“Il nuovo Governo italiano è più sensibile”

“Il nuovo Governo italiano è più sensibile”

Intervista pubblicata nell’edizione di martedì 31 luglio 2018 del Corriere del Ticino

Attilio Fontana, presidente Regione Lombardia

Il presidente della Regione Lombardia sulla Svizzera e la «Roma ladrona» che non c’è più.
Il Consiglio di Stato e la Regione Lombardia oggi tornano al tavolo delle discussioni. Il 25 maggio il numero uno lombardo, il leghista Attilio Fontana, era stato ricevuto a Palazzo delle Orsoline e ora tocca al presidente dell’Esecutivo Claudio Zali e all’altro leghista Norman Gobbi recarsi a Milano. L’incontro è stato voluto per fare un passo in avanti nella definizione di una road map per trovare soluzioni condivise lungo il confine dopo anni di strappi e sgambetti: dalle liste nere italiane ai ristorni dei frontalieri congelati. Il Corriere del Ticino ha intervistato il presidente della Regione Lombardia Fontana che sottolinea il cambio di passo del nuovo Governo italiano con Lega e Movimento 5 stelle.

Questa mattina Regione Lombardia e Canton Ticino torneranno al tavolo. Con quale spirito affronta questo nuovo tentativo di riavvicinamento?
«Con spirito assolutamente costruttivo e, lasciatemi dire, anche con spirito da autonomista quale sono e pertinente con le politiche che sto attuando, dato che in questi giorni ho anche formalizzato la richiesta del progetto di maggior autonomia al Ministro italiano Stefani. I tavoli con il Canton Ticino hanno come obiettivo di individuare le priorità dei progetti tra Regione Lombardia e Canton Ticino: sono convinto che la progettualità, e quindi le priorità, debbano essere stabilite dai territori e questo lo abbiamo condiviso con gli amici ticinesi che hanno certamente un grado di autonomia gestionale superiore rispetto a quella lombarda. L’auspicio è quello di arrivare ad un livello di autonomia simile a quello che hanno i Cantoni in Svizzera».

Da anni dai due fronti della frontiera ci si guarda con diffidenza reciproca. Come lo spiega?
«È evidente che ci possono essere anche degli interessi contrapposti, ma credo che la formula che stiamo utilizzando sia quella vincente. Laddove ci siano delle esigenze o posizioni diverse, grazie al confronto obiettivo e costruttivo, si possono trovare le soluzioni. Questo è il metodo che stiamo utilizzando».

Nel 2011 la maggioranza del Governo aveva congelato parte dei ristorni dei frontalieri. Fu quella mossa a creare uno strappo fino ad oggi apparso come non ricucibile?
«Durante il recente incontro avuto a Bellinzona con il presidente e il Governo ticinese, abbiamo parlato anche dei ristorni dei frontalieri. La richiesta del Governo ticinese era quella di utilizzare queste risorse per migliorare i collegamenti viari e ferroviari o in quei progetti che possono comportare un alleggerimento delle situazioni creatasi con i frontalieri (che sono quasi 64.000). Da questo punto di vista ci siamo permessi di segnalare che l’attuale Governo italiano ha una forte sensibilità nei rapporti con la Svizzera e il Ticino che è oggettivamente superiore rispetto ai Governi che si sono succeduti fino ad ora e conosce perfettamente i problemi che vi sono tra la Svizzera e i territori lombardi confinanti. Questa è l’occasione per avere un Governo a Roma che possa incidere nella risoluzione definitiva di quei problemi che sono cronici e storici. Con un Governo amico e sensibile riusciremo ad affrontare delle problematiche che sono state lasciate in sospeso a livello nazionale».

In sostanza lei cosa proporrà oggi alla delegazione leghista che verrà a Milano?
«Più che una proposta saranno istituiti tavoli di lavoro su singole tematiche, con un livello tecnico che cercherà di trovare soluzioni comuni e un momento politico che a seguito di risultanze tecniche, determinerà, nell’ordine dei progetti, quali sono ritenuti prioritari. Una volta stilata una graduatoria, sarà a cura di Regione Lombardia trasferire questo elenco al Governo di Roma e da parte del Cantone del Ticino fare altrettanto con la Confederazione e quindi con Berna. Tutto questo deve però fare seguito ad un momento di sintesi da parte dei territori che sono quelli che effettivamente conoscono le problematiche e come affrontarle».

Si è parlato di una road map. Ma questa non è la solita roboante definizione in politichese, ma priva di sostanza?
«Direi esattamente il contrario. Credo che sia un passaggio fondamentale e concreto. Poi se vogliamo utilizzare un altro termine va bene lo stesso, ma si tratta di incontri costruttivi».

