«Gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa dei frontalieri»

«Gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa dei frontalieri»

Da Ticinonline | Gobbi e la Polizia Cantonale rispondono al sindaco di Lavena Ponte Tresa: «La chiusura delle dogane era necessaria per garantire la sicurezza». Le critiche? «Marketing politico»

Polizia Cantonale e lo stesso direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, respingono al mittente le accuse mosse ieri sera dal sindaco di Lavena Ponte Tresa, Massimo Mastromarino. Il primo cittadino si era infervorato in seguito alla chiusura delle dogane decisa dopo una tentata rapina a una banca Raiffeisen.

Gobbi, infatti, non ritiene che il provvedimento preso sia stata un’azione spropositata. «Le nostre forze dell’ordine sono chiamate ad assolvere un compito fondamentale: tutelare la sicurezza sul territorio ticinese – spiega -. Nel caso in cui si verifichi un fatto grave, come in questo caso una rapina, la Polizia cantonale valuta una serie di misure d’urgenza da attuare in quel momento. Tra queste vi è anche, come avvenuto in passato, la chiusura dei valichi doganali. Un dispositivo che la Polizia cantonale mette in atto insieme alle Guardie di confine e alle comunali. La misura consente di reagire celermente, nell’interesse di tutta la collettività. Questo evidentemente, nelle ore di punta, quando le strade cantonale a ridosso delle zone di confine sono trafficate dai lavoratori frontalieri, può causare disagi al traffico. Una situazione che può verificarsi saltuariamente ma per garantire un bene superiore: la sicurezza dei cittadini e del nostro territorio».

La reazione del Sindaco, per il Consigliere di Stato, è solo una mossa politica: «A livello politico il sindaco del Comune di confine ha sicuramente la libertà di intraprendere le misure che ritiene necessarie per tutelare il suo territorio. Spesso ho sentito le Autorità italiane gridare ai quattro venti che faranno ritorsioni verso la Svizzera. Ho l’impressione che in questo caso si tratti piuttosto di un’operazione di marketing politico. D’altra parte bisogna ricordare che la Polizia cantonale e le Guardie di confine hanno agito nell’interesse della collettività, attuando le misure di loro competenza. E poi non dobbiamo dimenticare che gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa del traffico generato dai lavoratori frontalieri. Forse in questo caso la reazione del sindaco di Lavena Ponte Tresa a mio modo di vedere non è proprio così proporzionale anche perché i disagi al traffico erano motivati da un motivo più che valido: tutelare la sicurezza dei ticinesi e del nostro territorio».

«Provvedimento necessari per assicurare alla giustizia i malviventi» – Dello stesso avviso è la Polizia Cantonale, come sottolinea il portavoce Stefano Gianettoni: «È stato deciso un dispositivo di ricerca nella zona interessata, in collaborazione con le Guardie di confine e le Polizie comunali. Sono state attuate delle misure, come in altri casi in passato, che hanno sicuramente causato dei disagi al traffico ma che erano necessarie per aumentare le possibilità di assicurare alla giustizia i malviventi e per garantire la necessaria sicurezza alla popolazione».

“Le lamentele del sindaco? Marketing politico”

“Le lamentele del sindaco? Marketing politico”

Da Ticinonews.ch | Norman Gobbi replica alle critiche italiane: “Dobbiamo garantire la sicurezza dei cittadini e del territorio”

La chiusura del valico doganale di Ponte Tresa ad opera delle Guardie di Confine svizzere ha letteralmente fatto andare su tutte le furie il sindaco di Lavena Ponte Tresa Massimo Mastromarino, mentre da parte delle forze dell’ordine italiane sono arrivate critiche inerenti presunte mancanze a livello comunicativo (vedi articoli suggeriti).

Nella giornata di ieri lo stesso Mastromarino aveva tuonato contro il modus operandi della autorità elvetiche e oggi ha rincarato la dose. “Misura abnorme e spropositata”, aveva ribadito dopo aver sentito il prefetto di Varese per gettare le basi di una “protesta formale tramite l’Ambasciata italiana in Svizzera o il Ministero”.

Un clima decisamente infuocato sul quale si esprime ora il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

“A livello politico il sindaco del Comune di confine ha sicuramente la libertà di intraprendere le misure che ritiene necessarie per tutelare il suo territorio” afferma Gobbi, da noi contattato. “Spesso ho sentito le autorità italiane gridare ai quattro venti che faranno ritorsioni verso la Svizzera. Ho l’impressione che in questo caso si tratta piuttosto di un’operazione di marketing politico”.

