Il Consiglio di Stato rafforza la Magistratura penale

Il Consiglio di Stato rafforza la Magistratura penale

Nella seduta odierna, il Governo, su proposta del Dipartimento delle istituzioni, ha deciso la designazione di due giudici attribuiti rispettivamente all’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi e al Tribunale penale cantonale. Presso quest’ultima Autorità giudiziaria, inoltre, è stata consolidata l’assegnazione di due Vicecancellieri supplementari. Le decisioni del Consiglio di Stato rappresentano una risposta concreta alle richieste della Magistratura penale e consentiranno di rafforzare l’attività degli Uffici giudiziari interessati, a beneficio del buon funzionamento della giustizia ticinese. 

Per quanto attiene al Tribunale penale cantonale, l’evoluzione importante dell’attività cui questa Autorità giudiziaria è stata confrontata negli ultimi anni ha reso necessario l’intervento del Governo, che ha designato l’attuale giudice supplente del Tribunale penale cantonale avv. Manuela Frequin Taminelli quale giudice ai sensi dell’art. 24 della Legge sull’organizzazione giudiziaria. Oltre a ciò, sono state consolidate le due unità di Vicecancellieri supplementari attribuite al Tribunale penale cantonale nel luglio 2017. L’intenzione del Consiglio di Stato è quindi quella di formalizzare l’assegnazione di un giudice aggiuntivo ordinario presso il Tribunale penale cantonale mediante una modifica della Legge sull’organizzazione giudiziaria, per la quale verrà presentato nei prossimi mesi un apposito Messaggio governativo all’attenzione del Parlamento. 

Per quanto concerne l’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi, l’attuale Segretario giudiziario del medesimo avv. Curzio Guscetti è stato designato giudice ai sensi dell’art. 24 della Legge sull’organizzazione giudiziaria. Egli sostituirà temporaneamente l’attuale giudice dei provvedimenti coercitivi Claudia Solcà, recentemente nominata dall’Assemblea federale quale giudice della nuova Corte di appello del Tribunale penale federale. La decisione del Governo è volta a garantire il funzionamento dell’Ufficio giudiziario in questo momento di transizione, in attesa dell’entrata in carica del nuovo giudice ordinario dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi, che verrà nominato dal Gran Consiglio nei prossimi mesi. 

Le decisioni del Consiglio di Stato, prese su proposta del Dipartimento delle istituzioni, costituiscono una risposta concreta alle richieste effettuate dalle Autorità giudiziarie, fatte altresì proprie dal Consiglio della Magistratura contestualmente all’ultimo Rapporto annuale sull’attività del Potere giudiziario. Un segnale importante che dimostra la volontà del Governo, e per esso del Dipartimento delle istituzioni, di continuare a garantire il buon funzionamento della giustizia, anche mediante il potenziamento – laddove giustificato –, delle risorse a disposizione della Magistratura. Un tema che ritiene tutta l’attenzione da parte dell’Esecutivo, per il tramite del Dipartimento competente che ha rafforzato il dialogo tra questi due Poteri dello Stato. 

I giudici supplenti designati entreranno in funzione il 1° settembre 2018, a seguito della dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi. 

Futuro rosa per il Naravazz

Futuro rosa per il Naravazz

Il Consigliere di Stato Gobbi a Torricella-Taverne per discutere dell’ipotesi di carcere femminile

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, responsabile del Dipartimento delle istituzioni, lo aveva rimarcato recentemente, era inizio giugno, in parlamento: ovvero il sensibile aumento in Ticino della popolazione carceraria femminile negli ultimi due anni circa e, parallelamente, la mancanza di una sezione specifica a loro dedicata al penitenziario della Stampa. Dati che hanno portato a una serie di ipotesi così da risolvere la situazione della ventina di detenute, recluse nell’ambito delle indagini preliminari o già in esecuzione anticipata della pena.

Fra quelli, va detto, che sono ancora dei ‘disegni’ vi è anche il Luganese, e in particolare il comune di Torricella-Taverne, individuato dal Cantone quale sede del Naravazz, in passato carcere aperto, prima istituto per ragazzi poi come struttura di esecuzione di fine pena, e in seguito utilizzato per uffici cantonali e corsi di polizia.

«È stato solo un discorso a lungo termine, una discussione ad ampio raggio – risponde alla nostra richiesta di un commento sull’incontro di ieri pomeriggio fra Cantone e Comune il sindaco Tullio Crivelli –; per questo mi è impossibile ora rilasciare una dichiarazione. Prima di farla aspettiamo una lettera ufficiale del dipartimento, dopodiché prenderemo eventualmente posizione. È comunque un’idea che si svilupperà nel tempo e le tempistiche saranno abbastanza lunghe».

Già vent’anni fa il Comune si era mosso alla notizia dell’apertura di un carcere, poi fu ‘digerito’, arrivando i detenuti nell’ultimo periodo di sconto di pena. Oggi, le ventilate volontà del dipartimento di vedere nel Naravazz un’opzione per le detenute hanno probabilmente fatto riaffiorare fra le istituzioni e i cittadini la voce, della popolazione in generale, che esige in primo luogo sicurezza. Necessità però che sarebbe già stata assicurata da Gobbi che guarda alle donne finite in prigione i cui reati non vengono inclusi nella voce ‘gravi’, ma limitati alle truffe, ai furti e alla Legge federale sugli stupefacenti.

La volontà di cercare una soluzione è dettata, soprattutto, dalla mancanza di una sezione specifica per le donne, che le esclude da determinate misure previste diversamente al carcere della Stampa per gli uomini, come per esempio la possibilità, in esecuzione della pena, di lavorare nei laboratori presenti all’interno della struttura carceraria. L’alternativa? Scontare la loro reclusione alla Farera con i limiti insiti nella Farera stessa, ben più restrittivi (il diritto a una sola ora d’aria), ma non senza seguire una formazione nell’ottica della risocializzazione evitando così il pericolo di recidiva.

Naravazz, comunque, se da ‘suggerimento’ diventerà realtà, si presenta già fin d’ora come una soluzione transitoria, ciò in vista della prospettata costruzione del nuovo carcere penale. Il Cantone dovrà su questa strada predisporre entro fine anno un progetto concreto, calcolandone costi d’investimento e benefici. La struttura di Torricella-Taverne è chiusa, infatti, da tempo e dovrà essere perciò sanata e rimodernizzata nei suoi contenuti esterni ed interni.

Fallimento Darwin Airline SA: anche il Tribunale federale conferma l’operato dell’Ufficio dei fallimenti

Fallimento Darwin Airline SA: anche il Tribunale federale conferma l’operato dell’Ufficio dei fallimenti

Il Dipartimento delle istituzioni prende atto con soddisfazione della sentenza del Tribunale federale che ha respinto, nell’ambito della procedura di fallimento della compagnia aerea Darwin Airline SA, il ricorso presentato da SkyWork Airlines AG contro la vendita dei sei aerei Saab 2000. Il corretto operato dell’Ufficio dei fallimenti della Divisione giustizia era già confermato dalla Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale di appello. Prossimamente la flotta aerea di Darwin Airline SA verrà quindi realizzata.

Il Tribunale federale, con sentenza del 27 giugno 2018 notificata in data odierna, ha respinto il ricorso contro la realizzazione dei sei aerei inventariati contestualmente al fallimento di Darwin Airline SA, presentato dall’avv. Patrick Bianco per conto di SkyWork Airlineas AG. Quest’ultima, rammentiamo, si era opposta alla vendita dei sei aerei Saab 2000, esplicitando pure pubblicamente delle gravi accuse nei confronti dell’operato dell’Ufficio dei fallimenti della Divisione della giustizia dal profilo della completezza d’informazione durante la procedura di fallimento. Accuse la cui assoluta infondatezza era già stata confermata dalla Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale di appello.

Nello specifico, i giudici di Mon Repos hanno ritenuto inammissibile il ricorso presentato da SkyWork Airlines AG, per motivi procedurali. Difatti, contrariamente a quanto dettagliatamente fatto dinanzi alla Camera di esecuzione e fallimenti tramite il precedente patrocinatore, essa non ha formulato nel proprio gravame all’Alta Corte alcuna conclusione riformatoria, non spiegando parimenti come porre rimedio alla lamentata impossibilità di formulare un’offerta concreta per l’acquisto dei beni appartenenti alla massa fallimentare.

Il Dipartimento delle istituzioni saluta quindi positivamente la sentenza del Tribunale federale, che corrobora ulteriormente la conformità dell’attività dell’Ufficio dei fallimenti alla legislazione in materia. Un’attività che ha richiesto e sta richiedendo uno sforzo notevole al personale dell’Ufficio dei fallimenti di Lugano, a cui va il ringraziamento per l’operato svolto con serietà e competenza anche in questa occasione.

La decisione dell’Alta Corte di Losanna consentirà dunque la realizzazione in tempi celeri della flotta aerea di Darwin Airline SA. Un aspetto che andrà infine a beneficio dei creditori coinvolti nel fallimento, la cui tutela degli interessi costituisce il compito principale attribuito dalla legge all’Ufficio dei fallimenti.

Non verranno rilasciate ulteriori dichiarazioni in merito.

“Quasi impossibile individuare una logica in quel ricorso”

“Quasi impossibile individuare una logica in quel ricorso”

Da www.ticinonews.ch

Il TF ha confermato l’espulsione una 33enne italiana secondo cui vi era “un conflitto d’interessi per il direttore del DI”

Il Tribunale federale ha confermato l’espulsione di una 33enne italiana decisa nel febbraio del 2015 dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni (DI). La donna – cittadina italiana nata in Svizzera, dove è in parte cresciuta prima di trasferirsi in Italia – nel maggio del 2014 aveva ottenuto un permesso di dimora della validità di 5 anni per esercitare un’attività lucrativa dipendente in qualità di addetta alla reception presso un esercizio pubblico, in seguito fallito senza averle mai pagato lo stipendio. Essendo priva di entrate finanziarie e non avendo maturato un diritto all’indennità di disoccupazione, a partire da settembre 2014 aveva dovuto far capo all’assistenza pubblica.

La 33enne era in seguito tornata a vivere in Italia e, il 16 dicembre dello stesso anno, l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento (USSI) le aveva comunicato di non poter entrare nel merito della sua richiesta di rinnovo delle prestazioni assistenziali in quanto il Servizio regionale degli stranieri aveva notificato la sua partenza per l’Italia. La Sezione della popolazione del DI le aveva di conseguenza revocato il permesso di dimora, decisione inutilmente impugnata su ricorso sia davanti al Consiglio di Stato sia davanti al Tribunale cantonale amministrativo (TRAM).

La donna si era così rivolta al Tribunale federale per contestare la sentenza della Corte cantonale datata 9 gennaio 2017, ma anche in questo caso senza successo. “La ricorrente – si legge nella sentenza del 12 giugno scorso – ha inoltrato una memoria di 50 fitte pagine, composte da lunghi paragrafi organizzati in una progressione di cui solo raramente è possibile individuare una logica, ad esempio in funzione della struttura della sentenza impugnata o di un altro criterio oggettivo”. In particolare la donna aveva contestato le conclusioni a cui sono pervenuti i giudici cantonali “in relazione ad un asserito conflitto di interessi in cui si sarebbe trovato l’on. Norman Gobbi al momento di validare una decisione in materia di rilascio di permessi di soggiorno a cittadini stranieri”, nella sua veste di Presidente del Consiglio di Stato e responsabile del Dipartimento delle istituzioni e nel contempo “membro di un partito che promuove una politica restrittiva in materia di immigrazione”.

I Giudici di Mon Repos hanno tuttavia respinto al mittente questa tesi e ha confermato in quanto giustificata e proporzionata la revoca del permesso B poiché “alla ricorrente non poteva essere riconosciuto lo statuto di lavoratrice” in quanto “la sua attività è stata talmente ridotta da poterla ritenere di mero carattere marginale” mentre “la sua inattività professionale si protraeva da oltre due anni durante i quali ella non ha dimostrato di avere una prospettiva reale di impiego”. La Corte federale ha cioè concluso che “la ricorrente ha ampiamente superato il periodo ragionevole di sei mesi durante il quale i cittadini di uno Stato UE, al termine di un impiego di durata inferiore a un anno, hanno il diritto di rimanere in Svizzera per cercarsi un nuovo lavoro corrispondente alle loro qualifiche professionali e prendere, all’occorrenza, le misure necessarie per essere assunti”.

In prigione il pirata della strada

In prigione il pirata della strada

Da www.tio.ch

Il 43enne era stato condannato in contumacia nel mese di febbraio del 2017 a Lugano a 30 mesi di carcere di cui 12 da scontare

«Ride bene chi ride ultimo. Nient’altro da aggiungere se non che giustizia è fatta. Avanti così.»
È il commento soddisfatto che il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha affidato a Facebook in merito all’incarcerazione del pirata della strada tedesco che lo aveva sfidato nei mesi successivi alla sentenza. L’uomo, che a febbraio 2017 era stato condannato in contumacia a Lugano a 30 mesi di carcere (dei quali 12 da scontare), non aveva dimostrato alcun pentimento e anzi aveva commentato di non essere interessato al verdetto: «Erano le 23 e avevo fame. Ho già visto tutto della Svizzera, non ho più bisogno di tornarci».

Queste dichiarazioni arroganti avevano fatto infuriare il direttore del Dipartimento che si è successivamente prodigato per far subire al 43enne «tutta la forza della legge svizzera» e per farlo «finire dietro alle sbarre».
La prova di forza aveva però fatto sorridere il pirata della strada che aveva risposto: «Gobbi non mi fa paura». Ma come recita il vecchio adagio citato all’inizio, ride bene chi ride ultimo.
E ora l’uomo – come confermato al Blick dall’Alta Corte di Stoccarda – dovrà passare dodici mesi dietro alle sbarre del carcere tedesco.

La vicenda – Il 43enne, ricordiamo, si era reso protagonista di innumerevoli reati stradali nel 2014, con tanto di sorpassi ad alta velocità nella galleria del San Gottardo e di fuga dalla polizia a oltre 200 chilometri orari. Non contento il pirata della strada si era in seguito divertito a sbeffeggiare la giustizia svizzera e i conducenti elvetici.

Riflessi giudiziari

Riflessi giudiziari

Articolo pubblicato all’interno dell’edizione di martedì 19 giugno 2018 del Corriere del Ticino

Norman Gobbi: «Nessun atto intimidatorio con la lettera inviata al giudice Mauro Mini»

A entrare a gamba tesa sul tema dei rimborsi spese del Consiglio di Stato, lo scorso 28 maggio, era stato anche il neopresidente del Tribunale d’appello Mauro Mini. Nella parte introduttiva dell’intervento tenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario il giudice aveva infatti criticato duramente l’atteggiamento del Governo sul dossier. Esternazioni, queste, che non erano andate giù allo stesso Esecutivo che il 30 maggio aveva inviato una lettera a Mini chiedendo spiegazioni. Una decisione finita al centro di un’interpellanza di Matteo Pronzini (MPS), che aveva parlato di «separazione di poteri a geometria variabile», sottintendendo un’invasione di campo da parte governativa. Pronta, in aula, è però giunta la replica del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi: «Non si è trattato di un atto intimidatorio» ha precisato il consigliere di Stato. Per poi aggiungere: «Abbiamo chiesto semplicemente delle spiegazioni, ma questo non ha nulla a che vedere con l’operato della magistratura o con eventuali interferenze nello stesso».

A far storcere il naso al Governo era in particolar modo stata l’affermazione di Mini secondo cui «qualche membro del Consiglio di Stato voleva indicare alla magistratura come fare le inchieste». Una considerazione che, ha ribadito Gobbi di fronte al Gran Consiglio, «poteva essere interpretata in senso contrario rispetto ai due decreti d’abbandono firmati dal procuratore generale John Noseda. E rammento che anche i membri del Governo beneficiano come chiunque altro della presunzione di innocenza».