Il nodo da sciogliere, in fin dei conti, è l’accordo fiscale tra Svizzera e Italia?
«Perché è fondamentale che Canton Ticino e Regione Lombardia si trovino per discutere e stabilire progetti e priorità? Proprio perché se la discussione si sposta tra Roma e Berna, non si discute di parcheggi, trasporti e collegamenti tra Province, ma la discussione si allarga a temi di natura nazionale. E questo inevitabilmente mette in secondo ordine i problemi reali che constatiamo tutti i giorni. Ecco perché crediamo sia strategico che le due Regioni dialoghino e individuino le priorità comuni».

Ma ha ancora senso tenere in vita l’accordo fiscale italo-svizzero parafato quando al Governo in Italia c’era un’altra maggioranza?
«A noi interessa prevalentemente risolvere i problemi locali e stabilirne le priorità. Nello sfondo c’è anche questo accordo che non è mai stato ratificato, ma era contenuto in una cornice più ampia. Oggi in Svizzera c’è un Governo che ha al proprio interno una componente che ha una forte sensibilità nei rapporti tra Italia e Svizzera. Rivedere e affinare questi accordi è conveniente non solo all’Italia, ma anche alla Svizzera».

La Lega sarebbe pronta ad affossarlo e ripartire su basi nuove?
«Oggi, ripeto, ci sono situazioni che sono differenti da quelle che c’erano ieri. E noi siamo convinti che siano molto più favorevoli rispetto ai temi di interesse comune».

C’è chi sostiene che la parola magica sia appunto «Lega». Partito forte in Italia e che in Ticino ha la maggioranza relativa in Governo. Lei la pensa così?
«Se dovessi trovare uno degli elementi più comuni tra la Lega in Italia e la Lega dei ticinesi, direi che è l’attaccamento al proprio territorio e alle proprie popolazioni, questo non mi sembra un elemento banale anzi credo sia una buona base sulla quale costruire in modo fondato dei rapporti nuovi. Con una assonanza così forte, ci sono temi che possono essere affrontati con condivisione di intenti».

Le due leghe saranno anche simili, ma difendono interessi contrapposti dei propri cittadini. Allora quella che è stata avviata non è una mission impossible?
«Non la metterei così. La Lega italiana difende gli interessi degli italiani così come la Lega ticinese difende gli interessi dei ticinesi. Entrambi i partiti sono guidati da persone che sapranno trovare le soluzioni che comporteranno benefici per i propri cittadini».

C’è un punto che appare comune: i ristorni oggi il Ticino li versa a Roma che, con calma e trattenendone il 30%, poi li girerà ai Comuni italiani di confine. Va bene così?
«Ho iniziato questa intervista dicendo che sono un convinto autonomista. È chiaro che per la politica del mio partito e per quella che ho in testa bisogna cambiare. Il progetto che sto portando avanti come Regione Lombardia infatti mira ad avere delle forme di autonomia più spiccate rispetto a quanto lo siano state fino ad ora. Più avviciniamo le decisioni alle popolazioni e più l’efficienza è garantita. Più le decisioni vengono assunte lontano dai fruitori dei benefici, e più è garantita l’inefficienza. Basta guardare la differenza tra l’Italia – che è una nazione non federale e quindi ha un’autonomia limitata – e la vicina Svizzera che ha una confederazione e gradi di autonomia importanti. La politica che sto portando avanti come governatore di Regione Lombardia va proprio nella direzione di costruire un’architettura che si avvicini a quella svizzera, guadagnando in termini di efficienza».

Ma questa non è la «Roma ladrona» denunciata per anni dalla Lega, seppur da quella targata Umberto Bossi?

«Sono cambiati i tempi e le situazioni, ma il progetto è immutato. E il progetto consta in maggiori gradi di autonomia. Possiamo utilizzare un sistema piuttosto che un altro, ma lo spirito è il medesimo: padroni a casa nostra».

Con Matteo Salvini ha già avuto modo di parlare dei rapporti con i vicini del Ticino?
«Più volte abbiamo avuto modo di parlare con Salvini dei rapporti con la Svizzera e il nostro leader anche a livello nazionale ha sottolineato che per tante questioni il suo modello è proprio quello svizzero. Oggi ci sono condizioni che prima non c’erano: Salvini, che ora ricopre un ruolo assolutamente importante nel nostro Paese, sa perfettamente come funziona la Svizzera e quali sono gli elementi positivi rispetto all’Italia. Quindi ribadisco che oggi ci sono condizioni radicalmente diverse rispetto a quelle che ci sono state in passato. Per cui è questa una occasione da non perdere sicuramente per noi italiani, per noi lombardi ma, anche per la Svizzera, è una straordinaria opportunità».

