Il federalismo svizzero: il motore del nostro sistema politico

Il federalismo svizzero: il motore del nostro sistema politico

 

Discorso pronunciato in occasione della manifestazione di scambio degli auguri del Comune di Bissone
14 gennaio 2017

sono passati solo quattordici giorni dall’inizio del nuovo anno, per prima cosa rivolgo a tutti voi i migliori auguri per un sereno 2018!

Vi ringrazio, anche a nome del Consiglio di Stato, per il gradito invito a partecipare alla vostra tradizionale cerimonia di inizio anno. Un momento simbolico, che apprezzo particolarmente e che quest’anno ha un sapore diverso. Ebbene sì, perché quest’oggi l’espressione del nostro sistema federalista è più viva che mai: infatti, sotto lo stesso tetto – o meglio sotto lo stesso tendone – sono riuniti i rappresentanti dei tre livelli istituzionali. Il Consigliere federale Ignazio Cassis, i municipali dei Comuni della regione e il sottoscritto membro dell’Esecutivo cantonale, rappresentiamo in carne ed ossa l’essenza del nostro sistema politico: il federalismo svizzero.

Ed è proprio da qui che intendo partire quest’oggi: un federalismo tonico nei suoi tre livelli è da sempre la ricetta del nostro benessere. Un federalismo che come criterio fondamentale deve essere in grado di garantire la vicinanza tra le istituzioni e il cittadino.

Un assunto che sta alla base anche delle riflessioni che il Governo ha portato avanti negli ultimi anni con le riforme strutturali che concernono il Cantone da una parte e gli Enti locali dall’altra. L’obiettivo che tutti i livelli perseguono è quello di soddisfare con le modalità più adeguate i bisogni dei cittadini che da sempre sono al centro del nostro sistema democratico e del nostro processo decisionale. Una peculiarità che ci rende uno Stato forte e coeso che molti altri Paesi e popoli ci invidiano.

Il nostro sistema istituzionale trae la sua forza da due fattori: la vicinanza tra lo Stato e i suoi cittadini e la capacità delle nostre Istituzioni di affidare, su basi di democrazia diretta, i compiti necessari per la gestione della “cosa pubblica” al livello istituzionale più adeguato, sia esso quello comunale, cantonale o quello federale. E senza ombra di dubbio sono proprio i Comuni che rappresentano il tassello essenziale per la vita di tutti i cittadini. Per questa ragione la salute dei nostri enti locali è un ingrediente indispensabile per la ricetta di un federalismo moderno e in grado di adattarsi, capace di garantire le necessarie autonomie a tutti i livelli.Repubblica e Cantone Ticino Dipartimento delle istituzioni Pagina 2 N

Risulta di conseguenza inevitabile che nel nostro Cantone la politica di aggregazione sia il mezzo, e non lo scopo. È importante che ciascun livello istituzionale mantenga la propria autonomia, nel rispetto delle diversità ma soprattutto nella salvaguardia delle minoranze. Su queste basi il Consiglio di Stato – e il mio Dipartimento in primis – considera il Piano cantonale delle aggregazioni lo strumento più adatto per rafforzare l’istituto comunale sia dal punto di vista istituzionale che finanziario.

Negli scorsi mesi il Comune di Bissone ha deciso di non seguire la visione del Piano cantonale delle aggregazioni e di distanziarsi dal progetto aggregativo dei Comuni della Val Mara. Una scelta legittima che il Municipio ha preso in autonomia, confrontandosi anche con i miei collaboratori della Sezione degli enti locali. E a questo proposito tengo a ribadire – una volta ancora – che il PCA è una visione e non un’imposizione. Non si tratta infatti di una riforma vincolante che segna in modo obbligato il destino degli enti locali ticinesi. E proprio nel rispetto dei principi che reggono il federalismo svizzero, se non nei casi più estremi, saranno gli abitanti di ciascun Comune a esprimersi sulle aggregazioni che li concerneranno. Posso garantirvi che il Governo è ben intenzionato ad attenersi a questi principi. Siamo infatti convinti che la Riforma istituzionale debba proseguire sulla strada iniziata, escludendo la scorciatoia – che poco si concilia con i principi di autonomia locale – della votazione costituzionale a livello cantonale.

Per concludere, non dobbiamo poi dimenticare come tutti noi, ai diversi livelli istituzionali nei quali ci troviamo ad operare nell’interesse della popolazione, abbiamo un obiettivo comune: rimanere vicini alle esigenze di cittadini e aziende, dando risposte innovative e adattate alle singole realtà territoriali, assumendo la responsabilità al miglior livello sia esso il Comune, il Cantone o la Confederazione. Vogliamo rimanere competitivi, forti e innovativi come sistema, e il federalismo vissuto in colori rossocrociati è la base di questa nostra unicità.

