Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Migranti: Rancate prima e dopo

Migranti: Rancate prima e dopo

Presentato un Rapporto sul primo anno e mezzo di attività del Centro temporaneo di accoglienza di Rancate – Norman Gobbi: «Problemi non ce ne sono stati».

Sino alla fine del 2018 il Centro per migranti resterà a Rancate. Anche perché il fenomeno delle persone decise a dirigere a nord, e non a chiedere asilo alla Svizzera, non si esaurirà a breve, sebbene il numero delle presenze fluttui (la notte di mercoledì, ad esempio, ne sono stati ospitati 5). E dal gennaio 2019 cosa succederà? Le opzioni logistiche sono ancora aperte. Una cosa è certa, soprattutto a mente di Norman Gobbi: la struttura non sarà più in un capannone, ma semmai modulabile sulle esigenze del momento (e della pressione migratoria), e soprattutto dovrà situarsi nelle vicinanze della frontiera. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni per ora non si sbilancia più di tanto: i prossimi mesi serviranno, del resto, ai servizi cantonali per trovare una soluzione adeguata, di concerto con l’autorità federale, che dal 2017 si è fatta carico dei costi per la sicurezza. E qui viene naturale pensare in particolare allo stabile della Confederazione in via Motta a Chiasso, l’attuale Centro di registrazione e procedura per richiedenti l’asilo destinato a ‘traslocare’ in località Pasture, fra Balerna e Novazzano. «Via Motta potrebbe essere una possibilità – ammette il consigliere di Stato -, inserendovi però tutti gli altri punti di triage che al momento utilizzano già sia la Sem (la Segreteria di Stato della migrazione, ndr) che le Guardie di confine. E questo per ‘liberare spazi’ in stazione o nelle altre superfici private attorno all’infrastruttura ferroviaria adibite a queste operazioni. È lì, peraltro, che si trova il fulcro. Vi devono essere, comunque, altre varianti da valutare». Sono già state individuate? «Non ancora. È una discussione – conferma Gobbi – che dovremo fare con la Confederazione, visto che ha partecipato e partecipa al finanziamento dell’operatività della struttura, con l’intento appunto di identificare soluzioni definitive – che non siano in affitto in un capannone industriale come oggi – anche alla luce del nuovo assetto pianificato dalla Sem». L’ubicazione, però, è un tema sensibile per Chiasso, Balerna e Novazzano, che in una lettera al governo hanno esternato i loro sentimenti: il Centro d’asilo a Pasture basta e avanza, quindi si suggerisce di guardare oltre il ponte diga di Melide (cfr. ‘laRegione’ del 4 dicembre). «Di fatto è un controsenso, parlando di riammissioni verso l’Italia – risponde a distanza il capo del Di -. Da qui la bontà della scelta di Rancate, dove in questo anno e mezzo di problemi, d’altro canto, non ce ne sono stati. La prossimità al confine deve essere data, dovendo collaborare con la Polizia di frontiera italiana. C’è una necessità e sussiste un vincolo che non deve generare maggiori costi operativi di quelli che potrebbero essere, invece, ridotti in una nuova struttura: distanze più lunghe comportano più trasporti, con quello che ne consegue». Restando sulle spese sostenute: grazie a un accordo stretto con l’Amministrazione federale delle dogane, gli oneri 2017, come detto, saranno coperti da Berna. Non solo, il Consiglio di Stato attende di conoscere l’esito della mozione presentata dal consigliere agli Stati Fabio Abate su possibili aiuti finanziari ai Cantoni che gestiscono centri simili a quello di Rancate: la disponibilità del Consiglio federale e della Camera alta sono state dichiarate, ora tocca al Nazionale. Potrebbe modificare i termini della convenzione? «Di fatto fisserebbe una base legale formale a maggiore sostegno di quanto la Confederazione già fa adesso – spiega ancora Gobbi -. Non a caso abbiamo cercato, nel comune interesse, di ridurre le risorse investite nella gestione, al fine di ottimizzare i costi e rivedere determinate procedure, senza venire meno alla tutela dei diritti di chi è coinvolto. In tal senso si è rivisto il dispositivo e faremo meno appoggio a enti esterni». In altre parole, più agenti di polizia e guardie di confine e meno sicurezza privata, da modulare sulle presenze giornaliere. I dati sono tutti in un ‘Rapporto informativo’ vergato dal governo che sarà consegnato al parlamento. Un bilancio che fra le righe ribadisce i buoni rapporti con i vicini – «chi reclama non ha per nulla ragione: sono parte molto diligente» – e fa emergere la dignità della soluzione, riconosciuta anche dalla Commissione nazionale della tortura.