Confine: i valichi secondari non si chiudono più

Confine: i valichi secondari non si chiudono più

Servizio all’interno dell’edizione di venerdì 15 giugno 2018 de Il Quotidiano

Chiusura valichi bocciata
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10590159


Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 16 giugno 2018 del Corriere del Ticino

Il Consiglio federale boccia il progetto: «Debole impatto sulla criminalità» – Si propone di posare delle barriere Norman Gobbi: «Berna ha ascoltato l’Italia invece che il Ticino» – Roberta Pantani: «L’alternativa è un contentino»

Sulla chiusura notturna dei valichi secondari in Ticino è calato definitivamente il sipario. In una lettera al Consiglio di Stato, Berna ha comunicato che non intende estendere il progetto pilota rilevando come la misura – che ha interessato per sei mesi i valichi di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga – non ha prodotto un impatto tangibile sulla criminalità transfrontaliera. Ma ad influire sulla decisione del Consiglio federale è stato anche un altro fattore: le criticità espresse da oltre frontiera. Come si legge nella missiva inviata a Bellinzona «da colloqui con l’Italia è inoltre emerso che una chiusura notturna dei confini non sarebbe ben vista e porterebbe a dissapori». Dissapori che, evidenzia la lettera firmata dal presidente della Confederazione Alain Berset, «a loro volta potrebbero ripercuotersi negativamente sulla collaborazione in materia di migrazione (riammissione di migranti illegali)». Nato sullo slancio di una mozione presentata nel 2014 dalla consigliera nazionale leghista Roberta Pantani, il provvedimento è stato archiviato da Berna che, quale contropartita, propone delle «misure alternative». Ovvero la posa di barriere nei valichi secondari che verranno però «chiuse solo in caso di necessità». Un accorgimento questo che andrà ad affiancare le misure già in essere quali il rafforzamento della collaborazione in ambito di polizia con l’Italia, l’aumento degli effettivi delle guardie di confine e l’installazione di telecamere di videosorveglianza.

Amarezza e poca considerazione
Ma come è stata presa la decisione in Ticino? Da noi contattato, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi non ha mancato di esprimere amarezza di fronte alla scelta di Berna. «Possiamo dire che il Consiglio federale ha ascoltato di più l’Italia che non la popolazione ticinese e i Comuni della fascia di confine che, di recente, avevano scritto a Berna sostenendo la mozione Pantani. Insomma, il Consiglio federale ha preferito non aprire un fronte con l’Italia su un tema che, visto il cambio di Governo nella vicina Penisola, forse poteva essere ridiscusso». Dello stesso avviso Pantani che non usa mezzi termini nel definire le misure alternative «dei contentini». Ma non solo. «Ritengo – ci spiega – che i cittadini residenti nelle zone di confine e in particolare nelle vicinanze dei valichi secondari abbiano il diritto di sentirsi sicuri. Per questo, a suo tempo, erano state fatte delle raccolte firme e la mia mozione voleva essere un aiuto in questo senso. È chiaro che ora bisognerà valutare i passi da fare. Prendo atto della decisione del Consiglio federale, ma non escludo di tornare ad insistere sulla questione delle chiusure notturne». A farle eco è stato anche il collega al Nazionale Marco Romano (PPD) che su Facebook ha parlato di «decisione inaccettabile e irrispettosa della volontà del Parlamento. La sicurezza non è fatta solo da statistiche, ma anche da elementi e aspetti soggettivi. I valichi secondari vanno chiusi di notte, senza concessioni e senza remore». Ma la decisione, rileva Gobbi, è di competenza federale e di conseguenza alle autorità cantonali non resta che rassicurare la popolazione, «ricordando che l’attività di contrasto alla criminalità transfrontaliera rimane un ambito prioritario per le nostre forze dell’ordine che continueranno a seguire con attenzione l’evolversi della situazione. Viste le problematiche della porta Sud della Svizzera, la necessità di presidiare le zone di confine – visto che non si vuole chiudere i valichi secondari – rimane prioritaria».

