Giustizia: la sfida del futuro

Giustizia: la sfida del futuro

Dal MDD l Il voto delle e dei Ticinesi di domenica scorsa, favorevole alla riduzione da 4 a 3 dei giudici dei provvedimenti coercitivi, è stato un segnale chiaro a sostegno delle scelte del Governo e del Parlamento nel programma di risanamento delle finanze cantonali. Quella dei giudici è stata la sola che toccava una riduzione nell’ambito della Giustizia ticinese, la quale dovrà affrontare la stessa sfida che attende tutta la pubblica amministrazione: fare di più con le stesse risorse.

Il fronte sindacale e della sinistra asseriva, durante la campagna sul referendum per la riduzione da tre a quattro dei giudici dei provvedimenti coercitivi, che si trattava di un risparmio minimo e che si sarebbe incrinata la garanzia dei diritti fondamentali a coloro colpiti da misure di privazione di libertà o interessati da procedimenti penali. Questo punto di vista è quello di un vecchio modo di pensare il funzionamento in generale della Pubblica amministrazione, che non mette in discussione il modus operandi e continua con la mortale affermazione “abbiamo sempre fatto così”.

La sfida che attende l’amministrazione pubblica, e quindi anche l’amministrazione della Giustizia, è saper affrontare l’evoluzione dei bisogni e del lavoro, rispondendo “presente!” e facendo fronte al lavoro con meno risorse o al maggior lavoro con le stesse risorse disponibili. Sono sforzi che dobbiamo compiere per non dilatare all’insostenibile – finanziariamente parlando – i costi dello Stato e delle sue prestazioni.

La Giustizia deve però operare secondo leggi, codici e codici di procedura, si potrebbe obiettare. Vero, ma in taluni casi le prassi instaurate potrebbero essere semplificate, grazie anche ai progetti che a livello intercantonale si stanno promuovendo per una sempre maggiore digitalizzazione del funzionamento della giustizia, sia civile che penale. A monte ci vuole una parziale riorganizzazione, che stiamo portando avanti con il progetto “Giustizia 2018”, che vuol rivedere organizzazione e funzionamento interno dei vari settori della magistratura. Inoltre, è auspicabile una collaborazione tra i vari settori della giustizia ticinese nel condividere risorse non utilizzate appieno.

Una sfida non facile da cogliere, ma che – di questi tempi – deve essere presa di petto da tutti gli attori in campo, con coscienza e responsabilità. Le spese dello Stato nei settori sensibili della socialità cresceranno in futuro, dovute in particolare a invecchiamento della popolazione, crisi economica e dumping salariale; di conseguenza, il “sistema Stato” deve saper far meglio con minori risorse in tutti i suoi settori di attività, Giustizia inclusa. 

In conclusione, ringrazio le cittadine e i cittadini Ticinesi per il loro voto favorevole alla riduzione da 4 a 3 giudici dei provvedimenti coercitivi, per aver dimostrato un atto di fiducia nei confronti di Governo e Parlamento, lanciando così la sfida all’apparato statale del “saper far di più con meno”.

Norman Gobbi, Consigliere di Stato e Direttore DI

‘Abbiamo ridotto gli sconti per coprire il disavanzo. Nuovo calcolo dal 2018’

‘Abbiamo ridotto gli sconti per coprire il disavanzo. Nuovo calcolo dal 2018’