“D’altra parte bisogna ricordare che la Polizia cantonale e le Guardie di confine hanno agito nell’interesse della collettività, attuando le misure di loro competenza” prosegue Gobbi. “E poi non dobbiamo dimenticare che gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa del traffico generato dai lavoratori frontalieri. Forse in questo caso la reazione del sindaco di Lavena Ponte Tresa a mio modo di vedere non è proprio così proporzionale anche perché i disagi al traffico erano motivati da un motivo più che valido: tutelare la sicurezza dei ticinesi e del nostro territorio!”

Gobbi ribadisce inoltre il sostegno alle misure d’urgenza attuata dalla Polizia cantonale e dalle Guardie di confine: “Le nostre forze dell’ordine sono chiamate ad assolvere un compito fondamentale: tutelare la sicurezza sul territorio ticinese. Nel caso in cui si verifichi un fatto grave, come in questo caso una rapina, la Polizia cantonale valuta una serie di misure d’urgenza da attuare in quel momento”.

Tra queste vi è anche, come avvenuto in passato, la chiusura dei valichi doganali, un dispositivo che la Polizia cantonale mette in atto insieme alle Guardie di confine e alle Polizie comunali. “Si tratta di una misura che consente di reagire celermente, nell’interesse di tutta la collettività. Questo evidentemente nelle ore di punta, quando le strade cantonale a ridosso delle zone di confine sono trafficate dai lavoratori frontalieri, può causare disagi al traffico”.

Gobbi tiene a ribadire che non si è trattato di un provvedimento spropositato: “Una situazione che può verificarsi saltuariamente ma per garantire un bene superiore: la sicurezza dei cittadini e del nostro territorio”.

La comunità Svizzera a Firenze: ieri e oggi (VIDEO)

La comunità Svizzera a Firenze: ieri e oggi (VIDEO)

LA COMUNITA’ SVIZZERA A FIRENZE: IERI E OGGI Seminario organizzato dal Circolo Svizzero di Firenze in collaborazione con la Fondazione Spadolini Nuova Antologia e il Gabinetto Vieusseux – INTERVENTO DI NORMAN GOBBI Consigliere di Stato Direttore del Dipartimento delle Istituzioni della Repubblica e Cantone Ticino – 27 ottobre 2016 – Firenze, Palazzo Strozzi, Sala Ferri.

La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi

La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi

Intervento pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione del seminario «La Comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi» del Circolo svizzero di Firenze |

Signor Ambasciatore d’Italia presso la Confederazione,
Signor Ambasciatore di Svizzera presso la Repubblica italiana,
Signor Presidente del Consiglio Regionale per le festività di Firenze capitale,
Signora Presidente del Consiglio Comunale,
Signor Console Onorario,
Signora Direttrice del Gabinetto Vieusseux,
Signor Presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia,
Signora Presidente del Circolo Svizzero di Firenze,
Signora Presidente della Chiesa Riformata Svizzera di Firenze,
Signore e signori,
Care e cari amici,

è un onore e un piacere particolare per me, quale rappresentante della Repubblica e Cantone Ticino, uno dei 26 Cantoni della Confederazione elvetica e l’unico interamente di lingua madre italiana, essere presente oggi tra di voi ed avere l’opportunità di pronunciare le parole introduttive di questo seminario, organizzato dal Circolo svizzero di Firenze in collaborazione con la Fondazione Spadolini Nuova Antologia e il Gabinetto Vieussieux. A loro va il mio ringraziamento per questo apprezzato invito, che onora il Ticino e la mia persona.

