La mafia addosso: parla Norman Gobbi.

La mafia addosso: parla Norman Gobbi.

Da LiberaTV.ch | Il ministro: “Non c’è un punto franco ma in un momento di crisi come questo il rischio di infiltrazioni è molto alto. Gli inquirenti devono collaborare meglio. Dobbiamo unire le forze nell’amministrazione e nella società civile: segnalate”

Dopo la nostra indagine sulla presenza mafiosa in Ticino, abbiamo chiesto conto di ciò che è emerso al ministro delle istituzioni: “A livello di Governo federale, diciamo che non percepisco la presa di coscienza in maniera accresciuta, nonostante i Cantoni toccati siano diversi e gli episodi di presenze mafiose dimostrate siamo ormai diverse decine”

Norman Gobbi, dalla nostra inchiesta tra i vari addetti ai lavori che operano sul territorio in ambito di criminalità organizzata, emerge una forte preoccupazione per la così detta “terra di nessuno che nessuno controlla”. Ovvero quella zona grigia creata dalle diverse competenze attribuite ai vari poteri inquirenti. Il Ministero Pubblico della Confederazione e la polizia federale, non controllano il territorio. E la Procura ticinese e la polizia cantonale non sono competenti per inchieste di mafia. Il risultato è questo punto franco di cui non conosciamo la fauna e la flora. Concorda con questa preoccupazione? Cosa si può fare per intervenire?
“Mi permetta di dire che di “punto franco” per le organizzazioni criminali non ve ne sono. È vero le competenze tra le Autorità federali e cantonali sono suddivise in modo chiaro: il pallino delle inchieste di mafia è in mano alla Confederazione. Questo non significa però che il Cantone non possa fare nulla a riguardo. Anche noi facciamo la nostra parte. La dimostrazione? Pensiamo all’inchiesta che qualche mese fa ha portato l’arresto in Ticino di un presunto reclutatore dell’Isis: un ottimo esempio di come, nel rispetto del proprio campo d’attività, gli inquirenti cantonali e federali abbiano collaborato con successo in un caso delicato. Sul piano operativo certamente si potrebbe migliorare ulteriormente la collaborazione, sia tra ministeri pubblici che tra polizie, e questo è un obiettivo continuo dei responsabili”.

Il controllo e il monitoraggio del territorio è fondamentale anche per cogliere quei segnali difficilmente visibili altrimenti. Ad esempio si sa che la criminalità organizzata predilige “investire” anche in attività dove gira contante: bar, ristoranti e lavanderie ad esempio. Il che, di riflesso, significa anche il pericolo di un’infiltrazione diretta nel tessuto socio economico. Anche lei avverte questo rischio e in che misura?
“Soprattutto in un momento congiunturale come quello che stiamo vivendo, in cui la crisi economica ha segnato la piazza finanziaria e l’economia cantonale, il rischio che aumentino i reati economici è molto alto. Quando c’è difficoltà nel mondo dell’edilizia, della ristorazione, del commercio, ecc. è possibile che organizzazioni criminali si possano inserire nel nostro tessuto economico e sociale, in maniera non violenta ma criminale dal punto di vista del riciclaggio del denaro proveniente da attività illegali. Fondamentale in questo senso è mantenere alta la guardia e garantire una costante collaborazione tra tutti gli attori coinvolti. Un tema che ho portato diverse volte anche all’attenzione dei miei colleghi: per combattere pericoli come l’infiltrazione mafiosa bisogna unire le forze – non solo con le autorità federali – ma anche all’interno della stessa macchina amministrativa e con la società civile, penso in particolare a fiduciari, notai, avvocati e operatori immobiliari. Occorre uscire dalle logiche burocratiche e statali che stagnano il sistema e garantire uno scambio d’informazioni costanti – nel limite di quanto concesso dalle leggi – e una collaborazione attiva”.

