Le guardie carcerarie vanno a lezione di islam

Le guardie carcerarie vanno a lezione di islam

Articolo apparso sull’edizione di lunedì 5 febbraio 2018 del Giornale del Popolo

Un corso ad hoc per scorgere i segnali di radicalizzazione tra i detenuti e prevenirla. È quanto avviene nelle nostre carceri, dove dall’anno scorso gli agenti penitenziari sono chiamati a seguire una lezione in cui vengono illustrati i principi cardine del mondo islamico. L’importanza degli imam, le cause della radicalizzazione, ma anche il contesto da cui si sono originati gli attentati di Parigi, Nizza, Londra e Barcellona. «Il progetto è nato due anni fa e dall’anno scorso ha preso avvio l’istruzione delle guardie carcerarie. A differenza di altre Nazioni –in special modo Italia e Francia – al momento non stiamo vivendo il fenomeno della radicalizzazione in Ticino. A fini preventivi, coerentemente al Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento, abbiamo intrapreso questa formazione specifica», spiega il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. «Da noi su 250-260 detenuti, gli islamici praticanti sono 15-20 persone. Pur non essendo pochi la nostra situazione è molto diversa dagli istituti penitenziari del resto d’Europa, dove i detenuti sono migliaia, e dove diventa molto più complicato intercettare fenomeni di radicalizzazione», prosegue.

Come si struttura il progetto?
Ci siamo organizzati in una prima fase con il Centro svizzero di formazione del personale penitenziario, e da quest’anno con la collaborazione della Facoltà di Teologia dell’Università della Svizzera italiana (USI), per fornire una formazione continua di carattere molto pratico, che possa permettere al personale di comprendere la diversità di chi ha di fronte. La gestione ottimale dei detenuti passa innanzitutto dalla comprensione della cultura islamica in generale, non solo di come si svolge un processo di radicalizzazione.

Come funziona nello specifico?
Il corso dura una giornata, durante la quale un docente esterno trasmette alcune nozioni di storia e di cultura islamica, le tradizioni di cui si compone, ma pure i segnali che indicano una possibile radicalizzazione. Dal profilo logistico abbiamo la possibilità di impedire l’estremizzazione, separando gli individui e inserendoli in altri contesti culturali, ma per poterlo fare dobbiamo prima saper leggere i segnali giusti. E questo lo può fare l’agente del penitenziario che lavora a stretto contatto con i detenuti. Per i quadri e i dirigenti esiste invece una formazione impartita dal Centro svizzero di formazione del personale penitenziario.

Come sta andando? Cosa ne pensano gli agenti?
La formazione è stata recepita in maniera molto positiva, i nostri agenti trovano il corso interessante. È chiaro che il fatto che per il momento il Ticino e la Svizzera siano in qualche modo risparmiati dal fenomeno della radicalizzazione in carcere non ci permette di tracciare un bilancio sulla reale efficacia del corso impartito. Evidentemente non possiamo ancora cogliere i frutti tangibili di questa formazione specifica, non essendo confrontati con il problema.

Come vi comportate con i detenuti praticanti? Quanta libertà lasciate?
Noi garantiamo la piena libertà di praticare il culto, purché il loro comportamento sia compatibile con il modello sociale del nostro Paese. Questo significa che se il detenuto vuole digiunare in periodo di Ramadan ha tutto il diritto di poterlo fare, ma il mattino è tenuto a presentarsi sul posto di lavoro come tutti gli altri detenuti. L’esercizio della libertà confessionale deve insomma inserirsi nel contesto sociale in cui ci troviamo.

Teme che in futuro la radicalizzazione interesserà anche le sue strutture?
Il mio timore è che possa avvenire in modo sommerso. Proprio per questa ragione ci stiamo muovendo in maniera preventiva, con questi corsi. Dobbiamo poterci rendere immediatamente conto se insorgono fenomeni di radicalizzazione. Una volta colti i segnali abbiamo gli strumenti necessari per intervenire. Il problema è proprio riuscire a riconoscerli precocemente, non trascurando alcun segno.

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Un portale di prevenzione promosso dal DI

Il terrorismo non è giunto in Svizzera. Gli attacchi degli ultimi anni mostrano però chiaramente che molti degli attentatori sono cresciuti e si sono radicalizzati in Europa, anche tra di noi.
Siamo di fronte a una minaccia che colpisce le nostre comunità e gli spazi dove trascorriamo la quotidianità.
Il tema della radicalizzazione e della sua prevenzione sta assumendo un valore sempre più ampio nella lotta alle organizzazioni terroristiche.

Il Canton Ticino non risulta al momento un obiettivo sensibile. Non possiamo però attendere che il problema si concretizzi per prevedere le contromisure. Deve essere intrapresa un’attività costante di prevenzione e sensibilizzazione fino all’uso repressivo della forza. Naturalmente gli accertamenti dei servizi informativi e il perseguimento penale dei terroristi rimangono degli elementi centrali della lotta al terrorismo.
Tuttavia intervengono soltanto quando la minaccia di azioni violente contro la società è già concreta. La prevenzione è un’attività ragionata sul lungo periodo mentre spesso è necessario un approccio più puntuale e deciso.