Per la maggioranza dei Cantoni svizzeri la politica estera è un compito più straordinario che ordinario. Il Ticino appartiene però al gruppo minoritario delle regioni di frontiera, e ai suoi 5 Consiglieri di Stato, i membri del Governo collegiale, capita più spesso di occuparsi delle relazioni internazionali. L’incontro di oggi, tuttavia, non celebra tanto la vicinanza geografica fra due territori, quanto piuttosto quella spirituale; una vicinanza che si è costruita attraverso i secoli, soprattutto grazie alla fortunata e mutevolmente proficua integrazione di molte famiglie svizzere, e ticinesi, che nel corso dei secoli hanno lasciato un contributo, una traccia visibile, nella vostra bellissima città di Firenze. I discendenti di alcune di queste prestigiose famiglie sono qui oggi presenti e a loro rivolgo il mio saluto.
Se mi permettete il paragone un po’ ardito, questa vicinanza spirituale nasce prima di tutto dal ruolo dei nostri territori nel mosaico linguistico dei rispettivi Paesi. Se il Ticino è infatti il baluardo della lingua italiana in Svizzera, sappiamo benissimo che Firenze della lingua italiana è la culla. Potremmo allora pensare a un legame che si concretizza nei nostri fiumi. Per voi l’Arno, nel quale tutti sappiamo come il Manzoni sia venuto a sciacquare i propri panni per dare vita all’italiano contemporaneo. Per noi il Ticino, fonte di vita che sgorga dalle Alpi per poi viaggiare verso l’Italia e il mare. E allora, sarebbe bello che proprio sulla lingua italiana, in futuro, potessimo trovare nuove forme di collaborazione: di certo il nuovo ambasciatore italiano a Berna, da fiorentino DOC, sarà sensibile all’argomento.
Chi parlerà dopo di me avrà l’onere e certamente il piacere di raccontarvi i dettagli delle relazioni che nella Storia hanno legato i destini della Svizzera e di Firenze; per questo io cercherò di concentrarmi su alcune vicende legate alla mia terra, il Ticino – anche se dovrete concedermi una digressione, legata a una delle mie più grandi passioni: la storia, e quella militare particolarmente.
Un volume davvero ponderoso pubblicato nel 2010 – Arte & Storia “Svizzeri a Firenze” ha ripercorso la storia delle relazioni fra Firenze e la Svizzera, e fa risalire l’inizio di queste relazioni al Cinquecento. In quegli anni, quando gli svizzeri emigravano principalmente quali eccellenti soldati presso le Corti nobiliari e le Repubbliche di mezz’Europa, molti uomini della regione di Locarno giunsero a Firenze per operare quali facchini, ovvero trasportatori di merci per la dogana. Erano originari di Brissago, delle Centovalli e delle Terre di Pedemonte, e negli anni costituirono un vero e proprio monopolio nel settore del trasporto delle merci, destinato a durare per più di tre secoli. Un piccolo segno di questa presenza si è conservato fino a oggi sul lato nord di Palazzo Vecchio, dove la dogana aveva la propria sede e dove ancora si trova una Porta con questo nome.
Nel Seicento e nel Settecento è stata la volta degli stuccatori e dei pittori ticinesi, per esempio quelli appartenenti alle famiglie Ciseri e Molinari; persone che hanno fatto dell’arte una missione da tramandare di padre in figlio. Non possiamo ignorare il contributo ticinese al patrimonio storico e artistico della Città di Firenze, tanto importante da spingere qualcuno a parlare di «tre grandi fiori candidi», che il nostro Cantone ha regalato alla vostra Città: la Sala Bianca in Palazzo Pitti, la Sala della Niòbe nella Galleria degli Uffizi e il Salone delle feste nella Villa del Poggio imperiale. Tre spazi che risalgono alla fine del Settecento e devono la loro bellezza al lavoro di decoratori ticinesi, in particolare i fratelli malcantonesi Giocondo e Grato Albertolli.
Più avanti nel tempo, saranno poi gli arrotini a scendere dal Ticino a Firenze: nel 1820 da Losone giunsero sull’Arno i Bianda, maestri nei ferri taglienti, che ancora oggi possiedono uno dei negozi più caratteristici della Piazza Grande di Locarno. E da alcuni decenni a questa parte non si può parlare di Piazza Grande senza accennare al Festival internazionale del film di Locarno e a uno dei suoi padri, Raimondo Rezzonico; un uomo di cultura e slanci visionari che negli anni Cinquanta-Sessanta divise la sua passione fra il cinema e l’arte. E la sua collezione di autoritratti di artisti del XX secolo, nel dicembre 2005 è stata ceduta proprio alla vostra Galleria degli Uffizi, suggellando l’antico patto di unione fra ticinesi e fiorentini.
Non voglio poi dimenticare il legame della lavorazione della paglia, che fra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento vide costituirsi una vera e propria tradizione svizzero-fiorentina, e anche un fiorente mercato. A questo proposito mi rallegra sapere che nella nostra valle Onsernone questo materiale tradizionale ha vissuto negli ultimi anni una piccola rinascita – e chissà che non possano fiorire anche nuove relazioni commerciali con il vecchio amico fiorentino…
Con il rischio di mescolare sacro e profano, concludo questa carrellata parlando anche di sport: i legami fra il Ticino e Firenze sono infatti stati rinsaldati, in anni recentissimi, grazie alla passione per il calcio. La vostra Fiorentina, che vanta un club di tifosissimi sul versante ticinese del Lago Maggiore, ha stretto da alcune stagioni un’alleanza con il FC Ascona; l’obiettivo è di formare giovani talenti, e chissà che non capiti di vedere presto un giocatore ticinese in maglia viola.
