«Rafforzato il legame con la Svizzera»

«Rafforzato il legame con la Svizzera»

Dal Corriere del Ticino del 29 febbraio 2016

Il sì al risanamento con raddoppio della galleria autostradale del San Gottardo, sostenuto dal Consiglio di Stato, ha vinto in modo piuttosto netto: vi aspettavate questo risultato? Quali gli argomenti che hanno fatto pendere l’ago della bilancia?
«Auspicavo un 55% di sì, pur consapevole che il tema è sensibile: i ticinesi hanno a cuore il proprio territorio e la sua vivibilità. Sono convinto che le rassicurazioni messe in campo unitamente al testo di legge che esplicitamente non ammette un aumento di capacità di transito attraverso il San Gottardo siano state una garanzia sufficiente. E il Governo ha preso posizione a sostegno del risanamento proprio per le garanzie che venivano offerte».
Nel Mendrisiotto però queste rassicurazioni non sono bastate…
«In Ticino il Mendrisiotto è il territorio più toccato da problemi di mobilità e vivibilità, non tanto per il traffico Nord-Sud legato al San Gottardo ma quanto piuttosto per il traffico transfrontaliero. Occorre però notare che si attendevano risultati più schiaccianti per il no, così come mi attendevo risultati più tiepidi in Leventina, mentre invece i sì di Airolo, Quinto e Faido sono stati netti. È stata una sorpresa positiva e sicuramente il messaggio del Mendrisiotto è un monito al Governo cantonale perché continui a impegnarsi sui progetti che sta portando avanti con i comuni nel migliorare la mobilità transfrontaliera».
I sostenitori del no promettono ancora battaglia. Da una parte attribuiscono la vittoria del sì ai mezzi finanziari messi in campo, dall’altra ricordano il ricorso inoltrato al Tribunale federale dal WWF del Canton Uri sulla formulazione della scheda di voto. Lei cosa risponde?
«Il Governo cantonale ha messo in campo ben 180 salametti (ride, ndr.). Scherzi a parte, i contrari nei manifesti e nella campagna hanno puntato sull’invasione dei camion, mentre il sì ha portato altri temi come la sicurezza, non solo legata agli incidenti ma anche al collegamento tra Nord e Sud, e la coesione nazionale. Quello che è importante sottolineare è che il sì dei ticinesi è stato un sì alla Svizzera e viceversa. Questo legame confederale è stato rafforzato».

Consegna del marchio «Città dell’energia» al Comune di Gordola

Consegna del marchio «Città dell’energia» al Comune di Gordola

In occasione della consegna del marchio “Città dell’energia” ho saluto i presenti. Ecco il discorso che ho pronunciato:

Signor Sindaco,
Signor vice Sindaco,
Egregi signori Municipali,
Egregio signor König,
Care Cittadine e cari Cittadini,

È con grande piacere che vi porgo il mio saluto, a nome del Consiglio di Stato del Cantone Ticino, in questa giornata di festa all’insegna dell’energia.
Per il sottoscritto, è sempre un privilegio poter visitare le diverse regioni e i differenti Comuni del nostro splendido Ticino, incontrando di persona le Autorità locali così come tutte le Cittadine e tutti i Cittadini. E questo in particolare in giornate speciali come quella di oggi qui a Gordola.
Sì, perché oggi il Municipio afferma con forza uno dei valori fondamentali della nostra – tanto invidiata – democrazia diretta: la volontà delle Istituzioni di servire la comunità. Una volontà senza la quale il nostro Paese, fondato sul principio del federalismo, non potrebbe continuare a esistere.
D’altra parte, è la stessa Costituzione svizzera, con il suo principio di sussidiarietà, che afferma che il lavoro dello Stato deve partire dalla dimensione più vicina al cittadino, quella del Comune, e che solo in seguito può svilupparsi ai livelli superiori.
Ed è proprio grazie a questo meccanismo dal basso, che è possibile dare senso e vigore alle nostre Istituzioni, proteggendo e valorizzando il margine di manovra degli enti locali, ovvero lo spazio che serve per promuovere idee innovative e soprattutto adatte alle differenti realtà locali.
In questo senso, il vostro Comune sta dando oggi una chiara dimostrazione pratica di queste mie parole e di come questi principi fondanti del nostro Paese possono essere concretizzati a favore della cittadinanza.
Presentandovi il marchio «Città dell’energia», il Municipio dimostra, infatti, di essersi impegnato, in piena autonomia e con spirito federalista, in un’iniziativa nella quale ha creduto fortemente, e con la quale punta ad aumentare la qualità di vita della propria popolazione.
Non posso dunque che esprimere i miei più sinceri complimenti alle Autorità comunali, che ho potuto conoscere e apprezzare anche in altri ambiti legati alle attività del mio Dipartimento, per questo progetto che oggi presentano con orgoglio alla cittadinanza.
Vi auguro di cuore di vivere molte altre giornate come questa e di mantenere il vostro Comune dinamico e capace di affrontare le numerose sfide con le quali esso – ma penso anche al Locarnese tutto e all’intero Ticino – sarà confrontato nell’avvenire.
Infine, care Cittadine e cari Cittadini, vi invito a continuare a tenere acceso il “fuoco” federalista; questa energia, restando nel tema della giornata, che dal basso anima le differenti realtà locali, portandole a costruire insieme la società in cui viviamo.
Un fuoco e un’energia che devono essere alimentati in maniera costante, affinché venga sempre messo al centro di ogni iniziativa e di ogni progetto il benessere della comunità e di tutti i cittadini.
Vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro una buona giornata all’insegna dell’energia e dell’amore per la nostra comunità.

Schweizer Tunnelblicke

Schweizer Tunnelblicke

L’Handelsblatt mi ha intervistato nelle scorse settimane sul tema del risanamento autostradale del San Gottardo. Ecco l’articolo, integrale dove si possono leggere anche le mie risposte.

Der Streit um eine zweite Autoröhre durch den Gotthard entzweit die Schweizer. Es geht um die Unversehrtheit ihres Berges – und um ihre Souveränität. Eine Annäherung an den Mythos Gotthard von Holger Alich.