Ricordo che l’integrazione è uno degli strumenti più efficaci a disposizione delle Autorità cantonali nel contrasto e nella prevenzione del rischio terroristico. Il programma di integrazione cantonale per il quadriennio 2018-2021, che poggia sugli obiettivi fissati dalla Confederazione e dai Cantoni (informazione e consulenza, formazione e lavoro, comunicazione e integrazione sociale) ha il compito di favorire il rapido e stabile inserimento nel contesto locale dei cittadini stranieri.

Anche in questo senso va letta la proposta del mio Dipartimento di creare un portale internet per prevenire il fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo violenti. Il suo scopo è di raccogliere le richieste di informazione, aiuto e segnalazioni della popolazione per analizzarle e organizzare eventuali misure. Il portale avrà ancora il compito di mettere in contatto operatori e funzionari amministrativi confrontati con la problematica della radicalizzazione. Il progetto verrà realizzato dai servizi del mio Dipartimento – in particolare con la collaborazione del Servizio per l’integrazione degli stranieri – e con il Centro intercantonale d’informazione sulle credenze di Ginevra. Saranno inoltre coinvolti i rappresentanti del Dipartimento della sanità e della socialità e del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.

Non si tratta evidentemente dell’unica iniziativa sin qui realizzata. Negli scorsi mesi il Consiglio di Stato, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del Dipartimento che dirigo – di studiare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano seguaci da radicalizzare. Abbiamo inoltre scritto ai comuni ticinesi chiedendo di vietare la distribuzione su suolo pubblico del Corano nell’ambito di un’azione di reclutamento jihadista ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia. Infine, quest’anno chiederò di valutare l’introduzione di nuove misure per intensificare la collaborazione con le Città nella difesa del territorio.

La certezza assoluta che gli attacchi non possano interessare anche noi purtroppo non esiste. Non dobbiamo comunque cedere alla paura come vorrebbero gli autori di simili azioni.
Ho piena fiducia nell’operato dei servizi del Dipartimento. L’ottima collaborazione tra le autorità politiche e le forze dell’ordine, oltre allo scambio continuo di informazioni, è la premessa ideale per combattere possibili scenari sfavorevoli.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Sicurezza: un portale contro il terrorismo

Sicurezza: un portale contro il terrorismo

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 9 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Il Dipartimento delle istituzioni scende in campo con un progetto per contrastare la radicalizzazione Norman Gobbi: «Minaccia vigliacca che va affrontata su più fronti, dalla prevenzione alla repressione»

Prevenire la minaccia terroristica e contrastare la radicalizzazione. Questo l’obiettivo della Confederazione che, ad inizio dicembre, aveva presentato il piano d’azione nazionale sollecitando i Cantoni ad attivarsi per arginare il fenomeno. Una richiesta alla quale il Ticino subito ha risposto presente: oggi, sul tavolo del Consiglio di Stato approderà un progetto elaborato dal Dipartimento delle istituzioni per dare vita a un portale per la prevenzione contro la radicalizzazione e gli estremismi violenti in Ticino. Ma per combattere un fenomeno complesso come quello del proselitismo, è sufficiente rispondere con un sito internet? «Bisogna affrontare la minaccia terroristica su più fronti, dall’uso repressivo della forza, alla prevenzione e sensibilizzazione» spiega al Corriere del Ticino il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi , che aggiunge: «Ci troviamo di fronte a una minaccia vigliacca. I terroristi agiscono colpendo le nostre comunità al cuore, laddove si svolge la vita di tutti i giorni. Anche se il nostro territorio attualmente non risulta essere tra gli obiettivi delle organizzazioni terroristiche non possiamo rimanere con le mani in mano. L’esperienza ci insegna che il processo d’integrazione dei cittadini in arrivo da noi resta uno degli strumenti più efficaci per contrastare la radicalizzazione e prevenire la minaccia terroristica».

Il cittadino in prima linea
Una volta ottenuto il via libera dall’Esecutivo, il progetto pilota durerà due anni (2018-2019) durante i quali un gruppo di esperti – supportato dal Centro intercantonale d’informazione sulle credenze religiose di Ginevra – svilupperà il sito internet che sarà rivolto agli addetti ai lavori ma anche ai cittadini. Ai primi permetterà di «fare rete», confrontandosi e scambiando consigli per risolvere i casi. Mentre per la parte rivolta al pubblico – inteso non solo come singoli cittadini ma anche come ambiente scolastico ed autorità di protezione – il portale consentirà di trovare informazioni utili, ma anche di poter segnalare eventuali situazioni sospette. Avvisi questi che, per evitare una caccia alle streghe, verranno debitamente analizzati dalle autorità. «Dopo una serie di misure di polizia si tratta del primo tassello concreto e “demilitarizzato” portato avanti dall’autorità cantonale». Ancora in una fase iniziale, il progetto (al quale prenderanno parte anche il DSS e il DECS), rappresenta un ulteriore tassello nella lotta al radicalismo. Come ricorda il nostro interlocutore, «negli scorsi mesi il Consiglio di Stato rispondendo a una consultazione federale ha chiesto a Berna, su proposta del mio dipartimento, di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano adepti da radicalizzare». Ma non solo. Se il 2017 è stato segnato, tra l’altro, dall’azione di sensibilizzazione rivolta ai Comuni per evitare la distribuzione del Corano nelle piazze, nel 2018 «i servizi del mio dipartimento valuteranno l’introduzione di una serie di misure per intensificare la collaborazione con i Comuni – penso in particolar modo alle Città del nostro cantone – con l’obiettivo di migliorare ulteriormente il presidio del nostro territorio», precisa Gobbi. Per valutare l’efficacia del portale infine, è previsto che la direzione presenti al Governo un rapporto di attività annuale.