Ma non è tutto, poiché Gobbi si è soffermato anche sugli appunti mossi indirettamente da Mini al titolare del dossier sul fronte penale: «Il quarto potere non ha brillato per spirito critico» e «la Magistratura poteva essere forse più coraggiosa» aveva affermato il giudice. «Parlare di passo falso è prematuro» ha evidenziato il direttore delle Istituzioni, che non ha però escluso l’intervento dell’organo di vigilanza in ambito giudiziario. «Non nego che il Consiglio della magistratura possa ora aprire un incarto sulle affermazioni avanzate dal presidente del Tribunale d’appello nei confronti dell’agire di un collega» ha notato Gobbi. Già nella lettera a Mini il Governo d’altronde scriveva: «Non comprendiamo su quali basi lei abbia potuto esprimere la predetta opinione visto che gli atti del procedimento non le sono noti».

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea generale ordinaria della Federazione Ticinese delle Associazioni di Fiduciari

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea generale ordinaria della Federazione Ticinese delle Associazioni di Fiduciari

07 giugno 2018

– Fa stato il discorso orale –

Gentili Signore ed egregi Signori,

è con grande piacere che porgo a voi tutti il saluto del Consiglio di Stato e in particolare del Dipartimento delle istituzioni in occasione dell’Assemblea generale ordinaria della Federazione Ticinese delle Associazioni di Fiduciari, che raggruppa, quale “Federazione mantello”, le sei associazioni di Categoria presenti nel nostro Cantone.
Colgo l’occasione di salutare i rappresentanti delle stesse presenti oggi in sala.

“I fiduciari sono una componente rilevante della realtà economica ticinese e vogliono essere protagonisti del suo futuro”.
Così si esprimeva la Presidente Cristina Maderni nel corso del Forum annuale dello scorso ottobre organizzato a Vezia; un concetto pienamente condivisibile che permea anche l’Assemblea odierna incentrata sul titolo “Nuovi ruoli per nuovi scenari”.

Come ho avuto modo di evidenziare nei miei interventi tenuti dinnanzi a voi negli anni passati, parlando di piazza finanziaria ticinese si pensa spesso al ruolo giocato nella medesima dal settore bancario, senza tuttavia chinarsi sull’importanza delle attività dei fiduciari, che nel tempo hanno saputo adeguarsi – in maniera maggiormente dinamica rispetto ad altri settori – ai mutamenti che hanno toccato la nostra economia e di riflesso la nostra società.

Una dinamicità che, unita a una sviluppata capacità di adattamento insita nella vostra funzione, ha permesso a voi tutti di rendere la vostra attività ancora più flessibile nei differenti rami dell’economia.

Un aspetto che costituisce certamente un valore aggiunto nella necessità – che vale per tutti, dall’economia privata a quella pubblica – di ricalibrare il proprio ruolo in base ai nuovi scenari, come l’avvio dello scambio automatico di informazioni, che contraddistinguono il nostro mondo in continua evoluzione.

Questa capacità, che definirei di resilienza, dei fiduciari, di voi tutti, non può essere tuttavia fine a sé stessa e prescindere dalla presenza generale in una determinata economia di condizioni quadro adatte allo sviluppo economico del tessuto sociale.
In questo senso, penso alla recente decisione del Popolo di approvare la prima tappa della riforma fiscale e sociale, nata dall’esigenza in particolare di migliorare l’attrattività fiscale del Ticino nel contesto intercantonale e di mitigare il rischio di fuga dei buoni contribuenti, un rischio segnalato anche dalla Federazione.

Una riforma che coniuga in maniera complementare obiettivi di natura fiscale e sociale e che costituisce un primo passo verso il rinnovamento del nostro quadro normativo tributario, tenendo conto dei cambiamenti in atto in ambito fiscale internazionale e federale nonché del posizionamento del nostro Cantone a livello intercantonale.

Oltre alla fiscalità competitiva, uno dei fattori di attrattiva di un Paese, con riferimento anche agli ambiti di competenza del Dipartimento delle istituzioni che dirigo, è quello della sicurezza.

Nel 2017 sono stati 14 gli arresti effettuati dalla Polizia cantonale per reati economico finanziari. Tra le 267 inchieste di polizia (preciso, di Polizia e non Ministero pubblico) ancora aperte in questo ambito, i reati maggiormente denunciati si confermano la falsità in documenti, la truffa, l’appropriazione indebita, l’amministrazione infedele e il riciclaggio di denaro.
Molte di queste indagini riguardano intermediari finanziari, quasi sempre sprovvisti di un’autorizzazione ad esercitare l’attività e quindi non affiliati a un organo di autodisciplina.

Questi dati confermano la necessità di disporre di una vigilanza efficace, a tutela dei clienti e della nostra piazza finanziaria.
E i dati relativi all’attività svolta in modo autonomo nel 2017 dall’Autorità di vigilanza sull’esercizio delle professioni di fiduciario dimostrano una vigilanza viva e presente sul nostro territorio, che comprende oltre 1’800 professionisti autorizzati ad esercitare giusta la Legge cantonale sull’esercizio delle professioni di fiduciario.

Per fornire qualche cifra: la sezione ispettiva dell’Autorità di vigilanza ha trattato lo scorso anno 238 incarti.
Essa ha suddiviso il proprio operato fra indagini finalizzate all’accertamento del possesso dell’autorizzazione all’esercizio della professione e il perseguimento penale per l’esercizio abusivo della professione di fiduciario. Queste indagini sono sfociate quindi in 18 decreti d’accusa. Numeri che testimoniano, a mio parere, la necessità di sorvegliare il settore in cui operate.

Un settore quello del mondo finanziario, come detto in precedenza, in continua evoluzione, anche per complessità delle regole del gioco, e che comporta per voi tutti delle sfide impegnative da affrontare, con la flessibilità che vi contraddistingue.
E tra le nuove regole del gioco, come noto, il Legislatore federale intende introdurre, con la votazione finale prevista alle Camere federali il 15 giugno prossimo, la Legge sui servizi finanziari e la Legge sugli istituti finanziari.
Mentre la Legge sui servizi finanziari intende disciplinare l’offerta di strumenti finanziari nonché le condizioni inerenti la prestazione di servizi finanziari, la Legge sugli istituti finanziari disciplinerà l’ambito della vigilanza differenziata sui fornitori di servizi finanziari che, in qualsiasi forma, esercitano la gestione patrimoniale.

Due leggi che mirano a creare pari opportunità di concorrenza per gli intermediari finanziari e intendono proteggere maggiormente i clienti privati di banche e di gestori patrimoniali dagli investimenti a rischio, come detto, anche attraverso la sorveglianza.
Due leggi che introdurranno quindi dei “nuovi attori e dei nuovi scenari”, per riprendere il titolo dell’Assemblea generale ordinaria odierna.
Nuovi scenari ai quali il Consiglio di Stato, nel contesto della consultazione sui progetti avvenuti nell’ottobre 2014, aveva risposto con un’analisi critica su vari punti, pur dicendosi favorevole sia al principio di una regolamentazione federale unitaria comprendente tutti gli attori del settore finanziario estesa in particolare anche ai gestori patrimoniali e alle società di gestione patrimoniale, sottoposti solo in Ticino a disciplinamento tramite la Legge sull’esercizio delle professioni di fiduciari, sia allo scopo di base delle due leggi, ossia la protezione del consumatore che usufruisce di servizi finanziari.
Alla luce della possibile entrata in vigore di queste due nuove leggi a metà 2019/inizio 2020, cosa si prospetta per la Legge cantonale sull’esercizio delle professioni di fiduciari?

Di certo una revisione parziale, derivante dai necessari adeguamenti imposti dalla legislazione federale.
A mente del Dipartimento, tenuto conto dell’importanza economica del settore e delle esperienze positive fatte con la legge in vigore – che rammento ha avuto in Svizzera un ruolo pionieristico – la Legge cantonale sull’esercizio delle professioni di fiduciari va mantenuta. Seppur, come detto, con i correttivi imposti a livello legislativo, connessi al regime autorizzativo dei fiduciari finanziari in particolare. Nel corso dei prossimi mesi, verrà quindi elaborato un progetto di revisione che vi vedrà coinvolti.

E in quest’ottica di collaborazione costruttiva, tanto apprezzata dalla istituzioni, a beneficio di un importante settore dell’economia cantonale, concludo questo mio intervento, augurandovi un buon prosieguo nei lavori assembleari e ringraziandovi dell’attenzione.

Carcere femminile allo studio

Carcere femminile allo studio

Articolo pubblicato su www.rsi.ch/news

Norman Gobbi segnala l’aumento di detenute registrato e i piani del suo dipartimento in quest’ambito

È sempre in fase di definizione la realizzazione di una sezione femminile all’interno delle strutture carcerarie ticinesi. Intanto però si studia la possibilità di riaprire per le detenute la struttura di Torricella-Taverne. Una decisione dovrebbe giungere entro il 2018. L’invito, formulato lo scorso anno dalla Commissione di sorveglianza sulle condizioni di detenzione, è stato dunque raccolto dal Dipartimento delle istituzioni (DI).

Il suo direttore, il consigliere di Stato Norman Gobbi, qualche giorno fa in Parlamento aveva segnalato il consistente aumento della popolazione carceraria femminile negli ultimi diciotto mesi. Gobbi ha spiegato che si tratta di una ventina di detenute, recluse sia nell’ambito delle indagini preventive, sia già in esecuzione pena. I reati commessi, spiega, vanno “dalle truffe ai furti agli stupefacenti”.

Non essendoci ora una sezione specifica, le carcerate non beneficiano delle misure previste per gli uomini al penitenziario della Stampa. Tra queste figura la possibilità di lavorare nei laboratori, in merito alla quale Norman Gobbi evidenzia che attualmente “non c’è la possibilità di poterle inserire insieme al resto della popolazione carceraria in esecuzione pena. Perciò scontano la loro reclusione alla Farera con i limiti della Farera ben più restrittivi”, che prevedono solo un’ora d’aria. Tuttavia, conclude il direttore del DI, chi sconta la pena alla Farera (donne comprese) ha modo di “seguire per esempio una formazione nell’ottica della risocializzazione e per evitare la recidiva”.

Giustizia Cartellino rosso per 651 criminali

Giustizia Cartellino rosso per 651 criminali

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 5 giugno 2018 del Corriere del Ticino

Poco più della metà (54%) dei delinquenti stranieri condannati ha subito un provvedimento di espulsione Il Ticino è fra i Cantoni più severi – Norman Gobbi: «È stato recepito in modo corretto il mandato popolare»

Poco più della metà (54%) dei delinquenti stranieri condannati ha subito un provvedimento di espulsione Il Ticino è fra i Cantoni più severi – Norman Gobbi: «È stato recepito in modo corretto il mandato popolare»

Primi bilanci per l’attuazione delle nuove disposizioni del Codice penale sull’espulsione dei delinquenti stranieri, entrate in vigore il 1. ottobre 2016. Per reati quali omicidio, lesioni personali gravi, appropriazione indebita qualificata, rapina, truffa, atti sessuali con fanciulli, matrimonio forzato ecc., a prescindere dall’entità della pena è prevista l’espulsione dai cinque ai quindici anni dal territorio svizzero. Secondo l’Ufficio federale di statistica, in base alle attuali disposizioni, un’espulsione obbligatoria sarebbe possibile in ben 1.210 condanne. Il provvedimento tuttavia è stato deciso nel 54% dei casi. Significa che gli stranieri condannati effettivamente espulsi dal Paese sono stati 651. La giustizia ticinese si è mostrata più severa rispetto alla media nazionale. La quota delle espulsioni infatti è stata del 72%. Su 72 condanne riferite all’articolo 66 del Codice penale, 52 si sono tradotte in un’espulsione.

Un risultato di cui il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi non esita a definirsi soddisfatto. «Il Ticino applica la legge in maniera corretta. Prendiamo ad esempio il Vallese, un Cantone paragonabile al nostro poiché conta una popolazione straniera residente simile ed è anch’esso confrontato con una realtà di confine. Stando alle statistiche, il Vallese si posiziona al di sotto della media svizzera, quindi il 72% raggiunto dal Ticino non può che essere un buon risultato: significa che la nostra giustizia penale ha recepito correttamente il mandato popolare che è stato espresso con la votazione del 2010 sull’espulsione dei criminali stranieri». Per poi aggiungere: «Magari qualcuno si immaginava di poter raggiungere il 100% delle espulsioni, ma occorre ricordare che la legge prevede delle eccezioni. Eccezioni che il giudice penale è chiamato a ritenere, se giustificate».

Bisogna in effetti ricordare che il giudice può rinunciare eccezionalmente a pronunciare l’espulsione se questa costituirebbe per lo straniero un grave caso di rigore personale e l’interesse pubblico all’espulsione non prevale sull’interesse privato dello straniero a rimanere in Svizzera. Il giudice inoltre deve tenere conto della situazione particolare dello straniero nato o cresciuto in Svizzera.

In ogni caso, aggiunge Gobbi, «dire che in Ticino si eseguono le espulsioni in maniera sistematica sarebbe sbagliato: non da ultimo dal momento che le vie di ricorso permettono sempre di porre in evidenza gli elementi sensibili del singolo caso. Poi, chiaramente, sta al giudice valutare una nuova decisione sulla base degli elementi apportati dal ricorrente». Per il consigliere di Stato comunque non ci sono dubbi: «I prossimi anni saranno decisivi per poter applicare la modifica della legge. Quel che è certo è che il Ticino, su questa materia, è più sensibile e ricettivo rispetto ad altri Cantoni. Siamo, magari, più diligenti».

La percentuale delle espulsioni effettive (54%) varia a seconda del permesso di dimora, nonché del tipo e della durata della condanna, ricorda l’UST. Sono stati colpiti da espulsione il 10% dei titolari di permessi B o C condannati e il 71% delle persone con altri statuti. La quota di espulsioni pronunciate era dell’80% per le condanne ad una pena detentiva. Considerando unicamente le condanne a pene detentive di più di sei mesi, questa quota arriva quasi al 90%. Nel caso di pene detentive di meno di sei mesi, tale quota scende al 17%. La quota di espulsioni più bassa (3%) è quella che riguarda le condanne ad una pena pecuniaria.

 

Articolo pubblicato su www.cdt.ch

Ticino tra i “campioni” dell’espulsione

Il nostro cantone percentualmente è risultato tra i primi cantoni a espellere i criminali stranieri – Norman Gobbi su Instagram: “avanti così”

Tra i risultati pubblicati stamane dall’Ufficio federale di Statistica (UFS) riguardo alle condanne penali in Svizzera durante il 2017 ce n’è uno in particolare che ha fatto sorridere il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi.
Questa mattina l’UFS ha infatti pubblicato anche i dati riguardanti le espulsioni di criminali stranieri in caso di pena detentiva. Sui 1’210 casi in totale che riguardavano condanne per infrazione all’articolo 66a del Codice Penale, mediamente in Svizzera lo scorso anno sono state eseguite espulsioni nel 54% dei casi. Nella comparazione intercantonale di questa particolare statistica il Ticino si posiziona al terzo rango con 52 espulsioni su 72 casi (72%). Davanti a noi si trova solo il canton Jura (75%) e il canton Grigioni con cinque decisioni su cinque in favore dell’espulsione (100%).
Norman Gobbi tramite Instagram non ha nascosto la sua soddisfazione per questo risultato: “Il Ticino e la sua Giustizia penale seguono le indicazioni del Popolo sulle espulsioni penali dei criminali stranieri, risultando i più “duri” nell’applicare la norma tra i Cantoni medio-grandi. Avanti così!”.

L’articolo 66a CP
L’art. 66a CP comprende l’elenco dei reati per i quali una persona di nazionalità straniera può essere condannata a un’espulsione per una durata da cinque a quindici anni. Questo articolo prevede anche la possibilità, a determinate condizioni, di rinunciare alla pronuncia di un’espulsione.