Es ist ein unwirtlicher Ort, tief unten im Berg. Schmutz klebt auf den einstmals weißen Kacheln.Fahles Neonlicht fällt von
der an ungezählten Stellen ausgebesserten Decke. Unablässig rollen Autos und Laster vorbei, die Wände lassen den Lärm iderhallen.
Der Tunnel rauscht wie ein wütendes Meer. Jürg Röthlisberger machen Lärm und Staub nichts aus. Im dunklen Anzug wirft er sich in Pose, blickt Richtung Italien, dreht sich um die eigene Achse. Der 51-Jährige leitet das Schweizer Bundesamt
für Straßen (Astra), er hat zum Fotoshooting geladen. Denn Röthlisberger ist im Wahlkampf. Für seinen Tunnel. Durch den Gotthard. Es ist eine historische Wahl, die die Schweizer am 28. Februar fällen. Oberflächlich geht es um Baupläne, Teer und Schutt. Man muss aber nicht tief bohren, um zu erkennen: Unterschwellig geht es um innerste Schweizer Befindlichkeiten.
Um die Unversehrtheit ihres Berges. Um ihre Souveränität. Was also, bitte, steht zur Wahl? Der Straßentunnel durch den Gotthard aus dem Jahr 1980, der Göschenen im Kanton Uri mit Airolo im Tessin verbindet, muss saniert werden. Die Regierung will den Tunnel in dieser Zeit sperren – und vorher eine zweite Röhre in das Felsmassiv bohren, um das Tessin während der Bauarbeiten nicht abzuschneiden.
Der Plan stößt auf eine bunt gemischte Gegnerschaft. Ex-Minister, Bau-Ingenieure und Umweltschützer, sogar die „Neue Zürcher Zeitung“, die sich sonst eher staatstragend gibt, protestieren: Das Vorhaben sei zu teuer, obendrein letztlich überflüssig. Tatsächlich sollen Tunnel und Sanierung 2,8 Milliarden Franken kosten. Aber vor allem glauben die Gegner der Regierung nicht, dass sie später beide Röhren mit nur je einer Spur betreiben wird. Sie fürchten Verkehr auf vier Spuren. Und mehr Spuren im Berg heißen mehr Laster im Berg.
Röthlisberger versichert zwar, man könne das durch Verfassung und Gesetz verhindern. Aber: „Was einmal gebaut wird, das wird eines Tages auch genutzt“, warnt Manuel Herrmann. Er trägt Bartstoppel im Gesicht und rote Turnschuhe. Herrmann spricht für die Alpenschutz-Initiative, einen der lautesten Gegner der zweiten Röhre. Ein vierspuriger Straßentunnel wäre ein gewichtiger
Konkurrent für den neuen Gotthard-Basistunnel der Bahn, der im Juni eröffnet (siehe Kasten).
Doch Herrmann hat noch mehr zu sagen: „Warum sollten wir der Europäischen Union gratis eine neue Transitstrecke für ihre Lkws bauen?“
Das ist der kritische Punkt, um den es in den Augen vieler Schweizer letztendlich geht: um ihr Verhältnis zur EU. Dass
sich dieser Punkt nun am Gotthard manifestiert, macht die Sache nicht einfacher, im Gegenteil. Die Zeitungen sind
voll mit Kommentaren, kaum ein Schweizer, der sich noch nicht zum Bauexperten erklärt hat.
Der Gotthard ist eben ein Mythos. Das Massiv zählt zu den Gründungslegenden des Landes, die Region gilt als Wiege der Schweiz. Als die Armee im Zweiten Weltkrieg eine Alpenfestung in das Massiv sprengte, wurde dieses sogenannte Reduit zum Symbol der Eidgenossen zur Verteidigung ihrer Unabhängigkeit.
In gewisser Weise haben es die Schweizer dem Gotthard sogar zu verdanken, dass ihr Land die Wirren der Geschichte berdauerte, wie André Holenstein, Professor für Schweizer Geschichte an der Universität Bern, erklärt:
Der Historiker verweist auf den Wiener Kongress von 1815, als Europa neu geordnet wurde. Die Schweiz bekam die Rolle des neutralen Pufferstaates zugewiesen. Sie sollte kritische Verkehrswege über die Alpen wie den Gotthard kontrollieren.
Zwei Tage dauerte es damals mit der Kutsche von Basel nach Mailand. Schon seit dem 13. Jahrhundert ist das Gotthard-
Massiv passierbar, aber bis ins 19. Jahrhundert ging es nur über den Pass nach Italien. 1882 eröffnete dann der erste Eisenbahntunnel – 15 Kilometer lang und seinerzeit der längste Tunnel der Welt. Es sollte noch mal fast 100 Jahre dauern, bis erstmals Autos durch den Berg rollten. Durch jenen StraßenStraßentunnel, der heute erneut die Gemüter der Eidgenossen erhitzt.
In einem schlichten Besprechungsraum im Betriebszentrum neben dem Tunneleingang in Göschenen ergreift nun Röthlisberger das Wort und eine Fernbedienung. „Fangen wir mit dem Fakt an, den niemand bestreitet“, sagt er und lässt per Knopfdruck die erste
Seite seiner Präsentation zur Tunnelsanierung an die Wand werfen. Eine Million Laster und fünf Millionen Autos im Jahr haben dem Tunnel arg zugesetzt:
Die Zwischendecke muss erneuert werden, ebenso der Fahrbahnbelag, ganz zu schweigen von Lüftung, Rettungstunnel, Stromanlage und, und, und.
Die Arbeiten an sich seien nicht kompliziert, sagt Röthlisberger. „Was die Dinge schwierig macht, ist die Tatsache, dass der Tunnel 17 000 Meter lang ist.“Über 200 Varianten haben seine Leute untersucht, „der zweite Tunnel ist die beste Variante“. Dann seien auch spätere Sanierungen einfacher und billiger.
Vor allem aber gehe es um Sicherheit: Ohne Gegenverkehrt sinke die Unfallgefahr gewaltig. Wer erinnert sich nicht an
die schrecklichen Bilder jener Katastrophe von 2001, als zwei Laster frontal ineinanderrasten und ausbrannten. Innerhalb
von Minuten stiegen die Temperaturen im Tunnel auf 1000 Grad Celsius, elf Menschen starben.
Röthlisberger referiert besonnen, man merkt ihm an, dass er den Vortrag schon oft gehalten hat. Und doch lässt auch den Spitzenbeamten das Thema Gotthard nicht kalt.
Bei Fragen zu der Kritik seiner Gegner wird er schnell emotional. Was ist zum Beispiel mit dem Argument, die Sanierung werde teurer als nötig, weil ja der Tunnel an neue technische Normen angepasst werden müsse? „Unfug.“ Wäre mehr Autoverkehr auf der Schiene keine Alternative zum Bau einer zweiten Röhre? Nein, niemand wolle die Grundstücke für die notwendigen Verladeterminals verkaufen. „Das haben wir alles geprüft.“ Seine Überzeugung, dass der Gotthard eine zweite Röhre braucht, ist so unverrückbar wie das Massiv.
Felsenfest ist auch die Überzeugung von Manuel Herrmann. Zum Gespräch in einem Café in Altdorf, wenige Kilometer vom Eingang zum Straßentunnel entfernt, ist er mit einer dicken Aktenmappe angerückt, gefüllt mit Daten und Zahlen.
Unweit von hier hat man auf einer Brücke eine gute Aussicht auf das Gotthard-Massiv – und die Straße, die sich in das Alpenpanorama frisst.
Herrmann blickt auf die Laster hinab, die unter ihm hindurchrollen. Sie machten aus der Schweiz eine „Transit-Hölle“, warnt seine Initiative. Die Alpenschützer hatten schon 1994 durchgesetzt, Lkw-Verkehr auf die Schiene zu verlagern. Per Gesetz ist die Zahl der Transit-Laster auf 650 000 begrenzt, aber die Zahl wird längst überschritten.
Wenn Herrmann von der Hölle spricht, hat er allerdings mehr im Sinn als den Dreck und Lärm der Laster.
Herrmann verdächtigt die Regierung, eine versteckte Agenda zu haben. „Die Tunnelnutzung mit vier Spuren kann als Faustpfand in den Verhandlungen mit der EU eingesetzt werden“, vermutet er.
Es gibt ja nicht gerade wenige Streitfragen mit der EU zu klären – man denke nur an jenen Beschluss der Schweizer, die Zuwanderung auch aus der EU wieder zu begrenzen. Die Frage der Tunnelnutzung könnte im politischen Gemenge quasi zum Tausch angeboten werden, fürchtet Herrmann.
Ganz klar: Die Europäer haben ein Interesse an einer problemlosen Passage durch die Schweiz, und ein bilaterales Abkommen verbietet es der Schweiz, die Straßenkapazitäten durch die Alpen künstlich zu beschränken. Allerdings hat die EU-Verkehrskommissarin Violeta Bulc der Schweiz in einem Brief versichert, dass es das Abkommen nicht verletzen würde, später beide Röhren mit nur je einer Spur zu nutzen. Die Kapazität des Tunnels bliebe ja im Vergleich zur heutigen
Situation die gleiche.
Doch was ist ein Brief wert von einer EU-Kommissarin, die bei Fertigstellung des Tunnels wohl nicht mehr im Amt ist?
Längst haben sich erfahrene Kämpfer zu den Alpenschützern gesellt.
Auch Thomas Minder sagt: „Solche Zusagen halte ich nicht für sehr belastbar.“ Der Unternehmer, dessen Name in der Schweiz vor allem für Zahnpasta und andere Kosmetikprodukte steht, ist auch Politiker – einer der wenigen, die jenseits der Alpen bekannt sind. Er lancierte die „Abzocker-Initiative“, die 2013 eine Mehrheit fand; öffentlichkeitswirksam unterstützte er auch die europaweit umstrittene Volksinitiative „Gegen Masseneinwanderung“.
Seit 2011 vertritt Minder im Ständerat den Kanton Schaffhausen ganz im Norden.
Er befürchtet, dass sich die Schweiz mit dem Bau einer zweiten Röhre gegenüber der EU „erpressbar“ mache. Er entwirft
dafür ganz eigene Szenarien: „Sollte eines Tages der Brenner-Pass zum Beispiel nach einen Erdbeben gesperrt werden
müssen, wird der Druck von der EU massiv werden, alle vier Spuren im Tunnel zu öffnen, um den Alpentransit zu gewährleisten.“
Auch betriebswirtschaftlich hält er nichts von der zweiten Röhre. „Es ist doch finanzpolitischer Unfug, für 1,4 Milliarden Franken einen Standstreifen zu bauen“, empört er sich. Minder ist parteilos, sitzt aber im Parlament bei den Abgeordneten der nationalkonservativen SVP – die wiederum sind für die zweite Röhre. Der Tunnel entzweit politisch Gleichgesinnte, so wie er auch die Fronten zwischen den politischen Lagern verschiebt.
Das beobachtet Norman Gobbi, der von Süden aus auf den Tunnel blickt. Er amtiert im Kanton Tessin als Regierungspräsident, vergleichbar mit einem deutschen Ministerpräsidenten, und wundert sich: „Die Linken, die sonst für eine offene Schweiz und eine Annäherung an die EU plädieren, sind gegen die neue Röhre. Die Bürgerlichen, die eher EU-skeptisch sind wie ich, sind dafür.” Die Schweizer so durcheinander zu bringen, das schafft nur der Gotthard.

Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni: proposte alcune modifiche

Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni: proposte alcune modifiche

Il Consiglio di Stato ha deciso di sottoporre al Gran Consiglio il messaggio che propone alcune modifiche alla Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni (LAggr). L’obiettivo è di rendere possibile la separazione coatta di una frazione o parte di un Comune per aggregarla in un nuovo Comune.

Proponendo l’inserimento di un nuovo articolo 9a e l’adattamento degli articoli 2b, 5 e 6 della Laggr, il Governo ha seguito l’indicazione rilasciata dal Tribunale federale nella sentenza dell’agosto del 2015 riguardo al progetto di aggregazione che interessava la Valle Verzasca. La massima istanza, proprio per l’assenza di una base legale sufficiente, aveva infatti accolto il ricorso del Comune di Lavertezzo, contrario alla separazione dalla sua frazione di valle e alla sua inclusione – insieme ai territori vallerani del Comune di Cugnasco-Gerra – nel progetto aggregativo che interessava le località verzaschesi di Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno e Vogorno.

Nein würde viel Bitterkeit hinterlassen

Nein würde viel Bitterkeit hinterlassen

Oggi la Luzernerzeitung ha pubblicato una mia intervista a cura di Kari Kaelin

VERKEHR Der Gotthard-Strassentunnel sei für die Tessiner mehr als nur ein Ferientunnel, sagt Regierungspräsident Norman Gobbi. Für ihn steht am 28. Februar der nationale Zusammenhalt auf dem Spiel.

Norman Gobbi, der Kanton Tessin hiess die Alpeninitiative mit 63,8 Prozent gut und verwarf mit 55,7 Prozent Nein-Stimmen die Avanti-Vorlage, die den Bau einer zweiten Röhre vorsah. Ist die Stimmung nun tunnelfreundlicher?
Norman Gobbi: Der Kanton Tessin ist ein überzeugter Befürworter der Verlagerungspolitik. Nur: Das ist nicht Gegenstand der
Abstimmung vom 28. Februar. Wir stimmen über zwei Sanierungsvarianten ab: Können wir einen Sanierungstunnel bauen und so
auch die Sicherheit massiv verbessern, wie dies beispielsweise am Belchentunnel auf der A 2 in diesen Tagen ganz ohne Aufheben und Wehklagen geschieht, übrigens zu Kosten von 156 Millionen pro Kilometer, also rund 30 Prozent mehr, als der Sanierungstunnel am Gotthard kosten würde?

