posizione liberale e quella socialista, con l’aggiunta in seguito dei popolari democratici con la loro sedicente proposta federalista. Un fine lavoro di patchwork, ma a conti fatti non è altro che una mera trascrizione di quanto già prevede l’Accordo sulla libera circolazione tra la Svizzera e l’Unione europea (e i suoi Stati membri) per poter adottare misure di regolazione del mercato del lavoro (come ad esempio alcune misure fiancheggiatrici), con la sola novità dell’obbligo d’annuncio (Meldepflicht) per favorire potenzialmente la manodopera indigena. Potenzialmente, poiché – e ribadisco sorprendentemente – la maggioranza PLR-PPD-PS della Commissione ha deciso di delegare la decisione sull’attuazione di qualsiasi misura di controllo dell’immigrazione a un organo terzo, ossia al comitato misto Svizzera-UE. Ed è per questo che la proposta dipinta dal PPD come federalista, tale non è. Infatti, dal testo proposto dalla maggioranza commissionale emerge che il Cantone può sì richiedere, la Confederazione può anche proporre, ma è il comitato misto a poter decidere. In poche parole i Cantoni non saranno altro che organi richiedenti ma non potranno mai attuare misure che dovrebbero – anzi devono! – essere di loro competenza. D’altronde, anche il progetto denominato «bottom-up» prevedeva una forma di automatismo delle misure a tutela del mercato del lavoro – settoriale, regionale o nazionale – che però è stato criticato fortemente dall’UE e dai suoi Stati membri, Italia in primis. Ora con la proposta della maggioranza commissionale PLR-PPD-PS non solo si cede la sovranità decisionale (indebolendo la posizione contrattuale già esigua del Consiglio federale), ma – peggio – si rinuncia pure all’automatismo delle misure, che saranno sempre e comunque verificate dal comitato misto. La presunta vittoria sui frontalieri tanto declamata negli scorsi giorni è invece da interpretare come una perdita ulteriore di terreno verso il vero obiettivo, ossia di controllare l’accesso al mercato. Infatti, senza automatismi, il sistema «bottom-up» di per sé già limitativo a livello di forza d’intervento – considerato che i parametri da raggiungere per poter attuare una misura sarebbero comunque troppi – diventa inutile.

La realtà è che la soluzione proposta venerdì scorso si distanzia notevolmente dalla volontà popolare espressa il 9 febbraio 2014. Popolo che – ricordo – quel giorno ha detto in modo chiaro il proprio volere, andando contro la stessa maggioranza formata da PLR, PPD e PS, che oggi mette i bastoni tra le ruote – nuovamente – all’attuazione della volontà popolare, e pensando di far meglio, peggiora ulteriormente le nostre posizioni nei confronti dell’UE.

Sembra che la storia non abbia insegnato nulla ai rappresentanti di quelli che vengono definiti partiti storici. Eppure, in passato, le cittadine e i cittadini dello splendido Paese in cui viviamo hanno dimostrato di essere stati più lungimiranti dei loro rappresentanti. E a mio modo di vedere, il 9 febbraio 2014 è stata una di quelle occasioni.

Gobbi: “Questa volta, la storia del migrante ve la racconto io”

Gobbi: “Questa volta, la storia del migrante ve la racconto io”

Dal Mattino della domenica l Fuggono dall’Africa in cerca di un nuovo futuro in Europa. Nella loro testa ci sono i Paesi del nord: funzionanti, puliti, ricchi, senza problemi; insomma, offrono quello che loro cercano. Ma i paesi che vogliono raggiungere sono lontani, il viaggio è complesso e fra l’Africa e la terra “promessa” ci sono altre nazioni che devono essere attraversate.

L’anno scorso abbiamo seguito la si­tuazione in Grecia: ancora oggi decine di migliaia di persone sono bloccate in campi profughi che non sono certo adeguati a sostenere i bisogni del nu­mero di migranti che ospitano. Quando la rotta dei Balcani è stata chiusa, poiché alcuni Paesi non vole­vano più accogliere migranti, il flusso si è concentrato verso l’Italia. Un altro paese Europeo con la sola colpa di af­facciarsi sul Mediterraneo si è trovato a gestire migliaia di migranti in arrivo sulle sue coste.