Di coraggio e lunghe attese
Infine, malumori sono stati espressi anche dai sindaci dei Comuni toccati dal progetto. In particolare, il primo cittadino di Novazzano Sergio Bernasconi si dice deluso non da ultimo a causa della lunga attesa per la decisione di Berna. «Mesi e mesi per partorire una decisione che scontenta tutti e con aspetti ancora da chiarire, come quello relativo all’uso futuro di barriere “solo in caso di necessità’’ – rileva – con tutto il tempo trascorso, si sarebbe potuto anche trovare un accordo con l’Italia invece di giungere a questa conclusione». Dispiaciuta ma non sorpresa è Sonia Colombo-Regazzoni, capodicastero Sicurezza pubblica di Chiasso. «Personalmente – afferma – ero consapevole che la misura sarebbe stata di difficile attuazione». Lo sbarramento notturno dei valichi secondari, aggiunge, avrebbe probabilmente avuto uno scarso impatto dal profilo oggettivo, ossia in termine di riduzione del numero di reati, ma avrebbe certamente rafforzato la percezione soggettiva di sicurezza degli abitanti nelle zone a confine con l’Italia. L’auspicio della municipale chiassese è dunque che venga mantenuto un occhio di riguardo per le realtà di frontiera, magari accrescendo il numero di guardie di confine. Misura, questa, ritenuta «più fattibile e anche più efficace per il mantenimento della sicurezza». Dal Mendrisiotto al Luganese, a non nascondere un certo «dispiacere» è anche il sindaco di Monteggio Piero Marchesi, interessato dal provvedimento per il valico di Ponte Cremenaga: «Se misurare dei mutamenti in termini oggettivi risultava difficile, visto anche la corta durata della fase pilota, sul piano della sicurezza percepita gli abitanti avevano notato un netto miglioramento». In merito alla decisione di Berna ad ogni modo Marchesi non si dice sorpreso: «Non mi stupisce, quando ci vuole coraggio il Consiglio federale è spesso assente. Le contromisure? Non le ritengo efficaci».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 16 giugno 2018 de La Regione

‘Queste misure sono cerotti’

Il Consiglio federale decide di non introdurre la chiusura notturna dei valichi secondari. Saranno posate delle barriere da utilizzare in caso di necessità. La delusione di Roberta Pantani. ‘Non mollo: valuterò ulteriori interventi’.

I valichi secondari saranno muniti di barriere che verranno chiuse solo in caso di necessità, per esempio quando la polizia organizza una ricerca. Niente chiusure notturne, quindi, come postulato dalla consigliera nazionale leghista, e vicesindaco di Chiasso, Roberta Pantani in una mozione presentata nel 2014. La decisione è stata presa ieri dal Consiglio federale a seguito dei sei mesi di prova che, dal 3 marzo al 30 settembre dell’anno scorso, hanno interessato i valichi di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga. Durante questo periodo, spiega il Dipartimento federale delle finanze in un comunicato, “è risultato che una chiusura a livello cantonale dei valichi di confine non avrebbe una notevole incidenza sul tasso di criminalità. Da colloqui con l’Italia è inoltre emerso che una chiusura notturna dei confini potrebbe ripercuotersi negativamente sulla buona collaborazione nell’ambito della sicurezza dei confini e della migrazione”. Roberta Pantani non nasconde la sua delusione. «Le misure comunicate dal Consiglio federale sono dei cerotti rispetto alla richiesta della mia mozione che chiedeva di chiudere tutti i valichi secondari durante la notte. Se ne erano individuati alcuni e si sarebbe solo dovuto continuare con la misura – commenta la consigliera nazionale –. La posa di barriere da usare alla bisogna mi sembra una soluzione di ‘menavia’». Il rammarico deriva anche dal fatto che «dall’altra parte del confine oggi la politica è quella del prima chiudere e poi discutere. Il Consiglio federale non ha avuto questo coraggio». Roberta Pantani non ha intenzione di arrendersi. «Sono delusa – conclude – ma non mollo: valuterò ulteriori interventi». Il Consiglio federale sottolinea di essere “consapevole dell’importanza del confine meridionale per la sicurezza”. Negli anni passati “sono state adottate varie misure per garantire la sicurezza del Canton Ticino”. E inoltre “il rivisto accordo in materia di polizia con l’Italia permette ora una migliore collaborazione transfrontaliera. L’effettivo delle Guardie di confine in Ticino è stato aumentato e la centrale cantonale di allarme a Bellinzona consente una più stretta collaborazione per garantire la sicurezza del confine”.