Am Gotthard gibt es aber Sparpotenzial. Der Bau einer Rollenden Landstrasse (RoLa) von Erstfeld nach Biasca und der Betrieb eines Autoverlads von Göschenen nach Airolo kämen deutlich günstiger als die 2,8 Milliarden Franken teure zweite Röhre.
Gobbi: Das ist trotzdem eine schlechte Option. Wollen wir wirklich strassenseitig einen ganzen Kanton während mehrerer Jahre vom Rest des Landes abhängen? Und dafür – je nach Variante – 1,2 bis 2 Milliarden Franken für provisorische Verladestationen
ausgeben, die nach der Sanierung wieder abgerissen werden müssen? Die Regierung des Kantons Tessin unterstützt den Sanierungstunnel unter anderem auch darum, weil die Sanierungsvariante mit einer RoLa einen Teil der Güterzüge aus dem
Basistunnel auf die bestehende Bergstrecke verdrängt. Oder anders formuliert: Die Variante ohne zweiten Tunnel sabotiert
die Verlagerungspolitik und behindert den Neat-Basistunnel, nicht umgekehrt.

Viele Tessiner Politiker vermitteln den Eindruck, der Kanton stehe geschlossen hinter dem zweiten Tunnel. Dabei kämpfen prominente Tessiner wie Clown Dimitri, der vom Ja- ins Nein- La ger wechselte, gegen das Projekt.

Gobbi: Es ist normal, dass die Debatte im Kanton Tessin besonders heftig geführt wird. Für uns ist der Gotthard-trassentunnel
nicht nur ein Ferientunnel. Er gehört zu unserem Alltag. Wir sind unmittelbar von diesem Entscheid betroffen. Die Zahlen
sprechen jedoch eine deutliche Sprache: Vier von fünf Staatsräten unterstützen den Sanierungsvorschlag des Bundesrates,
ebenso zwei Drittel des Kantonsparlaments, neun von zehn Bundesparlamentariern und gemäss erster SRG-Umfrage 76 Prozent der Tessiner Bevölkerung.

Auch bürgerliche Politiker wie Moreno Colombo (FDP), Stadtpräsident von Chiasso, lehnen einen weiteren Tunnel ab. Sehen Sie nicht auch die Gefahr, dass der Kanton Tessin in einer Verkehrslawine erstickt, es mehr Staus an der Grenze zu Italien gibt und sich die Luftqualität verschlechtert?
Gobbi: Die Sanierungsvariante des Bundesrates am Gotthard abzulehnen, weil man Mehrverkehr in Mendrisio fürchtet, ist reine Symbolpolitik. Nur ein Teil des Verkehrs in Mendrisio kommt oder geht Richtung Gotthard. Und die Sanierungsvariante des Bundesrates sieht keine Kapazitätserweiterung vor. Eine solche ist für die Sanierung des bestehenden Tunnels gar nicht notwendig. Die Debatte verläuft nicht zwischen rechts und links: Auch Sozialdemokraten wie die ehemalige Staatsrätin Patrizia Pesenti oder Gewerkschafter wie der langjährige Unia-Co-Präsident Renzo Ambrosetti unterstützten die Variante des Bundesrates.

Welche Gefahr droht denn dem Kanton Tessin Ihrer Ansicht nach, wenn das Volk eine zweite Röhre ablehnt?

Gobbi: Wir stünden vor einem Scherbenhaufen. Während mindestens zehn Jahren bestünde Unsicherheit über die Stabilität
und effektive Kapazität des Verkehrsmanagements während der mehrjährigen Sanierung. Noch nie haben wir in der Schweiz eine so riesige und komplexe RoLa realisiert. Diese langjährige Unsicherheit wäre Gift für die Wirtschaft meines Kantons: Wer soll in einem solchen Umfeld noch investieren? Für viele Betriebe in der Leventina wäre eine langjährige Schliessung des Tunnels der Todesstoss. Der Tourismus würde auch massiv leiden: Weit über die Hälfte unserer Feriengäste kommen mit dem Auto
ins Tessin. Busse und Camper können wahrscheinlich nicht verladen werden.

Sie malen schwarz.

Gobbi: Mitnichten. Die grösste Gefahr sehe ich für den nationalen Zusammenhalt. Kein Landesteil der Schweiz wäre bereit, während Jahren auf eine Strassenverbindung mit dem Rest des Landes zu verzichten. Kann man den Gubrist schliessen unter
Verweis auf die hervorragende S-Bahn und den neuen Tiefbahnhof in Zürich? Oder den Sonnenbergtunnel in Luzern, den man ja
auch viel billiger hätte sanieren können, wenn man den Verkehr einfach auf die Kantonsstrasse umgeleitet hätte, anstatt
teure Nachtarbeit anzuordnen? Und am Belchen auf der A 2 bauen wir nun für rund 30 Prozent höhere Kilometerkosten als am Gotthard einen dritten Tunnel, sodass der Verkehr nicht behindert wird durch eine einspurige Verkehrsführung während der Sanierung. Kurz: Eine Ablehnung des Sanierungsvorschlages des Bundesrates würde im Kanton Tessin als schwer verständliche Ungleichbehandlung empfunden und viel Bitterkeit hinterlassen.

Aber mit der RoLa von Erstfeld nach Biasca und dem Autoverlad von Göschenen nach Airolo bleibt der Kanton Tessin permanent
erreichbar. Genügt das nicht?

Gobbi: Natürlich wird man irgendwie im Notfall eine Verbindung herstellen können. Aber wir sind nicht mehr in den 70er-Jah ren. Der Kanton Tessin ist wie alle anderen Kantone auch angewiesen auf eine funktionierende Anbindung an den Rest des Landes auf Strasse und Schiene: Die beiden Verkehrsträger ergänzen sich. Wir dürfen sie nicht gegeneinander ausspielen.
Es ist nicht einzusehen, warum nur der Kanton Tessin plötzlich während Jahren auf eine Strassenverbindung verzichten
sollte, die zu unserem Alltag gehört. Betrieb und Unterhalt der Nationalstrassen seien so durchzuführen, dass «ein sicherer und flüssiger Verkehr gewährleistet» und «die Verfügbarkeit der Strasse möglichst uneingeschränkt » bleibe, schreibt Artikel 49 des Nationalstrassengesetzes vor. Das sollte im ganzen Land gelten, zumal ja eine Sanierungslösung vorliegt, die ein Kosten-Nutzen-Profil vorweist, das absolut vergleichbar ist mit vielen anderen Sanierungsprojekten auf dem Nationalstrassennetz.