I servizi segreti svizzeri
Ma il tema delle infiltrazioni di stampo terroristico in Ticino e in Svizzera è stato ripreso anche dal quotidiano romando Le Temps. In particolare, negli scorsi giorni il sito del quotidiano riportava come, fino al 2001, il nostro cantone e la località di Campione d’Italia fossero serviti di base ai Fratelli musulmani. Tali informazioni sarebbero emerse da un’indagine che i Servizi segreti svizzeri stanno conducendo in merito a presunte reti islamiche presenti sul territorio nazionale. Ma allora, dobbiamo preoccuparci? «La certezza che attacchi di questa portata non possano toccare anche noi purtroppo non l’abbiamo – conclude Gobbi – non siamo immuni dagli attentati terroristici come non lo eravamo in passato: ripenso agli anni Settanta e Ottanta, quando l’Italia viveva quelli che sono ricordati come “gli anni di piombo” caratterizzati dal terrorismo di matrice politica. Quello che però non dobbiamo fare è cedere alla paura, come vorrebbero i movimenti radicalizzati che commettono questi atti vili e violenti».

Ventisei frecce contro l’estremismo

Ventisei frecce contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Corriere del Ticino nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

«Prima». Questo il termine più spesso ripetuto durante la presentazione del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento (PNA), alla quale hanno partecipato la ministra di Giustizia e Polizia Simonetta Sommaruga , il delegato alla Rete integrata Svizzera per la sicurezza André Duvillard e i rappresentanti dei Governi cantonali e degli Esecutivi di Comuni e Città.

Prima, dicevamo, perché nella lotta al terrorismo – una parola che, ha sottolineato Sommaruga, non ricorre mai nel piano proprio perché bisogna fare il possibile per non arrivarci – è necessario agire il più presto possibile, come ha rammentato Duvillard.
In che modo? Coinvolgendo in un’ottica interdisciplinare non solo la popolazione e la società civile, ma anche e soprattutto le parti politiche e sociali attive su tutti i livelli statali: Comuni, Cantoni e Confederazione. E operando in tutti i settori: quello dell’educazione, della socialità, dell’integrazione e della sicurezza. Ed ecco così spiegata la nascita del PNA, che prevede 26 misure concrete, da attuare in un lasso di tempo quinquennale e per il quale la Confederazione stanzierà 5 milioni di franchi a titolo di incentivo. I provvedimenti proposti si basano in larga parte sui progetti e sugli sforzi già in atto.

In particolare, tra le misure spiccano offerte formative per specialisti e per chi lavora nei centri per richiedenti l’asilo, corsi di formazione continua per persone di riferimento religiose, strumenti per il riconoscimento precoce, servizi specializzati e di consulenza e scambio di informazioni. Gli ambiti d’intervento sono cinque: la conoscenza e la competenza, la collaborazione ed il coordinamento, la prevenzione di idee e gruppi estremisti, il disimpegno (ovvero il processo per cui una persona smette di sostenere un movimento dell’estremismo violento) e la reintegrazione e, infine, la cooperazione internazionale.

Un aspetto fondamentale nella prevenzione della radicalizzazione è la lotta contro le discriminazioni, l’esclusione e la mancanza di prospettive dei giovani, ha ricordato il municipale zurighese, membro dell’Unione delle città svizzere e copresidente della Conferenza dei direttori di sicurezza delle città svizzere Richard Wolff , sottolineando che una società forte che non tollera l’esclusione è il miglior strumento contro la radicalizzazione. Per Gustave Muheim, vicepresidente dell’Associazione dei Comuni svizzeri, il PNA è una cassetta degli attrezzi messa a disposizione dei vari attori.

«Rendiamo la Svizzera un villaggio», ha invece affermato il consigliere di Stato sangallese Martin Klöti, presidente della Conferenza dei direttori cantonali delle opere sociali: un villaggio in cui scambiare informazioni ed esperienze ed imparare sulla base di queste. Ricordando che, in un ambito così sensibile, non si mira alla creazione di uno «Stato ficcanaso», bensì a rendere accessibili le informazioni e a coordinare le operazioni, formando specialisti che possano interpretare i segni di una radicalizzazione e rendendo al contempo chiari i processi e le competenze dei singoli attori (tra i quali figurano insegnanti, responsabili di associazioni sportive ed operatori sociali). In questo senso la responsabilità principale è di competenza comunale, cittadina e cantonale.

A tal proposito, la consigliera di Stato ginevrina e membro della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione Anne Emery-Torracinta ha illustrato le misure previste dal Cantone lemanico: la formazione di persone di riferimento all’interno degli istituti scolastici, l’istruzione obbligatoria fino ai 18 anni e la formazione continua per imam.