Lei parlò del pericolo mafioso anche in apertura di un anno giudiziario. Da allora che tipo di evoluzione ha potuto osservare dal suo osservatorio. Qual è il suo grado di preoccupazione?
“Diciamo che quando richiamai l’attenzione degli avvocati e dei notai sul mondo della criminalità organizzata, taluni non colsero quanto reale il pericolo fosse e sia tutt’oggi. Chiedersi da dove provengano i soldi, evitare di prestare il fianco ad economie distorte, segnalare casi sospetti fanno parte di quegli anticorpi che dobbiamo sviluppare. Quando si parla di sicurezza in generale non bisogna mai abbassare la guardia. Occorre restare allerta, come per altre minacce quali ad esempio quella terroristica, perché pensare che la nostra società sia immune a questi fenomeni è irreale. Anche per la posizione del nostro Cantone, vicina alla grande metropoli milanese, siamo un territorio a rischio per questo genere di crimini”.

Ritiene che l’allarme sociale sia in questo momento adeguato ai rischi, oppure nella popolazione e nel mondo politico si tende un po’ a sottovalutare il problema?
“Diciamo che la presa di coscienza sul problema non è ampiamente diffusa. Proprio seguendo il monito di Paolo Borsellino a voler parlare di mafia allo scopo di affrontare il problema, qualche mese fa a Lugano ho voluto organizzare un incontro con il Procuratore generale della Confederazione Michael Lauber, per discutere a 360 gradi di tematiche di competenza del Ministero pubblico federale, ed è stata l’occasione di capire anche quello che sta accadendo alle nostre latitudini: ovviamente si è parlato anche di indagini legate alla mafia. Inoltre, stiamo lavorando ad un progetto per sensibilizzare l’apparato statale nei confronti di questi fenomeni e di fenomeni legati agli abusi sulle prestazioni statali”.

Come giudica il fatto che ci sia un solo un Procuratore Federale ad indagare su inchiesta di mafia in lingua italiana?
“Ricordiamoci che in Ticino abbiamo un antenna del Ministero pubblico della Confederazione. Una presenza importante per il nostro territorio. Si potrebbe fare di più e in maniera più attiva? Certo, ma poi bisogna concedere a livello federale le risorse finanziarie e umane, oltre che trovare persone adeguate ad assumere un ruolo non facile, come quello di combattere le organizzazioni criminali”.

Come giudica il fatto che non disponiamo di una fotografia precisa – anche a causa dei problemi posti poc’anzi – rispetto alla presenza della criminalità organizzata in Ticino? Ritiene sia necessario farsi sentire maggiormente a Berna in modo da meglio precisare e circoscrivere il problema?
“Su mia proposta, il Consiglio di Stato del nostro Cantone (e siamo gli unici) incontra il Procuratore della Confederazione: l’ultima volta che Lauber è venuto a Bellinzona è stato lo scorso mese di novembre. Non mi tiro mai indietro quando bisogna far sentire la nostra voce oltre Gottardo, e se lo ritenessi necessario interverrei anche in queste circostanze. A livello di Governo federale, diciamo che non percepisco la presa di coscienza in maniera accresciuta, nonostante i Cantoni toccati siano diversi e gli episodi di presenze mafiose dimostrate siamo ormai diverse decine”.

A suo avviso che impatto hanno avuto la crisi economica e la Libera circolazione delle persone su questa problematica?
“Sicuramente non hanno aiutato. In un momento congiunturale non favorevole per la nostra economia, il crimine – in ambito economico e finanziario – prova a insediarsi. Non sono un sostenitore della libera circolazione, ma è cosa nota. Infatti, non a caso ho introdotto la misura del casellario proprio per tutelare la nostra sicurezza e avere un controllo di chi intende entrare a insediarsi o a lavorare sul nostro territorio. La nostra comunione territoriale e linguistica con l’Italia ci espone più di altri a questi tentativi da parte delle organizzazioni criminali, in quanto il nostro sistema giuridico-amministrativo liberale e la mancanza di strumenti legislativi rafforzati per combattere le mafie fanno del nostro territorio ticinese un obiettivo appetibile”.