Weshalb soll ein Westschweizer einen zweiten Tunnel am Gotthard befürworten?
Gobbi: Ich freue mich sehr über die Westschweizer: Es wäre einfach gewesen, in dieser Kampagne negative Stimmung zu machen gegen einen Tunnel, den man selten nutzt. Stattdessen wird die Sanierungsvariante des Bundesrates in der Westschweiz von vielen namhaften Politikern mit Engagement und Verve verteidigt. Sie tun dies, weil sie überzeugt sind, dass wir der Infrastruktur im ganzen Land Sorge tragen müssen, nach gleichen Werten und Kriterien, und dass dies eine Investition in die Wirtschaftskraft und den Zusammenhalt unseres Landes ist. «Unus pro omnibus, omnes pro uno» (Einer für alle, alle für einen) steht auf der Bundeshauskuppel. Merci, Romandie!

Il risanamento del Gottardo tra miti e leggende

Il risanamento del Gottardo tra miti e leggende

Un mio articolo d’opinione pubblicato su LaRegione del 10 febbraio 2016

Nelle ultime settimane si è infiammato il dibattito sul tema del risanamento del tunnel autostradale del San Gottardo. Non poteva essere altrimenti per un massiccio mitico che risveglia da sempre forti emozioni nell’animo dei cittadini svizzeri e in particolare di noi ticinesi, poiché “la via delle genti” rappresenta un pilastro imprescindibile della coesione nazionale. Benché sia naturale e salutare che il dibattito politico si sviluppi attorno a due schieramenti opposti e parecchio agguerriti, è fondamentale che l’analisi politica – e di conseguenza il voto – si concentri su fatti certi e accertabili, senza lasciarsi trascinare da racconti di fantasia.

La prima leggenda, vero e proprio cavallo di battaglia dei contrari al risanamento, profetizza che lo stesso aumenti la capacità della galleria autostradale e con essa il traffico sulle strade. Ma questo non accadrà! La Costituzione svizzera e le nostre leggi, infatti, lo proibiscono. Come previsto dalle attuali norme di sicurezza sia stradali che ferroviarie, i veicoli viaggeranno finalmente su una sola corsia all’interno dei due tunnel separati fisicamente (chi di noi non ha mai gettato uno sguardo preoccupato sulla corsia in senso contrario?). Io stesso, abitando alle radici del San Gottardo, sarei il primo a oppormi a strade e autostrade maggiormente trafficate, e come me molti altri concittadini, leventinesi e non. Se poi le future generazioni vorranno modificare la capacità della galleria, dovranno lanciare un’iniziativa popolare, raccogliere le firme necessarie e ottenere poi la maggioranza di consensi della popolazione e dei Cantoni. Verrebbe da dire: è il sistema elvetico, bellezza! Il nostro segreto, la nostra grande forza. Per questo mettere in dubbio la certezza di questa procedura significa svilire l’essenza stessa della nostra – invidiata – democrazia diretta.

La seconda leggenda narra che votare “no” al risanamento migliorerà la situazione viaria nel Sottoceneri. Anche questo però non accadrà! Le code e gli intasamenti giornalieri sulle strade del Mendrisiotto e del Luganese sono direttamente legati al traffico interno e transfrontaliero, che negli ultimi dieci anni è raddoppiato fino a raggiungere oltre 50mila veicoli al giorno. A questo proposito il Consiglio di Stato si sta impegnando per cercare soluzioni volte a diminuire il traffico a sud del Ticino, ben consci che il problema non giunge dal San Gottardo.

La leggenda numero tre sostiene che, in fondo, “la situazione non è grave come ci dicono, il risanamento del San Gottardo non è necessario”. Chi lo afferma probabilmente sottovaluta che un’infrastruttura realizzata negli anni 70 del secolo scorso non può più garantire gli attuali standard di sicurezza. I fatti dicono infatti che servono interventi sostanziali, da eseguire comunque al più tardi entro il 2035. In politica occorre tuttavia essere pragmatici e previdenti, anticipando gli eventi proprio perché è lo stesso Ufficio federale delle strade che sottolinea come sia sufficiente un incidente grave per generare un incendio che da solo potrebbe accelerare il sensibile peggioramento infrastrutturale, imponendo un brusco anticipo della chiusura totale. Bocciare il progetto del Consiglio federale significa spingere il nostro Cantone nelle mani dell’incertezza.

Leggenda numero quattro, “ça va sans dire”, i soldi. In termini finanziari, i contrari hanno escogitato alternative miracolose, in grado di farci risparmiare parecchi soldi. In realtà, invece, costruire un secondo tunnel significa investire 2,8 miliardi di franchi per una soluzione definitiva – quindi lungimirante – ai futuri risanamenti, necessari ogni 30-40 anni. L’“autostrada viaggiante”, per contro, ci farebbe spendere 1,7 miliardi per ogni risanamento, poiché dovrà essere ricostruita a nuovo e poi smantellata. Una soluzione inefficiente e precaria con notevoli ripercussioni, soprattutto sul nostro territorio.

Infine, quinta e ultima leggenda, che si potrebbe definire la “leggenda tecnologica” delle soluzioni perlomeno futuristiche come i “guardrail retrattili” e i veicoli autonomi, in grado fra pochi anni di risolvere i problemi di sicurezza dell’attuale tunnel. In questo contesto non possiamo però permetterci di giocare con ipotesi tecnologiche che attualmente non danno sufficienti garanzie. Relativizzare l’esigenza di separare i due sensi di marcia continua a costare vite umane. Dal 1980 a oggi nella galleria autostradale del Seelisberg i morti registrati con l’utilizzo monodirezionale dei due tunnel sono 3, contro i 36 morti del San Gottardo.

Da sempre mi batto per la sicurezza del cittadino, quando egli è nella sua abitazione così come quando è alla guida di un veicolo. Il tunnel di risanamento è quindi la soluzione migliore per il Ticino e per la Svizzera. Sfatiamo dunque queste leggende, che minano la vera e solida storia del nostro Paese e del nostro Cantone incarnata dal nostro San Gottardo. Per questo motivo, il sottoscritto e il governo vi invitano il prossimo 28 febbraio a votare un convinto “sì” al risanamento del San Gottardo (e allo smantellamento dei miti).