La sicurezza rimane prioritaria
Il Dipartimento delle istituzioni aveva sostenuto la richiesta contenuta nella mozione di Roberta Pantani. Prendendo atto della decisione e in attesa delle analisi svolte dai servizi federali per comprendere le ragioni che hanno portato il Consiglio federale a rinunciare alla chiusura notturna dei valichi secondari, in una nota il Dipartimento “intende rassicurare la popolazione ticinese, e in particolare i residenti nella fascia di confine. L’attività di contrasto alla criminalità transfrontaliera rimane un ambito prioritario per le forze dell’ordine del nostro Cantone, che continueranno a seguire con la massina attenzione l’evolversi della situazione sul terreno”. Le autorità ticinesi “intendono vigilare sull’attuazione delle misure complementari annunciate dalla Confederazione e sulla loro efficacia per l’attività di contrasto alla criminalità transfrontaliera”. Si rileva inoltre come, in generale, il numero di furti commessi sul territorio cantonale stia ulteriormente diminuendo anche in questi primi mesi del 2018, a seguito delle varie misure adottate dal Dipartimento delle istituzioni e dalla Polizia cantonale in collaborazione con il Corpo federale delle Guardie di confine e le Polizie comunali ticinesi.

Niente più contanti nelle pompe di confine?

Niente più contanti nelle pompe di confine?

Da Tio.ch | La proposta del Consigliere di Stato Norman Gobbi. «Abbiamo avviato un confronto con le aziende, sarebbe la soluzione alle rapine». Sei d’accordo?

BRUSINO ARSIZIO – Togliere i contanti dalle pompe di benzina, lungo la frontiera. A questo sta pensando il Dipartimento delle istituzioni per dare scacco una volta per tutte ai rapinatori che, periodicamente, fanno razzia nelle stazioni di servizio al confine con l’Italia. L’ultima rapina questa mattina, a Brusino Arsizio.

La proposta – Mentre la polizia è sulle tracce dei due malviventi, ancora in fuga, il Consigliere di Stato Norman Gobbi è uscito su Twitter con la proposta. «Lungo la frontiera si rapina per poche migliaia di franchi» ribadisce il Ministro raggiunto al telefono da Tio.ch/20minuti. «Sono stati fatti diversi passi avanti, sul fronte della sicurezza. Il dispositivo in questi casi è rapido e collaudato, e il più delle volte porta ad acciuffare in breve tempo i malviventi. Ma non basta». Secondo Gobbi «eliminando il contante si risolverebbe definitivamente il problema».

Discussioni già avviate – Non è un’idea passeggera. Nei mesi scorsi, i responsabili della Polizia cantonale hanno incontrato le catene di distribuzione, per discutere la fattibilità della proposta. «I margini di manovra ci sono. Al momento – spiega Gobbi – l’80 per cento delle transazioni nelle pompe di benzina avviene già tramite carte di credito o di debito. Il passaggio verso forme di pagamento immateriali è un fenomeno già in atto. Si tratterebbe di fare un passo ulteriore almeno nelle zone più a rischio».

E i clienti? – Il problema, dal punto di vista dei distributori, è il rischio di perdere i clienti (pochi) che non vogliono lasciare traccia del rifornimento alla pompa. O quelli che usano i contanti per fare piccoli acquisti negli shop.

«Servono agenti di sicurezza» – Ma le voci politiche che chiedono un intervento incisivo si fanno insistenti. Anche per i disagi al traffico (con il blocco delle strade da parte della polizia) che puntualmente si ripetono in questi casi. Ad agosto la parlamentare Sara Beretta Piccoli (Ppd) in un’interrogazione al Governo ha proposto l’impiego di agenti di sicurezza privati presso le pompe. Forse, però, esistono soluzioni più semplici (e meno costose). Purché le catene di distribuzione siano d’accordo.

L’articolo su: http://www.tio.ch/ticino/cronaca/1172522/niente-piu-contanti-nelle-pompe-di-confine–

Gobbi: “A Berna la sicurezza non conta!”

Gobbi: “A Berna la sicurezza non conta!”

Dal Mattino della domenica | Riaprono i valichi di notte e si negano aumenti di personale alle guardie

Era venerdì scorso, alle porte del weekend, quando il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha appreso dai media (sic!) che a Berna avevano deciso di riaprire durante la notte i valichi secondari di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga. Una settimana dopo il Consiglio federale decide di negare il potenziamento del personale delle Guardie di confine. Il nostro SuperNorman scuote la testa e afferma: “Il mio stupore – ma diciamola bene, la mia indignazione! – è quella della popolazione, che non comprende queste rinunce federali a voler controllare la porta di casa!”.

Quella della chiusura notturna di tre valichi, a titolo sperimentale per sei mesi, è stata una misura proposta dalla politica ticinese, ma soprattutto sostenuta dalla popolazione che vive vicino al confine e infine condivisa con il Governo federale. Terminata alla fine dello scorso mese la fase pilota, senza attendere che le dovute valutazioni arrivassero al Consiglio federale, i valichi sono stati aperti, domenica scorsa.