Ripartizioni inesistenti
Quando i migranti vengono tratti in salvo dal mare, e portati negli hotspot della penisola, dovrebbero essere ri­partiti nei paesi dell’Unione Europea, secondo un accordo sancito lo scorso anno. Ma questo non succede, e i paesi accoglienti come l’Italia – che oltre­tutto devono far fronte già a diversi problemi interni – si devono accollare tutti i problemi. Ciò che è stato scritto su carta, che sembrava semplice e fun­zionale, in realtà ha fallito misera­mente. O forse è abilmente fallito, infatti i Paesi dell’Unione Europea, una volta di più, dimostrano di essere solidali solo laddove conviene esserlo. L’esempio a dimostrazione di questo fatto lo si trova proprio nella gestione di un altro capitolo del viaggio dei mi­granti: quello dei viaggi con i barconi! In quell’ambito la collaborazione fun­ziona e tutti portano il loro contributo per fare in modo che gli sbarchi siano contenuti, per quanto questa parola poco rappresenta il numero di migranti che arriva sulle coste italiane. È quando i migranti devono prenderli in casa, per dare ossigeno all’Italia, o semplicemente per osservare gli ac­cordi che loro stessi hanno sottoscritto, che i Paesi dell’UE fanno orecchio da mercante.

Sovraffollamento
Ma continuiamo con il viaggio dei mi­granti. Viaggiano lungo tutta l’Italia e arrivano a nord. C’è sovraffollamento. La situazione diventa complessa. Mi­gliaia di persone, tra Milano e Como, si accalcano al confine italo-svizzero. Quando raggiungono Como, hanno la possibilità di chiedere asilo in Sviz­zera, vengono accompagnati dalle guardie al Centro di registrazione a procedura di Chiasso, dove, sotto la re­sponsabilità della Segreteria di Stato della migrazione, viene valutata quindi la loro domanda.

I migranti che non vogliono chiedere asilo e non hanno i documenti, se­condo la Legge sugli stranieri, sono considerati degli illegali ed entrano nella procedura di riammissione sem­plificata in Italia. Se la riammissione non è possibile entro la mezzanotte ­orario dopo il quale la Polizia di fron­tiera italiana non ha più la possibilità di riammetterli sul loro territorio – ven­gono accompagnati nel nuovo Centro unico temporaneo predisposto a Ran­cate, dove il Cantone garantisce loro un soggiorno dignitoso sul territorio ti­cinese, di rifocillarsi e di trascorrere la notte sotto un tetto. Il giorno dopo ven­gono riaccompagnati dalle Guardie di confine alla frontiera, affinché siano riammessi in Italia.

Più uomini alla frontiera
In Ticino ci siamo preparati da tempo sapendo che – volenti o nolenti – ci sa­remmo ritrovati in mezzo. Abbiamo portato più uomini alla frontiera, per aiutare le guardie già impegnate a Chiasso. Abbiamo trovato una solu­zione e grazie all’impiego dei militi dell’esercito e della protezione civile, e siamo riusciti in pochissimo tempo, a creare una struttura che potesse ospi­tare in un ambiente adeguato, nella struttura di Rancate, gli illegali che de­vono passare la notte sul nostro terri­torio, portandoli lontani dai centri abitati. Domani ricominceranno le scuole, e il centro di Rancate è ideale per una situazione che sarebbe dovuta rimanere eccezionale ma che è diven­tata quotidianità, perché di tutti i mi­granti che passano il confine italo-sviz­zero, i due terzi, quindi la stragrande maggioranza, non intende fermarsi in Svizzera. Alcuni di loro tenta più volte di passare il confine, così da raggiun­gere l’obiettivo di depositare una do­manda d’asilo nei paesi del nord (prima tra tutti, la Germania), ma non funziona così. Questo modo di proce­dere dimostra che non si sentono real­mente minacciati, prerogativa fondamentale per ricevere l’asilo, per­ché, se sentissero la loro esistenza re­almente in pericolo, la loro priorità sarebbe chiedere asilo, e non chiederlo in una determinata nazione.

