Crisi migratoria: dobbiamo fare un po’ di ordine

Crisi migratoria: dobbiamo fare un po’ di ordine

Dal Mattino della domenica l Centro di Rancate, corridoi umanitari, finti rifugiati respinti, …

Questa estate nel Ticino mediatico e politico un tema più di tutti l’ha fatta da padrone: quello della pressione migratoria alla frontiera sud. La situazione alla stazione di Como è stata prontamente portata alla luce dai media ticinesi ed è diventata il cavallo di battaglia di presunti disinteressati, che non hanno però perso l’occasione di profilarsi dapprima sui media comaschi, poi su quelli ticinesi e da ultimo su quelli nazionali. Sia ben chiaro: la situazione alla stazione di Como è la testimonianza di un fenomeno di drammatica umana disperazione, ma credo che sia necessario fare un po’ di ordine.
I migranti che si presentano giornalmente alle guardie di confine provengono da Paesi africani che non sono in guerra. Non ci sono siriani, non ci sono afgani. La stragrande maggioranza di loro non è neppure interessata a chiedere asilo in Svizzera, tant’è vero che solo un terzo dei migranti controllati dalle guardie di confine domanda l’asilo. Il resto, la stragrande maggioranza, vuole semplicemente raggiungere altri Paesi. Ebbene, lo statuto di questi, e lo dice la legge, è di “illegale” e pertanto, sulla base degli accordi, e non di prevaricazioni o abusi delle guardie di confine, deve essere riammesso in Italia. Voglio riportarvi qui una citazione “Die Schweiz will kein Transitstaat werden” (la Svizzera non vuole essere un paese di transito). Chi l’ha detto? Il solito UDC razzista? Oppure un leghista populista? No! Si tratta della signora Simonetta Sommaruga. Ora, è raro che io sia d’accordo con lei, ma questa volta non posso che darle ragione. La Consigliera Federale nel dire questa verità, non si è rifatta alla per lei tanto odiata ideologia “destroide”, ma ha dovuto attenersi agli accordi internazionali, in questo caso di Dublino. Quindi: chi non vuole domandare l’asilo in Svizzera deve essere riammesso in Italia e, lasciatemelo dire, i colleghi d’oltre frontiera stanno collaborando ottimamente. Chi da settimane giura e spergiura la possibilità di un cosiddetto corridoio umanitario, oltre a chiedere alla Germania cosa ne pensa, dovrebbe informarsi su cos’è un corridoio umanitario e dovrebbe smetterla di far finta che i trattati internazionali non esistano.

Nelle scorse settimane sono stati molti i rappresentanti del PS che si sono recati a Como a portare – soprattutto sotto i riflettori – la loro solidarietà. Il loro impegno non mi sembra essere andato oltre. Avete forse letto di una proposta costruttiva? Io no! Quello che hanno fatto è stato infangare le guardie di confine, a volte intralciare pesantemente lo svolgimento del loro lavoro, e illudere i migranti dicendo loro di premere sulla frontiera perché così facendo avrebbero sicuramente ottenuto quello che volevano.

Ci sono poi i fomentatori. La loro ultima azione è di ieri, quando è comparso questo assolutamente falso post di “Abbattere le Frontiere”: “Pare che la Svizzera abbia aperto le frontiere, almeno momentaneamente”. Questo è il comportamento di persone che si dichiarano difensori dei migranti; a me sembra un comportamento deplorevole di chi, spacciandosi dalla loro parte, li usa per i propri scopi e, soprattutto, li illude. È poi un comportamento assolutamente illegale, visto che promuove, de facto, l’immigrazione illegale. Ma torniamo ai socialisti, che si sono dati molto da fare, sottoscrivendo con firma autografata delle domande d’asilo al posto dei migranti. Non tocca certo a loro, bensì ai postulanti dichiarare di voler iniziare le procedure per richiedenti l’asilo. Il risultato? Una volta capito che se avessero richiesto l’asilo in Svizzera non avrebbero più potuto lasciare il paese, che la loro vera meta, il nord, sarebbe stata irraggiungibile, improvvisamente l’interesse cambiava e ritiravano la richiesta fatta. 

Vorrei dire al Dottor Cavalli, già capogruppo PS alle Camere federali, che nel blog del Tagesanzeiger ha espresso la sua opinione affermando che chi scrive le richieste per i migranti è da lodare e che la procedura di riammissione è paragonabile a quanto avveniva durante la seconda guerra mondiale con gli ebrei, che forse è necessario dare le giuste misure e fare attenzione con le similitudini. Durante la seconda guerra mondiale gli ebrei rinviati alla frontiera svizzera si ritrovavano in un regime che aveva come obiettivo il loro sterminio. Se Cavalli ritiene di paragonare la vicina Penisola alla Germania nazista, è libero di farlo, basta che si prenda la responsabilità delle sue dichiarazioni. Se lui vuole lodare il lavoro della signora Bosia Mirra perché scrive e firma di suo pugno le richieste dei migranti, non è un problema. Il fatto che la maggior parte di loro non postula la domanda d’asilo quando ne comprende le implicazioni, l’obbligo a rimanere in Svizzera, mi fa concludere che i primi a non apprezzare lo sforzo sono i migranti stessi. Un media elettronico negli scorsi giorni ha citato la signora Bosia Mirra, che afferma che secondo lei ‘[…] al di sopra di ogni legge, ci sono i diritti umani’ (non male per una deputata, che le leggi le vota!) e che ‘ Aiutare i migranti è un affare personale, più che un lavoro’; rischia però di diventare una patologia: la sindrome di Polle.