Rancate: tra bilanci e previsioni per il centro migranti

Rancate: tra bilanci e previsioni per il centro migranti

Articolo apparso nell’edizione di venerdì 26 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Sono state 10.830, con tendenza al calo, le persone che dal 1. settembre 2016 al 31 dicembre 2017 hanno pernottato al centro temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata con sede a Rancate. I dati sono stati resi noti ieri dal Dipartimento delle istituzioni; la nota diffusa conferma inoltre l’approvazione da parte del Consiglio di Stato del Rapporto informativo 2017 sulla gestione del centro.

Il Dipartimento è però già attivo nel valutare opzioni alternative a questa struttura: «Il centro è nato per essere provvisorio, – ci ha detto il capo Dipartimento Norman Gobbi – è un capannone industriale adattato in modo da svolgere al meglio il proprio compito». È naturale quindi che vengano considerate opzioni papabili per continuare a fornire il servizio, ha spiegato Gobbi. Il Cantone ha messo a disposizione degli ospiti di Rancate spazi consoni anche ai migranti bisognosi di attenzioni particolari. L’adeguatezza della struttura è stata riconosciuta anche dalla Commissione nazionale per la tortura che ha espresso una valutazione positiva, si ricorda nella nota del Cantone. Il Dipartimento, come detto, sta quindi ancora valutando dove spostare il servizio offerto attualmente dalla struttura. Ancora non si sa se i migranti accolti a Rancate verranno in futuro ospitati in un centro a Balerna: «È un opzione tuttora in esame», ha precisato Gobbi, per poi aggiungere che la lettera mandata dai Comuni della zona in opposizione alla costruzione di questa struttura è stata presa in considerazione. «Sarà la Confederazione a valutare in ultima istanza e, in base alla soluzione trovata, si conosceranno anche le tempistiche della chiusura di Rancate», ha concluso il ministro.

Discorso pronunciato alla Giornata cantonale dell’integrazione

Discorso pronunciato alla Giornata cantonale dell’integrazione

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Giornata cantonale dell’integrazione | (fa stato il discorso orale)

Egregi signori,
Gentili signore,

Vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per aver accolto l’invito da parte del Delegato per l’integrazione a partecipare a questo momento di discussione sul tema della migrazione e dell’integrazione nel contesto ticinese.

Un tema quello dell’integrazione che si è fatto sentire sempre più importante, alla luce di un flusso migratorio che è cresciuto negli ultimi anni e che ha toccato anche la nostra realtà da vicino, e a fatti che hanno purtroppo colpito Paesi a noi vicini. Una riflessione su questo tema, ma anche delle azioni mirate all’integrazione, si fanno quindi sempre più necessari.

L’integrazione è in effetti essenziale nella lotta contro la radicalizzazione, e può contribuire a evitare che certi scenari che vediamo in altre zone dell’Europa si palesino anche alle nostre latitudini. Anche nel nostro Cantone siamo stati toccati da episodi nei quali persone che hanno vissuto o transitato sul nostro territorio, persone che a detta di molti erano ben inseriti nella nostra società, sono stati denunciati per le loro tendenze estremiste. Questi casi sono a mio avviso esemplari di come non sia sufficiente nascere e crescere in un Paese per essere ben integrati, e che sia necessario in ogni caso un importante lavoro su questo fronte, con il quale trasmettere ai nuovi arrivati la cultura e i valori sui quali si basa la nostra società.

Quest’anno termina il primo Programma d’integrazione cantonale quadriennale, promosso in maniera congiunta da Confederazione e Cantoni, con il quale si sono voluti perseguire tre obiettivi principali:

-rafforzare la coesione sociale sulla base dei valori sanciti dalla Costituzione federale;

-promuovere un atteggiamento di reciproca attenzione e tolleranza nella popolazione residente autoctona e straniera;

-garantire pari opportunità di partecipazione degli stranieri alla vita economica, sociale e culturale della Svizzera.