Discorso pronunciato in occasione del rapporto di scioglimento 2017 della Brigata fanteria montagna 9

Discorso pronunciato in occasione del rapporto di scioglimento 2017 della Brigata fanteria montagna 9

– Fa stato il discorso orale –

Signor Consigliere Federale Guy Parmelin,
Signor Presidente del Tribunale penale federale Tito Ponti,
Signor Presidente del Gran Consiglio Walter Gianora,
Signor Sindaco di Bellinzona Mario Branda,
Signor Consigliere di Stato Andreas Barraud,
Signora Consigliera di Stato Karin Kayser-Frutschi,
Signor Consigliere di Stato Beat Villiger,
Signor Comandante di corpo Dominique Andrey,
Signor Comandante di corpo Daniel Baumgartner,
Signor Comandante, brigadiere Maurizio Dattrino,
Signori Ufficiali generali in servizio e a riposo,
Stimati ufficiali, sottufficiali superiori,
Gentili Signore, egregi Signori,

oggi è un momento storico per l’attività militare del nostro Cantone. La brigata fanteria montagna 9, per tutti la Brigata del Gottardo dopo aver raccolto l’eredità della divisione montagna 9 e della brigata di fortezza 23, presenta oggi il suo ultimo rapporto annuale e sarà sciolta con l’Ulteriore Sviluppo dell’Esercito, i cui quattro punti fondamentali prevedono miglioramenti nella prontezza, nell’istruzione dei quadri, nell’equipaggiamento e nell’orientamento regionale più marcato. Si tratta di un momento significativo poiché con lo scioglimento della Brigata si congeda l’unica grande unità trilingue dell’esercito, nella quale la lingua italiana riveste un ruolo prioritario e di tutto rispetto. Verrà chiuso anche l’ultimo comando di una grande unità situato a sud delle Alpi, qui a Bellinzona per essere precisi.

La lingua italiana nell’esercito è parte integrante dell’identità nazionale e continuerà ad esserlo anche in futuro.  Grazie all’ottima collaborazione con il Capo dell’esercito e con i suoi stati maggiori, possiamo contare sul loro particolare impegno per continuare a garantire a tutti i militi ticinesi e ai grigionesi di lingua italiana l’istruzione militare nella lingua madre. Per questo scopo, è stato deciso di concentrarsi su incorporazioni specifiche che permettano di raggiungere la necessaria massa critica di rappresentanti italofoni nei tre ambiti di competenza dell’esercito: la difesa, con il gruppo artiglieria 49, la sicurezza, con il battaglione fanteria montagna 30 e l’aiuto sussidiario in caso di catastrofe, con il battaglione salvataggio 3 (l’unico che al momento non fa parte dei corpi di truppa subordinati alla brigata 9).
La scelta di concentrarsi su pochi settori operativi significa poter fare affidamento su istruttori italofoni e creare così le giuste premesse per i nostri militi di poter ambire a una carriera di successo fino a raggiungere le massime cariche. A tale proposito, vorrei ringraziare i brigadieri Maurizio Dattrino, Silvano Barilli e Stefano Mossi e il colonnello di Stato maggiore generale Stefano Laffranchini, nominato dal Consiglio federale brigadiere a partire dal prossimo mese di gennaio.

Per me, e come per molti di voi, questo momento ha una forte connotazione emotiva.
La Brigata del Gottardo ha sempre riunito la maggior parte dei militi ticinesi ed è associata alle nostre montagne, ovvero a ciò che più si trova – in senso geografico e simbolico – nel cuore della Svizzera. È inoltre una grande unità trilingue che ingloba più culture e fa della brigata fanteria montagna 9 l’espressione per eccellenza del nostro Stato federale.

Oggi, in questa occasione, siete tutti quadri. Insieme avete contribuito a mantenere operativo il livello dei vostri militi. Dobbiamo ricordare che il passo che ci apprestiamo a intraprendere con l’Ulteriore Sviluppo dell’Esercito, rappresenta un’evoluzione necessaria che consentirà all’Esercito svizzero di rimanere al passo con i tempi in modo flessibile e moderno, far fronte alle minacce e confrontarsi con le nuove sfide.
Non dobbiamo quindi pensare che stiamo chiudendo il libro, bensì stiamo aprendo una nuova pagina orientati al futuro. Accantoniamo dunque il sentimento di nostalgia che coglie un po’ tutti noi. I tempi sono cambiati per tutti, e – a maggior ragione – il mondo grigioverde deve adeguarsi a nuove minacce e necessità.

La Brigata del Gottardo lascerà un ricordo indelebile in tutti coloro che hanno avuto l’onore di farne parte. Il servizio militare è una tappa fondamentale nella nostra vita; durante i giorni di servizio si creano solide amicizie che continuano a esistere anche al di fuori del contesto militare. Il servizio militare, comunque esso sia vissuto, è un’utile esperienza di vita. Voi quadri, meglio di tutti, conoscete il valore aggiunto impagabile dato dagli insegnamenti che avete ricevuto durante i corsi d’istruzione nell’ambito della condotta e utilizzabili pure nella società civile.

Ribadisco dunque quanto detto in precedenza: guardiamo avanti. Sono certo che come militari svizzeri, e come italofoni, continueremo a rappresentare al meglio la nostra Svizzera: democratica, indipendente, libera e sicura.