L’esplosione della criminalità economica, e la diminuzione delle inchieste a causa delle risorse messe a disposizione, come si evince dalle statistiche della sezione dei reati economici della polizia, è un dato molto preoccupante. Anche in chiave di possibili infiltrazioni mafiose. Come lo state affrontando?
“Da un lato negli ultimi anni abbiamo concesso più specialistici finanziari per sostenere l’attività inquirente; dall’altra va data una priorità di intervento al numero crescente di segnalazioni, anche dal mio Dipartimento su casi di fallimenti poco chiari con elementi di carattere penale. Dal punto di visto operativo, le inchieste finanziarie sono molto onerose per la dimensione cartacea degli incarti; quelle economiche hanno bisogno di numerosi elementi, da verificare e suffragare con dati oggettivi. In tal senso, da due anni abbiamo attivato un master con la SUPSI rivolto agli operatori (magistrati, agenti di polizia, economisti e avvocati) volto a sviluppare le competenze professionali nella lotta alla criminalità economico-finanziaria, permettendo nel contempo un proficuo scambio di opinioni ed esperienze tra le persone che lo stanno seguendo”.

È immaginabile, nel rispetto della legge, che anche gli uffici cantonali che operano in ambiti potenzialmente “sensibili” per la criminalità organizzata, collaborino maggiormente con gli inquirenti attraverso delle segnalazioni?
“Lo facciamo già oggi, e su mia esplicita volontà perchè ognuno deve fare la propria parte. Mi piace definire i nostri cittadini le “sentinelle” attive sul territorio e invito spesso tutti a voler segnalare tempestivamente alla Polizia cantonale movimenti sospetti o situazioni dubbie. Grazie a queste segnalazioni le forze dell’ordine riescono spesso a intervenire e fermare criminali in azione o in procinto di compiere atti illeciti. Lo stesso principio vale quindi anche tra Autorità: il mio invito – l’ho ribadito a più riprese anche all’Associazione dei fiduciari e alle Autorità giudiziarie così come pure a tutti i miei funzionari dirigenti – è quello di segnalare all’autorità competente tutte le situazioni sospette. La collaborazione è un tassello fondamentale nella lotta al crimine organizzato”.

Gli esperti che abbiamo interpellato per la nostra inchiesta lamentano altresì una collaborazione molto migliorabile tra gli inquirenti ticinesi e quelli federali, in ambito di criminalità organizzata. Cosa si può fare per rendere più efficace questa partnership fondamentale?
“Sicuramente favorire momenti di incontro: è quello che faccio io stesso con i miei omologhi oltre Confine e oltre Gottardo. Per contrastare il crimine organizzato la collaborazione in questi casi è fondamentale. Oltre che a livello politico anche tra addetti ai lavori si potrebbe intensificare gli scambi: Besso (polizia federale) e via Bossi (polizia cantonale) distano poche centinaia di metri, ma talvolta la comunicazione è difficile. Su questo ne abbiamo recentemente parlato con la direttrice di Fedpol Nicoletta Della Valle, e si conviene che si possa fare meglio”.

Da ministro di giustizia e polizia di questo Cantone, infine, desidera mandare un messaggio chiaro alle organizzazioni criminali che operano sul nostro territorio e a coloro che si occupano di contrastarla?
“Se mi fosse davvero possibile fermare questo genere di attività criminale tramite un annuncio pubblico, avremo la soluzione a tanti problemi (ndr ride). Non ho bisogno di slogan politici, continuerò come sempre a impegnarmi a fondo insieme ai miei collaboratori proponendo misure concrete – come la misura sul casellario, la formazione professionale e la sensibilizzazione degli attori amministrativi ed economici – per fermare e contrastare l’insorgere di rischi per la nostra sicurezza interna. I risultati si ottengono attraverso i fatti”.