Il lavoro svolto fino ad ora dal nostro Servizio per l’integrazione degli stranieri ha permesso di concretizzare questi obiettivi generali in oltre novanta progetti promossi da enti, associazioni, organizzazioni, comunità di stranieri e strutture ordinarie.

È attualmente in consultazione in Governo il nuovo Piano d’integrazione cantonale, che si estenderà dall’anno prossimo fino al 2021, e che per la prima volta sarebbe interamente allestito e coordinato da tre Dipartimenti, con DSS e DECS, oltre a quello che dirigo. Uno dei punti fondamentali sul quale ci vorremmo concentrare in questo nuovo piano è un maggiore e migliore coinvolgimento dei Comuni, che sono il punto di contatto più vicino per la popolazione straniera con le istituzioni, e che quindi rivestono un ruolo centrale nel processo d’integrazione residenti sul nostro territorio. È importante quindi che i Comuni assumano un ruolo attivo nella prima informazione agli stranieri e nell’integrazione sociale. In particolar modo sarà necessario rivolgere una particolare attenzione alle persone con passato migratorio in ambito di asilo, per le quali le competenze sociali, la conoscenza della lingua e la formazione professionale sono da considerarsi prioritarie.

Come Cantone stiamo quindi lavorando per una sempre maggiore integrazione della popolazione straniera sul nostro territorio, per poter garantire un’adeguata coesione sociale. In questo modo sono certo che potremo scongiurare la possibilità che si creino delle pericolose società parallele, nelle quali si potrebbero istaurare delle ideologie estremiste, e impegnarci quindi a favore di una maggiore sicurezza per tutta la popolazione in Ticino.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Giornata cantonale dell’integrazione: incontro informativo sul tema della migrazione

Giornata cantonale dell’integrazione: incontro informativo sul tema della migrazione

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Migrazione e integrazione nel contesto ticinese saranno i temi al centro dell’evento annuale organizzato dal Delegato per l’integrazione degli stranieri del Dipartimento delle istituzioni.

L’appuntamento – aperto al pubblico tramite iscrizione con il modulo online – è fissato per

Venerdì, 22 settembre 2017
dalle ore 13.00 alle 17.15
a Biasca
nella sala Polivalente del Centro scolastico SPAI

Dopo un’introduzione dedicata ai saluti da parte delle Autorità cantonali e comunali, tra le quali il Consigliere di Stato Norman Gobbi, e successivamente alla presentazione della rivista FORUM “Migrazione e integrazione: focus sul Ticino” seguiranno nel corso del pomeriggio due tavole rotonde.

La prima, dedicata al tema della Politica d’integrazione, sarà moderata dalla giornalista e Direttrice del Giornale del Popolo Alessandra Zumthor. Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi sarà uno degli ospiti che prenderanno la parola durante la discussione.

La seconda tavola rotonda, moderata dalla giornalista Christelle Campana, sarà invece
focalizzata sul tema del lavoro e dell’integrazione.

Il pragmatismo Svizzero: ecco come il Ticino ha gestito i flussi migratori!

Il pragmatismo Svizzero: ecco come il Ticino ha gestito i flussi migratori!

Dal Mattino della domenica | Il Consigliere di Stato Norman Gobbi stila un primo bilancio dell’estate 2017 sul fronte delle entrate illegali nel nostro Paese