NORMAN GOBBI

«Das darf es in Europa nicht mehr geben»

«Das darf es in Europa nicht mehr geben»

Dal Tages Anzeiger del 12 agosto 2016 | Simonetta Sommaruga zeigt sich betroffen über die Flüchtlingscamps in Como. Alle Dublin-Staaten müssten ihren Teil der Verantwortung übernehmen.

Im Juni waren es mehr als 100 pro Tag, Männer, Frauen, Kinder, die nach einer zum Teil lebensgefährlichen Flucht im Tessin aufgegriffen wurden. Weil sie weder über die nötigen Papiere verfügten noch einen Asylantrag stellten, schickten sie die Grenzwächter umgehend nach Italien zurück. Einige versuchen es immer wieder, verstecken sich in Zügen, die nach Chiasso fahren, nur um wieder erwischt zu werden. Derzeit halten sich rund 350 von ihnen in Como in einem Camp auf, werden am Mittag von Freiwilligen mit Mahlzeiten versorgt und stellen sich auf eine weitere Nacht unter freiem Himmel ein.

«Kein Transitland»

«Es ist schwer erträglich, solche Zustände zu sehen. Das darf es in Europa nicht mehr geben», sagte Justizministerin Simonetta Sommaruga gestern in der Orangerie Elfenau in Bern. Hätte sie dieses herrschaftliche Anwesen für einen Medientermin zur Flüchtlingskrise ausgesucht, hätte man ihr Zynismus vorgeworfen – immerhin empfing die russische Grossfürstin Anna Feodorowna dort vor 200 Jahren die bessere Berner Gesellschaft. Tatsächlich waren Ort und Termin schon lange festgelegt und der Anlass bloss als informeller Austausch mit Bundeshausjournalisten geplant. Doch dann wurde Sommaruga von der Aktualität überrollt.

Der Tessiner Justizminister Norman Gobbi (Lega) forderte gestern im TA, der Bundesrat müsse nun signalisieren, dass Migranten nicht durch die Schweiz nach Nordeuropa reisen dürften. Auch Sommaruga lehnt einen Korridor für legale Durchreisen entschieden ab. «Die Schweiz will kein Transitland werden. Das wäre nicht rechtmässig und gegenüber Deutschland nicht zu rechtfertigen», sagte Sommaruga. Ausserdem pochte Sommaruga auf die Einhaltung der Regeln des Dubliner Übereinkommens. Jeder Asylsuchende müsse in der Schweiz oder einem anderen europäischen Land ein Asylgesuch stellen können. Wo das Verfahren durchgeführt werde, sei aber nicht Sache der Asylbewerber.

Trotz der angespannten Lage vor der Schweizer Grenze: Im Juli wurden weniger Asylgesuche gestellt als im Juli des Vorjahres. Dies geht aus der Asylstatistik hervor, die gestern publiziert wurde. Knapp 2500 Asylgesuche wurden gestellt, 150 mehr als im Vormonat, aber 1400 weniger als im Juli 2015. Das erklärt das Staatssekretariat für Migration (SEM) in erster Linie damit, dass markant weniger Asylbewerber aus Eritrea in die Schweiz kommen. In den ersten sieben Monaten des Jahres sind ungefähr halb so viele Eritreer in Süditalien gelandet wie im Vorjahr. Ausserdem werden laut SEM in Deutschland mehr Eritreer registriert als bisher.

Der starke Rückgang ist allerdings nur eine Momentaufnahme. Seit Jahresbeginn registrierte das SEM total 16 800 Gesuche – 1000 mehr als in derselben Periode des Vorjahres. «Der Grund ist, dass Anfang Jahr die Asylzahlen höher waren als in üblichen Wintermonaten. Wir verzeichneten überdurchschnittlich viele Asylsuchende aus Afghanistan, Syrien und dem Irak, die über die Balkanroute in die Schweiz gelangten», sagt Léa Wertheimer vom SEM.

Folgt man den Erläuterungen der Justizministerin, war der Rückgang im Juli aber kein Zufall. Die Zusammenarbeit mit Italien funktioniere heute besser als bisher. Konkret: Italien registriere heute deutlich mehr Migranten als bis anhin. Diese seien sich immer häufiger bewusst, dass ein Asylgesuch in der Schweiz deshalb aussichtslos sei, sagte Bundesrätin Simonetta Sommaruga. Deshalb würden viele Migranten nicht hierbleiben wollen, sondern nach Deutschland oder Nordeuropa weiterreisen.

Hart ins Gericht ging Sommaruga mit den Dublin-Partnern: «Europa hat nach wie vor keine überzeugende Antwort auf die Herausforderungen in dieser Flüchtlingskrise.» Alle Dublin-Staaten müssten ihren Teil der Verantwortung übernehmen. Es brauche einen allgemeingültigen, dauerhaften Verteilschlüssel, nach dem die Flüchtlinge zugeteilt werden. Nur: «Diese Lösung wird sich höchstwahrscheinlich nicht durchsetzen», sagte Sommaruga.

‘La Svizzera non è un corridoio’

‘La Svizzera non è un corridoio’

Da LaRegione del 12 agosto 2016 | Norman Gobbi attendeva un cenno da Berna, e la consigliera federale Simonetta Sommaruga l’ha dato: «Segnale timido, ma c’è» – Incontro confidenziale con i prefetti di Como e Varese.