Escamotage
L’escamotage allora diventa quello di chiedere asilo politico con l’intento di scappare durante la verifica della loro pratica. I dati ci indicano che oltre la metà dei richiedenti l’asilo si dà alla macchia e prima o poi la signora Si­monetta Sommaruga, dovrebbe avere l’onestà di rendere pubbliche queste cifre, anche per far capire ai suoi com­pagni che presidiano la stazione di Como imboccando i migranti, che non forniscono loro un servizio, perché quando questi verranno fermati dalle autorità di altri Paesi, sempre sulla base di quegli accordi di cui i socialisti fanno finta di conoscere l’esistenza, verranno riportati in Svizzera, proprio laddove non vogliono stare. Non è che si usa la scusa dell’aiuto umanitario per egoistici motivi ideologici e poli­tici? A pensar mal si fa peccato…

NORMAN GOBBI

Auch Deutsche wollen Burka-Verbot

Auch Deutsche wollen Burka-Verbot

Da Blick.ch, 13 agosto 2016  | Aufgrund der jüngsten Anschläge in Deutschland sollen die Sicherheitsvorkehrungen verstärkt werden. Die neusten Ideen sind das Burkaverbot und die Abschaffung der doppelten Staatsbürgerschaft. 

Nach den Terrorattacken wollen die Deutschen die Zuwanderung bremsen und die Sicherheitsvorkehrungen verstärken. Nebst mehr Videoüberwachung und Polizei sind zwei weitere – brisante – Vorschläge auf dem Tisch: ein Burkaverbot sowie die Abschaffung der doppelten Staatsbürgerschaft.

Die Ideen stammen von den acht CDU/CSU-Innenministern der Bundesländer. Die detaillierten ­Inhalte dieser «Berliner Erklärung» werden am 18. August vorgestellt, so der Plan.

Erste Reaktionen auf ein ­Burkaverbot sind positiv. Der Präsident des Zentralrats der Juden, Josef Schuster, hält die Vollverschleierung der Frau für «kein Zeichen einer offenen, demokratischen Gesellschaft».

Auch dem Religionswahn wollen die Innenminister einen Riegel schieben: «Für religiösen Extremismus und den Missbrauch religiöser Symbole ist in Deutschland kein Platz.» Das Land brauche eine Rückbesinnung auf bürgerliche Tugenden wie Respekt, Höflichkeit und Rücksichtnahme.

Die Minister sehen vor allem die Zuwanderung als Problem: «Eine unkontrollierte Zuwanderung und die damit verbundene Schleuserkriminalität verunsichern die Bevölkerung und erleichtern Straf­tätern und islamistischen Gewalttätern den heimlichen Zugang nach Europa.»

Die Verfasser des Berichts schlagen auch vor, die doppelte Staatsbürgerschaft abzuschaffen: «Sie ist ein grosses Integrationshindernis. Wir lehnen diese gespaltene Loyalität ab.» Wer sich für die Politik ausländischer Regierungen engagieren wolle, dem werde nahegelegt, Deutschland zu verlassen.

Von einer 2014 eingeführten Regelung des Doppelpasses profitieren vor allem die in Deutschland lebenden Türken. Geduldet wird der Doppelpass auch bei Migranten, deren Herkunftsländer keine Ausbürgerung akzeptieren. Dazu zählen Marokko, Iran, Algerien und Syrien. Davor mussten sich Einwanderer bis zum 23. Geburtstag für einen Pass entscheiden.

Im Tessin, wo seit 1. Juli ein Burkaverbot gilt, ist man überzeugt, dass ein solches Gesetz auch Deutschland nützen würde. Lega-Staatsrat Norman Gobbi: «Es ist ein sehr aktuelles Thema, deswegen muss es die Politik anpacken.» Gobbi bietet den Deutschen Nachhilfe an: «Wir sind gerne bereit, um das Gesetz und die verschiedenen nötigen Massnahmen zu erklären.»

Terrorbekämpfung in der Schweiz Sicherheit kommt vor Datenschutz

Terrorbekämpfung in der Schweiz Sicherheit kommt vor Datenschutz

Da NZZ.ch l Nach den Terror-Anschlägen in Nizza und Würzburg stellt sich auch in der Schweiz dieselbe Frage: Wie sollen Polizisten geschult werden? Die einzelnen Landesteile scheinen hier nicht das gleiche Tempo anzuschlagen.