Davanti all’incertezza e all’imprevedibilità dell’evolversi della pressione migratoria ai nostri confini, il Ticino non si è fatto cogliere impreparato; nello stile che caratterizza l’essenza della Confederazione elvetica, con pragmatismo e concretezza abbiamo trovato la soluzione ottimale e funzionale per far fronte a quella che – di fatto lo è – un’emergenza che varca i nostri confini e che colpisce tutto il continente europeo. Con questo spirito, per far fronte all’importante afflusso che ha colpito le nostre frontiere nella calda estate del 2016, ci siamo organizzati per gestire una situazione di emergenza. Facciamo quindi un passo indietro, e torniamo all’estate dello scorso anno quando, grazie al nostro lavoro e alla nostra intraprendenza, abbiamo offerto un servizio non solo a tutta la popolazione ticinese ma anche al resto della Svizzera! Un anno fa, infatti, abbiamo dovuto gestire un cambio di tendenza: i migranti non bussavano più alla nostra porta per richiedere l’asilo nel nostro Paese ma volevano semplicemente usare la Svizzera come via di transito per raggiungere il nord Europa e quei Paesi con un approccio differente in materia di rifugiati. Secondo gli accordi di Dublino però, questo non era – e non lo è tuttora – possibile e queste persone devono far rientro nello Stato nel quale sono stati registrati, ovvero l’Italia. Per questo motivo abbiamo dovuto ideare un dispositivo che consentisse di velocizzare le pratiche con un gran numero di persone da riammettere in Italia e al contempo offrire una struttura sicura, in una località adatta a questo genere di finalità. Le strutture della protezione civile, situate perlopiù nei centri abitati dei Comuni del Mendrisiotto, non si prestavano a questa necessità, pertanto abbiamo realizzato il Centro di Rancate. Una struttura che si adatta perfettamente alle esigenze di accoglienza e flessibilità necessarie in un contesto mutevole come quello dei flussi migratori.

Ma dallo scorso anno qualcosa in effetti è cambiato. Le stime della Confederazione sugli arrivi sono state smentite nel corso dell’estate che – complice anche il calo delle temperature – si sta concludendo. È presto per tirare un bilancio definitivo. Ma sicuramente possiamo fare una serie di valutazioni. Un fenomeno nuovo ha caratterizzato i mesi estivi: nonostante il numero di sbarchi sulle coste italiane sia rimasto immutato rispetto al 2016, la pressione migratoria a Chiasso è calata notevolmente rispetto allo steso periodo dello scorso anno. Ma allora, dove sono finite queste persone? È proprio questo il punto centrale: non abbiamo segnali che ci possano confermare che il grande numero di persone giunte in Italia e presenti tutt’ora sul territorio italiano non siano intenzionate a seguire le rotte che sono state utilizzate negli scorsi anni. Evidentemente il grande e minuzioso controllo che è stato attivato dalla Confederazione e dal Cantone alla frontiera sud della Svizzera ha giocato un ruolo deterrente, scoraggiando coloro che volevano attraversare l’Europa utilizzando il nostro Paese come corridoio. Questa è sicuramente un’ipotesi valida. Ma oltretutto non va dimenticato che i nostri vicini italiani hanno finalmente iniziato a giocare la propria parte – complici anche gli aiuti stanziati dall’Unione europea ai singoli Stati – per gestire la crisi migratoria. Di conseguenza hanno iniziato a registrare in maniera sistematica le persone in arrivo sul loro territorio e si sono anche adoperati per migliorare la gestione dei centri di affluenza. Sono due letture che possono spiegare i motivi che hanno portato un minor numero di persone a presentarsi alla nostra frontiera sud. Calate le cifre, qualcuno ha quindi ben pensato di domandarsi se avesse senso mantenere una struttura come quella di Rancate. E la mia risposta è ovviamente sì. Un sì convinto, perché quella del mendrisiotto è la struttura di cui si necessitava per far fronte ai repentini cambiamenti che caratterizzano i flussi migratori. Un centro per il quale, va rammentato, la Confederazione finanzia i costi legati alla sicurezza. Un centro che resterà operativo fino alla fine del 2018. Così infatti ha deciso il Governo. E non dimentichiamo che se non ci fosse stato Rancate, queste persone avrebbero dovuto pernottare per una sola notte nel centro di nuclei abitati. E non da ultimo anche grazie a questa struttura nella zona vi è stato un accrescimento del dispositivo di sicurezza, grazie alle numerose forze dell’ordine in servizio nel territorio mo’mo’.

La soluzione ticinese quindi ancora una volta si è rivelata efficace e utile. Ma questo è appunto il frutto del pragmatismo che ci contraddistingue. Da una parte il rispetto del sacrosanto principio del federalismo, che regge il nostro sistema politico. Il nostro Cantone – spesso officina di quei fenomeni che interesseranno solo in un secondo tempo il resto del Paese – ha trovato la soluzione ideale e concreta per tutta la Svizzera. Una soluzione di cui beneficiano tutte le istituzioni dei vari livelli del federalismo: i Comun, tutti gli altri Cantoni e anche la Confederazione. Ci tengo una volta ancora a ribadire e a sottolineare i punti di forza del Centro di Rancate. Perché si sa che da noi, soprattutto per la sinistra casalinga, è più facile puntare il dito contro quando le cose non funzionano piuttosto che riconoscere quando invece funzionano, a beneficio di sicurezza e legalità! Un plauso al Ticino e quindi a tutti noi, che siamo riusciti a concretizzare l’essenza del federalismo svizzero con una soluzione concreta e funzionale!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato
e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Dal Mattino della domenica | La Confederazione copre interamente i costi della sicurezza del Centro di Rancate

Negli ultimi tempi Berna si è fatta sentire, dando una risposta alla richiesta di contributo nella gestione dei flussi migratori in Ticino. Dapprima la disponibilità a sostenere la nostra Polizia, mentre questa settimana un secondo annuncio: la Confederazione si assumerà interamente i costi per la sicurezza al Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate.

Siamo ormai nel periodo caldo dell’anno, che negli ultimi anni corrisponde al periodo più intenso per i flussi migratori. Complice il bel tempo, gli sbarchi sulle coste italiane aumentano di giorno in giorno: sono ormai più di 70mila i migranti sbarcati fino ad ora, circa il 27% in più rispetto allo scorso anno. Anche se l’ondata migratoria alle nostre latitudini non si è ancora presentata come gli scorsi anni, questo dato ci fa pensare che non passerà molto tempo prima di vedere aumentare il numero di migranti che arriveranno ai confini italo-svizzeri.

Una possibile chiusura del Brennero?

Una situazione che potrebbe addirittura peggiorare data la situazione internazionale. È stata infatti una delle notizie più discusse di questa settimana il fatto che l’Austria avrebbe schierato 750 soldati e quattro veicoli blindati al Brennero lo scorso fine settimana. Il ministro della Difesa Hans Peter Doskozi aveva infatti affermato che l’Austria avrebbe avviato dei controlli e dispiegato soldati al confine se il flusso di migranti in arrivo sulle coste italiane non si fosse ridotto. Affermazione che in seguito è stata rettificata dal cancelliere austriaco Christian Kern, senza però escludere la presenza di un piano di emergenza nel caso il flusso aumentasse. È una situazione che mostra una certa criticità e che dobbiamo tenere sott’occhio: la chiusura di un’ulteriore “rotta” per i flussi migratori creerebbe molto probabilmente un peggioramento della situazione al nostro Confine.

Il ruolo centrale del Ticino

Sono tutti scenari che non sono attuali ma che potrebbero con molta probabilità manifestarsi, e per i quali ci siamo preparati. Proprio perché il Ticino ha un ruolo centrale che è quello di Porta Sud della Svizzera, come Cantone abbiamo richiesto un supporto importante da parte della Confederazione. Un supporto dovuto, anche perché ciò che facciamo per affrontare la situazione straordinaria in Ticino si riflette, in positivo, sugli altri cantoni e sulla sicurezza nazionale.

Trenta agenti in più

Proprio in queste settimane sono arrivate due buone notizie per il nostro Cantone. La prima, è che la nostra Polizia potrà contare su trenta agenti provenienti dal resto della Svizzera per far fronte, tra metà luglio a metà settembre, a un eventuale forte aumento di entrate illegali. La cosa positiva è che il loro impiego non dipenderà dal superamento di una certa soglia di entrate ma sarà possibile in ogni momento se lo riterremo necessario. Questo sforzo in più da parte degli altri cantoni servirà a sostenere la nostra Polizia in particolar modo su strade, nei treni e nelle stazioni sul territorio.

La Confederazione paga per Rancate

Questa settimana la seconda buona notizia da Berna: i costi per la sicurezza del Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate nel 2017 saranno assunti interamente dalla Confederazione. Grazie all’accordo che ho firmato con il Direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane, Christian Bock, arriva dopo che con il Consiglio di Stato abbiamo deciso di prolungare fino alla fine del 2018 l’operatività della struttura, su proposta del mio Dipartimento. Una struttura che si è in effetti rivelata la soluzione giusta alla situazione che abbiamo dovuto affrontare lo scorso anno, e che sarà indispensabile anche quest’anno. Come ho sottolineato due settimane fa in queste pagine, si tratta di continuare a garantire con la stessa efficienza anche quest’anno la sicurezza sul territorio per i ticinesi.