«La democrazia richiede Comuni forti»

«La democrazia richiede Comuni forti»

Per il presidente del Governo la prossimità al cittadino resta un valore fondamentale

Don Camillo e Peppone, che campeggiano nello studio del presidente del Governo e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, probabilmente oggi non riuscirebbero più a mantenere, con ruspante pragmatismo, gli equilibri necessari per gestire un Paese, né a Brescello né in Ticino. Anche i nostri Comuni, che il prossimo 10 aprile rinnoveranno i loro poteri esecutivi e legislativi, sono infatti divenuti macchine complesse, chiamati a svolgere un importante compito di prossimità verso i loro cittadini, con bisogni in crescita e risorse finanziarie in diminuzione, all’interno di un intricato quadro normativo cantonale e federale e in una società molto cambiata. Come stanno, dunque, i nostri Comuni secondo Norman Gobbi?

Spesso si dice che il Comune è la cellula democratica più vicina alla popolazione e ai suoi bisogni, tassello primario del nostro impianto istituzionale federalista, motore pulsante del convivere civile e soprattutto del primato del cittadino. La realtà è davvero questa?
«La realtà deve essere questa! Un obiettivo a cui dobbiamo assolutamente mirare, dato che su di esso si basa il buon funzionamento della nostra democrazia. Abbiamo la fortuna di vivere in uno Stato federale, fondato sul principio della sussidiarietà, cioè quello di adempiere laddove possibile i compiti statali al livello istituzionale più basso e dunque più prossimo al cittadino, il nostro Sovrano. Un principio che si può però concretizzare solo in presenza di Comuni forti, autonomi e in grado di assumere i propri compiti».

L’autonomia comunale ha tuttavia dei limiti, non solo nei Comuni piccoli, con scarse risorse finanziarie e ridotta capacità progettuale, ma anche nei centri, poiché molti compiti sono condizionati dalla legislazione cantonale e da quella federale. Quest’autonomia comunale non è allora un po’ mitizzata?
«Ha usato un termine che ritengo essenziale: capacità progettuale. Questo è un punto decisivo per affrontare il futuro: solamente attraverso questo approccio riusciremo infatti a raggiungere l’obiettivo finale, che oggi per lo Stato è quello di garantire alla cittadinanza un servizio sempre più di qualità con meno risorse. Per fare ciò occorre che i Comuni siano in grado di assolvere autonomamente i loro compiti, una condizione che permetterà di rivitalizzare il federalismo interno del nostro Cantone».

Lei ha iniziato la sua carriera politica nel Legislativo e nell’Esecutivo di un piccolo Comune di valle, Quinto, e ha dunque visto le cose dalla prospettiva comunale. Ora fa parte di quel Consiglio di Stato accusato spesso di scaricare oneri sui Comuni senza possibilità di replica. Non è un po’ troppo facile risanare le casse cantonali scaricando oneri sul livello inferiore? Alla fin fine chi paga è sempre lo stesso, il cittadino-contribuente.
«Anche i Cantoni hanno vissuto un forte scossone con il ribaltamento da parte della Confederazione degli oneri inerenti al finanziamento degli ospedali, che hanno influenzato l’evoluzione recente della nostra spesa pubblica. Più competenze significano giocoforza maggiori oneri: da questo connubio non si scappa. In questo contesto complesso è però giunto il momento per il Ticino di ridefinire a 360 gradi i rapporti interni Cantone-Comuni. Ed è proprio questo l’obiettivo dell’importante riforma denominata Ticino 2020».

Questa riforma, i cui lavori stanno per iniziare, ha appunto l’obiettivo di sciogliere quel groviglio di oneri, responsabilità decisionali, sovrapposizioni di competenze e flussi finanziari tra Cantone e Comuni che da anni in Ticino è un tema politico ricorrente. Non rischia però di essere l’ennesimo esercizio alibi con scarsi risultati, oltretutto a un costo non indifferente di quasi tredici milioni?
«Non sarà così! Come ho detto prima, è giunto il momento di uscire da questo groviglio attraverso misure e cambiamenti concreti. Importante sarà definire gli obiettivi e le rispettive priorità, lavorando in funzione di esse. Il principio che guida la riforma, e quindi la revisione dei compiti e dei flussi, è semplice: chi comanda paga. Una riforma che mira quindi a rafforzare l’istituto comunale e con esso anche il Cantone. L’obiettivo, assai ambizioso, ne sono perfettamente cosciente, non sarà semplice da perseguire, ma risulta essenziale per il futuro del Ticino. Per raggiungerlo, dobbiamo poter contare sulla consapevolezza e la responsabilità di tutti quanti in merito al fatto che il lavoro va affrontato nell’interesse non soltanto del Cantone o dei Comuni, ma innanzitutto dei cittadini. E sull’uso del credito votato dal Gran Consiglio saremo parsimoniosi. In fondo il risparmio inizia dal saper rinunciare».


La questione dell’autonomia e quella della revisione dei compiti e degli oneri tra Cantone e Comuni sono legate alle aggregazioni. Lo scorso anno è andato in porto il progetto aggregativo del Bellinzonese (anche se a 13 e non a 17), assieme a quello della Riviera. Nel Locarnese invece, a parte qualche timido segnale, siamo sempre ai piedi della scala, nel basso Mendrisiotto si ricomincia a parlarne, mentre sulle rive del Ceresio si sta ancora pagando la fattura delle aggregazioni che hanno fatto nascere la Nuova Lugano. Lei come intende portare avanti il tema e con quale obiettivo finale, considerate anche le critiche piovute sul Piano cantonale delle aggregazioni?

«Il Piano cantonale della aggregazioni ha avuto il merito di portare la discussione su un altro livello, presentando una visione d’insieme sull’intero Cantone. Questo progetto va naturalmente di pari passo con la revisione dei compiti e dei flussi, fornendo uno scenario moderno e lungimirante sulla capacità dei Comuni di assumere il loro vero ruolo. L’aggregazione del Bellinzonese costituisce in questo senso un tassello molto importante, oserei dire fondamentale, anche nell’ottica di favorire un riequilibrio interno del Cantone. Un progetto partito dal basso, che potrà fungere da esempio anche per le altre regioni».

Che cosa pensa della curiosa situazione venutasi a creare a Muralto, dove, per defezione degli altri, è rimasto un solo partito sia nell’Esecutivo sia nel Legislativo? È una situazione sana?
«Si tratta di una situazione, sicuramente inusuale, venutasi a creare per delle scelte prese in maniera democratica dai gruppi interessati. In questo contesto entrano in gioco dinamiche locali che non sta a me commentare. Per quanto riguarda il Locarnese in generale, occorre comunque portare avanti delle riflessioni ad ampio raggio per tutta la regione: questa è infatti l’unica via da percorrere per affrontare le sfide future e per cogliere le opportunità che si presenteranno nei prossimi anni».