(Articolo di Andrea Leoni: http://www.liberatv.ch/it/article/35030/la-mafia-addosso-parla-norman-gobbi-il-ministro-non-c-un-punto-franco-ma-in-un-momento-di-crisi-come-questo-il-rischio-di-infiltrazioni-molto-alto-gli-inquirenti-devono-collaborare-meglio-dobbiamo-unire-le-forze-nell-amministrazione-e-nella-societ-civile-segnalate)

Mafia «Mantenere alta la guardia»

Mafia «Mantenere alta la guardia»

Dal Corriere del Ticino | Criminalità organizzata al centro di un incontro tra Lauber e il Governo
La criminalità organizzata e la lotta al terrorismo sono stati i temi al centro dell’incontro tra il Consiglio di Stato e il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber , accompagnato per l’occasione dalla procuratrice federale e responsabile dell’antenna distaccata di Lugano Dounia Rezzonico e dal portavoce André Marty . Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, «la vigilanza va mantenuta a un alto livello in Ticino, per contrastare le infiltrazioni dei gruppi mafiosi italiani nell’economia e combattere il riciclaggio di denaro», si legge nella nota del Governo. Da qui il collegamento con la cronaca appare subito evidente: è infatti ancora in atto in Italia il processo Andromeda, che coinvolge l’ex killer della ’ndrangheta Gennaro Pulice, che avrebbe affermato in un verbale di aver corrotto un funzionario ticinese per ottenere un permesso di soggiorno a Lugano (gli ultimi sviluppi a pagina 11). Abbiamo chiesto al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi se durante l’incontro è stato affrontato il caso Pulice: «Noi siamo stati i primi ad occuparcene – tiene subito a precisare Gobbi – ci siamo fatti parte attiva nel collaborare e capire chi può aver facilitato la procedura. Successivamente si è mosso anche il Ministero pubblico della Confederazione. Oggi ne abbiamo discusso all’incontro, ma c’è il segreto istruttorio e di notifiche a noi non ne sono ancora arrivate. Può darsi che Pulice abbia fatto il nome di un funzionario, ma a noi questo nome non è ancora giunto. Se emergerà qualcosa le attività inquirenti si attiveranno». Sempre in relazione alle attività di stampo mafioso, Gobbi ha sottolineato che «il procuratore generale ha informato in merito all’attuale richiesta di inasprire le sanzioni previste dal Codice penale svizzero per questo genere di reati» e ha precisato che «il nostro cantone è esposto a fenomeni in maniera accresciuta rispetto ad altri territori, essendo vicino alla Lombardia, ed è quindi necessario mantenere alta la guardia. Ed è proprio per questo che si svolgono questi incontri annuali». Infine, è stato anche toccato il tema relativo al contrasto delle attività terroristiche e in particolare sulla propaganda fondamentalista e la vigilanza sul sistema penitenziario.
Per combattere le mafie servono armi più appuntite

Per combattere le mafie servono armi più appuntite

Dal Giornale del Popolo | Il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber incontra il Governo e fa il punto.