Dal canto suo, il consigliere di Stato ticinese e membro della presidenza della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia Norman Gobbi ha sottolineato l’importanza della gestione delle minacce. Da noi contattato, ci ha spiegato come questo strumento sia già stato creato in Ticino ad opera di un gruppo interdipartimentale. Il PNA mira ad un suo sviluppo: «Le segnalazioni, che possono giungere dai familiari, dall’ambiente scolastico, dalle autorità di protezione o dalle forze dell’ordine, verranno messe in rete e diffuse. Miriamo ad una condivisione dell’informazione e alla creazione di appositi punti di contatto».

Vanno inoltre rafforzate le sinergie non solo tra Comuni e Cantone, ma anche quelle intercantonali. Gobbi ha poi sottolineato l’indispensabilità della collaborazione tra le forze dell’ordine e le diverse autorità. In Ticino in particolare è necessaria una rete cantonale, affinché le segnalazioni non restino circoscritte alla realtà comunale. Ricordando che «il piano d’azione nazionale non offre soluzioni preconfezionate, anche in virtù delle diverse realtà non omogenee che caratterizzano il nostro Paese».

Il PNA, secondo Sommaruga, è la classica opera nata dalla collaborazione di stampo federalista. La ministra ha menzionato due gruppi particolarmente a rischio: i giovani e le persone già radicalizzate. Il PNA è un «tassello importante» nella lotta alla radicalizzazione, da affiancare agli altri due progetti (l’ultimo verrà posto in consultazione entro la fine di quest’anno):
le modifiche del diritto penale e di altre leggi funzionali al perseguimento penale e le misure preventive di polizia.

Insieme contro l’estremismo

Insieme contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Giornale del Popolo nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

Confederazione, Cantoni e Comuni intendono agire insieme contro la radicalizzazione e l’estremismo violento: i rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e Città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato ieri a Berna un piano di azione nazionale contenente 26 misure. Il Consiglio federale, la scorsa settimana, ha preso atto del piano e ha manifestato l’intenzione di promuoverne l’attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile.
La prevenzione necessita una individuazione e un intervento precoci. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere delle misure», ha sottolineato Sommaruga nel corso di una conferenza stampa. Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano, ha detto la responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia aggiungendo tuttavia che la Svizzera non parte da zero. Iniziative sono già state lanciate a Ginevra. Il cantone sta per mettere in azione una rete di 250 ‘referenti’ nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione, ha spiegato la ministra cantonale dell’istruzione pubblica Anne Emery-Torracinta. Inoltre sono state istituite formazioni per gli imam all’università. Infine Ginevra intende introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi: la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. I Cantoni e i Comuni sono chiamati a giocare un ruolo chiave nel piano d’azione. La Rete integrata Svizzera per la sicurezza è incaricata di coordinare il trasferimento delle conoscenze e delle esperienze. Un pool di esperti nazionali dovrebbe poi aiutare Cantoni e Comuni a disimpegnare e reintegrare le persone radicalizzate. Inoltre i Cantoni dovrebbero parallelamente sviluppare una gestione interistituzionale della minaccia. Condotto dalla polizia, questo approccio mira a riconoscere precocemente il potenziale pericolo di singoli individui e gruppi.
Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili devono poi essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati. Devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. Anche le persone che operano in un contesto religioso e quelle incaricate dei richiedenti asilo devono essere sensibilizzate. Lo stesso vale per responsabili di associazioni culturali e del tempo libero. Spetta a ogni Cantone e Comune in base alle sue specificità definire i servizi di consulenza adeguati.

Gli scambi di informazioni devono inoltre essere facilitati. Una base legale deve ancora essere creata a livello nazionale. Ogni Cantone deve esaminare in collaborazione con il suo preposto alla protezione dei dati in quale misura lo scambio di informazioni possa essere garantito. Il piano d’azione è la seconda parte del programma del Consiglio federale contro il terrorismo.
La prima, messa in consultazione in giugno, precisa quali sono le azioni vietate e quale è la pena inflitta.

L’INTERVISTANorman Gobbi: ‘Un impegno di istituzioni e società civile’

Norman Gobbi, direttore del Dipartimento istituzioni, come valuta il piano d’azione contro la radicalizzazione e l’estremismo violento?

Il piano ingloba i tre livelli istituzionali (Comuni, Cantoni e Confederazione) e tutta la società civile: dal mondo della scuola fino alle carceri. A monte c’è un’esigenza di sensibilizzazione, che deve essere svolta nelle istituzioni ordinarie presenti sul nostro territorio. Dall’altra parte ci sono altre misure che permettono di condividere le buone esperienze svolte da città, comuni e cantoni. L’obiettivo è quello di evitare il fenomeno della radicalizzazione.

Secondo lei, quali misure sono particolarmente importanti?

Sicuramente quella legata alla verifica delle basi legali che permettono lo scambio di informazioni tra autorità: per evitare che i limiti posti dalle attuali leggi di protezione dei dati impediscano di condividere informazioni raccolte nel mondo scolastico a favore di un’analisi del caso. Quanto all’esecuzione delle pene: bisogna porre l’accento su una formazione specifica per chi opera all’interno delle carceri.

Altri Cantoni hanno già intrapreso misure specifiche. E in Ticino?