Fin qui ho parlato delle relazioni privilegiate fra il nostro Cantone e la vostra città, ma – come vi ho anticipato – c’è anche, tra molti e rimarchevoli cittadini elvetici, uno svizzero-tedesco illustre che ha legato il proprio nome alla vostra città e che voglio ricordare. Si tratta di Carlo Steinhauslin, di famiglia elvetica, ma nato e cresciuto in città, che fu console svizzero a Firenze; a partire dal 28 luglio del 1944, nella città occupata dalle forze naziste, si trovò a essere l’unica autorità cittadina che parlava tedesco. Come rappresentante di una Nazione neutrale, si occupò pertanto di dialogare con il comandante militare della città, il colonnello Fuchs. Steinhauslin si impegnò personalmente, non senza rischi, in uno sforzo di mediazione che gli permise di salvare molti abitanti della città e anche molti dei suoi tesori monumentali. Convinse l’alto ufficiale del Reich a non fare esplodere una costruzione, salvando così l’erogazione di acqua potabile, e più volte cercò di rendere Fuchs più sensibile alle sofferenze dei civili. Per questi suoi sforzi, che ne fanno un vero eroe dei nostri tempi, l’arcivescovo di Firenze gli donò una pergamena che lo definiva «fedele interprete delle alte concezioni svizzere, sempre improntate a nobili sensi di lealtà, di umanità e di giustizia».
Se però siamo qui oggi, in questo magnifico luogo carico di storia, è per rievocare un altro tassello, di particolare splendore, del mosaico di legami fra Svizzera e Firenze.
Preparandomi per questo incontro ho cercato di conoscere meglio la storia del Gabinetto Vieusseux, e mi ha profondamente colpito scoprire quale fosse l’intento del suo fondatore, nel 1820; questo luogo era infatti pensato come un centro di lettura e propagazione di periodici e di libri stranieri, all’epoca poco diffusi in Italia. L’idea era di portare nuova linfa alla cultura del Paese, attraverso la contaminazione con il meglio della produzione straniera, proprio nel bel mezzo di quel periodo storico definito della restaurazione, quando l’Europa e con essa l’Italia, dopo i moti della Rivoluzione francese e le campagne napoleoniche, era entrata in una fase, almeno dal punto di vista politico, di chiusura conservatrice. Si tratta di una missione che rimane senz’altro attuale anche oggi, malgrado la globalizzazione dell’informazione e la diffusione planetaria dei mezzi di comunicazione di massa, e alla quale dovremmo forse dedicarci con più impegno; nonostante l’oceano sconfinato di informazione che oggi è a nostra disposizione in ogni istante – o forse proprio per questa ragione -, capita spesso di cedere alla pigrizia e finire ripiegati in una dimensione ultra-locale. La prima lezione che voglio tenere a mente, quindi, riguarda l’importanza dello slancio verso l’esplorazione culturale, approfittando del fatto che questa impresa per noi comporta molte meno difficoltà tecniche che per i contemporanei di Giovan Pietro Vieusseux.
C’è poi una seconda lezione che ho imparato dagli approfondimenti sul Gabinetto Viesseux e sulla rivista Nuova Antologia. Ad aiutarmi è stato l’amico Salvatore Maria Fares, anima del Circolo Nuova Antologia di Lugano, che mi ha permesso di avvicinarmi alla figura di Giovanni Spadolini: un fiorentino purosangue che ha intrattenuto rapporti stretti e cordialissimi con la Svizzera e con il Ticino. Uno dei massimi statisti italiani del XX secolo che, di certo, è una fonte d’ispirazione anche per chi cerca di fare bene il mestiere della politica nel nuovo Millennio.
Europeista ma federalista, Spadolini guardava alla Svizzera come a un modello, perfetta sintesi dello stato nazionale multilingue e consociativo: laica e repubblicana, conglomerato di fedi diverse liberamente professate nella tolleranza e nel rispetto. Spadolini vedeva nella Confederazione il Paese del rigore, delle sovranità popolari, dal livello del Comune fino a quello della Confederazione.
Quanto forte fosse l’ammirazione di Spadolini per la Svizzera si capisce dalle sue stesse parole; in un’intervista del 1982 descriveva il suo sogno di «un’altra Italia, quella che noi stiamo cercando di far vivere oggi». Descrivendo questo sogno, parlava di un Paese «delle autonomie, dove c’è uno spazio per il pluralismo sociale e culturale».
Noi svizzeri amiamo dire che abitiamo nel Paese del compromesso. Il Cantone che insieme ai miei quattro colleghi ho il privilegio di contribuire a governare ne è un buon esempio, e fa da specchio anche per la realtà federale. Con un potere Esecutivo che vede coinvolti quattro partiti da destra a sinistra, il dialogo e il compromesso sono l’unica strada alternativa alle secche della paralisi e dell’impossibilità di rispondere alla richieste dei cittadini. Questo ovviamente rende ogni decisione più lenta e laboriosa, rispetto a sistemi «a colore unico»: eppure, il lavoro di consolidamento delle soluzioni svolto dietro le quinte permette alla fine di rappresentare tutti gli interessi, e fare in modo che nessuna voce che si leva dalla comunità rimanga inascoltata.
Dopo avervi parlato delle lezioni che ho imparato preparando questo mio intervento, è forse questa la lezione che posso permettermi di condividere con voi. Una lezione che riassume il modo svizzero di fare politica, e dice che nessuno può pensare seriamente di amministrare lo Stato semplicemente conquistando il potere e ignorando le rivendicazioni di una parte dello spettro politico.
Concludo qui questo mio intervento, non senza una certa fretta di lasciare la parola e di rientrare nei miei panni di politico; di rimettermi, cioè, in una posizione di ascolto e massima attenzione. In questo mio sentimento sono confortato proprio da una frase di Giovanni Spadolini, che mi ha molto colpito e che credo porterò per molto tempo con me: «L’intellettuale deve cercare le verità, il politico si deve impegnare nell’azione. Essenziale è far sì che l’azione non contraddica la verità. Alla fine il politico che conta è quello che più ha contribuito alla causa della verità e della libertà».
Grazie per l’attenzione.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ospite a Firenze