Parliamo della salute istituzionale dei Comuni ticinesi. Nell’ultimo quadriennio abbiamo visto situazioni al di là del bene e del male a Bissone e a Rovio, casi estremi, certo, ma la Sezione degli enti locali è stata sollecitata in molte altre circostanze. È perché le leggi si sono fatte più complesse, ad esempio in materia di commesse pubbliche, o perché gli amministratori comunali non sono sempre all’altezza?
«I casi da lei citati non devono nascondere l’ottimo operato svolto dalla maggior parte degli amministratori comunali ticinesi. È però vero che al politico comunale si chiedono oggi sempre più competenze. Insomma, il buon senso non basta più. Il Cantone in quest’ottica offre da anni una formazione completa e di qualità, sia ai funzionari sia ai politici comunali. Formazione che viene affinata costantemente, in base anche all’evoluzione del quadro legislativo. Mi sento quindi di dire che la salute dei Comuni ticinesi è buona, anche se naturalmente possiamo e dobbiamo puntare ancora più in alto».

Il principio della collegialità dovrebbe essere sacro negli Esecutivi ed è chiaramente sancito dalla legge. Tuttavia vi è un’interpretazione sempre più elastica di questo principio, a Locarno, ad esempio, lo si è visto con il referendum per la Casa del cinema e per la vicenda dei mandati. È forse perché è già il Consiglio di Stato a dare il cattivo esempio?
«La collegialità è un principio cardine all’interno di ogni Esecutivo. Come presidente del Consiglio di Stato tengo a ribadire come il Governo ticinese si sia sempre attenuto a questo principio nel portare avanti le sue decisioni. Poi, attenzione, collegialità non significa che ognuno non possa avere le sue opinioni personali. Spesso si mischiano infatti in maniera errata collegialità e libertà d’espressione, che sono due aspetti ben differenti. In ogni caso, come in qualsiasi Stato di diritto, il confine è sempre stabilito dalla legge, alla quale le Autorità devono attenersi».

Lo scorso mese di giugno, in una pasticciata seduta del Gran Consiglio, con un colpo di scena lei ha ritirato il messaggio per la creazione della Polizia unica che riprendeva una mozione parlamentare. Nel frattempo è entrata in vigore la nuova collaborazione tra la Polizia cantonale e quelle comunali. Ci sono già valutazioni su questa collaborazione? È comunque il primo passo per arrivare alla Polizia unica? E in che modo questa potrebbe meglio rispondere alle esigenze di sicurezza nei Comuni?
«Quello che occorre mettere sempre al centro è la sicurezza dei cittadini, che viene prima di tutto. Quello di giugno non è stato affatto un “coup de théâtre”, bensì un segnale costruttivo che ho lanciato, cogliendo le indicazioni positive emerse nel Parlamento, sulla polizia che vogliamo nell’avvenire, sulla Polizia ticinese che dovremo costruire insieme. Per quanto riguarda la legge sulla collaborazione tra la Polizia cantonale e quelle comunali, essa è entrata a regime lo scorso settembre e alcuni Comuni hanno chiesto delle deroghe sul termine fissato per approvare le convenzioni di collaborazione. Siamo quindi ancora in fase di assestamento. Regolarmente incontro comunque i rappresentanti dei Dicasteri di sicurezza e polizia dei Comuni polo, così come altri attori impegnati in questo ambito, per fare il punto sulle convenzioni e su altri temi d’interesse. Non sono emersi grossi problemi che impediscono la messa in atto nel medio termine della legge che, in ogni caso, rappresenta la base sulla quale costruire la Polizia ticinese del futuro».

Dal Corriere del Ticino del 2 febbraio 2016 – Bruno Costantini

Macroregione alpina, parla Norman Gobbi

Macroregione alpina, parla Norman Gobbi

Da Cdt.ch l Il presidente del Consiglio di Stato è intervenuto in Slovenia a nome della Svizzera nel quadro del progetto che coinvolge sette Nazioni europee

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi è intervenuto oggi a Brdo (Slovenia) alla prima assemblea generale della Strategia per la macroregione alpina (Eusalp), presentando la posizione dei Cantoni elvetici sul nascente progetto di sviluppo economico e sociale che coinvolge sette Nazioni europee e 48 regioni dell’arco alpino.

Il Presidente del Governo ticinese – accompagnato per l’occasione dal Cancelliere dello Stato Giampiero Gianella e dal Delegato per i rapporti transfrontalieri Francesco Quattrini – ha partecipato all’assemblea generale di Eusalp come unico delegato della Conferenza dei Governi dei Cantoni alpini, e ha preso posizione a nome di tutti i 26 Cantoni della Confederazione.

Nel suo intervento, ha anzitutto sottolineato la pertinenza dei tre ambiti di intervento sui quali si basa la Strategia Eusalp: la Crescita economica e l’innovazione, la mobilità e la connettività, e l’ambiente e l’energia. Il Presidente del Consiglio di Stato ha quindi chiesto – a nome dei Cantoni elvetici – che le prossime fasi di elaborazione della strategia accordino un ruolo centrale ai temi dello sviluppo economico e dei collegamenti per il trasporto di merci e persone, con riferimento all’imminente apertura della galleria di base del San Gottardo e all’importanza del completamento dei collegamenti a Nord e a Sud della Svizzera.

È stato inoltre posto l’accento sull’esigenza che le relazioni fra le regioni alpine e le confinanti aree metropolitane siano organizzate in base al principio della solidarietà – in un’ottica di partenariato paritario – e sull’importanza di salvaguardare le competenze dei Cantoni e delle Regioni, secondo le loro specificità.

Per quanto concerne la governanza di Eusalp, Gobbi ha ribadito l’importanza dell’approccio dal basso che pone Paesi, Regioni e Cantoni su un piano di uguaglianza decisionale.

http://www.cdt.ch/ticino/cantone/147487/macroregione-alpina-parla-norman-gobbi

Norman Gobbi: “Il Ticino non può rimanere isolato!”

Norman Gobbi: “Il Ticino non può rimanere isolato!”

Dal Mattino della Domenica:San Gottardo: il secondo tunnel è l’unica soluzione

Chiediamoci realmente: cosa succederebbe se il nostro Cantone rimanesse isolato dal resto della Svizzera per 3 anni? Sarebbe una vera e propria catastrofe!”. Inizia così la nostra chiacchierata con il Ministro leghista Norman Gobbi, Presidente del Governo ticinese, che sul risanamento del San Gottardo ha espresso più volte la sua chiara opinione. “Si tratta di mettere al primo posto gli interessi del Ticino. Anch’io, come Leventinese, sono ad esempio preoccupato per il fatto che AlpTransit potrebbe ulteriormente marginalizzare le regioni periferiche del Cantone, ma non per questo non riconosco la bontà del progetto e le ricadute positive che esso avrà sul nostro territorio.” È un Norman Gobbi che ragiona quindi da uomo di Stato, a maggior ragione dopo l’emozionante cavalcata per il Consiglio federale dello scorso anno, nella quale ha potuto toccare con mano come il nostro Cantone è visto nel resto della Svizzera. “Anche se in taluni casi gli altri capiscono le nostre rivendicazioni, non si può certo dire che queste siano veramente comprese”.