 

 

Giustizia 2018, la riforma prosegue

Giustizia 2018, la riforma prosegue

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 29 maggio 2018 de Il Quotidiano
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Articoli pubblicati nell’edizione di martedì 29 maggio 2018 de La Regione

Nell’anno del suo previsto decollo, che fine ha fatto la riforma ‘Giustizia 2018’? «Il progetto segue la propria strada», ha assicurato il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Una strada «talvolta in salita», ha aggiunto il consigliere di Stato, ma «si vuole coinvolgere tutti gli attori interessati, cercando il più ampio consenso fra gli addetti ai lavori», i magistrati. Nonostante il cantiere ‘Giustizia 2018’ sia aperto da tempo, l’obiettivo di fondo della riforma non è cambiato. Ed è quello, ha ricordato anche ieri Gobbi, «di dotare il nostro cantone di un apparato giudiziario moderno, efficace ed efficiente, in grado di rispondere in modo sempre soddisfacente e puntuale alle esigenze dei cittadini e delle imprese che auspicano una giustizia, oltre che giusta, resa in tempi ragionevoli». Il progetto contempla l’allestimento di una serie di messaggi governativi riguardanti vari uffici giudiziari, tra cui il Ministero pubblico. Allestimento i cui tempi «si sono giocoforza dilatati» in seguito «al cambiamento, due anni fa, alla testa della Divisione giustizia (a Giorgio Battaglioni è subentrata Frida Andreotti, ndr) e del suo staff di direzione», così come a causa di altri dossier «prioritari impostici anche dal governo». Tuttavia, ha sottolineato il ministro, «la volontà del Dipartimento è di proseguire», di procedere lungo «questo percorso di riforma dell’ordinamento giudiziario e para-giudiziario». L’amministrazione della giustizia «implica del resto continui adeguamenti alle mutate esigenze della società: come Dipartimento, pertanto, avanziamo in questo cammino». Peraltro qualche proposta concreta, nero su bianco, è già stata sottoposta al parlamento. Per esempio nell’ambito del delicato settore della protezione del minore e dell’adulto (tutorie e tutele), con una duplice richiesta al Gran Consiglio. Quella di stanziare il credito per introdurre Agiti/Juris, il software utilizzato dagli uffici giudiziari, anche in seno alle Autorità regionali di protezione e ciò «a beneficio della loro operatività». E quella di prorogare «il periodo di decadenza organizzativa» delle stesse Arp al 2020. A questi primi passi, ha spiegato Gobbi, «ne seguiranno tanti altri, con lo scopo ultimo di migliorare il sistema e le risposte alla collettività, correggendo un’immagine non sempre positiva del settore della protezione del minore e dell’adulto». Un settore del quale, ha rammentato ancora il consigliere di Stato, il Dipartimento prospetta la ‘cantonalizzazione’. Cosa che non pregiudicherà la futura scelta parlamentare del modello organizzativo: amministrativo o giudiziario.

‘Risorse, prima analisi interne’
Parlando di giustizia e riforme, il direttore del Dipartimento istituzioni ha rilanciato ieri un paio di quesiti: «Quali sono i tempi della giustizia in Ticino? Rispondono alle aspettative della collettività?». Gobbi ha quindi ricordato di aver chiesto («in maniera del tutto costruttiva») alle autorità giudiziarie di fare «un’analisi che tenga conto delle risorse attualmente a disposizione e del loro impiego in relazione agli obiettivi annuali auspicati dai medesimi uffici giudiziari». Dunque: «Come fare di più con le stesse risorse a disposizione, mediante riorganizzazioni interne, prima di chiederne altre».

‘Caro John’
Gobbi ha concluso la propria relazione rivolgendosi direttamente al procuratore generale John Noseda, da fine giugno in pensione per raggiunti limiti di età: «Caro John, magistrato appassionato, una pagina della storia giudiziaria cantonale sarà a te indubbiamente dedicata. Grazie per il tuo contributo alla causa della giustizia in Ticino».
Toghe e politici, scarso feeling
Il neopresidente del Tribunale d’appello: le istituzioni cantonali non se la passano troppo bene…

Mini: ‘Formazione aspetto determinante’. L’uscente Cassina: ‘Iperattività legislativa, più ricorsi’.

L’ulteriore conferma che da qualche tempo in Ticino fra potere giudiziario da una parte e poteri legislativo ed esecutivo dall’altra non c’è un gran feeling la si è avuta ieri a Lugano in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 20182019. La si è avuta dal tenore (seppur differente) dei discorsi di chi ha assunto e di chi ha lasciato il timone della massima autorità giudiziaria cantonale. Il nuovo presidente del Tribunale d’appello Mauro Mini ha esordito descrivendo quello che a suo parere è lo stato di salute delle «istituzioni». Che «in generale non se la passano molto bene». Il giudice ha così parlato di «un movimento anti-sistema diventato di maggioranza relativa in governo». Evidente il riferimento alla Lega. Ha accennato alla vicenda dei rimborsi del Consiglio di Stato. «Con qualche suo membro che voleva indicare alla magistratura come fare le inchieste», ha rincarato alludendo alle dichiarazioni di Claudio Zali in parlamento. Una vicenda che ha visto inoltre «un Gran Consiglio che non ha brillato per controlli e verifiche» e «una magistratura che poteva essere forse più coraggiosa». Sempre in relazione al dossier rimborsi, Mini non ha risparmiato neppure il «quarto potere»: la stampa. La quale «non ha brillato per spirito critico». Parole pesanti, da comizio. Troppo pesanti dato il contesto in cui sono state pronunciate. Il registro è poi cambiato, la sostanza no. Richiamando alcune recenti decisioni del parlamento – il rinnovo delle cariche in seno al Tribunale d’appello («Passato come se nulla fosse», si è solo votato), la designazione del subentrante di John Noseda alla carica di pg («Hanno fatto discutere più che altro gli aspetti procedurali», leggi assessment) e il taglio dei giudici supplenti («Dopo che il loro numero era stato aumentato pochi anni prima») –, Mini è giunto alla conclusione, o alla «constatazione», che «non c’è una particolare attenzione per la giustizia». O meglio, l’attenzione si traduce non di rado in critiche. Per rispondere alle quali «occorre che la magistratura funzioni a dovere, che emani decisioni giuridicamente fondate, logiche nelle conclusioni e possibilmente tempestive». Tre, a detta del neopresidente del Tribunale d’appello, le condizioni per avere un efficiente apparato giudiziario: una procedura adeguata «di selezione ed elezione» delle toghe, una formazione altrettanto adeguata e le riforme. Quanto al sistema di nomina, la politica dovrebbe fare «un passo indietro per rispettare quella che è l’autodeterminazione della giustizia»: tuttavia «mi rendo conto che non è musica di oggi, né di domani, né di dopodomani». Non resta allora, «in attesa delle opportune riforme», che puntare sulla formazione degli aspiranti magistrati e l’aggiornamento/specializzazione (magari con corsi interni «obbligatori») di pp e giudici: tutto questo «è indispensabile e urgente». Sui rapporti fra giustizia e politica si è soffermato pure il presidente uscente del Tribunale d’appello. Matteo Cassina ha messo in guardia dall’eccessiva produzione legislativa. Dall’iperattività normativa, per usare le sue parole. «Vi è una tendenza alla sovraregolamentazione – a tutti i livelli: comunale, cantonale e federale – che porta anche a un incremento del contenzioso giudiziario», con conseguente intasamento delle corti. Continuano così ad aumentare il numero dei ricorsi all’indirizzo dei tribunali e dunque il numero degli incarti su cui deliberare. «Non sempre nuove leggi sono necessarie al corretto funzionamento della società», ha rilevato il magistrato. «Se il legislatore – ha osservato Cassina, giudice del Tribunale cantonale amministrativo – verificasse altresì l’impatto delle normative sull’attività della magistratura, parecchie disposizioni di legge probabilmente non vedrebbero la luce».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 29 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Giustizia L’anno giudiziario s’inaugura tra qualche polemica
Gobbi: «La separazione dei poteri non deve costituire un alibi per non riflettere sul funzionamento della Magistratura»

Il 2018 è e sarà un anno di grandi cambiamenti per la Giustizia ticinese. La nomina a procuratore generale di Andrea Pagani (in sostituzione di John Noseda), l’entrata in vigore della legge sull’organizzazione giudiziaria (che abolisce i giudici supplenti in materia civile e amministrativa al Tribunale di appello) e anche il passaggio di testimone al vertice del Tribunale d’appello, con Mauro Mini che subentra a Matteo Cassina. E proprio Mini e Cassina hanno messo un po’ di pepe alla cerimonia d’inaugurazione – tenutasi ieri al Palacongressi di Lugano – dell’anno giudiziario. Mini per esempio (presente in sala il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi) ha per esempio tirato le orecchie al Governo – indirettamente lo ha fatto al ministro Claudio Zali – dicendo che, in merito alla vicenda dei rimborsi dei consiglieri e del cancelliere dello Stato, «c’è chi voleva indicare alla magistratura come portare avanti le inchieste». Cassina si è invece chinato sui problemi della Giustizia. «Fino a quando – si è chiesto – saremo in grado di rispondere al continuo aumento delle pratiche?». Il presidente uscente del Tribunale d’appello ha addirittura parlato di «elefantiasi legislativa». Troppe leggi insomma. «E più leggi ci sono e più è difficile la loro conoscenza, e questo crea un paradosso all’interno del sistema. Un’iperattività legislativa che spiazza il cittadino».

E anche Gobbi ha preso la parola. Il consigliere di Stato ha ricordato che il 2018 doveva essere l’anno della riforma (che, non a caso, si chiamava «Giustizia 2018»). Una riforma che è un po’ in ritardo ma che, per Gobbi e per il Governo, rimane necessaria. «Non si può prescindere – ha sottolineato – da risposte a domande che a nome della collettività tutta, pongo da anni. Quali son i tempi della Giustizia nel nostro Cantone? Corrispondono alle aspettative della società?». Poi ecco l’affondo: «La Giustizia è indipendente, sì, ma non dall’efficienza. E la separazione dei poteri non deve costituire un alibi per la Magistratura, nei confronti di se stessa, per non riflettere sul proprio funzionamento e per non autoregolarsi, anche tramite degli indicatori». E Gobbi, rivolgendosi a chi si è detto critico alla riforma «Giustizia 2018», si è affidato prima ai proverbi cinesi («Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono dei ripari e altri costruiscono dei mulini a vento») e poi a una frase tratta dal Gattopardo («Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»).

L’omaggio a John Noseda
Il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha poi ringraziato per il suo lavoro il procuratore generale uscente John Noseda (che concluderà il suo mandato il 30 giugno). «Una pagina della storia giudiziara cantonale sarà indubbiamente dedicata a lui. Un magistrato appassionato e dedito al lavoro, dallo spiccato spirito di giustizia e dall’indubbia indipendenza, che ha interpretato il ruolo di procuratore generale in maniera totalizzante». Ma una stoccatina Gobbi l’ha rivolta anche a Noseda. «In questi sette anni al timone del Ministero pubblico si è identificato nella Procura, che ha saputo rappresentare verso l’esterno con fermezza e perseveranza. Non si è mai risparmiato, occupandosi di migliaia di incarti concernenti reati di ogni tipo, a discapito talvolta dell’amministrazione interna». Ma Gobbi ha chiuso il suo intervento esprimendo parole di stima per il procuratore generale. «La sua forte carica umana gli ha permesso di vivere pienamente anche l’aspetto ideale della sua professione, ma soprattutto la passione e il piacere per il suo lavoro che lo ha portato anche a indignarsi, di tanto in tanto in maniera eccessiva, e hanno contraddistinto questi anni di operato in favore della Giustizia»