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ospite a Firenze

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Il Dipartimento delle istituzioni comunica che oggi, 27 ottobre 2016, Norman Gobbi sarà ospite a Firenze su invito del locale Circolo svizzero. Il Consigliere di Stato introdurrà – quale rappresentante istituzionale della Confederazione – il seminario intitolato «La comunità svizzera a Firenze: ieri e oggi», e coglierà l’occasione per partecipare ad alcuni incontri istituzionali.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, accompagnato per l’occasione dal Delegato per le relazioni esterne Francesco Quattrini, terrà il discorso introduttivo del seminario, organizzato dal Circolo svizzero di Firenze in collaborazione con la Fondazione Spadolini “Nuova Antologia” e il Gabinetto Vieussieux. L’evento sarà seguito da incontri istituzionali con varie personalità del capoluogo toscano, fra cui il Presidente dell’Istituto Universitario Europeo prof. Renaud Dehausse, la Vice-sindaco Cristina Giachi, l’Ambasciatore d’Italia presso la Confederazione Marco Del Panta e alcuni rappresentanti del mondo economico e culturale.

L’incontro si inserisce nella politica di relazioni esterne del Cantone, in particolare tra la Svizzera e le sue comunità estere.

Tra mafia e terrorismo

Tra mafia e terrorismo

Dal Corriere del Ticino | Il compito dei servizi segreti in Svizzera e in Italia – Il concetto di «isola felice»