Il Cantone si è già mosso: abbiamo costituito il Servizio gestione cantonale persone minacciose e pericolose, che affronta coloro che hanno comportamenti minacciosi nei confronti delle autorità, ma mette anche in rete informazioni legate alla violenza domestica. Si tratta ora di capire come far funzionare meglio questo sistema, misurandoci con altre realtà cantonali che conoscono questo tipo di situazioni.

Come può contribuire il Ticino a questo progetto?

Il Ticino ha già avuto esperienze in questo ambito. Riconoscere in anticipo queste radicalizzazioni può portare a trovare le misure non solo preventive ma anche di repressione, che rientra nei compiti delle forze di polizia.

Siccome questo piano include anche la società civile, non sussiste il rischio di segnalazioni infondate?

Uno degli obiettivi è quello di creare punti di contatto per le autorità, ma anche per i singoli cittadini, dove si possono segnalare situazioni strane, che possono far sorgere dei dubbi. Sta poi all’autorità competente fare la valutazione del caso per evitare una caccia alle streghe. Inoltre è importante anche il lavoro di intelligence per potere intervenire in modo appropriato.

Contro la radicalizzazione

Contro la radicalizzazione

Articolo pubblicato su La Regione nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

La radicalizzazione e gli estremismi violenti si combattono anche con la prevenzione. Ne sono convinti i Comuni, i Cantoni, le Città e la Confederazione che hanno deciso di unire le forze per condividere le “buone esperienze” e «permettere così a ogni realtà di mettere in campo quelle giuste». No r ma n Gobbi, consigliere di Stato ticinese e membro del comitato direttivo della Conferenza dei direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, sa di cosa parla, essendo il Ticino non estraneo a fenomeni di radicalizzazione o estremismo violento – come ha dimostrato l’arresto la primavera scorsa del reclutatore dell’ISIS – e al tempo stesso Cantone già attivo, con il “Pro gramma d’integrazione cantonale PIC 2”, nella prevenzione e nella presa a carico di eventuali casi o segnalazioni sospette. Ciò non di meno, è importante unire le forze. Da qui la creazione di un “Piano di azione nazionale” contenente 26 misure, non vincolanti «che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo», ha detto la direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia, Simonetta Sommaruga ieri a Berna, presentando insieme a Gobbi il “Piano di azione”. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere misure», ha aggiunto la consigliera federale. «Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano», ha affermato. Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili, si è aggiunto, devono essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati: devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. «Sappiamo che la radicalizzazione può passare anche attraverso i luoghi di culto e i centri culturali – rimarca Gobbi – ma evidentemente il “Piano di azione” è contro tutto l’estremismo violento che rappresenta una minaccia per lo Stato e la popolazione», precisa il consigliere di Stato ticinese. Questo perché «è importante che funzioni la prevenzione, ma anche l’aspetto repressivo non deve essere da meno», precisa Gobbi. Si spiegano così le modifiche alle basi legali su scala nazionale in dirittura d’arrivo che permetteranno «di lottare meglio contro l’estremismo e la radicalizzazione anche da punto di vista penale», annota il ministro della giustizia ticinese. Nel frattempo Cantoni, Città e Confederazione affilano le armi dal punto di vista della prevenzione. A cominciare dal Consiglio federale che la scorsa settimana ha preso atto del “Piano” e manifestato l’intenzione di promuovere la sua attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile. Iniziative sono già ad esempio state lanciate a Ginevra, dove il Cantone sta per mettere in azione una rete di 250 “referenti” nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione. Un altro progetto, sempre sulle rive del Lemano, è quello di introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi, giacché la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. Il concetto del “Piano” è insomma chiaro. «Mettere in rete le buone esperienze e nello stesso tempo stimolare a fare di più – annota Gobbi – così da prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento».

Rete integrata Svizzera per la sicurezza

Rete integrata Svizzera per la sicurezza

Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento

Per evitare che determinate persone si radicalizzino a tal punto da ricorrere alla violenza, occorre intervenire per tempo. I rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato lunedì a Berna un Piano d’azione nazionale che ha per oggetto la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento in tutte le sue forme. Il Piano d’azione nazionale contiene 26 misure che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo. Il Consiglio federale sosterrà l’attuazione del Piano d’azione con un programma d’incentivazione.

Il Piano d’azione rientra nella strategia della Svizzera per la lotta al terrorismo, nel cui ambito la prevenzione riveste un ruolo determinante. Il Piano d’azione offre un importante contributo in tal senso, promuovendo un intervento interdisciplinare a tutti i livelli statali contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. In questo modo crea i presupposti per riconoscere e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento in tutte le sue forme. A tal fine riunisce in particolare gli sforzi già intrapresi in tale ambito.

Adottato all’unanimità
A partire da settembre 2016 il Piano d’azione è stato elaborato di comune intesa da Confederazione, Cantoni, città e Comuni, sotto la direzione del Delegato della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS). Il 24 novembre 2017, i presidenti della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP), della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE) e della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali (CDOS) nonché dell’Unione delle città svizzere e dall’Associazione dei Comuni svizzeri hanno adottato il Piano d’azione.

Nella seduta del 1° dicembre 2017, il Consiglio federale ha preso atto del Piano d’azione e manifestato l’intenzione di voler adottare un programma d’incentivazione quinquennale che intende conferire lo slancio necessario all’attuazione del Piano da parte dei servizi competenti nei Cantoni, nelle città e nei Comuni. Con il programma d’incentivazione la Confederazione prevede di mettere a disposizione un totale di 5 milioni di franchi con cui sostenere progetti avviati a livello cantonale e comunale nonché dalla società civile.