Un aspetto determinante, quest’ultimo, specialmente in vista della votazione del prossimo 28 febbraio, che rappresenta un crocevia decisivo per i destini del nostro Cantone. In ballo c’è, infatti, il rischio che il Ticino rimanga isolato dal resto della Svizzera. Ma non finisce qui. Dietro questa votazione c’è pure il rischio di compromettere la coesione nazionale del nostro Paese. “Nella mia campagna federale ho più volte ricordato il ruolo fondamentale che il Ticino, quale minoranza linguistica e culturale, svolge per l’intera Svizzera, evitando una netta contrapposizione tra la Svizzera tedesca e quella romanda”. Un ruolo che senza il San Gottardo verrebbe completamente ridimensionato, se non peggio.

Inoltre, Norman Gobbi si sofferma su un aspetto importante, ovvero l’aumento di capacità, specificando che questo non avverrà. In questo senso, ricorda difatti che “il Ticino si è sempre opposto – e continuerà a farlo – a un aumento di capacità della galleria autostradale del San Gottardo, che , tra l’altro, è pure vietato dalla Costituzione e dalla legge federale. In futuro per aumentare la capacità del tunnel bisognerà lanciare un’iniziativa popolare, raccogliere le firme e vincere la votazione, ottenendo la maggioranza di popolo e Cantoni”. Infine, tiene a precisare sollevare dubbi sulla certezza di questa procedura significa mettere in discussione l’essenza stessa della democrazia diretta elvetica!

Il secondo tunnel è dunque l’unica strada percorribile se vogliamo ancora sperare in un futuro migliore per il nostro Cantone. Perché di questo si tratta: una scelta responsabile per le generazioni future. Una strada che tra l’altro presenta il miglior rapporto costi-benefici, come indicato anche dal Consiglio federale. Ma c’è di più. “Non bisogna sottovalutare gli aspetti legati alla sicurezza. Oggi nella galleria del San Gottardo il rischio di incidenti frontali è purtroppo elevato, come testimoniano tutte le persone che, come me, regolarmente percorrono questo tunnel. Un rischio che, con il secondo tubo, verrebbe finalmente eliminato”. Su questa motivazione, i contrari al risanamento del Gottardo hanno sempre glissato, non rendendosi conto che ci sono in gioco la sicurezza dei cittadini-conducenti e la vita di molte persone. “Il secondo tubo rappresenta quindi l’unica soluzione per il futuro del nostro Cantone – e di riflesso anche della Svizzera – e per la sicurezza della popolazione!” indica Norman Gobbi. Un Norman Gobbi al solito combattivo e pronto a continuare a difendere gli interessi del Ticino, che conclude invitando tutti i Ticinesi a votare SÌ il prossimo 28 febbraio. “Una sfida che dobbiamo vincere insieme per il Ticino!”

Due tunnel per un Paese più unito

Due tunnel per un Paese più unito

Dal Corriere del Ticino di martedì 12 gennaio 2016 un mio articolo d’opinione sul risanamento del tunnel del San Gottardo

Il motto «Unus pro omnibus, omnes pro uno» – impresso sulla cupola di Palazzo federale – accompagna la Svizzera da oltre sette secoli, fin dalla lotta dei Cantoni fondatori del 1291. In occasione del tradizionale incontro con i consiglieri di Stato della Svizzera, avvenuto qualche giorno fa a Interlaken, il Ticino ha voluto ribadire questo messaggio di unione e di solidarietà, nella speranza che echeggi attraverso il Paese anche il 28 febbraio, quando ci esprimeremo sul risanamento del tunnel autostradale del San Gottardo.
Il San Gottardo va risanato. Su questo punto non vi sono dubbi. La costruzione di un secondo tunnel scelta da Consiglio federale e Parlamento – dopo lunga e minuziosa analisi di tutte le varianti – è l’unica che evita al Ticino un isolamento di quasi tre anni dal resto della Svizzera. Questo elemento, da solo, dovrebbe bastare per convincere non solo i cittadini ticinesi, ma anche tutti i concittadini svizzeri. Nessun cantone, infatti, accetterebbe mai di restare senza un collegamento stradale con il resto della nazione. Senza il secondo tunnel, verrebbe messa a rischio pure la coesione nazionale del nostro Paese, per la quale il Ticino – minoranza linguistica e culturale – gioca un ruolo fondamentale.
Non dobbiamo poi dimenticare che la costruzione di un secondo tubo è anche l’unica soluzione che permette realmente di accrescere la sicurezza nella galleria, eliminando il rischio di scontri frontali che negli ultimi anni hanno causato ancora troppi incidenti. La separazione delle direzioni di marcia – non solo sulle autostrade ma anche nei tunnel ferroviari – è cruciale per la sicurezza dei viaggiatori. Un aspetto, quest’ultimo, che sarebbe pericoloso relativizzare e che al contrario deve essere messo al centro delle decisioni sull’avvenire del San Gottardo. Un elemento fondante del nostro Paese, che incarna i valori sui quali la Svizzera – la nostra Patria – è stata forgiata.
Sostenere questo progetto è quindi un gesto di solidarietà confederale, ma anche un gesto di responsabilità nei confronti delle future generazioni. La variante di risanamento scelta dal Governo federale è infatti sostenuta da una serie di vantaggi concreti e indiscutibili. La costruzione di una seconda galleria monodirezionale offre il migliore rapporto tra costi e benefici, poiché è l’unica utile anche per i risanamenti futuri, che saranno necessari ogni 30-40 anni. Non da ultimo, ogni anno l’economia di tutta la Svizzera fa transitare attraverso il tunnel del San Gottardo merci per un valore di oltre 9 miliardi di franchi; pensare che con il tunnel chiuso questo flusso possa scorrere senza intoppi è irrealistico e irresponsabile.
Il Governo del Canton Ticino ha quindi rivolto ai membri di tutti gli altri Esecutivi cantonali un chiaro invito a sostenere il tunnel di risanamento del San Gottardo e a ribadire la forza del sistema federalista svizzero, anche il 28 febbraio prossimo. Due tunnel. Una Svizzera.