Lui, il ministro ticinese Norman Gobbi , si attendeva un cenno da Berna. Lei, la consigliera federale Simonetta Sommaruga , rimasta colpita dalla scena aperta di Como – «è difficile da sopportare» –, lo ha dato. «Simili condizioni in Europa non dovrebbero esistere», ha commentato ieri la ministra di Giustizia e polizia incontrando i media nella capitale. Molti migranti, ha osservato, «non vogliono presentare una domanda d’asilo in Svizzera, ma solo attraversare il Paese per recarsi in altri Stati europei, ma il nostro Paese non vuole diventare una via di transito». Per questioni di sicurezza «dobbiamo poter registrare chiunque entri in Svizzera, specialmente nell’attuale contesto. Dobbiamo sapere chi si trova qui da noi». Era il segnale che si attendeva?, chiediamo al consigliere di Stato. «Lo chiamerei un timido segnale. Che va nella giusta direzione. Ha confermato la realtà. Poteva essere un po’ più esplicita e chiara, anche per giungere ai media a noi vicini. Ciò aiuterebbe a ridurre la pressione alla frontiera. Anche perché – annota Gobbi – se lo dice un leghista è una cosa, se lo dice una consigliera federale, e socialista, ha un altro peso. Del resto, la Svizzera non può diventare un corridoio umanitario, perché non ci sarebbe lo sbocco a nord». La questione germanica? «Rispetto all’anno scorso le autorità tedesche hanno cambiato atteggiamento: hanno compreso che aprire le porte senza controllo crea dei problemi. Ricordo – esemplifica Gobbi – come a novembre 2015 ci fosse circa mezzo milione di migranti non registrati e questo ha creato preoccupazione e un rischio latente, che si evidenzia con i singoli casi successi». Per Sommaruga in Europa mancano soluzioni standard da applicare in comune. «Sappiamo che l’Italia non può permettersi gli standard che possono garantire Svizzera o Germania, ha altri problemi da risolvere come Stato-nazione – richiama Gobbi –. Va rilevato piuttosto che da parte anche delle autorità federali si condivide che la Confederazione non può essere e non è un corridoio di transito». Spostandosi di nuovo a sud, l’incontro con i prefetti di Como e Varese – anticipato da ‘laRegione’ di martedì – alfine c’è stato. E giusto mercoledì, quando è stato formalizzato il progetto di aprire a Rancate un centro temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata in Italia (cfr. l’edizione di ieri). Gobbi si appella alla riservatezza. «È stato un incontro amichevole, di scambio reciproco di informazioni su quanto sta avvenendo nei rispettivi territori – si limita a confermarci il direttore del Di –. Io ho presentato il centro. Loro hanno illustrato quanto stanno approntando». Come si pensa di gestire la situazione a Como? «Non posso dirlo».

Rancate, chiesta ‘chiarezza’

All’indomani della conferma che il centro si farà, tre granconsiglieri pipidini – Maurizio Agustoni , Giorgio Fonio eLuca Pagani – hanno inoltrato un’interrogazione al Consiglio di Stato. “La maggior parte dei gruppi politici di Mendrisio ha accolto positivamente questa iniziativa – scrivono –, sottolineando in particolare il senso di responsabilità nei confronti di un’emergenza umanitaria sempre più drammatica”. La “disponibilità all’accoglienza è però legata alla piena trasparenza sulle condizioni in cui lo Stato garantisce il rispetto degli impegni umanitari”. Anche per questo motivo i tre deputati hanno deciso di chiedere “chiarezza sul futuro”, in considerazione del fatto che risulta essere “fondamentale che la popolazione di Mendrisio e del Mendrisiotto possa disporre in modo completo ed esaustivo delle informazioni riguardanti l’effettiva situazione nella regione”. Viene chiesto al Cantone quali saranno precisamente le funzioni della struttura, chi ha assunto l’iniziativa e chi si occuperà di gestione e sicurezza. Inoltre, Agustoni, Fonio e Pagani chiedono quante saranno le persone ospitate e per quanto tempo. Si domanda infine se il governo abbia considerato altre opzioni e quale prassi viene seguita quando si presentano migranti che intendono chiedere asilo, soprattutto se minori non accompagnati.

Das Flüchtlingscamp vor Chiassos Toren

Das Flüchtlingscamp vor Chiassos Toren

Dal Neuer Zürcher Zeitung del 10 agosto 2016 | Die Zahl der Gestrandeten an der Grenze zur Schweiz wächst rasch Etwa 500 Migranten biwakieren am Bahnhof der italienischen Grenzstadt Como. Sie alle hoffen auf Weiterreise in die Schweiz.

«Como San Giovanni»: So heisst der erste Bahnhof auf italienischem Boden. Diesen passieren alle Zugreisenden Richtung Süden, wenn sie die Schweizer Grenzstadt Chiasso hinter sich gelassen haben. Der etwas verlotterte Bau dient aber auch immer mehr Flüchtlingen auf ihrem Weg nach Mittel- und Nordeuropa als Zwischenstation.

Dass Migranten in Como landen, ist nichts Aussergewöhnliches – doch heuer campieren sie zuhauf beim Bahnhof, weil ihre Zahl so rasch zunimmt. Vor zwei Wochen waren es noch schätzungsweise 250 Personen, die unter dem Dach des Bahnhofeingangs oder im angrenzenden Park auf Matten die Nacht verbrachten. «Am Montagabend haben wir schon 500 Portionen Abendessen ausgegeben», sagt auf Anfrage Roberto Bernasconi, Diakon des Hilfswerks Caritas Como. Dies sei die einzige Möglichkeit, die Zahl der Flüchtlinge einigermassen zuverlässig festzustellen. Es zeichne sich ab, dass noch mehr Menschen kämen.