Da laRegione | «Chi oggi sostiene che abbiamo alzato le imposte a chi ha veicoli poco inquinanti sbaglia: in realtà abbiamo ridotto lo sconto. Il principio della neutralità finanziaria va garantito». Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi prende atto del reclamo e motiva il recente adeguamento del sistema bonus/malus nel calcolo dell’imposta di circolazione con la necessità di riportare i conti in nero. «Quando il sistema è entrato in vigore (l’adeguamento alla formula di calcolo attuale risale al 1° gennaio 2014, ndr) abbiamo constatato come, in brevissimo tempo, il ‘tesoretto’ accumulato grazie ai malus è stato eroso dai bonus elargiti». Per intenderci: l’imposta di circolazione calcolata per il veicolo è fissa, mentre lo sconto o la penale, a dipendenza delle emissioni di CO2, fa variare l’importo. «Chi riceve lo sconto, lo riceve perché qualcun altro paga per lui», puntualizza Gobbi. Non si tratta, quindi, di un regalo statale ‘tout court’. Sconti elargiti e penalità recuperate devono bilanciarsi per far quadrare il sistema. «Visto che elargivamo molti più bonus rispetto ai malus che incassavamo, ci siamo ritrovati con un problema finanziario». Se nel 2014 il saldo era positivo (e di parecchio: +5,3 milioni), negli anni seguenti il valore è sceso in picchiata verso lo zero, superandolo nel 2016: disavanzo di 2,3 milioni di franchi. Questo perché il parco veicoli ha continuato ad aumentare, in modo sempre più efficiente. Da qui, la necessità di ricalibrare sconti e penalità: a chi è andata peggio, quest’anno si è ritrovato a pagare il doppio. Trattasi in particolare di chi beneficiava fino all’anno scorso del 50% di bonus, oggi annullato. Siamo sicuri che sia davvero il sistema migliore? «No, evidentemente il sistema ha dato prova di tutti i suoi limiti. Lo sapevamo, per questo da settembre dell’anno scorso stiamo lavorando a un nuovo calcolo dell’imposta di circolazione – riprende Gobbi –. Presenteremo il messaggio a breve, con l’auspicio che entri in vigore già con il 1° gennaio 2018». Quali le modifiche di fondo? «L’imposta deve sganciarsi dal sistema bonus/malus, pur tenendo conto dei consumi. Il sistema dev’essere più stabile e uguale per tutti». L’attuale regime di bonus/malus infatti tocca soltanto i veicoli immatricolati dal 1° gennaio 2009, ossia circa 135mila automobili su 225mila. «L’elemento dello sconto sull’imposta comunque è marginale nella scelta del veicolo – conclude Gobbi –. Va poi rilevato che il mercato ha adeguato la sua offerta con veicoli sempre più efficienti: il sistema bonus/malus sfalsa il calcolo senza tenerne sufficientemente conto. Il disavanzo del 2016 lo dimostra. E questa perdita a bilancio a un certo punto va compensata».

(Articolo di Andrea Manna e Chiara Scapozza)

Giudici, ottimizzare senza smantellare

Giudici, ottimizzare senza smantellare

Da laRegione | L’opinione – Norman Gobbi

L’ex Presidente dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi Edy Meli affermava negli scorsi giorni su questo quotidiano che ridurre il numero dei giudici dell’ufficio ‘lede la dignità dell’esercizio di una funzione giudiziaria per il proverbiale piatto di lenticchie’. Ritengo una simile affermazione non condivisibile. Per più ragioni. La riduzione di un giudice permette innanzitutto di risparmiare annualmente oltre 250mila franchi. Nel 2020 il Cantone avrà quindi risparmiato un milione di franchi. Non direi proprio un piatto di lenticchie per i cittadini ticinesi e per le future generazioni.

Quella del risanamento finanziario del Cantone è una responsabilità davanti alla quale non ci si può tirare indietro, dato che ne va del futuro del nostro Cantone e di riflesso dei nostri figli. Nel merito della misura, il Governo ha risposto concretamente ad un atto parlamentare del deputato Plr Matteo Quadranti ad inizio 2016, che chiedeva di approfondire la possibilità di ridurre l’organico dell’Ufficio in vista dell’imminente pensionamento di un giudice. Un tema già oggetto di discussione nel 2010 al momento della creazione dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi, quando il Parlamento valutò il numero necessario di magistrati. Alla luce dell’atto parlamentare, nonché del bilancio d’attività dei primi anni dell’ufficio e delle cifre utilizzate sette anni fa per definire la necessità di 4 giudici, il Governo ha dunque proposto al Parlamento una nuova organizzazione dell’ufficio, riducendo il numero di giudici a tre. Un’organizzazione ridotta che funziona di per sé già dallo scorso giugno, ossia da quando Meli è al beneficio della pensione; al contrario di quanto indicato dall’ex Presidente, ribadisco: funziona!