La reazione del nostro Consigliere non si è fatta attendere: “Questo modo di agire mi sembra una beffa nei confronti della nostra sicurezza! Che fretta c’era di riaprire, per tornare in seguito – forse – a chiudere? A questo punto, mi aspetto che chi da Berna ha preso questa decisione faccia tornare le Guardie a presidiare i valichi”.

E invece, a distanza di una settimana, un secondo segnale negativo per il Ticino: nessun effettivo in più per le Guardie di confine nel nostro Cantone: “Così la fattura la paga il Cantone, che dovrà supplire con i suoi mezzi alla carenza di guardie. Purtroppo a perderci sarà sempre e comunque la popolazione di frontiera, che in questi mesi aveva invece beneficiato della misura”.

In effetti, dati alla mano, possiamo dire che la scelta applicata in questi mesi ha già portato i suoi frutti. Per quanto riguarda i furti con scasso c’è stata infatti un’importante diminuzione dei reati, a livello cantonale di più del 30%, e del 45% per quanto riguarda i furti nelle abitazioni. Una misura che si somma alla regionalizzazione della Polizia, che in questi anni ha riportato gli agenti sul territorio con un forte effetto dissuasivo. Il nostro Consigliere è in effetti soddisfatto: “ci sono stati degli effetti positivi che fanno pensare che la misura non solo sia efficace, ma che vada ampliata anche ad altri valichi”.

Una misura che è stata voluta dai ticinesi. Che, come è stato rivelato dalle valutazioni fatte, ha accresciuto il senso di sicurezza percepito dalla popolazione residente: “Quella dei furti nelle abitazioni è una questione che incide molto su ognuno di noi, poiché la nostra casa è un ambiente nel quale abbiamo il diritto di sentirci protetti, ancora più che in altri luoghi. Chi ha già subito un furto di questo tipo sa bene cosa intendo, e come ministro della sicurezza non vorrei mai che un ticinese si sentisse in pericolo all’interno delle proprie mura domestiche!”.

Anche oltre confine, alla fine, non si sono potuti lamentare. Infatti la misura non ha creato nessun disagio nemmeno al traffico frontaliero, che ha continuato a viaggiare senza disagi di sorta.

Ebbene Berna: come la mettiamo? “Ciò che più m’infastidisce di questa situazione è che questa misura è stata fortemente voluta dalla popolazione residente nella fascia di confine, stufa di dover far fronte al turismo dei furti. Questo è un affronto alla volontà dei ticinesi che devono convivere con le conseguenze dell’apertura dei valichi, che meritano invece di vivere con lo stesso senso di sicurezza sul quale può contare il resto della popolazione del nostro Cantone!” termina seccato Gobbi. Ma la vicenda invece, non finisce qui.

“Servono rinforzi alle dogane”

“Servono rinforzi alle dogane”

Da RSI.ch | I cantoni di confine scrivono a Berna. Norman Gobbi critico sulla decisione del Consiglio federale

Il servizio del Quotidiano su: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Servono-rinforzi-alle-dogane-9635542.html

I cantoni di frontiera sono preoccupati per la decisione del Consiglio federale di congelare, per motivi finanziari, il previsto potenziamento delle guardie di confine. Ticino, Basilea città e Campagna, Argovia, Ginevra, Giura, Soletta hanno così deciso di inoltrare una lettera alle commissioni delle finanze e della politica di sicurezza del Consiglio nazionale, nella quale si afferma che un’intensa sorveglianza delle regioni di frontiera è essenziale per garantire la sicurezza interna.

Raggiunto al telefono dalle Cronache della Svizzera italiana, il direttore del Dipartimento delle istituzioni ticinese, Norman Gobbi, non nasconde la sua delusione per questa misura di risparmio: “Avevamo segnali della possibile decisione del Governo di congelare l’aumento degli effettivi. Crediamo, come cantoni di frontiera, che questa decisione non sia una misura a difesa della sicurezza interna…; se la sicurezza lungo il confine non funziona, a dover intervenire sono i cantoni che devono adoperarsi per aumentare i propri effettivi e compensare i mancati rinforzi da parte della Confederazione”.

“È vero che c’è un allentamento della pressione migratoria alle frontiere, però sappiamo che l’attività di passatori e malviventi è comunque costante. Anche nel 2017 il numero di persone fermate dalle forze di polizia sia svizzere, sia italiane è rimasto importante. Non dobbiamo perdere l’obiettivo di garantire la sicurezza ed evitare che lungo il confine ci siano attività criminali”, aggiunge il consigliere di Stato.

“Riaperti i valichi, allora tornino le Guardie a presidiare”

“Riaperti i valichi, allora tornino le Guardie a presidiare”

Da Ticinonews.ch | L’amarezza di Gobbi per la riapertura dei valichi secondari: “Berna non ci ha informato, così non si fa”

Norman Gobbi non ha preso affatto bene la decisione della Confederazione di riaprire i valichi secondari durante le ore notturne tra il Ticino e l’Italia. E, in un post su Facebook, il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni scrive:

“A quanto pare a Berna hanno deciso di riaprire durante la notte i valichi secondari di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga. Un’informazione che ho appreso dai media e non dai diretti interessati… Così non si fa! Si tratta di una misura chiesta a più riprese dalla politica – quella ticinese – ma soprattutto dalla popolazione che vive vicino al confine con l’Italia è condivisa dal Governo federale. Che senso ha riaprire i valichi domenica e tornare – forse – a chiuderli ancora in futuro dopo che il Consiglio federale avrà fatto le proprie valutazioni?”

“Mi aspetto – conclude Gobbi – che i funzionari della Berna federale che hanno preso questa decisione poi siano coerenti e conseguenti: facciamo tornare le Guardie a presidiare i valichi! Sulla nostra sicurezza non si scherza!”

Grenz-Drohnen fliegen nur unter der Woche

Grenz-Drohnen fliegen nur unter der Woche

Da SRF.ch | Die Armee setzt Drohnen gegen Einbrecherbanden und illegale Einwanderer ein. Aber nur wochentags.

Video da 10vor10: http://www.srf.ch/news/schweiz/grenz-drohnen-fliegen-nur-unter-der-woche

Jedes Jahr fliegen die Drohnen der Schweizer Armee rund 60 Einsätze für das Grenzwachtkorps (GWK). Die Einsätze fanden meistens nachts statt – und immer unter der Woche. Wie eine exklusive Recherche von SRF mit Flugdaten aus 25 Monaten zeigt: Sowohl in der Nacht auf Sonntag als auch auf Montag bleiben die Drohnen am Boden. Dies, obwohl der Auftrag der Einsätze klar ist: Einbrecher und Schlepper fassen, die nachts über die Grenze kommen. Machen die am Wochenende Pause?

Für Manuel Dubs, Stellvertretender Kommandant des Drohnenkommandos 84 und Oberstleutnant im Generalstab, liegt der Grund nicht bei der Armee: «Wir haben betreffend Tagen und Zeiten keine Einschränkungen, wann wir fliegen dürfen, da ist eigentlich alles möglich gemäss dem Bedarf vom Nutzer. Wir fliegen dann, wenn ein Einsatz gefordert ist.» Allerdings räumt ein Sprecher der Armee nachträglich ein, dass die Drohnen zum Betrieb auf ziviles Personal wie Mechaniker angewiesen seien. Und solches könne «nicht unterbruchslos» im Tessin eingesetzt werden.

Nachtruhe als Problem

Zurzeit fliegen die Drohnen vor allem im Tessin. Für Norman Gobbi, Chef des Tessiner Polizei- und Justizdepartements und Lega-Staatsrat, ist die Unterstützung der Luftwaffe zur Grenzsicherung wichtig: «Vor allem in den Bezirken Luganese und Mendrisiotto, wo auch die Banden am meisten tätig sind. Wir müssen die Schlepper bei der Migration überwachen, weil sie nicht die normalen Grenzübergänge nutzen.»

Und natürlich würden Einbrecher keine Bürozeiten berücksichtigen, «aber wir müssen auch der Befürchtung der Bevölkerung Rechnung tragen.» Denn die heutige Armee-Drohne des Typs ADS-95 Ranger würde viel Lärm machen und die Nachtruhe der Tessiner stören.

Dieses Problem kennt auch Daniel Böhm, Chefpilot des Drohnenkommando 84: «Taktisch versuchen wir natürlich, nicht hörbar zu sein. Das hat zwei Gründe: Dass die Beobachteten das nicht merken und dass man der Bevölkerung nicht Lärm auferlegt, der nicht nötig ist. Darum fliegen wir so hoch, wie es geht.» Bei schlechter Witterung sei man allerdings gezwungen, unter den Wolken zu fliegen, weil die Sensoren der Drohnen sonst beeinträchtigt werden.

Neue Drohne soll Lösung bringen

Änderung soll die neue Drohne des Typ Hermes 900 bringen, die in den nächsten Jahren in Betrieb genommen werden soll. Dann ist es vorbei mit der Schönwetter-Drohne. Ob dann auch die Bürozeiten aufgehoben werden, muss aber das GWK entscheiden. Die Grenzwächter wollen dazu «aus einsatztaktischen Gründen» keine Stellung nehmen.