Per contrastare le infiltrazioni dei gruppi mafiosi italiani nell’economia e combattere il riciclaggio di denaro servono sanzioni e strumenti adeguati. A cominciare dall’inasprimento delle pene (in particolare dell’articolo 260 ter del codice penale) e dalla semplificazione delle attività di inchiesta. È questa la forte convinzione che anima un folto gruppo di inquirenti federali – procuratori, giudici, ispettori – e di direttori cantonali di Dipartimenti delle istituzioni, che non vedono l’ora di rendere la vita più difficile alla criminalità organizzata in Svizzera. Perché se è vero, come è vero, che l’antenna luganese della Procura federale elvetica lavora ad esempio in modo egregio con la Procura di Milano – a dimostrarlo sono le molte inchieste condotte in modo congiunto negli ultimi anni – è anche vero che la lotta alla criminalità organizzata non può fare a meno del controllo diretto del territorio, in cui le organizzazioni mafiose cercano di espandersi e di pene che vadano oltre i 5 anni di detenzione, così come è oggi, per chi è riconosciuto colpevole di fa parte di un’organizzazione criminale. Ecco perché, quando la Magistratura federale ha riorganizzato nel 2015 le modalità di lavoro e la suddivisione delle responsabilità tra la sede centrale di Berna e l’antenna distaccata di Lugano «erano state sollevate alcune perplessità», ci spiega il direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI), Norman Gobbi. Perplessità oggi però «del tutto fugate, in quanto i risultati della riorganizzazione appaiono positivi». Così almeno ha evidenziato il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ieri al Consiglio di Stato ticinese, incontrato in corpore, su richiesta del direttore del DI, proprio per aggiornarsi in modo reciproco sui temi legati alla sicurezza. E così confermano le collaborazioni regolari con le autorità italiane e l’attenzione, sempre alta delle nostre autorità inquirenti. Inasprire le sanzioni previste dal codice penale appare comunque un’operazione importante. Ecco perché il procuratore generale ha informato il Governo ticinese di aver rivolto ufficialmente tale richiesta al Dipartimento federale di giustizia e polizia, dopo che il tema è stato approfondito in lungo e in largo da uno speciale gruppo di lavoro, composto da giudici, procuratori e anche direttori di Dipartimenti delle istituzioni.

L’attenzione deve insomma restare alta. Anche perché i fenomeni criminali evolvono di continuo, come evidenzia l’allerta della Confederazione, anch’essa illustrata al Consiglio di Stato da Lauber durante l’incontro di ieri, sulla propaganda fondamentalista. «I Cantoni – annota Gobbi – sono chiamati ad assicurare il controllo del territorio e a vigilare in particolare sul proprio sistema penitenziario, evitando che diventi luogo d’elezione per la diffusione del radicalismo». Il riferimento, non troppo velato, è ai tre iracheni condannati quest’estate dal Tribunale penale federale di Bellinzona di essere membri o sostenitori dell’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq (ISIS). E a quanto già successo in altre parti del mondo, dove è stato proprio dietro le sbarre che i fondamentalisti islamici hanno fatto proselitismo.

 

Tra mafia e terrorismo

Tra mafia e terrorismo

Dal Corriere del Ticino | Il compito dei servizi segreti in Svizzera e in Italia – Il concetto di «isola felice»

I servizi segreti sono stati al centro della serata organizzata dagli Amici delle forze di polizia svizzere, presieduta da Stefano Piazza, al Centro scolastico Canavee di Mendrisio. L’occasione è stata data dal volume presentato dal generale dei Carabinieri Mario Mori «Servizi segreti. Introduzione allo studio dell’intelligence», che parte dall’epoca pre-romana per tracciare la storia dell’intelligence arrivando ai giorni nostri. Questo perché «la storia dell’intelligence è la storia dell’umanità», ha spiegato Mori, illustrando anche quello che è il lavoro dell’agente segreto: «Non è come viene presentato nei film con Sean Connery, si tratta di un lavoro metodico, di analisi, che viene svolto senza spocchia, nel silenzio». Alla presentazione è intervenuto anche il consigliere di Stato Norman Gobbi , che ha ricordato la nuova legge federale approvata dal popolo lo scorso 25 settembre: «In questo periodo storico siamo confrontati con un aumento del terrorismo in Europa – ha detto – e i terroristi hanno mutato modus operandi, mirando alla destabilizzazione del senso di sicurezza dei cittadini e al loro modo di vivere». Ciò che secondo Gobbi deve far riflettere è il fatto che «i due terzi dei presunti jihadisti arrestati nel 2015 erano cittadini nati in Europa». Anche in Svizzera ci sono numerosi simpatizzanti dello Stato islamico e in aprile ne è stato fermato uno, proveniente dall’Italia, che frequentava il Ticino. Per questo «è fondamentale la collaborazione con le forze di sicurezza italiane anche per lottare contro il terrorismo», ha sottolineato Gobbi che a però anche messo in guardia contro le forme di radicalizzazione, facendo riferimento recente al raduno neonazista a Unterwasser. In seguito c’è stato un dibattito tra Mori e il già procuratore federale Pierluigi Pasi che, moderati e pungolati dal consigliere nazionale Marco Romano , hanno presentato la situazione della lotta al terrorismo e al crimine organizzato in Svizzera e in Italia. Pasi ha posto l’accento sul cambiamento di finalità, poiché «dove prima si parlava di repressione oggi si parla di prevenzione». Pasi ha poi affermato che «il nostro limite è il federalismo, che porta un elevato rischio di sovrapposizione di indagini e di perdita di efficienza ed energie». Ma la Svizzera, ha poi chiesto Romano, è un’isola felice? Per Pasi «è illusorio e pericoloso ritenere che la Svizzera sia un’isola felice non toccata dai fenomeni della criminalità organizzata e del terrorismo». Mori invece, paragonando la situazione elvetica alla storia italiana e del crimine organizzato nella Penisola, ha affermato senza esitazione alcuna «voi vivete in un’isola felice». «Pensare che il nostro Paese con la libera circolazione delle persone non susciti un certo interesse nel crimine organizzato è utopico. A me piacerebbe che sia così, ma generale non lo è. Abbiamo scoperto in Ticino la presenza di centri decisionali della ’ndrangheta».

Norman Gobbi: «Lo tenevamo sotto controllo»

Norman Gobbi: «Lo tenevamo sotto controllo»

Dal Corriere del Ticino del 30 aprile 2016

Il ruolo della polizia cantonale

Il 25 marzo, come riferito ieri, Salma Becharki si presenta alla posta di Lecco per ritirare una raccomandata inviata a suo marito, il kickboxer Abderrahim Moutaharrik. Al suo interno c’è un divieto d’ingresso in Svizzera, inviato dal competente ufficio federale. Indice questo che il presunto jihadista era da tempo sotto la lente anche dei servizi d’intelligence elvetica oppure, semplicemente, che i colleghi italiani hanno avvisato quelli svizzeri della potenziale pericolosità del soggetto? Norman Gobbi, responsabile del Dipartimento delle istituzioni, ci assicura che l’iniziativa è venuta dal Ticino. «Merito – ci spiega il consigliere di Stato – del lavoro della sezione gestione informazioni della polizia cantonale, potenziato alcuni anni fa, che ha tra i suoi compiti anche quello di monitorare questo tipo di situazioni». È dunque stato il Ticino a «suggerire» a Berna di impedire l’entrata del pugile. «E l’autorità federale, – sottolinea Gobbi – per decidere si è bastata su indicazioni da noi fornite, che si sono dunque rivelate solide».

Informati gli 007 elvetici
Abbiamo anche contattato il Ministero pubblico della Confederazione per tentare di sapere se le persone arrestate a Milano (o perlomeno quelle con legami più stretti con il Ticino – Moutaharrik e Khachia su tutti) fossero oggetto di attenzioni e monitoraggi da parte degli inquirenti. «Gli eventi – ci viene confermato – sono a conoscenza del Ministero pubblico della Confederazione, della fedpol e anche del Servizio delle attività informative della Confederazione (i servizi d’intelligence elvetica, ndr )». Per quanto riguarda i divieti d’entrata (o altre operazioni messe in atto a livello federale per combattere il terrorismo) però Berna non può divulgare informazioni alla stampa. La collaborazione con la Svizzera (e il Ticino) è comunque confermata da fonti italiane.

«Tenere gli occhi aperti»
«Dobbiamo comunque chiaramente capire – ci spiega Gobbi – che per monitorare il nostro territorio è importantissimo avere occhi e orecchie aperte su quanto accade da noi, ma anche fuori dal confine. Sappiamo per esempio che nella provincia di Varese c’è una moschea in cui qualcosa non funziona. Per questo è importante collaborare sia con le autorità federali che con quelle delle nazioni attorno a noi». E ci sono altri casi, in Ticino, al vaglio della polizia? «Su questo, per evidenti ragioni, non posso dire nulla».