Proprio negli ultimi sei mesi d’attività dell’Ufficio del gpc, con un effettivo di 3 giudici (e talvolta di soli 2 causa malattia o vacanza), l’operatività è stata garantita come sempre. A differenza di quanto sembra voler far intendere l’ex Presidente Meli nel suo articolo, la diminuzione da 4 a 3 giudici non pare proprio aver avuto un influsso negativo sulla qualità delle decisioni da loro prese. Affermare il contrario è fuorviare i cittadini; sarebbe infatti come affermare che – a causa della presenza di soli tre giudici – negli ultimi sei mesi dei delinquenti fossero stati scarcerati senza motivo e degli innocenti fossero stati incarcerati senza ragioni valide, oppure, ancora, che il Ministero pubblico avesse richiesto di confermare dei controlli telefonici senza solidi argomenti. Tutte circostanze che non si sono verificate. E questo va sottolineato in maniera chiara.

I tre giudici, unitamente a tutto il personale dell’ufficio, hanno assicurato la consueta operatività, come dimostrano le statistiche annuali 2016. I ricorsi contro le decisioni del gpc sono infatti stabili rispetto al 2015, una ventina. Le decisioni emesse sui collocamenti iniziali sono invece passate dalle 480-490 degli anni 2014-15 alle 651 del 2016. Un’accresciuta produttività proprio in un settore in cui in passato l’ex Presidente Meli aveva richiesto maggiori risorse. Un risultato positivo ottenuto con meno personale e grazie a una differente organizzazione interna del lavoro dopo la sua partenza. Questo è giustappunto lo spirito richiesto, ossia fare meglio con meno, non mortificando, bensì rivedendo i flussi e le prassi nel rispetto della legalità e dei diritti fondamentali delle persone oggetto di privazione di libertà.

Confermare la riduzione da 4 a 3 del numero dei giudici del gpc – sottolineo nuovamente – non incide quindi sull’operatività dell’autorità giudiziaria, non rallenta il già celere processo decisionale e permette di garantire il pieno rispetto dei diritti costituzionali individuali (com’è sacrosanto che sia). Inoltre, ricordo che si tratta dell’unica misura di risparmio che concerne la Magistratura, chiamata come tutti a fare la sua parte come altri importanti segmenti dello Stato.

Non si tratta in nessun modo di smantellare il sistema giudiziario come vorrebbero far credere alcuni. Il settore della Giustizia (che voglio scrivere con la ‘G’ maiuscola) è un caposaldo della sicurezza del nostro Cantone, stella polare della mia azione politica. Tuttavia, ritengo che non vi debbano essere tabù nella discussione sui risparmi, perché altrimenti assisteremmo al moltiplicarsi di voci di spesa intoccabili, vanificando qualsiasi sforzo di revisione seria e responsabile della spesa pubblica. Votiamo quindi SÌ alla riduzione del numero dei giudici dei provvedimenti coercitivi.

Quarto giudice, verdetto ai cittadini

Quarto giudice, verdetto ai cittadini

Dal Corriere del Ticino | Il 12 febbraio la decisione sulla riduzione di un’unità assegnata all’Ufficio dei provvedimenti coercitivi – Si tratta di una misura di risparmio avallata dal Parlamento e contestata dalla sinistra tramite referendum

Il 12 febbraio saremo chiamati a dire se in Ticino c’è un giudice di troppo o se la riduzione di un’unità proposta dal Governo e avallata dal Parlamento mette a rischio uno dei rami dell’ordine giudiziario. Nell’occhio del ciclone della politica è finito il quarto giudice dell’Ufficio dei provvedimenti coercitivi. In realtà non si vota su una persona, ma su una sedia, dato che da otto mesi chi occupava quel posto è passato al beneficio della pensione. Il Consiglio di Stato ha valutato che la sua sostituzione non è necessaria e il Gran Consiglio (a maggioranza) ha avallato quella scelta nell’ambito della manovra finanziaria per il risanamento delle finanze cantonali che oggi contempla un piano di rientro da 200 milioni di franchi. Ma al sindacato VPOD, spalleggiato dal PS, questa mossa non è piaciuta. Da qui il lancio del referendum che ha raccolto 8.727 firme che porteranno i ticinesi alle urne. Il risparmio teorico ammonta a 256.000 franchi, ma il Legislativo aveva chiesto, come misura compensativa, l’assegnazione di un segretario giurista. La campagna su questo tema è partita in sordina, messa in ombra dai referendum sulla riorganizzazione nella socialità in Ticino, ma nelle ultime settimane ha preso quota. Il Corriere del Ticino, per capire le motivazioni di favorevoli e contrari, propone un duello tra il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e l’avvocato (già presidente dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi) Edy Meli.