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Dal Mattino della domenica | La Confederazione copre interamente i costi della sicurezza del Centro di Rancate

Negli ultimi tempi Berna si è fatta sentire, dando una risposta alla richiesta di contributo nella gestione dei flussi migratori in Ticino. Dapprima la disponibilità a sostenere la nostra Polizia, mentre questa settimana un secondo annuncio: la Confederazione si assumerà interamente i costi per la sicurezza al Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate.

Siamo ormai nel periodo caldo dell’anno, che negli ultimi anni corrisponde al periodo più intenso per i flussi migratori. Complice il bel tempo, gli sbarchi sulle coste italiane aumentano di giorno in giorno: sono ormai più di 70mila i migranti sbarcati fino ad ora, circa il 27% in più rispetto allo scorso anno. Anche se l’ondata migratoria alle nostre latitudini non si è ancora presentata come gli scorsi anni, questo dato ci fa pensare che non passerà molto tempo prima di vedere aumentare il numero di migranti che arriveranno ai confini italo-svizzeri.

Una possibile chiusura del Brennero?

Una situazione che potrebbe addirittura peggiorare data la situazione internazionale. È stata infatti una delle notizie più discusse di questa settimana il fatto che l’Austria avrebbe schierato 750 soldati e quattro veicoli blindati al Brennero lo scorso fine settimana. Il ministro della Difesa Hans Peter Doskozi aveva infatti affermato che l’Austria avrebbe avviato dei controlli e dispiegato soldati al confine se il flusso di migranti in arrivo sulle coste italiane non si fosse ridotto. Affermazione che in seguito è stata rettificata dal cancelliere austriaco Christian Kern, senza però escludere la presenza di un piano di emergenza nel caso il flusso aumentasse. È una situazione che mostra una certa criticità e che dobbiamo tenere sott’occhio: la chiusura di un’ulteriore “rotta” per i flussi migratori creerebbe molto probabilmente un peggioramento della situazione al nostro Confine.

Il ruolo centrale del Ticino

Sono tutti scenari che non sono attuali ma che potrebbero con molta probabilità manifestarsi, e per i quali ci siamo preparati. Proprio perché il Ticino ha un ruolo centrale che è quello di Porta Sud della Svizzera, come Cantone abbiamo richiesto un supporto importante da parte della Confederazione. Un supporto dovuto, anche perché ciò che facciamo per affrontare la situazione straordinaria in Ticino si riflette, in positivo, sugli altri cantoni e sulla sicurezza nazionale.

Trenta agenti in più

Proprio in queste settimane sono arrivate due buone notizie per il nostro Cantone. La prima, è che la nostra Polizia potrà contare su trenta agenti provenienti dal resto della Svizzera per far fronte, tra metà luglio a metà settembre, a un eventuale forte aumento di entrate illegali. La cosa positiva è che il loro impiego non dipenderà dal superamento di una certa soglia di entrate ma sarà possibile in ogni momento se lo riterremo necessario. Questo sforzo in più da parte degli altri cantoni servirà a sostenere la nostra Polizia in particolar modo su strade, nei treni e nelle stazioni sul territorio.

La Confederazione paga per Rancate

Questa settimana la seconda buona notizia da Berna: i costi per la sicurezza del Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate nel 2017 saranno assunti interamente dalla Confederazione. Grazie all’accordo che ho firmato con il Direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane, Christian Bock, arriva dopo che con il Consiglio di Stato abbiamo deciso di prolungare fino alla fine del 2018 l’operatività della struttura, su proposta del mio Dipartimento. Una struttura che si è in effetti rivelata la soluzione giusta alla situazione che abbiamo dovuto affrontare lo scorso anno, e che sarà indispensabile anche quest’anno. Come ho sottolineato due settimane fa in queste pagine, si tratta di continuare a garantire con la stessa efficienza anche quest’anno la sicurezza sul territorio per i ticinesi.

Il Ticino ha dimostrato di essere un partner affidabile per la Confederazione e per i Paesi limitrofi nella gestione dei flussi migratori. La nostra regione è la più toccata della Svizzera, ed è per questo che ho accolto con soddisfazione una risposta da Berna. Non si tratta solo di far fronte ai costi che il nostro Cantone deve assumersi come Porta Sud della Svizzera, ma si tratta soprattutto di aver riconosciuto il ruolo fondamentale che abbiamo nella gestione di questa situazione, che non è solo a favore di noi ticinesi, ma della sicurezza di tutta la nazione!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni