L’ira del Pirellone sul Ticino

L’ira del Pirellone sul Ticino

Dal Giornale del Popolo | Dopo la tentata rapina a Monteggio e il traffico in tilt, la Regione Lombardia approva una mozione con cui si chiede di vietare la chiusura delle frontiere

Tutti contro la Svizzera. È stato unanime, ieri pomeriggio, il voto del Consiglio
regionale della Lombardia a favore di una mozione vertente su quanto capitato il 5 dicembre, dopo la fallita rapina alla Raiffeisen di Molinazzo di Monteggio, ovvero la chiusura dal versante ticinese dei valichi di frontiera, che ha causato code chilometriche, giacché l’orario del tentato assalto è coinciso con il rientro a casa dei frontalieri.

Marsico (FI): «Violato Schengen»
Il primo firmatario dell’atto parlamentare presentato al Pirellone è stato il varesino Luca Marsico (Forza Italia), il quale ha sostenuto che «attraverso l’approvazione di questo atto, il Consiglio regionale lombardo ha declinato un impegno preciso che va nella direzione dell’assoluta tutela degli oltre 60.000 lavorativi italiani frontalieri. È necessario infatti che non si ripetano azioni unilaterali da parte della Confederazione Elvetica in violazione del trattato di Schengen, oltre che lesive dei diritti dei lavoratori italiani». Delle parole per nulla tenere nei confronti delle autorità ticinesi, anche se, ha concluso Marsico, «auspico che per il futuro si possa giungere a una piena condivisione, evitando azioni, come quella di specie, non motivate né giustificate dalle norme come nel caso occorso lo scorso dicembre, che non presentava affatto minaccia grave per l’ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato».
Come detto, anche gli altri gruppi (PD, Lega Nord, Movimento 5 stelle) hanno appoggiato compattamente la mozione, che, rispetto al testo originale, è stata resa più stringente da un emendamento avanzato dai leghisti d’oltreconfine. Come ha proposto il consigliere del Carroccio Dario Bianchi, il testo approvato dalla Lombardia impone alla sua giunta di pretendere, tramite il Governo romano, spiegazioni formali dalla Svizzera, e, qualora queste spiegazioni non fossero ritenute pertinenti, di chiedere il deferimento della Confederazione di fronte al Comitato esecutivo di Schengen, per violazione dei trattati. Oltretutto il leghista ha chiesto che «vengano riconosciuti formalmente da parte elvetica i danni causati ai nostri cittadini». Inoltre va detto che anche la giunta regionale, per bocca dell’assessora Francesca Attilia Brianza (Lega Nord), ha appoggiato la mozione. La rappresentante dell’Esecutivo in particolare ha sostenuto che «c’è stato sicuramente un disagio, causato anche dalla coincidenza col rientro dei frontalieri proprio a quell’ora, ma è un disagio che noi non giustifichiamo». L’esponente della giunta ha affermato anche che, a suo avviso, il Centro di cooperazione di polizia e doganale di Chiasso «non sarebbe stato sufficientemente sollecitato» in tale circostanza e che, per evitare in futuro situazioni simili, della questione verrà investito anche il “tavolo sulla sicurezza” della Regio Insubrica.

Gobbi ribatte: «Tutto regolare»
Quanto accaduto ieri al Pirellone ovviamente non cambia la posizione già espressa dal Consiglio di Stato, in particolare dal direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, il quale, raggiunto a Berna dal GdP subito dopo il voto lombardo, ha ribadito che le autorità ticinesi hanno agito correttamente. Inoltre ha sostenuto che «le nostre forze dell’ordine hanno una missione primaria: garantire la sicurezza dei cittadini e del territorio in cui viviamo. È quello che ho evidenziato a inizio dicembre dello scorso anno quando ho commentato una prima reazione da parte italiana. Ed è quello che voglio ribadire anche di nuovo alla luce della mozione approvata dal Consiglio regionale della Lombardia». Dunque il consigliere di Stato ha confermato che «non si è trattato di un’azione spropositata: il dispositivo cantonale in caso di questi reati gravi prevede dei controlli intensivi alle frontiere nel momento in cui scatta l’allarme. Tra le misure è anche possibile bloccare le frontiere in modo temporaneo per evitare la fuga oltreconfine. Il Centro di Cooperazione di Polizia e Doganale è stato inoltre da subito coinvolto nell’operazione e ha informato i comandi provinciali di polizia della chiusura dei valichi».

Il precedente degli arresti nel 2015
Infine il consigliere di Stato ha ricordato che il sigillo dei nostri confini è stato attuato diverse volte anche in passato, con successo. «Il blocco della frontiera scattò anche alla fine di marzo 2015 – ha concluso Gobbi – quando fu commessa una rapina a mano armata ai danni di un distributore di benzina. Grazie alla chiusura temporanea dei valichi regionali fu possibile procedere all’arresto sul nostro territorio degli autori del reato. Misure di questo tipo servono per tutelare un bene fondamentale: la sicurezza del Ticino e della regione intera. Non sono atti discriminatori nei confronti dei lavoratori frontalieri. La collaborazione con le autorità italiane in materia di sicurezza è ottima, l’ho già ribadito a più riprese. Prossimamente incontrerò ancora il prefetto di Como, con il quale abbiamo degli ottimi rapporti. Inoltre il Governo di Roma sta collaborando attivamente con le autorità federali e cantonali per l’esperimento di chiusura notturna di alcuni valichi annunciato dal Consiglio federale».

“Berna riconosce la situazione eccezionale ticinese”

“Berna riconosce la situazione eccezionale ticinese”

Da Ticinonews.ch | Il ministro Norman Gobbi saluta positivamente la proposta di Ueli Maurer di schierare almeno 50 militari al confine

Dal prossimo anno almeno 50 militari dovranno essere schierati alle frontiere per l’emergenza migranti. Lo ha dichiarato il Consigliere federale Ueli Maurer.

Una notizia salutata positivamente dal ministro ticinese Norman Gobbi: “La Confederazione riconosce la situazione eccezionale, e la posizione delicata del Ticino”.

Il direttore del Dipartimento delle istituzioni auspica che il provvedimento entri in vigore al più presto, e che una buona parte dei 50 militari venga schierata in Ticino, a supporto delle Guardie di confine.

Guarda il servizio TG di TeleTicino: http://www.ticinonews.ch/video/ticino/340330/berna-riconosce-la-situazione-eccezionale-ticinese

Molinazzo Ritrovata l’auto dei rapinatori

Molinazzo Ritrovata l’auto dei rapinatori

Dal Corriere del Ticino | La vettura utilizzata per il tentato assalto alla Raiffeisen era abbandonata in un posteggio di Cremenaga – Critiche dall’Italia per i disagi dovuti al blocco dei valichi – Gobbi: «Essenziale per garantire la sicurezza»

È stata ritrovata ieri mattina dalle forze di polizia italiane, abbandonata in un posteggio a Cremenaga, a poche centinaia di metri dal valico con il Ticino, la Fiat Uno metallizzata utilizzata dai due malviventi che lunedì pomeriggio hanno tentato di assaltare la banca Raiffeisen di Molinazzo di Monteggio. La vettura è risultata rubata la mattina dello stesso giorno in territorio di Busto Arsizio, in provincia di Varese. Con la stessa i due banditi sono entrati in Svizzera e sono precipitosamente rientrati in Italia dove si sono poi trasferiti su un’auto «pulita» per dileguarsi. Sono in corso gli accertamenti tecnico scientifici sulla Fiat alla ricerca di tracce biologiche e impronte digitali che portino all’identificazione dei criminali, ma è soprattutto dalle registrazioni delle telecamere di videosorveglianza ai valichi, da cui gli inquirenti si attendono risposte importanti.

Come noto l’incursione non andata in porto è durata soltanto 32 secondi. Dopo essere entrati nella banca, i malviventi hanno lanciato un sostanza liquida nel locale intimando «questa è una rapina». La reazione degli impiegati è stata quella di chiudere immediatamente la porta. Colti di sorpresa i rapinatori hanno deciso di abbandonare precipitosamente il campo. Immediatamente la Polizia cantonale e le Guardie di Confine hanno iniziato una serrata caccia installando posti di blocco nella regione: essendovi il forte sospetto che i banditi si trovassero ancora in territorio svizzero, è stato messo in atto il dispositivo che prevede la chiusura totale dei valichi.

Si tratta di provvedimenti inevitabili in situazioni del genere ma che, visto l’orario che coincideva con il rientro di migliaia di lavoratori ticinesi e frontalieri, hanno finito con il creare gravi disagi alla circolazione in tutto il Sottoceneri e soprattutto lungo la fascia di confine, scatenando non poche polemiche soprattutto da parte italiana.

Scontri verbali

«La chiusura totale della dogana di Lavena Ponte Tresa, dopo la tentata rapina, ha di fatto intrappolato moltissimi lavoratori frontalieri italiani per ore e rappresenta un fatto assai grave», ha commentato Luca Marsico , consigliere di Forza Italia alla Regione Lombardia, annunciando nel contempo l’intenzione di presentare una mozione in Consiglio regionale per fare piena chiarezza sull’accaduto. Accuse sono giunte anche dal sindaco di Lavena Ponte Tresa, Massimo Mastromarino , che ha parlato addirittura di sequestro di persona e di violazione del trattato di Schengen dicendosi intenzionato a denunciare il fatto al Ministero degli esteri. Dal canto suo il prefetto di Varese, Giorgio Zanzi , ha reso noto che la frontiera non è stata mai formalmente chiusa, ma si sono alzati i livelli di controllo. Ad ogni modo – ha aggiunto – la questione è stata esaminata e riportata ai livelli più alti del dipartimento statale competente e, lunedì sera si è intervenuti per trovare una soluzione. «Ci siamo mossi con le forze di Polizia per capire il problema e spiegare alle autorità elvetiche le difficoltà che la loro legittima iniziativa stava creando ai frontalieri. Questo fatto ci ha permesso di comprendere che dovrà esserci un maggiore coordinamento con la Svizzera – ha detto il rappresentante del Ministero degli interni a Varese –. Il flusso di informazioni di polizia non è mai mancato, ma bisognerà mettere in campo anche misure idonee per la viabilità».

Sul caso sempre ieri è intervenuto anche il capo del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi che, in nel corso di un’intervista rilasciata a TicinoNews, ha ribadito che non si è trattato di un provvedimento spropositato ricordando altresì che la Polizia cantonale e le Guardie di confine hanno agito nell’interesse della collettività, attuando le misure di loro competenza.

Il consigliere di Stato ha invece definito sproporzionata la reazione delle autorità locali d’oltre confine, confermando il proprio sostegno alle misure d’urgenza attuate. «Le nostre forze dell’ordine sono chiamate ad assolvere un compito fondamentale: tutelare la sicurezza sul territorio ticinese. Nel caso in cui si verifichi un fatto grave, come in questo caso una rapina, la Polizia cantonale valuta una serie di misure d’urgenza da attuare in quel momento». Tra queste vi è anche, come avvenuto in passato, la chiusura dei valichi doganali, un dispositivo che la Polizia cantonale mette in atto insieme alle Guardie di confine e alle Polizie comunali. «Si tratta di una misura che consente di reagire celermente – ha concluso il ministro – nell’interesse di tutta la collettività. Questo evidentemente nelle ore di punta, quando le strade cantonale a ridosso delle zone di confine sono trafficate dai lavoratori frontalieri, può causare disagi al traffico».

«Gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa dei frontalieri»

«Gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa dei frontalieri»

Da Ticinonline | Gobbi e la Polizia Cantonale rispondono al sindaco di Lavena Ponte Tresa: «La chiusura delle dogane era necessaria per garantire la sicurezza». Le critiche? «Marketing politico»

Polizia Cantonale e lo stesso direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, respingono al mittente le accuse mosse ieri sera dal sindaco di Lavena Ponte Tresa, Massimo Mastromarino. Il primo cittadino si era infervorato in seguito alla chiusura delle dogane decisa dopo una tentata rapina a una banca Raiffeisen.

Gobbi, infatti, non ritiene che il provvedimento preso sia stata un’azione spropositata. «Le nostre forze dell’ordine sono chiamate ad assolvere un compito fondamentale: tutelare la sicurezza sul territorio ticinese – spiega -. Nel caso in cui si verifichi un fatto grave, come in questo caso una rapina, la Polizia cantonale valuta una serie di misure d’urgenza da attuare in quel momento. Tra queste vi è anche, come avvenuto in passato, la chiusura dei valichi doganali. Un dispositivo che la Polizia cantonale mette in atto insieme alle Guardie di confine e alle comunali. La misura consente di reagire celermente, nell’interesse di tutta la collettività. Questo evidentemente, nelle ore di punta, quando le strade cantonale a ridosso delle zone di confine sono trafficate dai lavoratori frontalieri, può causare disagi al traffico. Una situazione che può verificarsi saltuariamente ma per garantire un bene superiore: la sicurezza dei cittadini e del nostro territorio».

La reazione del Sindaco, per il Consigliere di Stato, è solo una mossa politica: «A livello politico il sindaco del Comune di confine ha sicuramente la libertà di intraprendere le misure che ritiene necessarie per tutelare il suo territorio. Spesso ho sentito le Autorità italiane gridare ai quattro venti che faranno ritorsioni verso la Svizzera. Ho l’impressione che in questo caso si tratti piuttosto di un’operazione di marketing politico. D’altra parte bisogna ricordare che la Polizia cantonale e le Guardie di confine hanno agito nell’interesse della collettività, attuando le misure di loro competenza. E poi non dobbiamo dimenticare che gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa del traffico generato dai lavoratori frontalieri. Forse in questo caso la reazione del sindaco di Lavena Ponte Tresa a mio modo di vedere non è proprio così proporzionale anche perché i disagi al traffico erano motivati da un motivo più che valido: tutelare la sicurezza dei ticinesi e del nostro territorio».

«Provvedimento necessari per assicurare alla giustizia i malviventi» – Dello stesso avviso è la Polizia Cantonale, come sottolinea il portavoce Stefano Gianettoni: «È stato deciso un dispositivo di ricerca nella zona interessata, in collaborazione con le Guardie di confine e le Polizie comunali. Sono state attuate delle misure, come in altri casi in passato, che hanno sicuramente causato dei disagi al traffico ma che erano necessarie per aumentare le possibilità di assicurare alla giustizia i malviventi e per garantire la necessaria sicurezza alla popolazione».

“Le lamentele del sindaco? Marketing politico”

“Le lamentele del sindaco? Marketing politico”

Da Ticinonews.ch | Norman Gobbi replica alle critiche italiane: “Dobbiamo garantire la sicurezza dei cittadini e del territorio”

La chiusura del valico doganale di Ponte Tresa ad opera delle Guardie di Confine svizzere ha letteralmente fatto andare su tutte le furie il sindaco di Lavena Ponte Tresa Massimo Mastromarino, mentre da parte delle forze dell’ordine italiane sono arrivate critiche inerenti presunte mancanze a livello comunicativo (vedi articoli suggeriti).

Nella giornata di ieri lo stesso Mastromarino aveva tuonato contro il modus operandi della autorità elvetiche e oggi ha rincarato la dose. “Misura abnorme e spropositata”, aveva ribadito dopo aver sentito il prefetto di Varese per gettare le basi di una “protesta formale tramite l’Ambasciata italiana in Svizzera o il Ministero”.

Un clima decisamente infuocato sul quale si esprime ora il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

“A livello politico il sindaco del Comune di confine ha sicuramente la libertà di intraprendere le misure che ritiene necessarie per tutelare il suo territorio” afferma Gobbi, da noi contattato. “Spesso ho sentito le autorità italiane gridare ai quattro venti che faranno ritorsioni verso la Svizzera. Ho l’impressione che in questo caso si tratta piuttosto di un’operazione di marketing politico”.

“D’altra parte bisogna ricordare che la Polizia cantonale e le Guardie di confine hanno agito nell’interesse della collettività, attuando le misure di loro competenza” prosegue Gobbi. “E poi non dobbiamo dimenticare che gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa del traffico generato dai lavoratori frontalieri. Forse in questo caso la reazione del sindaco di Lavena Ponte Tresa a mio modo di vedere non è proprio così proporzionale anche perché i disagi al traffico erano motivati da un motivo più che valido: tutelare la sicurezza dei ticinesi e del nostro territorio!”

Gobbi ribadisce inoltre il sostegno alle misure d’urgenza attuata dalla Polizia cantonale e dalle Guardie di confine: “Le nostre forze dell’ordine sono chiamate ad assolvere un compito fondamentale: tutelare la sicurezza sul territorio ticinese. Nel caso in cui si verifichi un fatto grave, come in questo caso una rapina, la Polizia cantonale valuta una serie di misure d’urgenza da attuare in quel momento”.

Tra queste vi è anche, come avvenuto in passato, la chiusura dei valichi doganali, un dispositivo che la Polizia cantonale mette in atto insieme alle Guardie di confine e alle Polizie comunali. “Si tratta di una misura che consente di reagire celermente, nell’interesse di tutta la collettività. Questo evidentemente nelle ore di punta, quando le strade cantonale a ridosso delle zone di confine sono trafficate dai lavoratori frontalieri, può causare disagi al traffico”.

Gobbi tiene a ribadire che non si è trattato di un provvedimento spropositato: “Una situazione che può verificarsi saltuariamente ma per garantire un bene superiore: la sicurezza dei cittadini e del nostro territorio”.

Gobbi beschimpft eigene Partei als «Buchhalter»

Gobbi beschimpft eigene Partei als «Buchhalter»

Da Blick.ch | Dass die SVP gegen einen Ausbau des Grenzwachtkorps ist, kommt in der Südschweiz schlecht an. Der Tessiner Sicherheitsdirektor Norman Gobbi, selbst SVP-Mitglied, kritisiert den Entscheid.

Die SVP will das Grenzwachtkorps (GWK) nicht mit mehr Personal ausstatten (BLICK berichtete). Das GWK sei bereits 2016 um 48 Stellen aufgestockt worden, begründet Vize-Fraktionschef Thomas Aeschi den Entscheid. Statt der Grenze will die SVP lieber die Finanzen schützen und die 2,5 Millionen Franken, die die zusätzlichen Grenzwächter kosten würden, sparen.

«Werden wir von Buchhaltern regiert?»

Aus dem Tessin hagelt es Kritik an dieser Kehrtwende. «Ich bin enttäuscht von der Bundespolitik», macht Norman Gobbi, Lega-Staatsrat und vor einem Jahr noch SVP-Bundesratskandidat, seinem Ärger Luft.

Dass die mehrfach bestätigte Aufstockung des GWK in Frage gestellt werde, ist für ihn «unverständlich». Die Bundespolitiker müssten wissen, dass ihre Entscheide Folgekosten hätten. «Werden wir von Buchhaltern regiert oder von Politikern?», fragt er.

Dreimal mehr Migranten als 2015

Für Gobbi ist klar, dass es mehr Grenzwächter braucht: Die Lage im Tessin sei weiterhin angespannt. Die illegale Einwanderung habe nicht abgenommen, im Gegenteil. Im Vergleich zu 2015 seien dieses Jahr dreimal so viele illegale Migranten über die Grenze gekommen. «Das heisst: Wir müssen die Südgrenze weiter gut schützen», sagt Gobbi.

Und das gehe nicht ohne mehr Personal. Derzeit könne die Südschweiz auf die Unterstützung aus anderen Grenzwachtregionen zählen. «Doch wie lange noch?», fragt sich Gobbi. Die ausgeliehenen Grenzwächter würden an ihren eigenen Grenzabschnitten gebraucht.

Armee nur in Ausnahmefällen sinnvoll

«Was, wenn der Migrationsdruck nochmals zunimmt?», fragt der Tessiner Sicherheitsdirektor. Er fürchtet, dass das GWK dann nicht vorbereitet sei. Denn neue Grenzwächter auszubilden, dauere mindestens drei Jahre.

In einem solchen Fall vorübergehend auf die Armee zu setzen, wie SVP-Nationalrat Aeschi vorschlägt, ist für den Tessiner nicht zielführend. «Ein Einsatz der Armee ist nur für Notlagen sinnvoll», sagt Gobbi. «Doch wir brauchen mehr Grenzpersonal im Alltag.»

Tessiner SVP-ler will Grenze statt Finanzen schützen

Auch der Tessiner SVP-Nationalrat Marco Chiesa sagt auf Anfrage: «Im Kanton Tessin sind die Probleme an der Grenze weiterhin akut. Grenzgänger und illegale Migration beschäftigen die Grenzwächter sehr.»

Für ihn ist klar: «Wir brauchen mehr von ihnen.» Dennoch gibt er sich diplomatisch und sagt, er könne den Entscheid der Fraktion zwar nachvollziehen. Allerdings macht er klar, dass er künfitg «im Zweifelsfall lieber die Grenzen statt die Finanzen beschützen» werde.

Die beste Variante für ihn wäre ohnehin, die Schweizer Soldaten aus dem Kosovo «sofort nach Hause zu holen und an die Grenze zu stellen.» So könne man viel Geld sparen.

Flussi migratori: si abbassano le luci dei riflettori ma non il numero di arrivi

Flussi migratori: si abbassano le luci dei riflettori ma non il numero di arrivi

Dal Mattino della domenica | Dopo quasi due mesi dall’apertura del centro migranti di Rancate il ministro leghista traccia un primo bilancio

Il contesto al confine sud
Il caldo estivo ha lasciato spazio a temperature più miti e l’autunno inizia a colorare i nostri paesaggi. Mentre cadono le foglie dagli alberi si spengono le luci dei riflettori sulla questione dei flussi migratori. Uno dei temi – anzi il tema! – che ha scaldato e scandito le nostre giornate estive. Dovevamo reagire in tempi brevi a una situazione nuova, quella che abbiamo vissuto negli scorsi mesi e lo abbiamo fatto. I migranti o erano già registrati in Italia o non chiedevano asilo nel nostro Paese perché intenzionati a proseguire verso le città del Nord Europa. Per far fronte al nuovo fenomeno – che ha quindi segnato un calo delle richieste d’asilo registrate nei mesi estivi – abbiamo allestito una struttura temporanea a Rancate in grado di accogliere dignitosamente e adeguatamente queste persone. Queste persone che secondo la Legge in materia di stranieri e gli accordi internazionali se non vogliono chiedere asilo in Svizzera sono considerati degli illegali e quindi devono essere riammessi nel primo Stato europeo che li ha accolti, ovvero l’Italia. In questo senso, grazie anche ai contatti costanti con i nostri interlocutori dall’altra parte del confine, le autorità italiane hanno iniziato a fare la loro parte.

Quindi, come accadeva a fine agosto, a pochi giorni dall’apertura del centro, se non è possibile riammettere oltre confine i migranti in transito entro la mezzanotte, gli stessi vengono accompagnati a Rancate. Nel centro temporaneo ubicato nel Mendrisiotto i migranti continuano ad avere la possibilità di rifocillarsi e possono passare la notte al caldo con un tetto sulla testa. Il giorno dopo vengono riaccompagnati alla frontiera dalle Guardie di confine per essere riammessi nella vicina penisola.

Continuano gli arrivi
Un centro quello di Rancate che ha fatto discutere molto e non sono mancate le speculazioni mediatiche da parte di alcune correnti politiche. Tuttavia, la scelta del mio Dipartimento e del Consiglio di Stato si è rivelata azzeccata. Una scelta giusta ma soprattutto necessaria. Dalla sua inaugurazione, ovvero dal 28 agosto, a domenica scorsa sono state quasi 3’200 le persone che hanno soggiornato, anzi pernottato a Rancate con una media di 55 presenze a notte e con un picco di presenza straordinaria la notte del 18 settembre con quasi 150 arrivi.

Quando quest’estate con il condizionatore acceso e le camice a maniche corte ci siamo chinati sull’apertura del centro immaginavamo che, pensando all’annuale ciclo degli arrivi di migranti in Europa, verso fine settembre o inizio del mese di ottobre la struttura avrebbe iniziato a essere meno affollata.

Complici forse le temperature miti sulla tratta mediterranea, questo non è avvenuto. E gli arrivi restano costanti.

La sicurezza al primo posto
Attorno all’apertura del centro non sono mancati i timori dei residenti. Preoccupazioni più che legittime soprattutto perché la gestione dei migranti in altre parti del mondo ma anche in Paesi europei vicini alla nostra realtà come la Francia, la Germania o il Belgio, hanno avuto riscontri purtroppo anche violenti e criminali. Questo non è stato il nostro caso. Soprattutto perché abbiamo voluto affrontare la situazione alla ticinese con quell’ordine, quella serietà e quel pragmatismo “made in Switzerland” che ci contraddistinguono. Abbiamo ragionato su più fronti e parallelamente alla creazione del centro temporaneo abbiamo voluto mettere in campo tutte le misure collaterali per evitare l’insorgere di problemi di ordine pubblico.

In questo senso abbiamo previsto una serie di misure strutturali come la recinzione attorno allo stabile e abbiamo pure attuato alcune misure tecnologiche come la videosorveglianza interna.

I timori iniziali della popolazione si sono dissipati man mano. Proprio negli scorsi giorni mi trovavo a Riva San Vitale e un imprenditore della zona mi ha avvicinato dicendomi “Ottimo lavoro Norman, vediamo più pattuglie nel nostro Mendrisiotto e ci sentiamo più sicuri”. Infatti, in questo senso, è stata rafforzata la presenza delle forze dell’ordine sul territorio e questo è servito anche da effetto deterrente per i malviventi che intendevano agire nella regione.

Prospettive future
Il Ticino ancora una volta ha dimostrato al resto del Paese di essere in grado di farsi carico con successo di una problematica sì locale ma con un risvolto nazionale. Infatti, il problema dei flussi migratori ha toccato il nostro Cantone prima di tutto il resto del Paese. Si tratta di un problema di ampia portata, che concerne non solo la Svizzera ma tutto il continente europeo. Il nostro obiettivo, come Cantone, è stato quello di garantire l’ordine e la sicurezza non solo per noi ma per il resto del Paese controllando quindi l’immigrazione illegale grazie alla gestione ordinata e puntuale degli arrivi alla frontiera sud.

Proprio perché a trarre beneficio dal nostro operato non è solo il Ticino – ma tutta la Svizzera – ho portato nelle scorse settimane questo messaggio oltre Gottardo. A Berna ho perciò ricordato che avendo lavorato per tutto il Paese, rispettando lo spirito federalista che ci contraddistingue, ci aspettiamo che la Confederazione intervenga partecipando ai costi che abbiamo sostenuto. Stiamo aspettando una risposta da parte dell’Autorità federale. Non ho intenzione di mollare su questo fronte e sono pronto a tornare alla carica. Per la sicurezza ma anche per il benessere del nostro territorio, e di tutto il nostro Paese.

Norman Gobbi, Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Sicurezza ed economia in un contesto transfrontaliero – Il Canton Ticino incontra Basilea-Città

Sicurezza ed economia in un contesto transfrontaliero – Il Canton Ticino incontra Basilea-Città

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha incontrato oggi a Chiasso il proprio omologo Baschi Dürr, Direttore del Dipartimento di giustizia e sicurezza del Semicantone di Basilea-Città. La riunione ha permesso ai due Consiglieri di Stato di confrontarsi su diversi temi legati alla sicurezza transfrontaliera e ai fenomeni migratori, ma anche sulla situazione attuale del mercato del lavoro in Ticino.

Il vertice fra le due delegazioni, organizzato al Centro di cooperazione di polizia e doganale di Chiasso, ha anzitutto permesso di analizzare la situazione attuale alla frontiera sud della Confederazione, in relazione ai fenomeni migratori che hanno interessato a partire dall’inizio dell’estate la vicina Lombardia. Sempre in tema di sicurezza, è stato approfondito il fenomeno del «turismo criminale», che suscita costante preoccupazione soprattutto nel Sottoceneri. In conclusione, i Consiglieri di Stato hanno affrontato anche il tema delle possibili collaborazioni fra le varie forze di intervento.

Cogliendo l’occasione offerta dalla riunione, sono stati in seguito discussi anche temi legati alla dimensione economica e alle tendenze in atto sul mercato del lavoro ticinese. Il Consigliere di Stato Baschi Dürr è stato orientato in modo approfondito sulle dinamiche che si sono prodotte in Ticino negli ultimi anni – a partire dall’entrata in vigore dell’Accordo fra Confederazione e Unione europea sulla libera circolazione delle persone – e sulle politiche adottate dal Cantone in materia di permessi per gli stranieri.

L’incontro odierno ha offerto la rara e preziosa occasione per un confronto politico ad alto livello, fra due Cantoni che condividono la posizione transfrontaliera e le sfide che essa comporta. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi è stato per l’occasione accompagnato dal Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, dal Segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, dal Vice-comandante del Corpo guardie di confine della Regione IV Fabio Ghielmini, da Thomas Ferrari (Capo della Sezione della popolazione) e da Stefano Rizzi (Direttore della Divisione dell’economia). La delegazione del Consigliere di Stato Baschi Dürr comprendeva invece per la Polizia cantonale il Comandante Gerhard Lips e il Responsabile delle formazioni speciali Peter Kötter, la Direttrice dell’Ufficio economia e lavoro Nicole Hostettler e la coordinatrice per l’asilo Renata Gäumann.

Migranti: ‘Serve tavolo insubrico’

Migranti: ‘Serve tavolo insubrico’

Da laRegione | La proposta di un tavolo transfrontaliero sui profughi è rimbalzata al Comitato direttivo della Regio Insubrica, su proposta della Provincia di Como.

L’ha avanzata la presidente della Provincia di Como. A fare gli onori di casa è stato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. Anche la Regio Insubrica si occupa di migranti. Lo ha fatto ieri, a Mezzana, nel corso della riunione del Comitato direttivo. Una presa d’atto di un fenomeno che, al di qua e al di là della frontiera, questa estate ha impegnato istituzioni e mondo del volontariato. Ma è stata altresì l’occasione di proporre iniziative transfrontaliere sulla base delle esperienze vissute. L’obiettivo? Essere pronti ad affrontare nuove emergenze nel solco di una collaborazione transfrontaliera sempre più stretta e nella convinzione che il problema dei migranti non è destinato a rientrare nel volgere di poco tempo. Il consigliere di Stato Norman Gobbi, ieri a Mezzana in rappresentanza del Canton Ticino, ha più volte posto l’accento sul fatto che gli è stato più facile dialogare con il prefetto di Como che non con altre istituzioni. La presidente dell’Amministrazione provinciale di Como Maria Rita Livio, dal canto suo, ha avanzato la proposta di un tavolo di lavoro mirato alle problematiche dei flussi migratori da aprire all’autorità cantonale, al sindaco di Como, all’Amministrazione provinciale e alle associazioni comasche e ticinesi. «Un primo passo è quello di una corretta informazione da parte nostra e dei ticinesi», ha richiamato, facendo riferimento a Como e a Chiasso, dove si ‘gioca’ la drammatica partita dei migranti. Sullo sfondo quella che è stata la scena aperta della stazione San Giovanni di Como. Ora l’impegno di tutti, per quanto si è appreso, è stato quello di approfondire la proposta di Maria Rita Livio. Ad aprire i lavori, ieri, è toccato però a Gobbi che ha scattato una istantanea di quanto accaduto negli ultimi tre mesi. Sono state 6’000 le riammissioni effettuate nel trimestre, ha ricordato il direttore delle Istituzioni. Non ci sono state forzature, ha ribadito, sono stati rispettati gli accordi con l’Italia. Gobbi ha avuto poi parole di plauso per la soluzione trovata con il ‘Centro di temporanea accoglienza’ di via Regina Teodolinda, che ha consentito di sgomberare l’accampamento cresciuto nel parco di San Giovanni. Il rappresentante della Regione Lombardia ha fatto presente che è proprio la Lombardia la regione che ospita il maggior numero di profughi. Como è di gran lunga, a livello nazionale, la città che ne accoglie di più. «Non è la Regione Lombardia che li ospita, bensì i Comuni e le associazioni di volontariato, incominciando dalla Caritas», ha puntualizzato la presidente della provincia. Nel frattempo, si è deciso di estendere la capienza del Centro a 400 posti. Questo perché i migranti, dopo aver abbandonato la tendopoli, hanno accolto l’invito a trasferirsi nell’area ex Rizzo. Dove si è aperta una nuova fase, impegnativa per tutti.

L’explosion des coûts

L’explosion des coûts

Da La Liberté | Avec la hausse des frais liés à l’asile, les cantons comme le Tessin craignent le pire pour leurs finances

«En ce qui concerne la migration, nous sommes la Grèce et l’Italie de la Confédération!» Norman Gobbi, chef du Département des institutions du Tessin, a un sens particulier de la géographie. Plus de 80% des migrants arrivant en Suisse passent par Chiasso. Ces arrivées commencent à peser sur les finances cantonales: rien que la gestion des requérants d’asile attribués au Tessin a entraîné un surcoût de plus de 5 millions de francs au cours du premier semestre de cette année.

Et c’est sans compter le centre temporaire créé fin août à Rancate que le canton doit cofinancer avec la Confédération. Il peut accueillir le temps d’une nuit jusqu’à 150 migrants ne souhaitant pas demander l’asile politique et qui seront reconduits en Italie. D’autres mesures à la charge du canton et de la Confédération, qui ne peuvent être dévoilées pour des raisons de sécurité, ont encore été adoptées.

Loyer mensuel à 650 000 francs
Afin de réduire les dépenses qui explosent, Norman Gobbi prône la protection des frontières avec une clôture virtuelle, grâce au travail coordonné des forces de l’ordre et un tri plus sélectif. «Les chiffres baissent, mais les gardes-frontière ont encore enregistré plus de 1300 arrivées entre le 15 et le 21 août, s’alarme le conseiller d’Etat. Les deux tiers de ces personnes ont été renvoyées en Italie. La plupart ne réclament pas l’asile en Suisse, mais veulent se rendre en Allemagne. Nous ne voulons pas devenir un couloir.»

En Valais, seconde porte d’accès au pays pour les migrants sans visa, Roger Fontannaz, chef de l’Action sociale à l’Office de l’asile, voit aussi les coûts monter en flèche. Les dépenses pour la prise en charge des demandeurs d’asile et des réfugiés sont passées de 42 millions de francs en 2013 à 48,7 millions en 2015. Le Nouvelliste rapportait récemment que le seul loyer mensuel pour loger les réfugiés et les requérants d’asile dans le canton s’élève à 650 000 francs.

Plus de coûts de personnel
«La population à prendre en charge est sans cesse croissante, ce qui engendre des coûts de personnel plus importants, lesquels
ne sont que partiellement compensés par les forfaits versés par la Confédération», souligne Roger Fontannaz. Des forfaits qui correspondent à un versement initial unique de 6000 francs aux cantons pour l’intégration et à environ 18 000 fr. par requérant ou réfugié par an.

Par ailleurs, les mineurs non accompagnés sont toujours plus nombreux. «Cette catégorie nécessite un encadrement et un suivi plus importants que les adultes, poursuit le Valaisan. Cela engendre encore des frais additionnels qui ne sont pas couverts par Berne.» Tout comme la prise en charge croissante de requérants ou de réfugiés vulnérables en institutions spécialisées, dont les coûts sont plus élevés que dans les structures ordinaires de l’asile. Et les frais de santé pour ces personnes sont en augmentation constante.

Les cantons frontaliers avec l’Italie ne sont pas les seuls confrontés à l’augmentation des dépenses liées à l’asile, puisque les requérants sont proportionnellement répartis dans les cantons selon leur population. D’ailleurs, en mai déjà, Vaud et Genève admettaient craindre devoir débourser pour 2016 quelques dizaines de millions de francs de plus que prévu pour l’asile.

Secrétaire générale de la Conférence des directrices et directeurs des affaires sociales (CDAS), l’organe qui coordonne la collaboration entre cantons dans le domaine de la politique sociale, Gaby Szöllösy constate que tous les cantons sont soumis à une pression grandissante: «La hausse du nombre d’arrivants, et le taux élevé, dépassant les 50%, de ceux qui sont reconnus comme réfugiés ou provisoirement admis, entraînent des frais croissants pour les cantons», assure-t-elle.

Une étude sur les coûts

Charles Juillard, président de la Conférence des directrices et directeurs cantonaux des finances (CDF), abonde. «Le forfait qui leur est attribué par la Confédération, inchangé depuis une dizaine d’années, ne suffit plus», soutient-il. Afin de trouver des solutions avec Berne, et d’avoir des chiffres pour appuyer les requêtes des cantons, le Jurassien a lancé une étude pour connaître plus précisément les coûts de l’asile.

De nombreuses nouvelles dépenses viennent se greffer aux charges cantonales, observe le ministre. Exemple: vu le nombre croissant de requérants et de réfugiés, les examens médicaux à l’arrivée dans les centres fédéraux sont devenus plus superficiels. «Dans certaines structures d’hébergement, des maladies ont été décelées, comme la gale, éclaire Charles Juillard. Rien de contagieux ou mortel, mais cela a suffi pour inciter plusieurs cantons à effectuer un second contrôle sanitaire auprès des nouveaux arrivants.»

De son côté, la Confédération voit elle aussi son budget 2017 grevé par les dépenses liées à l’asile, notamment à cause de l’augmentation attendue des forfaits destinés aux cantons pour l’aide sociale.