Il Ticino ha dimostrato di essere un partner affidabile per la Confederazione e per i Paesi limitrofi nella gestione dei flussi migratori. La nostra regione è la più toccata della Svizzera, ed è per questo che ho accolto con soddisfazione una risposta da Berna. Non si tratta solo di far fronte ai costi che il nostro Cantone deve assumersi come Porta Sud della Svizzera, ma si tratta soprattutto di aver riconosciuto il ruolo fondamentale che abbiamo nella gestione di questa situazione, che non è solo a favore di noi ticinesi, ma della sicurezza di tutta la nazione!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

La Confederazione partecipa ai costi del Centro unico di Rancate

La Confederazione partecipa ai costi del Centro unico di Rancate

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | La Confederazione si prenderà a carico e riverserà al Canton Ticino la totalità dei costi sostenuti nel 2017 per garantire la sicurezza nel Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata di Rancate. È questo il contenuto di un accordo sottoscritto nei giorni scorsi dal Consigliere di Stato Norman Gobbi e dal Direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane Christian Bock.

Cantone e Confederazione hanno siglato un accordo che definisce le modalità con le
quali saranno riversati al Ticino i costi necessari a garantire la sicurezza nel Centro unico temporaneo di Rancate. La firma della convenzione giunge dopo che – nelle scorse settimane – il Consiglio di Stato aveva deciso di prolungare fino alla fine del 2018 l’operatività della struttura, accogliendo una proposta del Dipartimento delle istituzioni.

Il Ticino continuerà quindi a gestire l’infrastruttura per il soggiorno dei migranti, mentre i costi della sicurezza – che per il 2016 sono quantificati in circa 950’000 franchi – saranno assunti interamente dalla Confederazione. Il Cantone dovrà continuare ad assumersi i costi di esercizio del Centro.

In base alle proiezioni degli arrivi, l’interesse generale dei migranti sembra essere quello di attraversare i confini della Confederazione con l’obiettivo di raggiungere i Paesi del Nord Europa, anziché depositare una domanda d’asilo. In questo caso, se fermati dalle Guardie di confine, sulla base degli accordi internazionali essi entrano nella procedura di riammissione semplificata in Italia.

Il Centro di Rancate – gestito dal Corpo delle guardie di confine (Cgcf) e dalla Polizia cantonale con la collaborazione delle Regioni di Protezione civile – funge da alloggio per i migranti che non richiedono asilo alla Confederazione e le cui pratiche di riammissione semplificata non possono essere evase entro la chiusura notturna degli uffici della Polizia di frontiera italiana, con la quale la collaborazione continua ad essere ottima. Esso rappresenta una soluzione ottimale e dignitosa che permette ai migranti di rifocillarsi, di potersi riposare e di svolgere l’igiene personale in attesa della riapertura degli uffici di frontiera.

Il Dipartimento delle istituzioni esprime la propria soddisfazione per la firma dell’accordo, che costituisce un riconoscimento tangibile dell’importante ruolo svolto dal Ticino, a beneficio di Confederazione e Cantoni, nella gestione dei flussi migratori che hanno toccato il nostro Paese negli ultimi anni.

Un aiuto sul territorio

Un aiuto sul territorio

Da rsi.ch | I 30 agenti in arrivo in Ticino in caso di aumento delle entrate illegali non sarebbero impiegati sul confine

Il servizio al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Un-aiuto-sul-territorio-9288409.html

Sono 30 gli agenti provenienti dal resto della Svizzera su cui potrà contare la polizia ticinese tra metà luglio e metà settembre in caso di forte aumento delle entrate illegali. Il loro impiego non dipenderà da un superamento di soglie di allarme ma scatterà su richiesta delle autorità.Le misure presentate a Berna sono adeguate alle necessità dei cantoni, secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, mentre il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, sottolinea che le eventuali forze di supporto non sarebbero impiegate lungo la frontiera, di competenza delle guardie di confine.
Gli agenti andrebbero infatti a sostenere gli sforzi di controllo lungo gli assi di penetrazione, come strade, treni e stazioni, così come altre missioni già attive sul territorio cantonale.