Viva la Svizzera
Viva il nostro Esercito di milizia
Viva la brigata fanteria montagna 9

Nel 1992 la storia fu scritta dal Popolo

Nel 1992 la storia fu scritta dal Popolo

Qualche tempo fa un conoscente mi ha domandato quando iniziò la mia avventura nel mondo della politica. Risposi senza esitazioni. Era il 1992, avevo quindici anni e il Popolo svizzero si apprestava a esprimersi in votazione sull’entrata del nostro Paese nello Spazio economico europeo. La Lega dei Ticinesi era scesa in campo battendosi per impedire la perdita della nostra sovranità. Grazie alla campagna condotta dai padri fondatori del movimento Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli, i cittadini ticinesi dissero a gran voce “no” all’adesione elvetica a quella che sarebbe poi stata l’anticamera dell’adesione all’Unione europea. In quel momento, non ancora maggiorenne, aderii al movimento e alle sue idee. Venticinque anni dopo quella data storica, è inevitabile rievocare quei momenti, per capire ma anche e soprattutto per poter continuare a lavorare sullo slancio di quell’epica impresa. Una delle peculiarità del nostro Paese che apprezzo maggiormente è il sistema della democrazia diretta, il quale permette al Popolo elvetico di esprimere la propria opinione e di scrivere in prima persona la storia del nostro Stato. Il 6 dicembre 1992 quasi l’80% dei cittadini e delle cittadine aventi diritto di voto si recarono alle urne per dire la loro. Fino ad allora fu una delle poche occasioni nelle quali il Popolo fu consultato su un dossier di portata internazionale. Non dobbiamo nemmeno dimenticare il contesto nel quale si muoveva l’Europa all’epoca. La caduta del muro di Berlino del 1989 segnò la fine dell’Unione sovietica ma non definì in modo categorico anche la fine del comunismo. Altre correnti politiche all’inizio degli anni Novanta raccolsero l’eredità dei comunisti sovietici e provarono a riproporre l’impostazione caratteristica dei movimenti della sinistra. Inutile negare che fu proprio con questo spirito che iniziò a delinearsi in maniera sempre più marcata l’idea e l’organizzazione di quella che è divenuta oggi l’Unione europea. Lo stesso scenario si manifestò anche in Svizzera. A favore dell’adesione si schierarono i partiti di centro e della sinistra, mentre a opporsi fermamente furono i movimenti di destra. La breve ma intensa campagna che precedette il voto popolare ha senza dubbio contribuito a ridurre la complessità della materia, rendendola – finalmente – comprensibile per tutti i cittadini. Per la prima volta gli oppositori furono in grado di interpretare fedelmente i sentimenti e i timori del Popolo svizzero sul futuro della propria politica estera, e non solo. Emerse senza dubbio la voglia di libertà e di autonomia che i ticinesi hanno manifestato ancora in tempi recenti in altre votazioni. Mi riferisco alla votazione del 9 febbraio 2014 sull’immigrazione di massa e a quella del 25 settembre 2016 quando il Ticino disse a gran voce “sì” all’introduzione del principio “Prima i nostri” per la salvaguardia del mercato del lavoro nostro Cantone. Già allora, nel 1992, il Ticino fu decisivo nel segnare le sorti della votazione a livello nazionale. Il nostro voto fu in controtendenza rispetto a quello degli altri cantoni latini. Una dinamica che oggi non sorprende più. Capitò nuovamente con la votazione per decidere la costruzione del secondo tunnel autostradale nel San Gottardo. Noi ticinesi siamo così: sappiamo essere lungimiranti. D’altra parte la nostra posizione geografica, racchiusa a nord dalle alpi svizzere e a sud dal confine con l’Italia, ci rende spesso e volentieri un laboratorio nel quale i fenomeni globali si manifestano prima che nel resto della Svizzera. Purtroppo con il voto del 1992 la politica svizzera cercò di ricucire lo strappo del “Röstigraben”, dimenticando il Ticino e i suoi problemi. Di lì a poco, infatti, iniziò la crisi industriale con la chiusura della storica ditta Monteforno e di molte altre realtà aziendali. Attualmente la medesima attenzione è presente sui temi rilevanti – politica migratoria e lavoro ai residenti – grazie in particolar modo ai voti dei ticinesi citati nelle righe precedenti e naturalmente all’operato del fronte Lega/UDC . Mi piace quindi ricordare così il 6 dicembre del 1992: il giorno in cui il coraggio e l’avvedutezza dei ticinesi decisero le sorti dell’intero Paese. Un Paese che conserva ancora oggi la sua indipendenza e la sua libertà, ignorando quelle previsioni apocalittiche tipiche degli ambienti progressisti, smentite regolarmente dalla Storia scritta dai cittadini.

Il federalismo svizzero: la ricetta per una democrazia sana, al servizio dei cittadini

Il federalismo svizzero: la ricetta per una democrazia sana, al servizio dei cittadini

Dal Mattino della domenica |

Qualche settimana fa ho preso parte alla conferenza nazionale di Montreux sul federalismo, portando la voce e la visione del Ticino in una Svizzera che ha sempre più bisogno di valorizzare i suoi Cantoni. Perché la centralizzazione delle competenze a Berna sta pericolosamente progredendo. Un orientamento che stride con la necessità di contare su un federalismo tonico nei suoi tre livelli istituzionali, che è da sempre la ricetta del nostro benessere. È possibile invertire questa tendenza solo se al livello più basso ci si trova confrontati con Istituzioni in grado di adempiere ai propri compiti. Proprio per questo motivo ritengo sia fondamentale non stancarsi di parlare di federalismo, perché ci porta a riflettere sulla sua natura, dove la vicinanza al cittadino è un criterio non solo fondamentale, ma fondante.

Come ho ricordato ai miei colleghi Consiglieri di Stato degli altri Cantoni presenti a Montreux, la vera forza del nostro Paese è sempre stata il suo sistema federalista che insieme al nostro sistema democratico riconosce la centralità del ruolo del nostro Popolo. I cittadini sono infatti al centro del nostro processo decisionale e questa è una peculiarità che ci rende uno Stato forte e coeso – nonostante le diversità tra le diversi regioni che lo compongono che molte altre Nazioni ci invidiano. La nostra forza è proprio la vicinanza tra lo Stato e i suoi cittadini e la capacità delle nostre Istituzioni di affidare i compiti necessari per la gestione della “cosa pubblica” al livello istituzionale più adeguato: sia esso federale, cantonale o comunale. E lasciatemelo dire: sono proprio i Comuni che rappresentano il tassello essenziale alla vita dei cittadini, per questo motivo la salute dei nostri enti locali è un ingrediente vitale per la ricetta di un federalismo solido e moderno, capace di garantire le sacrosante autonomie.

Partendo da questo presupposto è imprescindibile che in Ticino la politica di aggregazione non sia lo scopo, ma uno strumento. È importante che ogni livello istituzionale custodisca la propria autonomia, sinonimo di rispetto delle diversità e salvaguardia delle minoranze. Noi ticinesi ne conosciamo bene l’importanza! In quest’ottica, in questi anni, il Cantone e il mio Dipartimento in primis, hanno continuato convinti lungo la strada delle aggregazioni, così che i nuovi enti locali siano istituzionalmente e finanziariamente solidi. In grado di camminare ben saldi sulle proprie gambe per dirla in modo spiccio. Un esercizio a favore dei cittadini che possono conseguentemente contare su uno standard migliore di servizi e vedersi concretizzare opere importanti. Senza attendere anni, forse invano.

Su questi capisaldi il Governo crede e promuove il Piano cantonale delle aggregazioni. Ho avuto modo di leggere alcune prese di posizione di recente su alcuni dei nostri media. Il tema del PCA – così viene abbreviato il progetto che vuole disegnare il Ticino del futuro – è tornato infatti d’attualità perché è scaduto a fine ottobre il termine dato a Municipi, Associazioni dei Comuni e partiti rappresentati in Parlamento per inoltrare le loro osservazioni alla seconda fase del progetto. Sono quindi in fase di raccolta e analisi i pregi e i difetti emersi in merito alla visione cantonale, e c’è chi ovviamente ha voluto renderli polemicamente pubblici. Fa parte della politica e caratterizza la nostra democrazia, e come Direttore del Dipartimento delle istituzioni mi metto volentieri in gioco, come sempre.

Tengo a ricordare – ancora una volta – che il PCA è una visione e non un’imposizione, come in tanti vorrebbero far credere. Proprio per questo motivo abbiamo promosso una seconda consultazione, per dare voce e permettere a tutti gli attori coinvolti, enti locali in primis, di dire la loro. Il PCA non è una riforma vincolante e non costituisce il destino obbligato degli enti locali ticinesi. E proprio nel rispetto del nostro federalismo, saranno gli abitanti di ciascun Comune a esprimersi sulle aggregazioni che li concerneranno. Ed è giusto che sia così.

Ma prima di strada da percorrere ne abbiamo ancora. Una volta che avremo raccolto tutte le opinioni sulla proposta del Governo – qualcuno ha chiesto una proroga – elaboreremo i risultati e all’inizio del prossimo anno potremo presentare i risultati di questa seconda opportunità che abbiamo convintamente dato a tutti gli attori per esprimersi sulle proprie realtà locali e regionali.

Coinvolgere, ascoltare e riformare: tre principi per la valorizzazione e l’ammodernamento del federalismo elvetico attraverso il motore della riforma aggregativa in atto nel nostro Cantone. Questo ci permetterà di ottenere un Ticino al passo con i tempi, ma soprattutto istituzioni più vicine alle esigenze dei nostri cittadini.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Bell’esempio di federalismo

Bell’esempio di federalismo

Da RSI.ch | Premiata, alla Conferenza apertasi a Montreux, l’Assemblea intergiurassiana

Il servizio al Telegiornale: https://www.rsi.ch/news/svizzera/Bellesempio-di-federalismo-9712753.html

Il premio per il federalismo, edizione 2017, è stato conferito all’Assemblea intergiurassiana in occasione della quinta Conferenza nazionale sul federalismo aperta giovedì a Montreux.

Stando alla motivazione della Fondazione ch, che l’ha attribuito, il riconoscimento ricompensa l’impegno dell’organismo, nato nel 1994 sotto l’egida del Governo, in favore della pacificazione, attraverso la promozione del dialogo tra le parti, opposte da un pluridecennale conflitto.

E’ quindi un esempio lampante della capacità del sistema istituzionale elvetico di risolvere i problemi tramite la ricerca del consenso e l’esaltazione degli interessi comuni.

Federalismo: la sfida della centralizzazione

Federalismo: la sfida della centralizzazione

Da Cooperazione | Intervista con il consigliere di stato Norman Gobbi, relatore alla quinta conferenza nazionale sul federalismo a Montreux del 26-27 ottobre.

In queste conferenze nazionali sul federalismo non c’è il rischio dell’autocelebrazione, della “Svizzera Sonderfall”?

A dire il vero sono convinto del contrario, proprio perché negli ultimi anni viviamo una centralizzazione delle competenze, sia a livello cantonale sia federale. Un trend che stride con la necessità di un federalismo tonico nei suoi tre livelli istituzionali, da sempre ricetta del nostro benessere. È perciò bene parlarne di frequente per garantirne l’autenticità dei principi su cui si fonda.

Hanno suscitato un certo allarme i risultati di un recente sondaggio sul federalismo: il 25% degli interpellati non è stato in grado di spiegare cosa sia concretamente o ha dato risposte sbagliate, mentre per il 35% è un concetto “troppo vago”. Qual è la sua opinione?

Sì, questi dati non fanno piacere, ma ottimisticamente possono essere interpretati anche come un segno di fiducia verso il federalismo e la democrazia semidiretta, due capisaldi del nostro Paese. Essi si fondano su principi relativamente semplici, anche se, è vero, sono resi più complessi nella loro applicazione pratica. Ecco perché è importante che tutti si sentano partecipi e conoscitori delle istituzioni, iniziando già dalle scuole. Tanto più che viviamo una forte immigrazione da Paesi con sistemi politici diversi dal nostro.

Studiosi e politici parlano di “federalismo esecutivo” per definire l’attuale sistema politico, con la Confederazione che decide e stabilisce le regole e i Cantoni che devono applicarle, accollandosi sempre più oneri. Un’evoluzione o un’involuzione?

Un’involuzione e, come tale, richiede un’inversione di tendenza. È importante che i Comuni e i Cantoni custodiscano
la loro autonomia, sinonimo di rispetto delle diversità e salvaguardia delle minoranze. Noi ticinesi ne conosciamo bene l’importanza.

Da anni si discute sull’inefficienza di avere 26 Cantoni e c’è chi propone una nuova mappa con 12 Cantoni. Fantapolitica, missione impossibile?

Possibile o impossibile, la ritengo una soluzione semplicemente sbagliata: dilata la distanza fra cittadini e istituzioni. Se a livello comunale le aggregazioni servono a risolvere problemi oggettivi, a livello federale l’optimum si raggiunge grazie a Cantoni capaci di riformarsi al proprio interno e in sintonia con la propria popolazione.

Il federalismo è storicamente quello “verticale”, tra Berna e i Cantoni. Quello “orizzontale”, intercantonale, è un po’ negletto. Quali sono i settori in cui i Cantoni collaborano in modo fruttuoso?

La collaborazione intercantonale varia da regione a regione. Chiaramente come Ticino
siamo meno integrati – anche geograficamente – al resto della Svizzera rispetto a una realtà come Lucerna. Tuttavia non restiamo passivi. Con il mio dipartimento ho l’occasione di lavorare in maniera intelligente ed efficiente con i colleghi degli altri Cantoni, soprattutto a livello di gestione dei flussi migratori, delle situazioni di crisi e delle sicurezza al confine. Anche con le autorità italiane stiamo collaborando, e gli sforzi danno i loro frutti.

Oggi, oltre l’80% della popolazione svizzera vive nelle città/agglomerazioni, da Zurigo a Lugano. Tra le nuove sfide del federalismo c’è proprio la rivendicazione dei centri urbani ad avere un ruolo di primo piano a livello di politica federale, che sembra proteggere di più i Cantoni piccoli e le periferie rurali. Qual è la sua opinione?

Le zone urbane sono indubbiamente il motore socioeconomico del Paese. Non dobbiamo però dimenticare che la forza della Svizzera è anche la propria coesione, non solo fra lingue e religioni diverse, ma pure fra regioni diverse. Tutti reclamano maggiore potere, ma il federalismo è equilibrio. Come uomo di valle ne sono convinto.

Il cuore del federalismo è l’autonomia-concorrenza fiscale dei Cantoni, che però spesso non è virtuosa. Un esempio: Zugo attira fiscalmente imprese e possidenti, ma la vicina Zurigo si lamenta per essere non solo il bacino occupazionale per pendolari dei Cantoni limitrofi, ma anche per accollarsi oneri elevati per la cultura (musei, teatri), trasporti, sicurezza…

Se a livello locale la dinamica fra Comuni-polo e corona si può migliorare con le aggregazioni, a livello cantonale la soluzione è sfruttare la competitività del proprio Cantone: chi paradiso fiscale, chi mecca delle industrie e dei servizi, chi oasi del turismo. Non dimentichiamo inoltre la perequazione finanziaria nazionale, anche se è uno strumento controverso.