 

De facto ein Notstand

Laut Bernasconis Worten schlafen die meisten Migranten unter freiem Himmel. De facto herrsche in Como ein Notstand. Doch Rom wolle keinen ausrufen, solange alles unter Kontrolle sei. Und auch der kürzliche Besuch einer Uno-Flüchtlingsdelegierten habe daran vorerst nichts geändert. Der Diakon sorgt sich, wie lange dies noch gutgehen könne. Er schliesst eine massive Zuspitzung der Lage nicht aus. Auch Comos Stadtpräsident ist beunruhigt: Die Situation könne angesichts der Flüchtlingszahl nicht mehr lange so gehandhabt werden, wird er im «Corriere del Ticino» zitiert. Es fehle mittelfristig an Platz. Man erwäge die Errichtung einer Zeltstadt im Park vor dem Bahnhof.

Die meisten Flüchtlinge wollen weiter nach Chiasso, und zwar mit dem Zug. Aber nicht, um in der Schweiz zu bleiben: Ihr Ziel seien Deutschland, Belgien, Holland oder Skandinavien, sagt Bernasconi. Nach seiner Einschätzung besteht das Flüchtlingscamp am Bahnhof ungefähr zu gleichen Teilen aus Neuankömmlingen – meist aus dem süditalienischen Auffanglager in Taranto – und aus Personen, die von der Schweizer Grenzwacht nach Italien zurückgebracht worden sind. Die italienische Polizei schicke zweimal wöchentlich etwa fünfzig dieser Personen nach Taranto zurück, doch nach zwei Tagen tauchten manche wieder in Como auf, fügt Bernasconi an.

Laut der Eidgenössischen Zollverwaltung sind an der Schweizer Südgrenze in der ersten Augustwoche 1681 Flüchtlinge als rechtswidrige Aufenthalter identifiziert worden. Dabei handelt es sich um Personen, welche die Einreisebedingungen für die Schweiz bzw. den Schengen-Raum nicht erfüllen und auch kein Asyl suchen. Es sind mehr als doppelt so viele wie Ende Mai; zu jenem Zeitpunkt begann die Zahl der Flüchtlinge rasch zuzunehmen. Die hohen Migrationszahlen im Sommer entsprächen den Erwartungen des Grenzwachtkorps, sagt dessen Sprecher David Marquis. Der Grund dafür sei, dass im Sommer wegen der besseren Witterung deutlich mehr Boote mit Flüchtlingen in Italien landeten.

 

Viele versuchen es erneut

1275 Migranten, die in der letzten Woche angehalten worden sind, sind gemäss Abkommen nach Italien zurückgebracht worden – so viele wie noch nie in diesem Jahr. Ende Mai waren es nur 77 Personen gewesen. Und wie viele der Weggewiesenen versuchen nach einer Verschnaufpause in Comos Bahnhof wieder ihr Glück in Chiasso? Laut Marquis gibt es dazu keine Statistik. Aber man stelle fest, dass Migranten wiederholt versuchten, in die Schweiz einzureisen.

Der Tessiner Justiz- und Polizeidirektor Norman Gobbi fordert von Bundesbern, die Grenzwacht mit Militärpolizisten zu unterstützen. Dies, obschon die Grundbedingung von mindestens 10 000 Asylanträgen pro Monat nicht erfüllt ist – er argumentiert mit der Dimension der Migration an der Südgrenze. Weiter solle der Bund international klar signalisieren, dass man keinen humanitären Transitkorridor geöffnet habe. Die falschen Hoffnungen der Migranten müssten zerschlagen werden. Apropos Transit: Wie Diakon Bernasconi vermutet auch Gobbi, dass die meisten Migranten weiter Richtung Norden reisen und die Schweiz nur durchqueren wollen. Gerade darum werde die Mehrzahl der in Chiasso Ankommenden nach Italien zurückgeführt. Das Phänomen des Transits sei neu und müsse näher betrachtet werden.

Migranti a Como, la polemica politica non conosce confini

Migranti a Como, la polemica politica non conosce confini

Da tio.ch, 9 agosto 2016 | Alla richiesta del consigliere regionale PD Luca Gaffuri di fare passare i migranti attraverso un corridoio umanitario risponde Gobbi: «Politica del bla bla, la Germania non lo permetterebbe»

Mentre da Como vi è ancora un nulla di fatto sui provvedimenti da adottare per fronteggiare l’emergenza migranti, a livello politico la polemica non conosce confini. Alla richiesta di un corridoio umanitario espressa alla Rsi dal consigliere regionale lombardo del PD, Luca Gaffuri, per fare in modo che i migranti accampati alla stazione ferroviaria di Como abbiano la possibilità di transitare, attraverso la Svizzera, verso la Germania, il Consigliere di Stato Norman Gobbi, su Facebook, risponde a tono all’esponente politico lariano, accusandolo di fare una «politica fatta di bla bla» che di fatto, vorrebbe «semplicemente scaricare tutto sulle spalle della Svizzera». Una richiesta, infatti, che non sarebbe possibile da accogliere, visto che la «Germania ha allestito a Costanza un centro per il rinvio dei migranti illegali provenienti dalla Svizzera, simile a quello previsto nel Mendrisiotto».

«Quindi – prosegue Gobbi, non un corridoio bensì un “cul de sac” che termina la sua via in Svizzera».

Preferisco la politica dell’azione – «A questo bla bla illusorio della sinistra – conclude il Consigliere di Stato leghista – preferisco la politica dell’azione che garantisce il rispetto dell’ordine e della legge sul nostro territorio, con un rinvio sistematico dei migranti illegali».

«Rafforzati i controlli alla frontiera tedesca»  Intanto in Germania è stato rafforzato il dispositivo di polizia alla frontiera con la Svizzera. In particolare a Weil am Rhein, al confine con Basilea, dove tre settimane fa è stata istituita un’unita di “controllo e sorveglianza mobile” per contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare.

La legge tedesca – La Costituzione tedesca prevede condizioni molto restrittive per il riconoscimento dello statuto di profugo. Se il richiedente asilo raggiunge uno Stato terzo ritenuto sicuro, per legge la Germania non è tenuta a prendere in esame la domanda di asilo e quindi la sua richiesta non è ritenuta ammissibile. Inoltre, per essere considerato profugo, il richiedente deve dimostrare di essere perseguitato dalle autorità dello Stato da cui proviene a livello individuale. Non basta che il richiedente arrivi da uno Stato in cui vi è una guerra civile in corso.

La Convenzione di Ginevra – Come ha ricordato in un recente seminario l’Ifo, l’Istituto di ricerche economiche tedesco, per bocca del suo ormai ex presidente, Hans Werner Sinn, (è andato in pensione nel marzo di quest’anno a 68 anni per raggiunti limiti di età) la Convenzione di Ginevra sui rifugiati prevede che siano gli Stati confinanti allo Stato in guerra ad ospitare coloro che ricercano protezione. Infatti, secondo la Convenzione di Ginevra, la Germania, (come tutti gli altri Paesi), non avrebbe l’obbligo giuridico di ospitare i richiedenti asilo provenienti da Paesi lontani, in questo caso specifico siriani, afghani o iracheni.

La Convenzione di Dublino – Infine c’è la Convenzione di Dublino. In Germania la legge prevede che «il richiedente asilo che arriva in Germania attraverso Stati terzi sicuri è da espellere». Una formulazione chiaramente restrittiva, ma che il Governo della Cancelliera ha voluto cambiare, con il nuovo corso deciso nell’estate dell’anno scorso per motivi umanitari.

Lo stato di urgenza  – Infatti la legge tedesca sull’asilo prevede un’eccezione che dà la possibilità al Governo di sospendere a titolo eccezionale e provvisorio il regolamento sull’accettazione e il riconoscimento dei profughi. Una sospensione che sta comunque dividendo i giuristi. Infatti c’è chi sostiene che lo “stato d’urgenza” sia da adottare per un breve periodo e non così a lungo come sta facendo in questo ultimo anno il Governo tedesco che, nelle ultime settimane sta conoscendo un calo di popolarità proprio a causa della politica sull’asilo.

Una mela, un migrante

Una mela, un migrante

Da LaRegione Ticino, di Andrea Manna e Daniela Carugati l Gli uomini e le donne in attesa alla stazione ferroviaria di Como sono ormai 500. Aumentano i migranti assistiti dai volontari di Firdaus. E sale la pressione alla frontiera ticinese. Il ministro Gobbi intende infatti incontrare i prefetti di Como e Varese e chiedere a Berna l’intervento della Polizia militare a supporto delle Guardie di confine. Nodo, la gestione dei respingimenti.

Le mele sono diventate ormai una sorta di unità di misura. Restituiscono, giorno dopo giorno, la realtà della stazione di San Giovanni, a Como. Ieri ne sono state distribuite cinquecento. Tante quante le persone in attesa tra lo scalo ferroviario e i giardini sottostanti. Quel frutto assieme a un piatto di riso (o di pasta) e a un pezzo di pane costituiscono, del resto, il pasto che i volontari dell’Associazione Firdaus di Genestrerio garantiscono ogni mezzogiorno.

Sale il numero delle mele quotidiane. Aumentano i migranti che aspirano a passare la frontiera. E cresce così la pressione alle porte del Ticino. Il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi intende incontrare i prefetti di Como e di Varese. «Stiamo prendendo i necessari contatti per vedere la loro disponibilità», dice alla ‘Regione’ il consigliere di Stato. «Si tratterà di fare il punto della situazione, anche per coordinarci al meglio al di qua e al di là della frontiera, visto che il problema è comune – aggiunge Gobbi –. Al momento la collaborazione con l’Italia, per quanto riguarda le procedure di riammissione, funziona bene». La situazione nel capoluogo lariano tuttavia si aggrava col passare dei giorni. «Proprio per questo vorrei sapere dai due prefetti come intendono gestire il fenomeno nell’immediato futuro – afferma il ministro ticinese –. Quello che sta avvenendo a Como potrebbe peraltro innescare problemi di ordine pubblico: alcuni migranti potrebbero infatti diventare manovalanza di organizzazioni criminali o facili prede di passatori che lucrano sulla disperazione altrui». Per il direttore del Dipartimento, servirebbe però anche «un segnale» da Berna: «La Confederazione dovrebbe finalmente dire in maniera chiara che la Svizzera non è un corridoio di transito, che nessun corridoio umanitario è stato aperto. Altrimenti c’è chi continuerà ad alimentare nei migranti false illusioni». D’altronde, continua Gobbi, «ho i miei dubbi che la Germania, Paese che i migranti desiderano raggiungere, voglia un simile corridoio: pensiamo a quello che succede in questi giorni a Costanza (Germania), dove quanto a respingimenti, e con un numero di migranti decisamente più basso di quello con cui noi siamo confrontati, le autorità tedesche stanno facendo con la Svizzera ciò che noi stiamo facendo con l’Italia».

Per quanto tempo ancora è gestibile questa situazione? «Stando agli ultimi dati forniti dal Comando delle Guardie di confine, in luglio ci sono stati 6’289 ingressi in Ticino, poco meno del doppio di quelli di giugno e più di tre volte e mezzo di quelli del luglio dello scorso anno – evidenzia Gobbi –. Quando si ha a che fare con oltre quattromila respingimenti in un mese, strutture e organizzazione del personale preposto a questo compito ne risentono parecchio. Il Corpo delle Guardie di confine della Regione IV ha dovuto chiedere rinforzi. Li ha ottenuti, ma nel contempo sono state sguarnite altre Regioni a nord». Tramontata l’ipotesi di un intervento dell’Esercito alla frontiera sud della Svizzera, e meglio della truppa di milizia attraverso una diversa pianificazione dei corsi di ripetizione, Gobbi si appresta a interpellare i consiglieri federali Guy Parmelin e Ueli Maurer, responsabili rispettivamente del Dipartimento della difesa e di quello delle finanze (dal quale dipendono anche le Guardie di confine). «Sto scrivendo infatti a Maurer e Parmelin – spiega Gobbi – per chiedere l’impiego della Polizia militare a supporto delle Guardie di confine della Regione IV per gestire i respingimenti. L’impiego della truppa era previsto qualora ci fosse stata un’impennata delle domande d’asilo, almeno diecimila, cosa che però non è sin qui accaduta. Sono invece nettamente aumentate le entrate illegali: ritengo quindi necessario un supporto all’attività al Corpo delle Guardie di confine. Un supporto che potrebbe essere fornito, in questa fase, dalla Sicurezza militare (Polizia militare), composta di professionisti dell’Esercito».

Domenica alla frontiera si è sfiorato un record di ingressi illegali: ben oltre 300 (e prossimi ai 400) i casi registrati dagli agenti a fronte dei 1’700 delle ultime settimane. Un’altra cifra che mostra quanto la situazione sia difficile. Un po’ di preoccupazione, di fatto, c’è anche nelle autorità locali, ammette il sindaco di Chiasso Bruno Arrigoni . «Abbiamo fiducia, in ogni caso, nel Cantone e nella Confederazione – precisa –, che non sono rimasti con le mani in mano, ma si sono dimostrati propositivi per ovviare a un eventuale aumento delle entrate». Certo uno scenario quale è quello comasco sulla soglia di casa fa un certo effetto. «Si vuole evitare di riprodurre una tale situazione. Siamo informati costantemente. I contatti con il Dipartimento delle istituzioni e la Segreteria di Stato della migrazione sono settimanali. L’ultimo punto lo abbiamo fatto martedì scorso e avremo un nuovo incontro con i nostri interlocutori cantonali questa settimana», ci conferma ancora Arrigoni.

Nel frattempo, anche la stazione di Chiasso si è andata un po’ trasformando, ma a livello strutturale. I divisori sistemati lungo il marciapiede sono pronti per fronteggiare un flusso migratorio più importante. Mentre entro fine mese (al massimo a inizio settembre, spiega il sindaco) si valuterà se adibire altri spazi dello scalo cittadino alle procedure di registrazione, qualora i locali al Centro federale non bastassero più per sbrigare le pratiche nello spazio delle 36 ore, come previsto. Alcune scelte logistiche, come la futura struttura di Rancate, stanno, però, già diventando un nodo della politica locale. I giovani leghisti del Mendrisiotto e l’Udc di Mendrisio hanno fatto sapere che non la vogliono.

Un camp de migrants aux conditions indignes naît aux portes de la Suisse

Un camp de migrants aux conditions indignes naît aux portes de la Suisse

Da Le Temps del 5 agosto 2016 | Des centaines de migrants africains souhaitant rejoindre le nord de l’Europe sont refoulés à la frontière suisse. Devant la gare de Côme, ils patientent dans un camp informel ressemblant à la «jungle de Calais»

En arrivant avec le train de 7h44 à la gare de Como San Giovanni, on aperçoit d’emblée des dizaines de corps enroulés dans des couvertures le long du quai. Dans les WC, ouverts entre 6h et 21h, on assiste à un va-et-vient incessant d’Africains qui viennent y faire leur toilette. Dans le hall, des dizaines d’entre eux font la queue pour une ration de café et de pain offerte par des bénévoles. A l’extérieur, la Croix-Rouge a installé quelques douches et toilettes.

Sans la présence de carabinieri en uniforme et d’hommes d’affaires en tenue impeccable en route pour le bureau, on se croirait presque en Afrique noire. Le parc public devant la station ferroviaire est transformé en camp informel. Des centaines d’Africains – entre 200 et 350 selon les médias italiens et les associations caritatives – y ont élu domicile. Ils sont surtout Erythréens, mais aussi Somaliens, Ethiopiens, Nigérians et Gambiens.
Econduits de Suisse sans pouvoir déposer de demande
La plupart ont été arrêtés à six minutes de train et cinq kilomètres de là, à Chiasso (Tessin), désormais principale porte d’accès pour le nord de l’Europe, et renvoyés en Italie par les gardes-frontière suisses. Selon l’ONG Firdaus, présidée par la députée tessinoise socialiste Lisa Bosia Mirra, certains migrants souhaitant trouver l’asile en Suisse ont été éconduits avant même de pouvoir déposer une demande. Une procédure non conforme au droit international, dénonce la Tessinoise.

Entre les arbres centenaires, on distingue çà et là quelques tentes (pour les chanceux), des vêtements séchant sur des branches et des cordes, des baluchons contenant les biens qui ont survécu au voyage, un landau couvert d’une moustiquaire… Certains dorment, d’autres sont réunis en petits groupes, discutent. D’autres encore fument une cigarette en solitaire ou ramassent les déchets à l’aide d’un sac à ordures.

Ce sont surtout des hommes de moins de 45 ans, mais il y a aussi beaucoup de femmes et d’enfants. Mustafa est assis près de l’unique fontaine du parc, où une mère lave les habits de son enfant. Dans un anglais rudimentaire, l’adolescent de 14 ans confie avoir fui la Somalie, traversé le Sahara à pied et rejoint l’Italie par la Libye dans une embarcation de fortune, laissant ses proches derrière lui.

Il dit avoir une sœur en Suisse qu’il souhaite rejoindre, mais les forces de l’ordre helvétiques ne le laissent pas passer. «Si je ne risquais pas de me faire tuer là-bas, lâche-t-il, mimant un tir à la carabine, je ne serais pas ici.» Ses deux compagnons, des Erythréens à peine plus âgés, veulent gagner l’Allemagne, où ils ont de la famille et espèrent travailler. Eux aussi ont été refoulés et squattent à Côme depuis deux semaines. «It’s difficult.»

Plus de 3500 refoulements en juillet
A côté du parc où campent les migrants, un fourgon et une demi-douzaine de policiers sont stationnés en permanence. «Tout est en ordre, à part la situation humanitaire, évidemment», affirme leur chef. Il y a quelques semaines, des groupes d’extrême droite sont venus semer le trouble au camp et menacer les volontaires. Chez les Italiens, on trouve de tout, observe un bénévole de Caritas. «Il y a ceux qui apportent des couvertures et de la nourriture, et ceux qui profèrent des insultes.»

Chaque jour, des médecins bénévoles apportent leur aide. De nombreux migrants ont déjà été hospitalisés. Pour des problèmes de sous-nutrition, des syndromes de stress post-traumatique, ou encore des maladies de peau. Il y a quinze jours, les autorités italiennes ont vidé le camp, transférant une centaine de personnes à Tarente, dans le sud du pays.

La dernière semaine de juillet, 1349 Africains sans papiers ont été arrêtés à Chiasso; 1102 ont été renvoyés en Italie. Des chiffres en constante augmentation. En tout, ils ont été 5760 à vouloir entrer au Tessin le mois passé; 3518 se sont vu refuser l’entrée. A Bellinzone, Norman Gobbi (Lega), à la tête du Département des institutions, a adopté une politique de tolérance zéro. Qui n’est pas en possession d’un visa valide et ne demande pas l’asile en Suisse n’est pas admis.

«La Suisse ne peut pas devenir un corridor»
«Dans la majorité des cas, ces gens veulent se rendre en Allemagne ou en Europe du Nord; la Suisse ne peut pas devenir un corridor», plaide le conseiller d’Etat, assurant que beaucoup parmi les nouveaux arrivants ne fuient pas la guerre, mais la pauvreté. Il ajoute: «Malheureusement, l’asile n’est pas prévu pour cela.» Des forces de l’ordre de toute la Suisse ont été appelées en renfort à Chiasso pour faire face à la situation et les trains provenant de la Péninsule sont désormais passés au peigne fin.

“La situazione è sotto controllo”

“La situazione è sotto controllo”

Dal Giornale del Popolo del 13 luglio 2016

Intercettati ieri 60 profughi a Bellinzona, mentre alcuni profughi eritrei sono accampati alla stazione di Como – Norman Gobbi: «Siamo vigili, ma non siamo all’emergenza»

La pressione dei migranti al confine sta crescendo e con essa i casi eclatanti, come quello emerso l’altro giorno, ovvero il profugo eritreo che è stato trovato nascosto dentro una valigia (vedi correlati), sopra un treno, e quello di ieri, in cui, sempre a bordo di un convoglio ferroviario, transitato per la stazione internazionale di Chiasso, sono stati intercettati una sessantina di migranti (vedi correlati). Quasi tutti, anche loro, erano di cittadinanza eritrea, tra cui donne e minorenni.

Erano evidentemente molti, troppi e quindi le autorità sono state costrette a farli scendere nella capitale ticinese e non nelle cittadina di confine, dove sono stati successivamente condotti comunque, con un torpedone, per verificare chi di loro avesse diritto a rimanere o meno in suolo elvetico, presso il centro di registrazione e procedura (CRP). Ma per capire che gli arrivi siano in aumento non servono i conteggi, che comunque vengono effettuati costantemente dalla Polizia e dalle Guardie di confine, bensì basta farsi un giro negli scali ferroviari di Milano Centrale e di Como San Giovanni, presso i quali ormai decine e decine di profughi dormono in campi improvvisati e molti di loro avrebbero già provato più volte ad attraversare il confine. Un fatto che ha spinto alcune testate di oltreconfine (nello specifico il sito de LaRepubblica) a scrivere che di fatto ormai le autorità svizzere non farebbero passare più alcun migrante, da almeno una settimana. Un’accusa che è ovviamente priva di fondamento.

«La situazione a Chiasso evidentemente è molto seria», ha spiegato il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, «ma questo non cambia i nostri doveri, ovvero chi ha diritto a chiedere asilo politico viene ammesso e gli altri vengono respinti. La settimana scorsa i migranti non ammessi sono stati ben i due terzi di quelli intercettati. Ciò è sicuramente dovuto al fatto che in Italia non c’è una presa a carico sistematica di queste persone», ha continuato Gobbi, il quale ha ribadito come «tra i profughi che arrivano attualmente non ci sia nemmeno un siriano che scappa dalla guerra. Comunque per noi la situazione è ancora gestibile e infatti non è stato decretato il livello d’allerta massimo. Quanto accadrà nelle prossime settimane ovviamente dipende dall’evoluzione degli sbarchi sulle coste italiane».

Quanto all’episodio di ieri, ha precisato il direttore del DI, «è la prima volta in assoluto che vengono intercettati 60 migranti in un colpo solo sopra un treno, perciò i nostri agenti hanno deciso di trattenerli fino all’arrivo a Bellinzona, vista la lunghezza dei controlli, e successivamente di accompagnarli a Chiasso, affinché non si disperdessero sul territorio entrando nell’illegalità».

Frontalieri «Roma gioca al gatto e al topo»

Frontalieri «Roma gioca al gatto e al topo»

Dal Corriere del Ticino di oggi, 11 luglio 2016.

Il consigliere di Stato Norman Gobbi risponde alla lettera dell’ambasciatore d’Italia a Berna
Norman Gobbi non ci sta e risponde prontamente alla presa di posizione dell’ambasciatore italiano a Berna Marco Del Panta Ridolfi sull’accordo fiscale tra la Svizzera e l’Italia resa pubblica dal «Corriere del Ticino» (cfr. edizione di venerdì 8 luglio). Intervistato sabato da Radio3i, il consigliere di Stato ha rimproverato al Governo di Roma di giocare al gatto e al topo.
Ma ricapitoliamo la querelle. Tutto è iniziato a Roma: «Parliamo la stessa lingua», aveva dichiarato il consigliere federale Ueli Maurer martedì sera nella capitale italiana (come riferito dal nostro giornale), al termine dell’incontro con il ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, lasciando intendere che la firma dell’accordo fosse vicina.
La doccia fredda era arrivata dall’ambasciatore italiano a Berna. Nella lettera inviata al nostro giornale, Marco Del Panta aveva almeno parzialmente smentito le positive dichiarazioni di Ueli Maurer, affermando che non vi sarebbero ancora le condizioni per la firma del nuovo accordo fiscale. In particolare aveva indicato che l’Italia non lo sottoscriverà fintantoché non sarà raggiunta un’intesa fra Berna e Bruxelles sull’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa approvata il 9 febbraio 2014 e non sarà rimosso l’obbligo di presentare il casellario giudiziario per i frontalieri alla ricerca di un lavoro in Ticino. «Allo stato attuale – aveva scritto l’ambasciatore – non sono state risolte le questioni sopra ricordate e non ci sono quindi ancora le premesse per procedere alla firma dell’accordo».
La presa di posizione dell’ambasciatore pubblicata sul nostro giornale è stata ripresa, con grande rilievo, anche dalla «Neue Zürcher Zeitung».
Questo sabato è infine arrivata, come detto, la reazione del consigliere di Stato Norman Gobbi. Ai microfoni dei colleghi di Radio3i, il capo del Dipartimento delle istituzioni ha spiegato che l’atteggiamento emerso dalla lettera dell’ambasciatore «dimostra ancora una volta che l’Italia gioca sempre la solita partita del gatto e del topo». «Se la Svizzera ha fatto un passo in avanti nel cercare di ripondere alle loro richieste – ha proseguito il consigliere di Stato – l’Italia fa subito dopo un passo indietro. E questo passo indietro è quello che fa arrabbiare di più».
Gobbi non ha risparmiato una frecciatina nemmeno all’ambasciatore svizzero a Roma Giancarlo Kessler: «Da parte nostra – ha detto il consigliere di Stato a Radio3i – non siamo abbastanza forti nel ribadire che se a loro sono tanto cari i principi fondamentali dell’Unione europea, come la libera circolazione delle persone, a noi sono altrettanto cari principi come la sicurezza e l’autodeterminazione».

Sono sconcertato

Sono sconcertato

Da LaRegione del 9 luglio 2016
Marco Del Panta aveva altre vie per esprimersi’ dice il consigliere di Stato

Bellinzona/Berna – «Mi chiedo a cosa miri la lettera che l’ambasciatore italiano ha inviato alla direzione del ‘Corriere del Ticino’ pubblicata nell’edizione di ieri del giornale il quale, peraltro, si è limitato a fare il suo lavoro. Mi domando quale sia lo scopo – dice il direttore del Dipartimento cantonale delle istituzioni Norman Gobbi – perché ritengo che un diplomatico abbia altre vie per esprimersi, prima di uscire in pubblico con una lettera a un mezzo di informazione».

Veniamo ai fatti. Al termine della sua visita nella capitale italiana il direttore del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer ha affermato che, alla luce di colloqui avuti con il ministro italiano Pier Carlo Padoan, gli ostacoli che si frapponevano a un accordo fiscale tra la Svizzera e l’Italia, in particolare riguardo alla tassazione dei lavoratori frontalieri, sarebbero in gran parte superati. «Parliamo la stessa lingua» aveva detto Maurer ai giornalisti dopo le discussioni con il suo omologo italiano. Invece non sembra proprio essere il caso. «L’ambasciatore Marco Del Panta avrebbe potuto prendere contatto con lo stesso Maurer o rivolgersi direttamente al Consiglio federale per chiedere spiegazioni» fa notare il consigliere di Stato ticinese prendendo le difese del consigliere federale democentrista, non nuovo peraltro a ‘gaffe’ di questo genere. Se di ‘gaffe’ si deve parlare a poterlo sapere sono solo coloro che erano presenti all’incontro romano. Quello che è certo è che la firma dell’accordo definitivo con l’Italia slitta ulteriormente, anche se la stessa era stata promessa entro lo scorso mese di giugno, il quale si è ormai concluso. Dai contenuti della lettera dell’ambasciatore sembra di dover concludere infatti che gli ostacoli sarebbero tutt’altro che superati, anzi le riserve italiane si sarebbero fatte più importanti. Rispetto ai contenuti del protocollo di intesa parafato nel dicembre scorso la posizione di Roma, volendo dar fede a quanto scritto dall’ambasciatore a Berna, sarebbe ora più rigida. Se allora era stato assicurato che l’Italia era pronta a firmare sulla base delle intese raggiunte (tassazione dei frontalieri alla fonte al 70 per cento e in Italia per il rimanente), mettendo quale unica condizione che l’intesa verrebbe annullata se la Svizzera non raggiungesse un accordo con Bruxelles sull’immigrazione, ora l’accordo sul 9 febbraio è posto come condizione ‘sine qua non’. Né sembra risolta la vertenza legata alla richiesta del casellario giudiziario, anche qui contrariamente da quanto assicurato a suo tempo da Maurer.