Die Anschläge von Nizza und Würzburg haben eines gezeigt: Es besteht die Gefahr, dass sich islamistisch orientierte Personen selber rasch radikalisieren und als Einzeltäter einen Amoklauf starten. Es sei in den nächsten Jahren mit weiteren solchen Anschlägen zu rechnen, sagt Beat Villiger, Zuger Regierungsrat und Vizepräsident der Konferenz der kantonalen Polizei- und Justizdirektoren (KKJPD). Es scheine, als ob Einzeltäter häufiger auf sogenannte weiche Ziele losgehen, aber der IS oder andere Terrororganisationen die leider geglückte Tat für sich einfordern. Laut Villiger gehen Experten davon aus, dass der IS aufgrund der Verluste in seinem angestammten Gebiet vermehrt auf terroristische Aktionen im Westen setzt.

Angesichts dieser neuen Gefahr müsse die Schweiz ihre Sicherheitskräfte besser schulen, erklärte der Genfer Sicherheitsdirektor Pierre Maudet gegenüber der «Schweiz am Sonntag». Er fordert eine spezifische Anti-Terror-Ausbildung für alle Polizisten: Jeder Beamte müsse einen Amokläufer sofort ausschalten können. Gemäss Maudet haben die Genfer Behörden, für welche das vom Terror versehrte Frankreich besonders nahe liegt, ihre Einsatzdoktrin bereits entsprechend überarbeitet. Jedoch sollte man auch die Grundausbildung sofort anpassen, wie es auch im Wallis und der Waadt der Fall ist.

Mindestens heutigen Standard halten

Man analysiere laufend und passe die Polizeiausbildung entsprechend an, so Villiger. Dies geschehe selbstverständlich auch aufgrund der Erkenntnisse nach Vorkommnissen wie in Nizza oder Paris. Allerdings stelle sich die Problematik nicht in allen Kantonen gleich. Laut Villigers Worten hat der Bund für Nachrichtendienst und Staatsschutz mehr Personal bewilligt; davon profitieren auch die Kantone.

Der Zuger Sicherheitsdirektor sieht momentan keinen Anlass zu überstürztem Handeln, jedoch müsse das landesweite Sicherheitsdispositiv mindestens den heutigen Standard halten können. Zudem sollte ein Plan B vorhanden sein, falls der Terrorismus auch die Schweiz erreicht. Bisher gebe es keine konkreten Hinweise auf eine direkte Bedrohung für die Schweiz, so Villiger. Theoretisch würden Anschläge mit geringem logistischen Aufwand die wahrscheinlichste Bedrohung darstellen. Es kämen jihadistisch inspirierte Einzeltäter oder Kleingruppen in Frage, die aber auch militärisch ausgebildet sein könnten.

Auch soziale Prävention betreiben

Aus Villigers Sicht funktioniert die Zusammenarbeit von Nachrichtendienst und Kantonen gut, ebenso der Datenaustausch gerade mit Frankreich. Wichtig ist für den Vizepräsidenten der KKJPD, dass zugunsten einer wirkungsvollen Terrorbekämpfung diverse Gesetzgebungen angepasst werden, wie zum Beispiel das zur Abstimmung gelangende Nachrichtendienst-Gesetz. «Dem Datenschutz wurde in den letzten Jahren zu viel geopfert. Dieser hat zurückzustehen, wenn die öffentliche Sicherheit Priorität hat», sagt Villiger.

Er fordert hierbei nicht nur die konsequente Ausweisung von Ausländern, welche die öffentliche Sicherheit gefährden, sondern auch präventive Massnahmen. Weil die jüngsten Anschläge von sogenannten Outsidern begangen wurden, sind beispielsweise auch die Sozialbehörden der einzelnen Gemeinden gefordert. Die KKJPD erarbeitet gegenwärtig zusammen mit verschiedenen Organisationen entsprechende Präventionsmassnahmen.

Und wie steht es um das Sicherheitsdispositiv in der italienischen Schweiz? Dort gilt nämlich seit Anfang Monat das Burka-Verbot. Die kantonalen Behörden passten sich laufend der Situation an, sagt der Tessiner Polizei- und Justizdirektor Norman Gobbi. Hierbei sei die Zusammenarbeit der Sicherheitskräfte auf allen Ebenen von fundamentaler Bedeutung. Im Besonderen würden die Beamten seit einiger Zeit darin geschult, Situationen mit Amokläufern zu bewältigen. Aus Gobbis Sicht besteht im Tessin ein höheres Risiko terroristischer Aktionen als in anderen Kantonen, weil in der nahen Lombardei sehr viele Menschen mit arabischem Migrationshintergrund leben.

Wölfe im Schafspelz

Gobbi erinnert in diesem Zusammenhang an die Verhaftung des IS-Sympathisanten Abderrahim Moutaharrik in Italien. Diese wurde dank Hinweisen seitens der Tessiner Kantonspolizei möglich – ein deutliches Zeichen dafür, dass man wachsam sei und dass die grenzüberschreitende Zusammenarbeit von Sicherheitsbehörden vorerst funktioniere. Und was ist mit dem Burka-Verbot? Es gebe keine konkreten Hinweise auf direkte Bedrohungen, so Gobbi. Im Gegenteil wiesen die Informationskampagnen über das Verhüllungsverbot seitens der Botschaften einiger arabischer Staaten darauf hin, dass eine zumindest teilweise Akzeptanz bestehe. Im Hinblick auf das nahende Filmfestival in Locarno, einem internationalen Grossanlass, hat der Tessiner Polizeidirektor aber das Sicherheitsdispositiv angepasst. Der islamistische Terror setze Wölfe im Schafspelz ein – dies sei die schlimmste Gefahr für alle im Westen, urteilt Gobbi.

Twitter: @peterjankovsky

“La situazione è sotto controllo”

“La situazione è sotto controllo”

Dal Giornale del Popolo del 13 luglio 2016

Intercettati ieri 60 profughi a Bellinzona, mentre alcuni profughi eritrei sono accampati alla stazione di Como – Norman Gobbi: «Siamo vigili, ma non siamo all’emergenza»

La pressione dei migranti al confine sta crescendo e con essa i casi eclatanti, come quello emerso l’altro giorno, ovvero il profugo eritreo che è stato trovato nascosto dentro una valigia (vedi correlati), sopra un treno, e quello di ieri, in cui, sempre a bordo di un convoglio ferroviario, transitato per la stazione internazionale di Chiasso, sono stati intercettati una sessantina di migranti (vedi correlati). Quasi tutti, anche loro, erano di cittadinanza eritrea, tra cui donne e minorenni.

Erano evidentemente molti, troppi e quindi le autorità sono state costrette a farli scendere nella capitale ticinese e non nelle cittadina di confine, dove sono stati successivamente condotti comunque, con un torpedone, per verificare chi di loro avesse diritto a rimanere o meno in suolo elvetico, presso il centro di registrazione e procedura (CRP). Ma per capire che gli arrivi siano in aumento non servono i conteggi, che comunque vengono effettuati costantemente dalla Polizia e dalle Guardie di confine, bensì basta farsi un giro negli scali ferroviari di Milano Centrale e di Como San Giovanni, presso i quali ormai decine e decine di profughi dormono in campi improvvisati e molti di loro avrebbero già provato più volte ad attraversare il confine. Un fatto che ha spinto alcune testate di oltreconfine (nello specifico il sito de LaRepubblica) a scrivere che di fatto ormai le autorità svizzere non farebbero passare più alcun migrante, da almeno una settimana. Un’accusa che è ovviamente priva di fondamento.

«La situazione a Chiasso evidentemente è molto seria», ha spiegato il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, «ma questo non cambia i nostri doveri, ovvero chi ha diritto a chiedere asilo politico viene ammesso e gli altri vengono respinti. La settimana scorsa i migranti non ammessi sono stati ben i due terzi di quelli intercettati. Ciò è sicuramente dovuto al fatto che in Italia non c’è una presa a carico sistematica di queste persone», ha continuato Gobbi, il quale ha ribadito come «tra i profughi che arrivano attualmente non ci sia nemmeno un siriano che scappa dalla guerra. Comunque per noi la situazione è ancora gestibile e infatti non è stato decretato il livello d’allerta massimo. Quanto accadrà nelle prossime settimane ovviamente dipende dall’evoluzione degli sbarchi sulle coste italiane».

Quanto all’episodio di ieri, ha precisato il direttore del DI, «è la prima volta in assoluto che vengono intercettati 60 migranti in un colpo solo sopra un treno, perciò i nostri agenti hanno deciso di trattenerli fino all’arrivo a Bellinzona, vista la lunghezza dei controlli, e successivamente di accompagnarli a Chiasso, affinché non si disperdessero sul territorio entrando nell’illegalità».

Norman Gobbi a Bruxelles

Norman Gobbi a Bruxelles

Da RSI.ch l Le organizzazioni europee anche in ambito di protezione civile interagiscono con quelle svizzere. Norman Gobbi in veste di presidente della Conferenza governativa dei direttori cantonali del militare, della protezione civile e dei pompieri era oggi (giovedì) a Bruxelles per conoscere gli interlocutori, a pochi giorni da un importante esercizio trasfrontaliero (Odescalchi, con il coinvolgimento anche delle autorità italiane) ma in una delle settimane peggiori per le istituzioni europee, dopo il voto sulla Brexit con ripercussioni anche per i rapporti fra Berna e l’Unione.

“In ambito di sicurezza ci sono necessità anche continentali e la differenza fra la Svizzera, l’UE e gli Stati membri è comunque meno sentita che in settori più politici e meno operativi”, ha sottolineato il consigliere di Stato ticinese.

http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Norman-Gobbi-a-Bruxelles-7685078.html

Flussi migratori: la posizione del Dipartimento delle istituzioni

Flussi migratori: la posizione del Dipartimento delle istituzioni

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha preso parte oggi a Berna alla Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e Polizia (CDDGP), durante la quale sono state discusse le misure da adottare per gestire il previsto aumento dei flussi migratori. Un tema che interessa direttamente il Canton Ticino e che desta forti preoccupazioni considerando il probabile ripetersi di una situazione straordinaria sulla frontiera con l’Italia.

Nel corso dell’incontro odierno sono state discusse la pianificazione e la suddivisione dei compiti tra Confederazione, Cantoni e Comuni. Si tratta di misure che potrebbero diventare operative nel caso in cui si verificasse una situazione di emergenza, ovvero al presentarsi di uno dei seguenti scenari:
1. 10 000 domande d’asilo in 30 giorni;
2. 10 000 domande al mese per tre mesi;
3. 30 000 attraversamenti irregolari delle frontiere nell’arco di pochi giorni.

Nelle scorse settimane il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha sollecitato a più riprese i Consiglieri federali Sommaruga, Maurer e Parmelin nel voler prestare attenzione alla situazione migratoria. Secondo gli scenari ipotizzati, infatti, è altamente probabile che si verifichi una situazione straordinaria al sud della Svizzera interessando in particolar modo il Canton Ticino.
Di fatto, gli arrivi di migranti attraverso il Mediterraneo in Sud Italia hanno fatto registrare una forte impennata nei primi tre mesi del 2016 passando dai circa 11mila del 2015 18mila; tendenza confermata anche nel mese in corso, dove nell’aprile 2015 approdarono 16’063 persone mentre nei soli primi 12 giorni del 2016 gli arrivi sono stati ben 22’140.

A questo proposito si rammenta che a livello cantonale il Dipartimento delle istituzioni collabora con profitto unitamente ai servizi del Dipartimento della sanità e della socialità nell’affrontare attivamente e preventivamente le misure da adottare su suolo ticinese. Tutto ciò a stretto contatto con il Corpo delle guardie di confine e la Segreteria di Stato della migrazione, allo scopo di gestire la situazione anche in caso di forti afflussi alla frontiera sud e garantire che lo svolgimento dei diversi compiti venga assolto in modo efficace.
Nei giorni scorsi il Dipartimento delle istituzioni ha preso atto con soddisfazione della decisione del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS) di adeguare le date dei corsi di ripetizione di alcune formazioni militari con la finalità di poter appoggiare le autorità civili nella gestione di un’eventuale situazione straordinaria. In questo senso, è stata mostrata una particolare sensibilità al problema dei flussi migratori recependo anche le preoccupazioni manifestate dal Canton Ticino a riguardo.

Il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha quindi potuto oggi esprimere durante i lavori della Conferenza le preoccupazioni del Ticino all’attenzione della Consigliera federale Simonetta Sommaruga, nonché delle colleghe e dei colleghi degli altri Cantoni presenti. Preoccupazioni che sono state recepite, ad esempio prevedendo nella pianificazione in caso d’urgenza che la Segreteria di Stato della migrazione operi anche durante il fine settimana (periodo nel quale si registrano per il momento il maggior numero di arrivi a Chiasso); inoltre la proposta, già formulata peraltro dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni, di voler valutare scenari per un’intensificazione dei controlli alla frontiera sui migranti e per altre misure per frenare l’afflusso dei migranti è stata condivisa da diversi Cantoni, portando la CDDGP a scrivere prossimamente una lettera al Consiglio federale con questa richiesta.