Lotta alla Mafia: la Svizzera deve fare di più!

Lotta alla Mafia: la Svizzera deve fare di più!

Dal Mattino della Domenica del 22 aprile 2016
Importante incontro istituzionale a Roma con la Direzione Antimafia italiana

Nel corso della mia recente visita a Roma, insieme ad una delegazione ufficiale del Canton Ticino, ho avuto la possibilità di intrattenere importanti contatti istituzionali con alcune Autorità italiane, in cui sono stati approfonditi diversi aspetti che si rilevano fondamentali per il nostro Paese. Innanzitutto, in relazione al tema dei flussi migratori, i rappresentanti del Ministero dell’interno e del Ministero degli affari esteri mi hanno riferito le statistiche degli arrivi nei primi mesi del 2016, così come i probabili scenari futuri. Scenari che ho sottolineato immediatamente alle Autorità federali, chiedendo che siano intraprese delle azioni concrete per difendere la frontiera ticinese, che rappresenta la Porta-Sud della Svizzera. Provvedimenti necessari in particolare in un momento delicato come quello che stiamo vivendo attualmente, con la chiusura della via Balcanica che implicherà uno spostamento dei flussi verso l’Italia e di riflesso verso il nostro Cantone.

Ed è sempre in ottica di accrescere la sicurezza sul nostro territorio che si è inserito l’interessante incontro avuto a Roma con il Generale di Divisione della Direzione Antimafia italiana Nunzio Antonio Ferla. Interessante poiché la Mafia costituisce un fenomeno che tocca purtroppo da vicino anche il nostro Paese, come dimostrano i recenti arresti di alcuni presunti membri di una cosca della ’ndrangheta, la Mafia calabrese, i quali si aggiungono a quelli effettuati nell’agosto 2014 a Frauenfeld, sempre inerenti alla medesima cosca. Episodi che devono farci riflettere circa le possibili ramificazioni della criminalità organizzata in Svizzera; riflettere ma soprattutto agire alfine di contrastare con incisività questo fenomeno. Da questo punto di vista, l’Italia dispone di strumenti maggiormente efficaci per combattere la Mafia, sia a livello operativo che dal profilo delle leggi, molto più severe se confrontate con quelle svizzere. Un aspetto, quello della necessità di inasprire la nostra normativa, che ho evidenziato più volte e che ritengo essenziale alfine di poter combattere in maniera decisa le organizzazioni criminali.

Nell’incontro con la Direzione Antimafia italiana è pure emersa la notevole evoluzione conosciuta dalla Mafia nel corso degli anni rispetto ai cambiamenti della nostra società. La Mafia oggi infatti non è più quella di una volta ma tocca altri campi – dal settore finanziario alla ristorazione passando dalla socialità – cercando sempre di trarre il maggior guadagno possibile. Proprio per questo motivo la Svizzera deve fare di più! Dobbiamo infatti assolutamente dotarci di strumenti, in primo luogo nelle nostre leggi, che permettano di combattere efficacemente la Mafia, adattandoci ai suoi cambiamenti e andando a colpirla laddove fa più male, a cominciare dalle risorse, finanziarie e non, a sua disposizione. Un obiettivo che consentirà di incrementare la sicurezza sul nostro territorio e che presuppone pure la conoscenza approfondita delle persone che giungono nel nostro Paese. Una conoscenza favorita da misure come ad esempio quella riguardante l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale. Una misura straordinaria introdotta lo scorso aprile dal mio Dipartimento proprio allo scopo di accrescere, a seguito di alcuni gravi fatti accaduti nel nostro Cantone, la sicurezza del Ticino e di tutti i Ticinesi. Un bene primario che, quale Direttore del Dipartimento delle istituzioni, sono chiamato a garantire a tutti i cittadini!

Norman Gobbi