26 misure suddivise in cinque ambiti d’intervento
Le 26 misure sono previste in cinque ambiti d’intervento:
1) Conoscenza e competenza;
2) Collaborazione e coordinamento;
3) Prevenzione di idee e gruppi estremisti;
4) Disimpegno e reintegrazione;
5) Cooperazione internazionale.

Il Piano d’azione si basa sul principio fondamentale secondo cui la collaborazione interdisciplinare istituzionalizzata è l’elemento portante di una prevenzione efficace. Tale collaborazione mette in contatto gli attori rilevanti e agevola un intervento comune. Il Piano d’azione contiene inoltre le seguenti raccomandazioni:

a seconda delle dimensioni e della funzione del Cantone, del Comune o della città è opportuno designare servizi specializzati che siano a disposizione delle autorità locali o delle persone e dei familiari interessati per fornire consulenza e per trasmettere conoscenze (misura 10);

occorre sensibilizzare gli specialisti che operano in campo educativo, sociale e giovanile nonché la polizia e il personale del settore dell’esecuzione delle pene ai temi della radicalizzazione e dell’estremismo violento e offrire loro formazioni e formazioni continue appropriate. Questi attori devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e di agire in modo adeguato (misura 2). Se necessario, devono potersi rivolgere a un servizio specializzato.

Coinvolgimento della società civile

Anche la società civile verrà coinvolta nella prevenzione. I responsabili delle associazioni sportive, culturali e ricreative possono  essere sensibilizzati alla tematica dalle rispettive associazioni nazionali o dalle autorità cantonali e comunali attraverso informazioni e formazioni (misura 5).

Sono inoltre opportuni l’elaborazione di strumenti didattici, materiale pedagogico e progetti sul tema della radicalizzazione e dell’estremismo violento destinati al settore scolastico ed extrascolastico nonché uno scambio relativo ai progetti e ai materiali già esistenti (misura 9). Gli insegnanti e gli allenatori sportivi, che svolgono un ruolo importante nello sviluppo personale degli individui, non devono essere lasciati soli di fronte a questa sfida e devono potersi rivolgere a specialisti che li sostengano.

Istituzione della gestione della minaccia e reintegrazione

Un’altra raccomandazione ha per oggetto l’istituzione di una gestione interistituzionale delle minacce nei Cantoni che coinvolga le varie autorità. Sotto la guida della polizia, tale gestione consentirà di riconoscere precocemente il potenziale di minaccia di singoli individui e gruppi già noti alla polizia. Grazie a strumenti adeguati sarà possibile valutare correttamente il potenziale di minaccia e disinnescarlo adottando apposite misure (misura 14).

Per promuovere il disimpegno e la reintegrazione verrà elaborato un catalogo di misure con approccio interdisciplinare. Si raccomanda inoltre la designazione, da parte di ogni Cantone, di un’autorità competente per il trattamento di persone radicalizzate al di fuori dei procedimenti penali e dell’esecuzione delle pene (misure 21 e 22).

Coordinamento nazionale

La RSS coordina, in collaborazione con le conferenze e le associazioni coinvolte, il trasferimento di conoscenze e di esperienze. Promuove il contatto tra gli attori di tutti e tre i livelli statali e coordina il monitoraggio annuale dell’attuazione delle misure (misura 16). Il Piano d’azione nazionale verrà attuato e valutato entro cinque anni.

Portare avanti e integrare le iniziative già esistenti
Le misure di prevenzione del Piano d’azione nazionale vanno considerate anche in combinazione con i provvedimenti, i programmi e le iniziative già esistenti nei settori della formazione, delle opere sociali, dell’integrazione, della prevenzione della violenza e della criminalità e della lotta alla discriminazione. Sul piano nazionale e a tutti i livelli statali sono già stati intrapresi molti sforzi di prevenzione, che devono essere portati avanti, diffusi su più vasta scala e completati con le misure del Piano d’azione nazionale.

Per ulteriori informazioni:
André Duvillard, Delegato per la Rete integrata Svizzera per la sicurezza, +41 58 464 21 13

È possibile raggiungere le organizzazioni partecipanti rivolgendosi alle loro segreterie, in particolare a:
– Renate Amstutz, Direttrice Unione delle città svizzere, +41 79 373 52 18
– Gustave Muheim, Vicepresidente Associazione dei Comuni Svizzeri, +41 79 341 99 66
– Gaby Szöllösy, Segretaria generale Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali, +41 31 320 29 95

“Il santo è valso la candela: è una questione di valori”

“Il santo è valso la candela: è una questione di valori”

Dal Corriere del Ticino l Intervista ad un anno dell’introduzione del divieto di dissimulazione del volto. Di Massimo Solari. 

A un anno dall’entrata in vigore delle nuove leggi sulla dissimulazione del volto e sull’ordine pubblico qual è il suo bilancio?