L’INTERVISTA – Norman Gobbi
«Una scelta di efficacia ed efficienza»

Perché ritiene razionale e indolore tagliare un’unità dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi?

«Semplicemente perché, tenuto conto del carico di lavoro, una diversa organizzazione dell’esecuzione dei compiti all’interno dell’ufficio lo permette. Due fatti ne sono la miglior dimostrazione: 1) L’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi opera già dal mese di giugno 2016 con 3 giudici, anziché 4. 2) I dati relativi all’attività del 2016, che quindi contano per 6 mesi tre giudici all’attivo, confermano che è stato possibile assicurare le mansioni di competenza dell’ufficio. I ricorsi all’istanza superiore contro le decisioni del GPC sono infatti stabili rispetto al 2015».

A chi vi rimprovera di aver agito senza considerare l’utilità di questa figura, che è chiamata alla delicata conferma di un arresto, come risponde?

«Il Governo non ha mai messo in dubbio l’utilità di questa figura: si tratta unicamente di valutare l’organizzazione dell’Ufficio giudiziario, in termini di efficienza ed efficacia. Ricordo che a inizio 2016 sul tavolo del Governo c’era un’interrogazione del deputato del PLR Matteo Quadranti volta proprio ad approfondire la possibilità di ridurre l’organico dell’Ufficio alla luce dell’imminente pensionamento di un giudice. Un tema ricorrente, quello della riduzione del numero di giudici, dato che già nel 2010, al momento della creazione dell’Ufficio del giudici dei provvedimenti coercitivi, il Parlamento si era chinato con attenzione sulle reali necessità di organico di magistrati. Già allora si era quindi dibattuto sul numero reale di giudici da attribuire a questa attività».

Ma la decisione di un Giudice dei provvedimenti coercitivi può essere considerata come parte integrante del procedimento giudiziario e penale o è un mero atto amministrativo?

«È indubbio che le decisioni inerenti per esempio le domande di carcerazione, le relative proroghe, la liberazione condizionale siano parti integranti del procedimento giudiziario. Come avviene tuttavia in tutti gli uffici, i funzionari dirigenti possono essere coadiuvati da collaboratori che, se validi, li supportano in maniera importante, sgravandoli da alcune incombenze. Un esempio presso il GPC è quello delle pendenze in materia di applicazione della pena che vengono preparate dal segretario giudiziario e sottoposte per sola verifica al giudice».

L’Ufficio, per effetto di un pensionamento, da otto mesi è dotato di tre unità e non più quattro. Questo è sufficiente per dire che dato che non ci sarebbero problemi oggi non ve ne saranno anche domani?

«Questa è una domanda che vale per tutti i settori dell’Amministrazione cantonale toccati dalla manovra di risanamento. Il Governo intende raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2019, un obiettivo tanto ambizioso quanto necessario per risanare le finanze cantonali. Tutti devono fare la propria parte. Il fatto che l’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi già da otto mesi lavori con 3 giudici senza particolari problemi è un dato oggettivo che ritengo fondamentale per misurare sia gli effetti della misura sia la bontà della stessa. Va da sé, che se in futuro sia per questo Ufficio giudiziario, sia per gli altri uffici dell’Amministrazione, vi sarà un notevole incremento del carico di lavoro, verranno esaminati i correttivi e adottate delle misure appropriate, come quella di aumentare il personale».

Da Palazzo di giustizia non è stato gradito che il taglio nell’ambito della manovra per il risanamento dei conti del Cantone sia stato fatto senza interpellare nessun addetto ai lavori. Come replica?

«Nessun taglio è mai gradito in alcun settore. È comprensibile. In questi mesi, prima e dopo la decisione del Parlamento, i magistrati hanno comunque avuto modo di esprimersi ampiamente in merito. Ripeto: oggi siamo chiamati a migliorare le finanze del nostro Cantone mediante un sforzo collettivo. In quest’ottica, la Magistratura ticinese è stata toccata solo marginalmente, visto che questa, come detto, è l’unica misura che la riguarda. Noto difatti che la richiesta di riduzione di 3 collaboratori al 100% sugli oltre 300 attivi in Magistratura, formulata dal Consiglio di Stato nel 2015, ha trovato poco riscontro, ovvero solamente 0,7 unità».

Quando si parla di giustizia e politica si sottolinea la separazione dei poteri. Questo significa che ciascuno può agire come meglio crede senza interpellare l’altro?

«La separazione dei poteri è un caposaldo del nostro sistema democratico e non deve essere strumentalizzata come purtroppo avviene di frequente. Il Governo ha proposto questa misura al Parlamento, che l’ha approvata dopo aver incontrato ancora le parti interessate. Ogni potere ha le sue competenze e ogni potere limita l’altro. Il dialogo tra Potere esecutivo e Potere giudiziario è essenziale, dato che la Magistratura non è ad esempio ancora autonoma dal punto di vista finanziario. In ogni caso, ritengo che i rapporti oggi siano buoni, grazie anche alla Divisione della giustizia che funge da punto di contatto fondamentale tra i due poteri».

(Articolo di Gianni Righinetti – www.cdt.ch)

Tre giudici: una soluzione che funziona

Tre giudici: una soluzione che funziona

Dal Corriere del Ticino | L’opinione

Il prossimo 12 febbraio ci esprimeremo sulla proposta di un nuovo assetto dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi: in poche parole, in futuro è prevista la presenza di tre giudici al posto di quattro. Questo permetterebbe al Cantone, come noto, di risparmiare più di 250 mila franchi all’anno. La domanda che pongono i contrari al provvedimento riguarda la possibilità che – con un magistrato in meno – sia possibile assicurare la stessa qualità del lavoro. Fortunatamente, a questa domanda possiamo già rispondere in modo affermativo. Dopo il pensionamento di uno dei quattro giudici, nel maggio dello scorso anno, il Cantone lo ha infatti temporaneamente sostituito con un giurista: il nuovo assetto è quindi già operativo e in questi mesi ha garantito la stessa qualità e tempestività, senza nessun abbassamento degli standard.

L’esperienza ha mostrato chiaramente che la presenza di un giurista è utile, poiché permette ai magistrati di concentrarsi sui propri compiti principali, delegando maggiormente le questioni amministrative. La nuova figura offre quindi un supporto concreto al lavoro dei giudici e si fa carico in piena autonomia di una serie di pratiche amministrative, in forte crescita nel corso degli ultimi anni, che appesantirebbero il lavoro dei giudici senza alcun beneficio per i cittadini.

Le risorse umane messe a disposizione dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi sono già state un tema di discussione pochi anni fa. Nel 2011, con l’adeguamento al nuovo Codice federale di diritto processuale, anche il Ticino aveva dovuto stabilire il numero ideale di magistrati del quale dotarsi, per garantire la qualità del servizio. La scelta era stata di rimandare la decisione definitiva, in attesa di dati precisi sui quali fondare una valutazione. Dopo cinque anni di attività, il Consiglio di Stato ha raccolto le necessarie informazioni e ha poi formulato la propria proposta al Parlamento; una proposta che – ripetiamolo – sul campo si è già dimostrata valida e in grado di garantire un giusto trattamento ai cittadini, rispettando contemporaneamente i diritti di tutti gli imputati.

Non da ultimo, in un’ottica finanziaria di medio termine, occorre ricordare che siamo di fronte alla possibilità di ottenere in qualche anno un risparmio milionario. Non sarà certo la salvezza per le casse del Cantone, ma questo provvedimento non va considerato come una misura a sé stante; è uno dei tanti tasselli della manovra di riequilibrio che, proprio perché intervenuta su tutti i compiti dello Stato, potrà invece dare un contributo decisivo al risanamento finanziario e al rilancio del Ticino. È una manovra nella quale il Governo ha creduto, chiedendo a ognuno – magistratura compresa – di fare la sua parte in modo sensato e sostenibile.