I servizi segreti sono stati al centro della serata organizzata dagli Amici delle forze di polizia svizzere, presieduta da Stefano Piazza, al Centro scolastico Canavee di Mendrisio. L’occasione è stata data dal volume presentato dal generale dei Carabinieri Mario Mori «Servizi segreti. Introduzione allo studio dell’intelligence», che parte dall’epoca pre-romana per tracciare la storia dell’intelligence arrivando ai giorni nostri. Questo perché «la storia dell’intelligence è la storia dell’umanità», ha spiegato Mori, illustrando anche quello che è il lavoro dell’agente segreto: «Non è come viene presentato nei film con Sean Connery, si tratta di un lavoro metodico, di analisi, che viene svolto senza spocchia, nel silenzio». Alla presentazione è intervenuto anche il consigliere di Stato Norman Gobbi , che ha ricordato la nuova legge federale approvata dal popolo lo scorso 25 settembre: «In questo periodo storico siamo confrontati con un aumento del terrorismo in Europa – ha detto – e i terroristi hanno mutato modus operandi, mirando alla destabilizzazione del senso di sicurezza dei cittadini e al loro modo di vivere». Ciò che secondo Gobbi deve far riflettere è il fatto che «i due terzi dei presunti jihadisti arrestati nel 2015 erano cittadini nati in Europa». Anche in Svizzera ci sono numerosi simpatizzanti dello Stato islamico e in aprile ne è stato fermato uno, proveniente dall’Italia, che frequentava il Ticino. Per questo «è fondamentale la collaborazione con le forze di sicurezza italiane anche per lottare contro il terrorismo», ha sottolineato Gobbi che a però anche messo in guardia contro le forme di radicalizzazione, facendo riferimento recente al raduno neonazista a Unterwasser. In seguito c’è stato un dibattito tra Mori e il già procuratore federale Pierluigi Pasi che, moderati e pungolati dal consigliere nazionale Marco Romano , hanno presentato la situazione della lotta al terrorismo e al crimine organizzato in Svizzera e in Italia. Pasi ha posto l’accento sul cambiamento di finalità, poiché «dove prima si parlava di repressione oggi si parla di prevenzione». Pasi ha poi affermato che «il nostro limite è il federalismo, che porta un elevato rischio di sovrapposizione di indagini e di perdita di efficienza ed energie». Ma la Svizzera, ha poi chiesto Romano, è un’isola felice? Per Pasi «è illusorio e pericoloso ritenere che la Svizzera sia un’isola felice non toccata dai fenomeni della criminalità organizzata e del terrorismo». Mori invece, paragonando la situazione elvetica alla storia italiana e del crimine organizzato nella Penisola, ha affermato senza esitazione alcuna «voi vivete in un’isola felice». «Pensare che il nostro Paese con la libera circolazione delle persone non susciti un certo interesse nel crimine organizzato è utopico. A me piacerebbe che sia così, ma generale non lo è. Abbiamo scoperto in Ticino la presenza di centri decisionali della ’ndrangheta».

La volontà del popolo prima di tutto

La volontà del popolo prima di tutto

Dal Mattino della Domenica, una mia intervista

“Prima i nostri”, la parola al Consigliere di Stato Norman Gobbi

Assente alla visita di Maroni per un impegno di lavoro all’estero, il Consigliere di Stato leghista – da noi interpellato – dice la sua su come applicare il risultato delle urne dello scorso 25 settembre.

Dopo il voto di 3 settimane fa tiene banco il tema dell’applicazione del voto popolare. Cosa ne pensa il Ministro delle istituzioni?

Il Popolo è sovrano e si è espresso. La volontà popolare va pertanto rispettata. Ed è quello che voglio fare. Il Governo aveva presentato un controprogetto, ma il volere del Popolo non può essere ignorato. Bisognerà trovare una soluzione praticabile. Non ne ho ancora discusso con i miei colleghi, ma ritengo che un tema del genere debba essere affrontato anche da un gruppo tecnico; nonostante lo scetticismo di alcuni verso questa opzione, non dobbiamo dimenticare che una soluzione del genere è stata applicata con successo anche per la votazione riguardo al divieto di dissimulare il viso. Anche il Dipartimento delle finanze e dell’economia ha scelto questa via per attuare l’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino”. Pure in questo caso sarà fondamentale riuscire a trovare un’intesa il più ampia possibile per dare seguito alla volontà popolare.

Lei era assente all’incontro con Maroni per un impegno all’estero agendato da tempo. È soddisfatto di quanto emerso dalla riunione con i suoi colleghi di Governo?

Mercoledì mi trovavo all’estero, ma sono stato informato sulla discussione. Il Presidente della Regione Lombardia ha voluto dare un segnale chiaro ai suoi cittadini. D’altra parte – lo ribadisco – come Governo dovremo impegnarci per dare ai nostri cittadini quello che hanno chiesto, esprimendo un voto chiaro. Se fossi stato presente, posso comunque aggiungere che sarei stato meno accondiscendente e qualche frecciatina al collega Maroni l’avrei lanciata…

Prima i nostri…e una discriminazione degli altri?

Non la leggo in questo modo. Accettando l’iniziativa dell’UDC, sostenuta dalla Lega, il Popolo ha indicato una via per difendere il nostro mercato del lavoro. Il punto della questione è ormai chiaro a tutti: la volontà è di tutelare il nostro mercato di lavoro, difendendo i lavoratori ticinesi. Questo è l’aspetto centrale sul quale dobbiamo lavorare. Ci sono state diverse speculazioni mediatiche soprattutto in Italia, dove il risultato scaturito dalle urne è stato interpretato come un attacco ai lavoratori frontalieri. D’altra parte ogni attore coinvolto in questo genere di dinamiche cerca di tirare l’acqua al proprio mulino…

Quale è la sensazione dal suo osservatorio di Consigliere di Stato?

Ricevo spesso lettere e messaggi, da tanti cittadini ticinesi. Al di là delle cifre e dei dati statistici regolarmente pubblicati, non dobbiamo mai dimenticare le storie di tanti ticinesi che hanno perso il loro lavoro o che temono di perderlo. La concorrenza con i lavoratori frontalieri è un dato di fatto così come il dumping salariale, in particolare nel terziario e per gli impiegati di commercio. Qualche giorno fa alcuni cittadini mi hanno contattato per condividere i loro timori. Sono stati annunciati tagli nel nostro settore bancario e c’è chi teme seriamente per il futuro del proprio impiego. La domanda che alcuni si sono posti e mi hanno rivolto è sempre la stessa: “Perché non è stata ancora applicata già la volontà popolare, favorendoci rispetto ai lavoratori che giungono da oltre Confine?”. Si tratta di una questione che non può più essere aggirata né ignorata. Condividerò senz’altro questa riflessione con i miei colleghi di Consiglio di Stato.

MDD

Migranti: ‘Serve tavolo insubrico’

Migranti: ‘Serve tavolo insubrico’

Da laRegione | La proposta di un tavolo transfrontaliero sui profughi è rimbalzata al Comitato direttivo della Regio Insubrica, su proposta della Provincia di Como.

L’ha avanzata la presidente della Provincia di Como. A fare gli onori di casa è stato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. Anche la Regio Insubrica si occupa di migranti. Lo ha fatto ieri, a Mezzana, nel corso della riunione del Comitato direttivo. Una presa d’atto di un fenomeno che, al di qua e al di là della frontiera, questa estate ha impegnato istituzioni e mondo del volontariato. Ma è stata altresì l’occasione di proporre iniziative transfrontaliere sulla base delle esperienze vissute. L’obiettivo? Essere pronti ad affrontare nuove emergenze nel solco di una collaborazione transfrontaliera sempre più stretta e nella convinzione che il problema dei migranti non è destinato a rientrare nel volgere di poco tempo. Il consigliere di Stato Norman Gobbi, ieri a Mezzana in rappresentanza del Canton Ticino, ha più volte posto l’accento sul fatto che gli è stato più facile dialogare con il prefetto di Como che non con altre istituzioni. La presidente dell’Amministrazione provinciale di Como Maria Rita Livio, dal canto suo, ha avanzato la proposta di un tavolo di lavoro mirato alle problematiche dei flussi migratori da aprire all’autorità cantonale, al sindaco di Como, all’Amministrazione provinciale e alle associazioni comasche e ticinesi. «Un primo passo è quello di una corretta informazione da parte nostra e dei ticinesi», ha richiamato, facendo riferimento a Como e a Chiasso, dove si ‘gioca’ la drammatica partita dei migranti. Sullo sfondo quella che è stata la scena aperta della stazione San Giovanni di Como. Ora l’impegno di tutti, per quanto si è appreso, è stato quello di approfondire la proposta di Maria Rita Livio. Ad aprire i lavori, ieri, è toccato però a Gobbi che ha scattato una istantanea di quanto accaduto negli ultimi tre mesi. Sono state 6’000 le riammissioni effettuate nel trimestre, ha ricordato il direttore delle Istituzioni. Non ci sono state forzature, ha ribadito, sono stati rispettati gli accordi con l’Italia. Gobbi ha avuto poi parole di plauso per la soluzione trovata con il ‘Centro di temporanea accoglienza’ di via Regina Teodolinda, che ha consentito di sgomberare l’accampamento cresciuto nel parco di San Giovanni. Il rappresentante della Regione Lombardia ha fatto presente che è proprio la Lombardia la regione che ospita il maggior numero di profughi. Como è di gran lunga, a livello nazionale, la città che ne accoglie di più. «Non è la Regione Lombardia che li ospita, bensì i Comuni e le associazioni di volontariato, incominciando dalla Caritas», ha puntualizzato la presidente della provincia. Nel frattempo, si è deciso di estendere la capienza del Centro a 400 posti. Questo perché i migranti, dopo aver abbandonato la tendopoli, hanno accolto l’invito a trasferirsi nell’area ex Rizzo. Dove si è aperta una nuova fase, impegnativa per tutti.

Migranti, «Procedure e diritti sono rispettati»

Migranti, «Procedure e diritti sono rispettati»

Dal Giornale del Popolo del 24 agosto 2016 | Il nuovo direttore dell’Amministrazione delle dogane ha anche ribadito l’appoggio di Berna al Ticino

«Le procedure di identificazione e accoglienza sono condotte nel rispetto dei diritti di ogni persona» e le normative internazionali vengono applicate «in maniera coscienziosa». È quanto è emerso ieri al termine dell’incontro tra il Consiglio di Stato e il nuovo direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane Christian Bock, accompagnato dal Comandante della Regione IV delle Guardie di confine Mauro Antonini. Ricevuto per un primo incontro ufficiale dopo il suo insediamento, Bock ha discusso con l’Esecutivo ticinese della pressione migratoria al confine ticinese. In questo senso l’Amministrazione federale delle dogane ha rassicurato il Governo, ribadendo il pieno appoggio di Berna al nostro Cantone. Il Consiglio federale, è stato sottolineato, «è costantemente informato sulla situazione alla frontiera sud della Confederazione». Bock ha quindi ringraziato le autorità cantonali per la «collaborazione esemplare prestata » fino ad ora nella gestione di una situazione non semplice. «Da parte delle autorità federali c’è piena solidarietà e una buona considerazione di quanto il Ticino fa», commenta da parte sua il presidente del Governo Paolo Beltraminelli. «Berna si rende conto che la quasi totalità dei flussi migratori che coinvolgono la Svizzera è concentrata a Chiasso. E il centro di Rancate è proprio il frutto della collaborazione tra le autorità federali e quelle cantonali». Ottima è anche la collaborazione con la vicina Penisola, sottolinea Paolo Beltraminelli. «In una situazione di difficoltà esiste una buona presa a carico e vengono rispettati i diritti dei migranti. A essere mutata è la tipologia dei migranti. Spesso siamo confrontati con persone che non vogliono chiedere asilo in Svizzera. In questo caso gli accordi internazionali prevedono che si proceda con una riammissione semplificata in Italia. Allo stesso modo i minori non accompagnati, nel caso in cui decidano di non presentare richiesta d’asilo, vengono rimandati oltre confine e presi a carico dalle autorità italiane», spiega ancora il presidente del Governo, che chiarisce che invece «nulla è cambiato in termini di procedure ». «Chi si presenta al confine e manifesta l’intenzione di chiedere l’asilo viene accompagnato al Centro di registrazione di Chiasso e preso in consegna dalla SEM», spiega. Nonostante le denunce da parte di alcuni migranti che lamentano di essere stati rispediti in Italia nonostante abbiano chiesto asilo alla Confederazione, il presidente del Consiglio di Stato tiene a sottolineare che «il Governo cantonale ha la massima fiducia nell’operato delle Guardie di confine. Non abbiamo motivo di credere che ci siano stati casi di abusi e irregolarità. È possibile che si possano essere verificati casi isolati nella massa degli arrivi, ma le procedure vengono rispettate». D’altro canto, spiega ancora Beltraminelli, «sono molti i casi di persone che si presentano più volte al confine, spesso con identità e età di volta in volta modificate e senza essere muniti di regolari documenti». Una procedura di verifica il più possibile accurata è pertanto «una necessità», prosegue, anche perché si rischia che i migranti che non vogliono seguire le procedure d’asilo poi scappino dai centri di registrazione, facendo perdere le proprie tracce.

Dibattito: Situazione migranti alla frontiera sud della Svizzera

Dibattito: Situazione migranti alla frontiera sud della Svizzera

60 Minuti, edizione di lunedì 22 agosto | Situazione migranti delle ultime settimane alla frontiera sud della Svizzera

Ospiti in studio:

-Norman Gobbi, consigliere di Stato, capo della speciale Task force

-Marina Carobbio, consigliera nazionale Ps Ti

-Mario Lucini, sindaco di Como

-Giorgio Fonio, Granconsigliere Ti e consigliere comunale di Chiasso

-Massimiliano Robbiani, consigliere comunale di Mendrisio

La puntata su RSI.ch: http://www.rsi.ch/play/tv/60-minuti/video/60-minuti?id=7845191