Come responsabile della sicurezza in Ticino sono pienamente soddisfatto di questo primo anno trascorso dall’entrata in vigore delle nuove disposizioni legislative per quel che concerne l’ordine pubblico e la dissimulazione del volto. In quest’ultimo caso tengo a sottolineare e a ricordare che siamo stati il primo Cantone ad avere introdotto una legge ad hoc, che non ha suscitato crisi diplomatiche ma che è stata recepita positivamente anche dai turisti in visita. Un risultato raggiunto anche e in particolar modo grazie al lavoro di squadra con le Autorità federali e i partner attivi nel settore turistico e alberghiero. Ma il merito va anche ai Corpi di polizia – cantonale e comunali – che si sono impegnati con professionalità e determinazione a far rispettare le nuove disposizioni.

Guardando i numeri relativi alle infrazioni emergono i pochissimi procedimenti avviati nei confronti di donne velate. Il santo, e quindi la legge, è valso la candela?

Da quando i cittadini e le cittadine ticinesi hanno votato a favore dell’iniziativa popolare che chiedeva di introdurre il divieto di nascondere il viso, sapevamo che si trattava di una questione di valori e non di grandi cifre. È stato chiaro fin da subito che non era il numero di persone che giravano a volto coperto sul nostro territorio il problema. La Legge sulla dissimulazione del volto, infatti, è stata introdotta per una questione di principio: da un lato per tutelare maggiormente la nostra sicurezza e dall’altra per salvaguardare quei valori e quelle peculiarità legate alle nostre tradizioni e alla nostra cultura. Per rispondere alla sua domanda quindi sì, il santo è valso la candela soprattutto perché come Autorità politica abbiamo attuato la volontà del Popolo ticinese.

Insistiamo. Ma il fatto che si sia assistito a così poche infrazioni è perché la legge ha avuto un effetto deterrente e di sensibilizzazione o semplicemente perché affronta un non problema?

L’ho sempre ribadito: l’obiettivo della nuova legge non era quello di sanzionare. A questo proposito abbiamo lavorato molto sull’informazione preventiva e sulla sensibilizzazione grazie soprattutto alla collaborazione con il Dipartimento federale degli affari esteri in contatto costante con le rappresentanze diplomatiche dei Paesi dell’area musulmana. Un lavoro d’informazione avvenuto anche a livello locale grazie all’ottimo lavoro dei rappresentanti del settore turistico e alberghiero del nostro Cantone che hanno contatti diretti con i turisti provenienti da queste regioni. In fondo, le cifre diffuse dal settore turistico di recente mostrano che i turisti provenienti dai Paesi di fede musulmana sono in aumento. Ciò dimostra che i turisti sono disposti ad accettare le nostre regole e a mostrare il volto, rispettando le nostre tradizioni e i nostri valori.

Alla luce di questa esperienza annuale, e visto il dibattito in corso sul piano nazionale, consiglierebbe alla Confederazione di adottare un dispositivo legislativo sulla dissimulazione del volto come quello ticinese?

Quello ticinese si è dimostrato un modello vincente ed efficace. Nei miei numerosi incontri Oltre Gottardo mi capita spesso di spiegare ai colleghi responsabili della sicurezza negli altri Cantoni le peculiarità del nostro caso. In fondo non vogliamo discriminare nessuno ma vogliamo tutelare la sicurezza del nostro territorio ma soprattutto i nostri valori.

Sul fronte dell’ordine pubblico spiccano i dati legati all’accattonaggio. C’è un allarme in Ticino?

Assolutamente no. La legge sull’ordine pubblico doveva essere modificata poiché era una delle più vecchie del nostro ordinamento giuridico: era, infatti, stata adottata dal Governo cantonale nel 1941. In più di ottanta anni – e la storia ce lo ricorda – il nostro modo di vivere e la situazione politica non solo locale ma mondiale ha subito dei grandi cambiamenti: siamo passati dalla seconda guerra mondiale, alla caduta del muro di Berlino e al crollo delle Torri gemelle – per citare solo alcuni degli eventi che hanno segnato indelebilmente la nostra era. Era necessario quindi dotarsi di una legge dinamica e adatta al Ticino dei nostri giorni, per questo motivo siamo intervenuti colmando una serie di lacune. E il fenomeno dell’accattonaggio – che ha un effetto diretto sulla percezione della nostra sicurezza – doveva essere gestito e controllato in maniera più rigida e definita. Grazie alle nuove disposizioni contro gli accattoni sono diminuite le segnalazioni dei cittadini a dimostrazione della bontà e dell’efficacia della nuova legge.

Libertà sì, estremismo no!

Libertà sì, estremismo no!

Dal Mattino della domenica | Il ministro Norman Gobbi si interroga sulla diffusione del Corano nelle piazze ticinesi

La Svizzera è un Paese libero. Ma la Svizzera è anche un Paese sicuro. Sicurezza e libertà: due valori che sono strettamente connessi, che a volte sono messi in contrapposizione, ma che sono entrambi essenziali per il benessere di ogni cittadino. Un equilibrio sul quale mi sono interrogato in questo mio contributo, prendendo spunto dalla discussione in atto sulla distribuzione del Corano nel nostro territorio.

In questi giorni alcuni conoscenti mi hanno chiesto cosa ne pensavo della diffusione del Corano nelle nostre piazze, dopo che questo argomento è stato tematizzato nella risposta a un’interrogazione del Gran Consiglio, nella quale come Consiglio di Stato abbiamo affermato che non è necessario proibirne la distribuzione.