“Frattura? No, confronto”

“Frattura? No, confronto”

Da RSI.ch | Modem sulla spaccatura in casa Lega – Gobbi: “La minoranza deve impegnarsi e sedere in Commissione”

“Ci sarà questo confronto tra le due anime leghiste, come c’è sempre stato.” Parole del consigliere di Stato Norman Gobbi, invitato a dibattere venerdì mattina durante Modem (su Rete Uno), in merito alla spaccatura in casa Lega dei ticinesi.

La frattura all’interno del movimento è emersa in occasione della bocciatura da parte del Gran Consiglio del Preventivo 2017. Il confronto è stato chiesto a gran voce dal capogruppo Daniele Caverzasio, che ha manifestato il suo dissenso nei confronti della frangia guidata da Boris Bignasca anche con la decisione di lasciare la Commissione della Gestione, assieme a Fabio Badasci, presidente del Gran Consiglio, e a Michele Foletti.

“Ruolo attivo della minoranza in Commissione”

“La minoranza che si è espressa in Gran Consiglio ora faccia la sua parte assumendo un ruolo attivo all’interno della Commissione della Gestione” ha commentato Gobbi ai microfoni della RSI, ricordando che: “Anche il sottoscritto alla sua prima legislatura non era così istituzionale e orientato a trovare una mediazione. Allo stesso modo Gianmaria Frapolli e Boris Bignasca dovranno fare il loro percorso in questo senso nel capire che possono portare sul tavolo le loro proposte, ma che alla fine bisogna trovare un consenso”.

La puntata di Modem: http://www.rsi.ch/g/8384416

Il preventivo che non Lega

Il preventivo che non Lega

Da laRegione | La puntualizzazione di Gobbi: ‘Mica l’abbiamo bocciato noi. È stato il Ppd’

Il direttore del Dipartimento del territorio Claudio Zali fa sapere che non intende rilasciare dichiarazioni. Parla invece l’altro consigliere di Stato leghista, il capo delle Istituzioni Norman Gobbi. Che minimizza: «Chi ha bocciato il Preventivo 2017 – dice Gobbi alla ‘Regione’ – sono stati i Ppd, mica i leghisti. Noi siamo riusciti a recuperare il gruppo».

In effetti, alla fine ‘solo’ tre leghisti hanno votato contro il Preventivo.

Esatto. Prima del voto di entrata in materia, i consiglieri di Stato leghisti si sono assunti le proprie responsabilità, andando nel proprio gruppo per chiarirsi. Il consigliere di Stato Ppd invece non ci è andato. Ribadisco: sono i popolari democratici che hanno bocciato questo Preventivo.

Non si può quindi parlare di una Lega divisa al suo interno?

Ci sono delle sensibilità che chiedono più risparmi, così come ci sono delle sensibilità che chiedono meno tagli. Ma queste posizioni all’interno del movimento erano già emerse quando si è votata la manovra di risanamento finanziario: le medesime persone che oggi (ieri, ndr) si sono espresse negativamente sul Preventivo, avevano allora votato contro le misure di risparmio, poiché giudicate poco incisive o sbilanciate sulle entrate.

Ma perché martedì al pulpito per la Lega ha parlato prima Michele Guerra, entusiasta dei Conti, e poi Boris Bignasca, contrario. Non si è creata confusione?

Il dibattito organizzato funziona così ed è giusto che si esprima anche la minoranza del gruppo parlamentare leghista. Poi se qualcuno ha inteso che tale minoranza era molto più ampia, significa che non si ricordava quanto votato a settembre sulla manovra di risanamento.

Ultima domanda, signor Gobbi. Ci sarà un regolamento di conti in casa Lega?

No. Magari un riequilibrio delle posizioni in commissione della Gestione, per dare spazio alla minoranza. Ma un regolamento di conti lo escludo.

Alta vigilanza sulle finanze cantonali

Alta vigilanza sulle finanze cantonali

Nella propria seduta odierna il Consiglio di Stato ha approvato una modifica della Legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato del 24 febbraio 2015, con l’intento di migliorare e rafforzare la collaborazione fra la Commissione gestione e finanze del Gran Consiglio e il Controllo cantonale delle finanze, nell’esercizio dell’alta vigilanza sui conti del Cantone.
Con il messaggio approvato oggi, il Consiglio di Stato propone in particolare che al Controllo cantonale delle finanze venga attribuito l’incarico di eseguire annualmente e a rotazione l’analisi dettagliata di un settore dell’Amministrazione cantonale – o di un progetto di una certa rilevanza – indicato dalla Commissione gestione e finanze del Parlamento. In questo modo, il perimetro dell’alta vigilanza potrà essere esteso a un numero maggiore di servizi dello Stato e a una parte più rilevante della sua attività. Questa nuova proposta – che è stata salutata positivamente dall’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio – non limita comunque l’assegnazione di eventuali ulteriori mandati al Controllo cantonale delle finanze che dovessero scaturire da esigenze o situazioni contingenti.
La modifica legislativa potrebbe generare maggiori oneri di gestione corrente per una somma compresa fra 10’000 e 30’000 franchi l’anno, che saranno compensati internamente e non comporteranno aumenti di personale. Questo nuovo compito non influirà inoltre sull’attuale ottima collaborazione fra il Controllo cantonale delle finanze e la Commissione gestione e finanze, che vede attualmente il servizio dedicare una sessantina di giorni l’anno all’evasione delle richieste commissionali.
Il Controllo cantonale delle finanze è subordinato al Consiglio di Stato e dipende amministrativamente dal Dipartimento delle istituzioni. Negli ultimi anni i mandati svolti dal Servizio per conto della Commissione gestione e finanze del Parlamento – nell’ambito dell’attività di alta vigilanza – hanno comportato una media di 1/2 verifiche annuali, di regola durante l’analisi del Consuntivo dello Stato. Negli anni 2011/2013 l’attività era stata più intensa, con l’esame di una serie di commesse pubbliche e la risposta a numerose richieste puntuali dei Commissari. Negli anni 2012 e 2013, il Controllo cantonale delle finanze aveva inoltre collaborato in modo stretto con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sezione della logistica, con un impegno suddiviso in 13 mandati per circa 280 giorni di lavoro.

Ref, in vista nuovi rinforzi

Ref, in vista nuovi rinforzi

Da LaRegione Ticino, di Andrea Manna l Gobbi: alla Sezione reati economico-finanziari della Polcantonale saranno assegnati altri tre analisti

Si profila un nuovo potenziamento della Ref, la sezione della Polizia cantonale che in stretta collaborazione con la magistratura inquirente indaga sui reati economico-finanziari. «Come Dipartimento e come governo abbiamo accolto la richiesta del procuratore generale di un adeguamento del numero di specialisti chiamati a cooperare con il Ministero pubblico nelle inchieste sugli illeciti di natura finanziaria: abbiamo così deciso di attribuire alla Ref tre analisti», dice alla ‘Regione’ il ministro di Giustizia e polizia Norman Gobbi . I tre, aggiunge il capo del Dipartimento istituzioni, «verranno reclutati all’esterno del Corpo di polizia e dovrebbero essere assunti, questa perlomeno è la mia intenzione, nel corso dell’anno. La durata del loro mandato sarà definita nella risoluzione che il Consiglio di Stato sta formalizzando, tenendo conto anche dei parametri fissati nell’annunciata manovra di risparmio da 180 milioni».

Temporanei o meno, rinforzi comunque in arrivo per la Sezione reati economico-finanziari guidata dal commissario Fabio Tasso. Sezione che lo scorso anno è stata confrontata con un incremento del “24 per cento” del numero di inchieste “rispetto alla media degli incarti trattati dal 2010 al 2014”, si legge nel rapporto, pubblicato l’altro ieri dalla Cantonale, riguardante i risultati del lavoro svolto dalla Ref nel 2015. In ballo soprattutto “grosse inchieste”. Che implicano l’esame “di una notevole mole di documenti e informazioni”, si puntualizza nel rendiconto. «I tre analisti – riprende Gobbi – dovranno coadiuvare gli investigatori della Ref e i magistrati del Ministero pubblico nel vagliare la documentazione acquisita nel corso delle indagini e quindi nella ricostruzione – estremamente importante per l’esito dei procedimenti penali – dei flussi contabili».

Le inchieste in Ticino «su reati finanziari e fallimentari sono in crescita», sottolinea, da noi interpellato, il pg John Noseda . Ed è ciò che il procuratore generale ha scritto in gennaio al governo nel trasmettergli il bilancio dell’attività 2015 del Ministero pubblico. “Si conferma l’evoluzione, già segnalata nei rendiconti relativi agli anni 2013 e 2014, nel settore dei reati finanziari con un costante aumento dei procedimenti penali aventi per oggetto reati fallimentari, abusi societari, malversazioni nel settore bancario o fiduciario e riciclaggio nonché nel settore dell’edilizia e in altri ambiti di lavoro con impiego di persone prive di permesso, con sfruttamento della manodopera e con evasione o frode degli oneri sociali e fiscali”. Dal profilo quantitativo, prosegue il pg, “questa tendenza è confermata dall’incremento delle decisioni emanate nel settore finanziario (da 541 a 786) e soprattutto degli atti e dei decreti d’accusa (da 240 a 378). Il maggior onere derivante dai procedimenti di carattere finanziario è peraltro confermato dall’importante incremento del numero dei casi che richiedono inchieste laboriose da parte di specialisti dell’Efin (l’Equipe finanziaria del Ministero pubblico) e della Ref, anch’essi purtroppo confrontati con un sovraccarico di lavoro per carenza di effettivi”.

Nel 2015 alla Ref, ricorda Gobbi, «erano già stati attribuiti due specialisti con una solida esperienza in ambito bancario, prossimamente a questa sezione della Polizia cantonale saranno assegnati altri tre analisti, dopo aver valutato anche i profili che ci perverranno dagli uffici di collocamento». Il contrasto alla criminalità economica, rileva il direttore del Dipartimento istituzioni, passa però anche dalla cooperazione tra settori dell’Amministrazione. «La maggior collaborazione, voluta dal Dipartimento, tra uffici esecuzione e fallimenti, uffici dei registri, Procura e polizia sta dando – sostiene il consigliere di Stato – i suoi frutti».

Cantone e Comuni discutono sulla manovra finanziaria

Cantone e Comuni discutono sulla manovra finanziaria

La Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni ha tenuto oggi a Bellinzona la seconda seduta del 2016 – la 38. dalla sua costituzione – alla presenza del Consiglio di Stato, accompagnato dal Cancelliere dello Stato Giampiero Gianella e dal capo della Sezione enti locali Elio Genazzi, e dei rappresentanti dei Comuni ticinesi.

La riunione ha consentito in particolare di proseguire la discussione sulla manovra finanziaria cantonale di rientro per il periodo 2017/2019.

La Piattaforma ha preso atto favorevolmente delle conclusioni del Gruppo tecnico misto, incaricato di studiare le possibili misure per compensare i benefici che la manovra cantonale indurrà sui conti dei Comuni, a partire dal 1. gennaio 2017. L’obiettivo di fondo è di garantire la neutralità finanziaria della manovra per l’insieme degli enti locali e di semplificare i flussi finanziari, secondo lo spirito della riforma istituzionale «Ticino 2020».

Le conclusioni del Gruppo di lavoro indicano che la combinazione delle diverse misure produce un impatto equilibrato ed equo sugli enti locali. Il Consiglio di Stato ha confermato che le misure dettagliate previste nell’ambito della manovra di risanamento 2017/2019 saranno presentate alla Piattaforma dopo le elezioni comunali.

La Piattaforma è stata informata anche sullo stato della revisione legislativa in materia di municipalizzazione dei servizi pubblici. La proposta scaturita dal Gruppo di lavoro tecnico prevede l’abolizione dell’attuale legge e l’incorporazione delle sue indicazioni in altre
normative di livello cantonale. La consultazione è aperta a Comuni e aziende interessate, e durerà fino al 15 settembre 2016.

La prossima seduta della Piattaforma è prevista per venerdì 15 aprile.