Infatti, la perequazione finanziaria nazionale (PFN) è il sistema con cui Confederazione e Cantoni “ricchi” aiutano i Cantoni “poveri”. Il Ticino, da sempre tra i beneficiari, riceverà il prossimo anno ben 41,5 milioni. La PFN è però contestata da più parti (Cantoni paganti e studiosi) perché non riduce le disparità economiche tra i Cantoni e nei fatti si rivela una forma di assistenzialismo. Qual è il suo giudizio?

È assistenzialismo ma senza sperperi. E il Ticino, che non può fare “rete” con altri Cantoni, ha bisogno del sostegno finanziario della Confederaizone e dei Cantoni “ricchi”. È vero, la PFN è annualmente terreno di scontro, anche perché sono in gioco oltre 4 miliardi di franchi. Di fatto, i parametri di calcolo premiano alcuni Cantoni, svantaggiando altri, Ticino incluso, poiché, ad esempio, nel potenziale delle risorse si includono anche gli stipendi dei frontalieri, che notoriamente spendono il loro salario in Italia.

Il rapporto Cantone-Comuni è un anello importante del federalismo. In questi anni le varie aggregazioni hanno mostrato la debolezza istituzionale e finanziaria di tanti Comuni…

… e, infatti, abbiamo continuato convintamente proprio lungo la strada delle aggregazioni, così che i nuovi Comuni siano istituzionalmente e finanziariamente solidi. Un esercizio a favore dei cittadini che possono contare su uno
standard migliore di servizi e vedersi concretizzate opere importanti.

Il Consiglio di stato, e il suo dipartimento in particolare, ha varato nel 2015 il progetto Ticino 2020, un cantiere istituzionale per “ottimizzare” i rapporti tra il Cantone e i Comuni. Quali sono i capisaldi della riforma?

Ticino 2020 si muove su cinque assi fondamentali. Sulla base della riforma dei Comuni, grazie al Piano cantonale
delle aggregazioni, si vogliono riorganizzare i compiti e i flussi fra i due livelli istituzionali, migliorandone efficacia ed efficienza. È quindi l’occasione di procedere con la revisione della perequazione intercomunale e riformare, infine, l’amministrazione cantonale e quelle comunali. Insomma, è un progetto tanto ambizioso quanto necessario.

A che punto è oggi?

Rappresentanti dei Comuni e del Cantone hanno già analizzato a fondo i temi prioritari, giungendo a proposte concrete di riforma per quanto concerne la suddivisione dei compiti e dei flussi finanziari. Ora ha preso avvio la
procedura di consultazione su alcuni di questi temi prioritari, affinché si possa al più presto giungere in Parlamento con soluzioni solide e condivise.

(Articolo di Rocco Notarangelo)

Un aiuto sul territorio

Un aiuto sul territorio

Da rsi.ch | I 30 agenti in arrivo in Ticino in caso di aumento delle entrate illegali non sarebbero impiegati sul confine

Il servizio al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Un-aiuto-sul-territorio-9288409.html

Sono 30 gli agenti provenienti dal resto della Svizzera su cui potrà contare la polizia ticinese tra metà luglio e metà settembre in caso di forte aumento delle entrate illegali. Il loro impiego non dipenderà da un superamento di soglie di allarme ma scatterà su richiesta delle autorità.Le misure presentate a Berna sono adeguate alle necessità dei cantoni, secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, mentre il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, sottolinea che le eventuali forze di supporto non sarebbero impiegate lungo la frontiera, di competenza delle guardie di confine.
Gli agenti andrebbero infatti a sostenere gli sforzi di controllo lungo gli assi di penetrazione, come strade, treni e stazioni, così come altre missioni già attive sul territorio cantonale.

Aggregazione Valle della Tresa: istituita la Commissione di studio

Aggregazione Valle della Tresa: istituita la Commissione di studio

Nella seduta odierna il Consiglio di Stato ha approvato l’istanza di aggregazione inoltrata dai Municipi di Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa e ha istituito la Commissione di studio incaricata di elaborare il progetto aggregativo.

Dando seguito all’istanza di aggregazione sottoscritta il 15 maggio 2017 dai quattro Municipi dei Comuni di Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa, il Consiglio di Stato ha nominato l’apposita Commissione di studio che allestirà lo studio di aggregazione del comprensorio ai sensi della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni.

Il Governo valuta positivamente l’iniziativa promossa dai quattro Comuni in vista di un consolidamento istituzionale, ritenuta la vocazione territoriale del comparto della Valle della Tresa e le numerose interrelazioni già oggi esistenti al suo interno. La proposta si inserisce peraltro in modo coerente nel comprensorio Malcantone Ovest definito nel progetto di Piano cantonale delle aggregazioni.

La Commissione di studio, i cui rappresentanti sono stati designati dai rispettivi Municipi, è composta da:

  • per il Comune di Croglio membro Margherita Manzini, Sindaca  (supplente Roberto Ghiazza, Vice Sindaco)
  • per il Comune di Monteggio membro Piero Marchesi, Sindaco (supplente Mauro Zoccatelli, Municipale)
  • per il Comune di Ponte Tresa membro Daniel Buser, Sindaco (supplente Rinaldo Marchesi, Vice Sindaco)
  • per il Comune di Sessa membro Sergio Antonietti, Sindaco (supplente Giuliano Zanetti, Vice Sindaco)

I Comuni hanno concordato tra loro che il coordinamento dei lavori venga assunto dal Comune di Monteggio. La Commissione potrà avvalersi del supporto di consulenti esterni e costituire gruppi di lavoro su temi specifici. Il contatto con il Dipartimento delle istituzioni verrà assicurato dalla Sezione degli enti locali.

La Commissione è stata invitata a presentare il proprio rapporto al Consiglio di Stato entro il 31 dicembre 2017.

Comuni «Ci troviamo a metà strada»

Comuni «Ci troviamo a metà strada»

Dal Corriere del Ticino del 6 aprile 2016

Ecco come sarà il Cantone del futuro – Illustrati gli scenari della riforma Ticino 2020 Gobbi: «Va ottimizzata l’attività dello Stato» – Genazzi: «Si parte con i gruppi di lavoro»

Finanziariamente forte, progettuale, responsabilizzato e in grado di rispondere alle sfide che si profilano all’orizzonte: questo è il Comune del futuro tracciato dal Dipartimento delle istituzioni, che ieri a Palazzo delle Orsoline ha fornito un quadro generale sui progetti promossi dal Cantone a pochi giorni dalle elezioni comunali del 10 aprile. Misure che intendono «rafforzare i Comuni e farli uscire da quell’aura ottocentesca per farli entrare nel XXI secolo», ha detto il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. Il Ticino, aggiornando i dati con le ultime aggregazioni di Bellinzona e della Riviera, attualmente conta 115 Comuni ma secondo il Piano cantonale di aggregazione questi potrebbero arrivare a 23. Diventa quindi evidente come gli enti locali «acquisteranno sempre più peso e importanza », ha proseguito Gobbi, «è l’autorità pubblica più prossima al cittadino e l’elemento base del federalismo e va quindi rafforzata». Gli Enti locali dovranno quindi assumersi maggiori responsabilità, erogare più servizi mantenendone la qualità, far fronte al cambiamento della società ed essere quindi al passo con i tempi, in particolare con la digitalizzazione. Il sindaco di Bellinzona Mario Branda ha proprio posto l’accento sul cambiamento di funzione del comune, che da agricolo è passato a comune dei servizi nel Novecento per passare a quello contemporaneo che ha il compito di sostenere lo sviluppo economico e la qualità di vita del proprio territorio. Per potersi assumere queste sfide necessita di spazi e risorse, di qui la decisione dell’aggregazione, che Gobbi sottolinea essere nata dal basso: «È importante essere al timone del proprio destino, piuttosto che subirlo».

le strategie
Per realizzare tutto questo il Cantone ha elaborato due strategie: il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) e la riforma Ticino 2020, che riorganizzerà gli enti locali ridefinendone anche i compiti. In settembre 2015 il Parlamento aveva approvato il credito quadro di 3,2 milioni di franchi, ora «verranno costituiti i primi Gruppi di lavoro misti, composti da rappresentanti del Cantone e dei Comuni, che consegneranno le loro prime conclusioni entro fine 2016», rivela il capo della Sezione degli enti locali Elio Genazzi, che aggiunge: «Siamo a metà strada ». Dal 2017 verranno presentati «una serie di messaggi che si prevede di presentare al Gran Consiglio entro la fine del 2017, in modo che entro l’anno seguente sia possibile giungere all’approvazione di un primo pacchetto di misure, e avviare così entro il 2020 la revisione di compiti, flussi finanziari e sistema di perequazione », precisa ancora Genazzi. Per ora il sistema di solidarietà tra Comuni rimane, ha aggiunto Gobbi, che ha preso atto della lettera inviata dai 23 Comuni per chiedere una revisione urgente del sistema: «Questi enti vorrebbero accelerare il processo che è stato avviato. L’obiettivo è risolvere la situazione senza mettere un cerotto, ma risanando il sistema». Per quanto riguarda il Piano cantonale delle aggregazioni, a base sulla quale viene poi costruita la riforma, è stato terminato il primo giro di consultazioni ma per poter proseguire ed entrare nella seconda fase il Dipartimento attende la sentenza del Tribunale federale, che si pronuncerà sulla costituzionalità dell’iniziativa «Avanti con le città di Locarno e Bellinzona » di Giorgio Ghiringhelli. «Nel caso l’iniziativa fosse ritenuta costituzionale, il PCA potrebbe essere proposto dal Consiglio di Stato quale controprogetto all’iniziativa», ha dichiarato Gobbi.

Finanze più sane
Tema centrale, sia che si tratti dei Comuni o del Cantone che si appresta entro fine mese a presentare la manovra di rientro delle finanze da 180 milioni di franchi, la gestione delle risorse finanziarie. In questo senso Gobbi ha precisato che «occorre ottimizzare l’attività dello Stato », ponendo l’accento sui risultati raggiunti anche grazie a quanto fatto sul lato giuridico: «Circa un ottavo degli enti locali disattendeva i termini per la presentazione dei preventivi, mentre oggi sono praticamente tutti rientrati nei ranghi (130 su 133)». A seguito delle aggregazioni il moltiplicatore d’imposta medio è passato dall’86% del 1997-1998 al 76% del 2013, un fatto che per Gobbi dimostra che gli Enti locali stanno meglio finanziariamente: «Le prospettive per il futuro non sono delle migliori. L’auspicio è che le nuove città sappiano mantenere il proprio ruolo motore per i rispettivi agglomerati e che i Comuni sappiano calibrare bene le loro forze investendo per i loro cittadini, ma con un occhio attento a garantire finanze sane».

in pillole
GlI obIettIvI gli obiettivi della riforma ticino 2020 sono la ridefinizione dei rapporti tra cantone e cittadini, riavvicinando questi ultimi alla politica, dei rapporti tra cantone e comuni e migliorare la funzionalità amministrativa degli enti locali.

I temi prioritari
dopo la presentazione della manovra di rientro delle finanze cantonali a fine aprile, riprenderanno i lavori sulla riforma. entro l’estate 2016 sarà raggiunto l’accordo definitivo alla piattaforma di dialogo cantonecomuni e verranno costituiti i primi gruppi di lavoro sui temi prioritari, che consegneranno i loro rapporti entro la fine dell’anno.

I tempi
l’approvazione del primo pacchetto di misure (ridefinizione dei compiti, flussi e perequazione) è previsto per il 2018. l’attuazione è prevista entro 2020 e seguirà un monitoraggio.

Berna è lontana. Per lavorarci

Berna è lontana. Per lavorarci

Da la Regione del 16 marzo 2016
La Svizzera romanda fa lobbying per il futuro direttore federale dell’Ufcl, e il Ticino?

Non è cosa per ticinesi, magari accasati con figli. C’è Mauro Dell’Ambrogio, segretario di Stato per la formazione, ricerca e innovazione del Dipartimento federale dell’economia, rappresentante più significativo a Berna di un Ticino poco avvezzo ai traslochi professionali. E c’è anche Nicoletta Mariolini, delegata federale al plurilinguismo. Poi poc’altro. Lavorare a Berna, per chi abita nella Svizzera italiana, non è scontato. Vuoi perché c’è poco spazio e vuoi perché già quel poco fatica ad essere occupato (per mancanza di profili professionali disponibili). «La questione si poneva già ai tempi in cui ero consigliere nazionale [nel 2010, ndr]» ci dice Norman Gobbi , presidente del Consiglio di Stato, da noi contattato per commentare la discesa in campo della ‘Conferenza dei governi della Svizzera occidentale’ che rivendica la poltrona della direzione dell’Ufficio federale delle costruzioni e della logistica (Ufcl). Un settore, quest’ultimo, che gestisce gli appalti pubblici federali e non sono proprio noccioline. Di più. In passato il Ticino aveva rivendicato l’uso della lingua italiana nella pubblicazione, appunto, dei mandati pubblici. Cosa che si è poi risolta. Resta il fatto che l’Ufficio federale in questione – oggi diretto da Gustave Marchand, d’origine tedesca contrariamente a quanto potrebbe indurre a credere il nome (osserva ‘Le Temps’, ieri in edicola) – nel solo 2014 ha distribuito qualcosa come 5,5 miliardi di franchi nel settore delle costruzioni e materiale militare. Marchand andrà in pensione a fine novembre, come scrive il quotidiano romando, e dunque l’occasione è ghiotta per le rivendicazioni dei Cantoni latini. Meglio, romandi.

«In queste circostanze noi ci muoviamo per conto nostro, anche perché la solidarietà latina spesso si ferma al francese…» commenta Gobbi a proposito di alleanze trasversali per occupare un posto là dove l’Amministrazione federale pesa. «In passato, come deputazione ticinese alle Camere, ci capitava d’incontrare sovente l’allora capa del personale federale e la presenza ticinese era un tema ricorrente. Poi va detto – aggiunge il presidente del governo – che in alcuni settori, vedi la cancelleria, siamo ben rappresentati, mentre in altri, come l’esercito, siamo sotto la media». Ai romandi resta il vantaggio della vicinanza geografica con Berna. Per chi abita a Friborgo o Neuchâtel, recarsi a lavorare nella capitale è cosa facile; tre quarti d’ora in treno. Non è complicato nemmeno da Zurigo o San Gallo. I mezzi pubblici sono veloci e puntuali. Altra cosa per i ticinesi, ostacoli linguistici a parte. Per quanto non si demorde, là dove è fattibile. Tornando alla questione degli appalti federali, un passo avanti è stato fatto con l’introduzione dell’italiano nei capitolati. Poi, è risaputo, coltivare le giuste ‘sensibilità’ per le minoranze linguistiche è un lavoro lungo e paziente. Una lobbying perpetua.