In Ticino, Città e Comuni possono decidere di non concedere l’autorizzazione all’allestimento di bancarelle e alla distribuzione del Corano allo scopo di proteggere la sicurezza pubblica. La legge lascia questo compito al livello più vicino alla popolazione del nostro sistema federalista, che ha una sensibilità particolare riguardo il proprio territorio. A livello federale invece, tra le misure per la salvaguardia della sicurezza interna, viene definita la possibilità di vietare qualsiasi attività che promuova il terrorismo e l’estremismo violento. Soprattutto negli ultimi anni, la legge si è adeguata definendo in maniera mirata il divieto di promuovere determinati gruppi che si sono resi noti a livello internazionale con quegli atti di violenza inaudita che purtroppo noi tutti conosciamo. La legge federale vieta già i gruppi estremisti e associazioni a loro riferite, come l’associazione “Lies!”. Quindi, in caso di reale minaccia sul nostro territorio, gli strumenti ci sono e possono essere utilizzati per proibire la distribuzione del Corano da parte di persone estremiste.

Nel nostro Cantone la situazione, che è costantemente monitorata dall’intelligence della Polizia cantonale, al momento non sembra destare timori a riguardo. Nelle nostre piazze fortunatamente non circola materiale propagandistico che possa mettere in pericolo la sicurezza dei ticinesi. Se fosse il caso, i nostri agenti agirebbero senza timori per risolvere il problema, allontanando chi rappresenta una minaccia per la popolazione, come del resto sono abituati ad agire nel loro lavoro quotidiano a favore della nostra sicurezza.

Questo è, in maniera riassunta, quanto contenuto nella risposta che come Governo abbiamo dato al parlamento ticinese. Proprio questa risposta ha fatto scaturire le domande dei miei conoscenti, che volevano la mia risposta personale alla questione. Per farlo, ho voluto affrontare la questione da un lato meno “operativo” o “legislativo”, riallacciandomi al delicato equilibrio tra libertà e sicurezza.

La mia risposta è stata semplice e chiara: condivido la posizione che come Governo abbiamo deciso, poiché credo che un libro vada letto per essere capito. Quello che va invece proibito è l’estremismo in ogni sua forma, che – è vero – in alcuni casi può venire da un’interpretazione distorta di un libro. Questo non va tollerato.

Ma aggiungo: non deve essere tollerato in nessuna circostanza e in nessun ambito, poiché distrugge in un solo attimo sia la libertà, sia la sicurezza sulla quale si costruisce il nostro Paese.

Proprio negli scorsi giorni stavo leggendo il rapporto sulla sicurezza della Svizzera, pubblicato dal Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). In primo piano c’erano chiaramente il terrorismo jihadista e i cyberattacchi, che sono il centro della politica della sicurezza ormai in tutti paesi dell’Europa. Scorrendo il resto del rapporto, leggevo di come i flussi migratori possano incidere sulla questione della sicurezza legata al terrorismo, siccome gli attentatori possono sfruttare questa situazione per giungere in Europa. Continuando a leggere, mi è saltato però all’occhio questo paragrafo: “Se in Svizzera, a differenza di altri Paesi in Europa, gli ambienti di estrema destra non hanno sinora fatto ricorso alla violenza contro i richiedenti l’asilo o contro infrastrutture e fornitori che operano nell’ambito dell’asilo, le cerchie di estrema sinistra hanno incluso la migrazione tra i loro temi fondamentali, agendo anche in modo violento.” Per il SIC quindi il problema è sì della possibilità di atti terroristici, ma nella pratica, fino ad ora, ciò che ha creato maggior disagio sono state le azioni collaterali di questi gruppi legati agli ambienti estremisti! Un estremismo che viene da sinistra e che si manifesta in maniera violenta, e al quale l’anno scorso, nel periodo più caldo dell’estate, abbiamo dovuto far fronte anche nel nostro Cantone. Un estremismo che rovina infrastrutture, imbratta edifici privati o pubblici, offende agenti che ogni giorno si adoperano a favore della collettività. Un estremismo… che preoccupa la Confederazione quasi più della minaccia terroristica in sé, poiché è una questione con la quale siamo confrontati già oggi nella pratica!

Mi dovranno scusare coloro che mi hanno fatto la domanda specifica sulla distribuzione del Corano: ma ho voluto cogliere lo spunto per poter discutere con voi di ciò che veramente è il fulcro della questione. Una problematica reale che intacca il benessere dei cittadini, che confonde la libertà di espressione con l’arroganza di imporsi, distruggendo tutto ciò che direttamente e indirettamente entra nel radar del proprio odio. Senza accorgersi che, in fin dei conti, queste azioni si ripercuotono sulla libertà e la sicurezza della collettività per la quale questi gruppi affermano di lottare. Come ministro della sicurezza del nostro Cantone sono quindi sicuro che sia l’estremismo di ogni genere a dover essere il centro del nostro lavoro, indipendentemente da come si manifesti: tramite propaganda nelle piazze o tramite atti violenti nelle manifestazioni.

La Svizzera è un Paese libero. Ma è anche un Paese sicuro. Ed è per questo che lo Stato deve lottare: per la libertà e la sicurezza che sono alla base del benessere di ognuno di noi!

Norman Gobbi,

Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni