Assemblea generale dell’Associazione dei Comuni ticinesi a Minusio

Assemblea generale dell’Associazione dei Comuni ticinesi a Minusio

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione dell’Assemblea generale dell’Associazione dei Comuni ticinesi a Minusio |

Signor Presidente,
Egregi signori,
Gentili signore,

è con immenso piacere che vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per il cortese invito a partecipare anche quest’anno alla vostra assemblea generale.

Prima di affrontare i temi caldi che toccano il Cantone da una parte e i Comuni dall’altra, concedetemi due battute di rito per gli avvicendamenti di questa sera. Innanzitutto un ringraziamento va al Presidente uscente Riccardo Calastri per l’impegno profuso in questi anni; un personaggio chiave per il grande progetto aggregativo del Bellinzonese. E per un Presidente che lascia, uno nuovo si appresta a raccogliere la stimolante sfida; al neo Presidente Felice Dafond formulo i migliori auguri per la sua nuova carica, certo di poter contare sulla sua professionalità per affrontare i progetti e le riforme che disegneranno l’assetto futuro del nostro Cantone.

La vostra assemblea è da sempre un momento privilegiato per confrontarmi con voi sui cantieri che concernono gli enti locali, ovvero il Piano cantonale delle aggregazioni – il meglio noto PCA – e la riforma strutturale Ticino 2020.

Partiamo dalla riforma aggregativa. Qualche settimana fa è scaduto il termine che abbiamo fissato all’inizio dell’estate per la consegna delle prese di posizioni sul Piano cantonale delle aggregazioni. Al momento abbiamo ricevuto poco più di novanta risposte, e abbiamo lasciato ancora un po’ di margine a tutti gli attori coinvolti per inoltrare le proprie osservazioni. Dopodiché consolideremo i risultati e il Governo licenzierà un messaggio all’attenzione del Parlamento.

E proprio sul PCA tengo a ricordare alcuni punti cardine che, soprattutto sulle prese di posizione apparse qua e là sui nostri media, sono andate perse. Anzitutto il PCA è un progetto che rappresenta la visione cantonale e non un’imposizione, come alcuni hanno voluto far credere. Infatti il Governo ha chiarito come non intenda mirare all’applicazione della riforma istituzionale attraverso una votazione costituzionale a livello cantonale. Il futuro degli enti locali è dunque in mano agli abitanti di ciascun Comune, i quali si potranno determinare con i pro e i contro che ne conseguono, com’è giusto che sia.

E in secondo luogo la riforma propone incentivi senza nascondere alcun ricatto. Nella seconda fase abbiamo illustrato gli strumenti per realizzare la riforma. L’intento è quello di definire le regole per un processo aggregativo coerente, capace di realizzarsi secondo una tempistica ragionevole e supportato da incentivi finanziari mirati, seppur limitati nel tempo.

L’altro grande cantiere aperto è invece la Riforma Ticino 2020 che vuole finalmente invertire la centralizzazione dei compiti, di cui si parla ormai abbondantemente da alcuni anni e responsabilizzare maggiormente le parti.

Attraverso il progetto Ticino 2020, si persegue l’obiettivo di permettere ai Comuni di far fronte alle mutevoli esigenze dei cittadini, arginando il progressivo trasferimento di competenze decisionali dagli Enti locali al Cantone, creando l’indebolimento del sistema federalista interno e la creazione di un’intricata matassa a livello di flussi finanziari.

E proprio in queste settimane il Governo ha valutato attentamente il proseguimento della riforma, riflettendo con attenzione su alcune criticità emerse nel corso della prima fase di attuazione del progetto di riforma. In quest’ottica l’intento del Consiglio di Stato è quello di ricalibrare la Riforma, modificando l’iter progettuale alfine di riuscire nell’intento di portare a termine questa fondamentale iniziativa istituzionale. In particolare, dovrà essere affrontato e condiviso il futuro assetto dei servizi, ossia occorrerà definire quali servizi pubblici offriremo ai nostri cittadini nel 2020.

Il Governo crede e vuole continuare con il progetto di riforma “Ticino 2020”, salvaguardando il lavoro sin qui svolto ma in modo consapevole e responsabile. Per questo intende ridefinire in corso d’opera il processo: per ottenere risultati veramente concreti di ridefinizione dei compiti e delle competenze, e non solo dei flussi finanziari.

Senza dimenticare che alla fine quello che tutti vogliamo è trovare una soluzione condivisa grazie alla quale l’amministrazione pubblica potrà essere più efficiente e fornire servizi adeguati a tutti i nostri cittadini.

Vi ringrazio.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Piano cantonale delle aggregazioni: visione e concretezza condivise

Piano cantonale delle aggregazioni: visione e concretezza condivise

Da Gestione & Servizi Pubblici (editore Sacchi) |

Nel corso del mese di giugno di quest’anno il Consiglio di Stato ha dato formalmente avvio alla seconda fase del Piano cantonale delle aggregazioni. Il progetto che traccia le linee guida per ridisegnare la geografia locale del Canton Ticino. Le istituzioni non possono restare immobili in una società in continua evoluzione, con esigenze che necessitano dall’ente pubblico servizi e partnership non solo efficaci, ma anche efficienti.

Dopo anni di consolidamenti istituzionali spontanei, il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) – su richiesta del Parlamento tramite modifica della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni – propone la visione cantonale sul futuro dei Comuni ticinesi. Non si tratta di una cartina arbitraria e calata dall’alto, ma di un approfondito lavoro di analisi a più livelli, che include il punto di vista dei molti attori che vivono da vicino il nostro territorio.

La prima fase del PCA si è concentrata sulla valutazione complessiva della politica aggregativa sin qui condotta, definendo il ruolo che il Comune riveste attualmente e che giocherà in futuro. In buona sostanza, l’ente locale è chiamato innanzitutto ad assicurare un determinato standard di servizi, ma dovrà esser sempre più motore di sviluppo e partner dinamico di progetti. Sulla base di questa impostazione e delle relazioni intercomunali attuali, sono stati individuati i potenziali scenari di aggregativi. Questa prima fase è già stata oggetto di una larga consultazione, dove Comuni, partiti, associazioni ed enti hanno potuto esprimersi liberamente.

Sulla scorta degli interessanti e costruttivi input ricevuti – come si dice, “dal basso” – la cartina è stata affinata e conta 27 Comuni, anziché i 23 inizialmente previsti. Di questi, oggi, già 8 ricalcano gli scenari previsti e 2 corrispondono quasi integralmente all’obiettivo cantonale. Un progetto capace di cesellare il necessario compromesso fra l’esigenza di prossimità e una dimensione amministrativa nella misura di erogare servizi di qualità e di promuovere progetti d’investimento d’interesse regionale.

La seconda fase si concentra invece sugli strumenti per concretizzare il PCA. Per i Comuni che determinano ancora una frammentazione istituzionale poco ottimale, occorrono regole affinché il processo aggregativo si sviluppi con coerenza ed entro un ragionevole lasso di tempo. Inoltre, assume una particolare importanza il coordinamento della riforma istituzionale con la riforma Ticino 2020, che intende riordinare flussi e competenze fra Cantone e Comuni: il chiarimento dei rapporti fra i due livelli istituzionali non può più fare riferimento a un “comune minimo”, ma necessita entità solide, operative e intraprendenti.
Oltre ciò sono stati anche previsti incentivi finanziari a sostegno dei Comuni, attraverso l’istituzione di crediti quadro la cui durata si estende fino a 6 anni dall’adozione del PCA da parte del Parlamento. Nello specifico, per i nuovi Comuni vi saranno un contributo alle spese di riorganizzazione amministrativa – aspetto essenziale per strutturare un’amministrazione locale ottimale – e un contributo agli investimenti di sviluppo capaci di stimolare il tessuto socioeconomico del nuovo Comune e della sua regione.

La scorsa fine di giugno ha preso dunque avvio una nuova tornata consultiva affinché i Municipi, i partiti rappresentati in Gran Consiglio e le associazioni di Comuni possano tornare a esprimersi su quanto proposto nella seconda fase del progetto. Questo a conferma di un approccio partecipativo, dove il futuro non viene di certo calato dall’alto.

Vero, in alcuni scenari – penso in particolare al Locarnese e al Luganese – una visione unanime e condivisa non è stata possibile da raggiungere, anche fra gli attori locali stessi. Ma la politica non può adagiarsi sugli stalli e nemmeno bloccarsi a oltranza. Il PCA costituisce un cantiere ambizioso? Certo, ma lungimirante – come la politica deve essere – e dove le proposte condensano un ragionevole equilibrio fra aspirazioni locali, esigenza di prossimità e una visione regionale coerente e dinamica.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Un Ticino forte grazie a Comuni solidi

Un Ticino forte grazie a Comuni solidi

Dal Mattino della domenica | Al via la seconda fase del progetto che vuole tracciare le linee guida per costruire il Ticino del futuro

Negli scorsi giorni ho presentato la visione del Cantone in materia di aggregazioni comunali. Sottolineo e ribadisco il termine “visione” che non ha nulla a che vedere con “imposizione”. Infatti, come ad esempio per il piano direttore cantonale, anche per quanto concerne l’organizzazione territoriale, il Governo ha definito quali sono gli obiettivi che intendiamo raggiungere in futuro. Un processo che va costruito con la collaborazione di tutti gli attori coinvolti, enti locali in primis. L’esempio della nuova Bellinzona ne è una conferma: un progetto aggregativo per avere successo deve avere una spinta dal basso. La voglia di stare insieme deve quindi venire dai protagonisti dell’aggregazione, e non deve essere calata d’alto. Con questo spirito, e tenendo presente le osservazioni che ci hanno fornito i diretti interessati nel corso dello scorso anno e durante la prima consultazione sul progetto che ha avuto luogo quattro anni fa, abbiamo formulato le nostre visioni.

E poi è chiaro, dobbiamo anche essere capaci di guardare avanti uscendo dalle logiche campanilistiche che spesso ci caratterizzano. Ho come l’impressione che alcune persone abbiano il timore che le aggregazioni comunali annullino la nostra identità e cancellino le nostre radici. Ma non è così: non vogliamo cancellare i nostri enti locali ma vogliamo renderli più forti e strutturati. I Comuni sono il motore dello sviluppo cantonale e il loro ruolo è essenziale. Ruolo che non potrebbero svolgere se restano ancorati alle dinamiche locali perdendo la loro forza e togliendo anche linfa vitale a tutto il Cantone. Pensiamo alle piccole realtà comunali nelle zone periferiche: spesso – come stava accadendo nella Valle Onsernone – mancano le persone, le risorse e le energie per potersi dedicare alla politica locale. Il rischio è di deperire e di non essere più la spinta energica per il livello superiore ma al contrario di creare l’effetto zavorra. E non è quello che vogliamo: il Cantone, per essere pronto ad affrontare le sfide future nei confronti della realtà federale e soprattutto nei rapporti transfrontalieri deve essere forte e ben strutturato. E la sua ossatura deve essere sana e resistente: per questo abbiamo bisogno che i nostri enti locali siano solidi, ma soprattutto che possano camminare sulle proprie gambe.
Ma facciamo un passo indietro. La prima fase dell’allestimento del progetto prevedeva la definizione dei futuri Comuni i cui nuovi confini costituiscono l’obiettivo cantonale (in alcuni casi già raggiunto), affinato anche grazie al prezioso contributo di molti attori del territorio nella procedura della prima consultazione, terminata nell’aprile 2014. I nuovi scenari comporranno dunque un territorio cantonale costituito da 27 enti locali, forti e autonomi, pronti a riprendersi alcune competenze che nel tempo erano scivolate nelle mani del Cantone.

Come comunicato lunedì in conferenza stampa, prende ora avvio la seconda fase del progetto che si focalizza sulla sua concretizzazione. Si tratta, da una parte, di definire le modalità di attuazione della riforma. Dall’altra, occorre prevedere importanti incentivi finanziari a sostegno delle riorganizzazioni amministrative dei nuovi Comuni e degli investimenti di sviluppo socio-economico.

Questi due aspetti sono sottoposti a un nuovo giro di consultazione fra Comuni, associazioni di Comuni e partiti politici rappresentati in Gran Consiglio, che avranno tempo fino a fine ottobre per dire la loro. Anche se la voce di alcuni sindaci si è già sentita pochi istanti dopo la presentazione del progetto ai media. Si aprono quindi nuovamente le porte del progetto – che lo ribadisco non vuole essere un’imposizione! – così da condividere e affinare aspetti centrali di una riforma molto importante per il nostro domani. Una volta raccolte le indicazioni, il Consiglio di Stato potrà adattare il progetto e allestire un messaggio affinché il Parlamento si pronunci sui contenuti del Piano cantonale delle aggregazioni.

Vogliamo davvero essere lungimiranti e pensare al Cantone di domani, per farlo ci serve una visione, consapevoli che senza Comuni forti non riusciremo a metterla in atto. Mi auguro che le autorità politiche di quei Comuni refrattari valutino la proposta nell’insieme, per il bene del Ticino. Le aggregazioni comunali sono un processo essenziale per una visione moderna del federalismo. La politica delle soluzioni e delle misure concrete passa anche da qua, attraverso l’aggiornamento e il potenziamento delle istituzioni più vicine a tutti i ticinesi: i Comuni.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Ritoccato il Ticino che verrà

Ritoccato il Ticino che verrà

Dal Corriere del Ticino | Al via la seconda consultazione del progetto che prevede un cantone a 27 Comuni e incentivi finanziari – Norman Gobbi: «Non giochiamo a Risiko, servono entità forti», Elio Genazzi: «Nessun limite di tempo».

Un Ticino non più a 23 Comuni come previsto inizialmente, bensì a 27 e incentivi finanziari per gli enti locali che intraprenderanno celermente il processo di aggregazione. Questi gli aspetti principali contenuti nella seconda fase del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), presentato dal direttore delle Istituzioni Norman Gobbi e dal capo della Sezione degli enti locali Elio Genazzi . Il progetto, che disegna il cantone di domani, è stato rivisto in seguito alle criticità emerse dalla prima fase di consultazione ed è ora pronto per essere posto nuovamente all’attenzione di Municipi, partiti e associazioni dei Comuni. «Gli scenari avanzati a fine 2013 avevano provocato una levata di scudi – ha ricordato Gobbi – si percepiva il PCA come un’imposizione dall’alto, ma lo ripeto: questa visione non è un’imposizione. E gli scenari di aggregazione vanno ben al di là dell’accorpamento meccanico di più giurisdizioni: sono lo strumento per servire meglio i cittadini».

Confini rivisti

Visto più da vicino, il nuovo PCA presenta quindi un cantone a 27 Comuni (vedi grafico a lato) dove le principali modifiche interessano il Locarnese e il Luganese. «Nel Locarnese si propone di suddividere il territorio in tre parti – ha spiegato Genazzi – ovvero Piano, Terre di Pedemonte e Locarnese. Mentre per il Sottoceneri la situazione è molto più complessa». Avallati gli accorpamenti di Alto Vedeggio, Val Mara, Mendrisiotto e Malcantone Ovest (dove però viene scorporato il Comune di Neggio che, «per ragioni di mobilità» passerà sotto a Malcantone Est), sugli altri scenari sono state apportate importanti modifiche. In particolare, è stato cancellato il Comune di Medio Vedeggio e le aggregazioni di Capriasca e del Luganese conteranno qualche Comune in meno rispetto al piano iniziale. Allo stesso tempo sono stati rivisti i confini dei comprensori di Collina Nord, Collina Sud e Melide-Vico-Morcote, mentre il Malcantone Est prenderebbe sotto la propria egida Torricella-Taverne, Bedano e, appunto, Neggio. Modifiche queste sulle quali gli attori interessati avranno modo di esprimersi fino al 30. ottobre, quando si concluderà la seconda fase di consultazione. Anche se le prime reazioni non si sono fatte attendere.

Una spinta ad unirsi

Detto degli aspetti geografici, da un punto di vista finanziario per sollecitare i Comuni ad aggregarsi sono previsti dei «sostegni di durata limitata a 6 anni dall’approvazione del Gran Consiglio». In altre parole: trascorso questo tempo, i Comuni che si uniranno non potranno più beneficiare di aiuti cantonali. «In generale però – ha evidenziato Genazzi – non c’è un termine entro il quale il PCA dev’essere attuato dagli enti locali». Il Cantone metterà a disposizione 30 milioni quali contributo alle spese di riorganizzazione e 90 milioni per incentivare gli investimenti di sviluppo. Al primo fondo ha già attinto la nuova Bellinzona (4 milioni), mentre del secondo hanno beneficiato Lugano, Mendrisio, Riviera e Bellinzona (per un totale di 47,8 milioni). «L’idea – ha spiegato Genazzi – è d’aiutare i Comuni che si riorganizzano a mettere benzina nel loro motore. Ma attenzione, per ottenere tali aiuti occorrerà adempire a precisi parametri e in caso di aggregazioni parziali il contributo sarà ridotto». E sempre in termini finanziari, nel messaggio che verrà sottoposto al Governo una volta conclusa la seconda fase di consultazione potrebbe esserci anche una modifica della Legge sulla perequazione finanziaria intercomunale. «L’Esecutivo potrebbe decidere di sospendere dei contributi laddove il Comune non dovesse aderire a progetti di aggregazione – ha concluso Genazzi – questo per evitare speculazioni». Rivista la cartina del Ticino, per Gobbi non ci sono dubbi: «Non stiamo giocando a Risiko, i Comuni devono essere forti per poter rispondere alle nuove necessità. E in tal senso il nostro obiettivo è quello di stimolare il bottom-up, perché se vogliamo ottenere dei risultati onorevoli questi progetti devono nascere dal basso. Le imposizioni dall’alto, o metaforicamente parlando l’uso del martello, vanno bene quando è l’ultima ratio. Ma in generale si predilige l’innaffiatoio, per far fiorire dei fiori come la nuova Bellinzona». Sollecitato sull’ipotesi di un Ticino a 13 – inizialmente avanzata quale ulteriore passo nelle aggregazioni – Gobbi ha precisato: «È un’ipotesi che resta, ma sarà musica del 2100».

(Articolo di Viola Martinelli)

Un Ticino a 27 Comuni

Un Ticino a 27 Comuni

Da laRegione | Presentata la seconda versione del Piano cantonale, con scenari rivisti nel Luganese e nel Locarnese e un obiettivo di 27 Comuni – Sei anni per beneficiare di contributi per 75 milioni di franchi contributi, poi il fondo decadrà.

Scatta la consultazione-bis. Previsti incentivi finanziari. Gobbi: ‘Obiettivo? Stimolare i progetti che partono dalla base’.

Da 115 a 27. Sebbene rivisto leggermente al rialzo, in futuro il numero di Comuni in Ticino sarà drasticamente ridotto rispetto a oggi. Oggi che, un’aggregazione per volta, si è già ridotto di parecchio rispetto agli anni Novanta: dopo le ultime unioni (quelle di aprile, ergo Grande Bellinzona e Riviera) si contano 115 enti locali. Ma l’obiettivo del Consiglio di Stato rimane ambizioso: 27 comprensori, di cui 17 nel Sopraceneri e 10 nel Sottoceneri. Qualche piccola concessione, rispetto alle prime ipotesi sul tavolo, è già stata fatta: la visione aggregativa futura era stata posta in consultazione nel 2013, e contemplava 23 realtà e una seconda ipotesi, quasi futuristica, a 13. La prima consultazione avviata dal Dipartimento delle istituzioni, nonché gli incontri tra Cantone e comuni che ne sono seguiti, hanno condotto il Di a “concedere” qualcosa, soprattutto nel Luganese: anziché un unico comune attorno al polo di Lugano, nel rielaborato ‘Piano cantonale delle aggregazioni’ (questo il nome del documento ufficiale) restano separati Collina Nord (con Vezia, Cureglia, Comano, Cadempino, Lamone, Origlio e Ponte Capriasca senza Val Serdena), Collina Sud (Collina d’Oro e Muzzano) e MelideVico-Morcote. «Siamo comunque coscienti che non tutti i 27 scenari sono condivisi – commenta Norman Gobbi durante l’incontro con la stampa -. Per quanto concerne l’area urbana di Lugano, continuiamo a ritenere che i comuni della Corona nord debbano confluire in un’unica realtà, alla luce dello sviluppo della zona di Cornaredo». Trattasi di Massagno, Savosa, Porza e Canobbio. A «far discutere», come prevede ancora Gobbi, anche lo «scenario unico» per il Mendrisiotto e quello del Locarnese, «che è il comparto più in ritardo – osserva il direttore del Di -. Ricordo che sul piano del numero di abitanti Mendrisio tallona Locarno da vicino, e nel giro di un paio di anni avrà superato la Città. Quindi se Locarno non vuole perdere il suo ruolo deve attivarsi». Rispetto alla prima proposta il Cantone ha deciso di seguire gli input che nella regione si sono già concretizzati: Terre di Pedemonte potrà dunque rimanere tale, mentre Gordola e frazioni di Lavertezzo piano, Cugnasco-Gerra Piano e Gerre di sotto dovranno unirsi in un solo ente (“Piano”). Nel futuro comune del Locarnese confluiranno – a mente del governo – tutti gli altri: da Ascona a Tenero. Gli altri scenari restano praticamente confermati, anche perché per molti la situazione è quella attuale e laddove ci sono contestazioni il Piano cantonale prevede di tirare dritto (ad esempio Arbedo-Castione e Sant’Antonino nella Grande Bellinzona, Biasca quale polo della Riviera, la Bassa Leventina aggregata eccetera).

I DETTAGLI – Sei anni per beneficiare dei 75 milioni di contributi. Poi il fondo cade

«Il Cantone può spingere dall’alto, ma se vogliamo ottenere risultati più che onorevoli le aggregazioni vanno stimolate dalla base. Le imposizioni – assicura il capo delle Istituzioni Norman Gobbi – sono e rimarranno solo l’ultima ratio». È questa la filosofia che anima il Cantone, rafforzata dalla non tra- scurabile disponibilità a mettere sul piatto milioni di franchi utili a riorganizzare gli enti locali e promuovere al contempo progetti strategici nei nuovi comparti. Contributi pari a 75 milioni di franchi, che saranno a disposizione dei comuni per sei anni. «Sì, i comuni avranno sei anni di tempo dalla crescita in giudicato dell’approvazione del Gran Consiglio del Piano cantonale», precisa Elio Genazzi, capo della Sezione degli enti locali. «Questo è il principio, a cui si aggiungono altre regole» su cui comuni, partiti e associazioni sono ora invitati a pronunciarsi prendendo parte alla seconda consultazione sul progetto del Pca, il Piano cantonale delle aggregazioni (procedura che si chiude il 30 ottobre). Quindi, benché «non c’è un termine per l’attuazione del Piano», per dirla ancora con Genazzi, in verità i Comuni che intendono beneficiare del sostegno finanziario hanno sei anni di tempo per avanzare l’istanza. Poi il fondo a disposizione viene a cadere. Stando almeno alle intenzioni del Dipartimento, che ha comunque elaborato una serie di “soluzioni intermedie”o parziali per andare incontro a chi, quanto meno, manifesta l’intenzione di procedere secondo quanto stabilito dal Pca. Ad esempio, è pensabile dar seguito a progetti aggregativi che si discostano dal Pca ma che garantiscono comunque una continuità territoriale. O ancora, a scenari in cui è coinvolto il comune polo (Mergoscia con Locarno, per citare una possibilità). “Dovessero sussistere scenari incompiuti dopo la scadenza indicata (quella dei 6 anni, ndr), il Pca continuerà a rimanere in vigore – si legge nel documento in consultazione – ad eccezione delle misure relative agli aiuti finanziari”. Più avanti, il governo si dice “da sempre convinto che siano necessari incentivi concreti alle aggregazioni, affinché si dotino i comuni di risorse finanziarie sufficienti a riorganizzare il proprio funzionamento amministrativo, e a rilanciare il nuovo comune con la realizzazione di investimenti di sviluppo. Ovviamente – si precisa – i contributi devono rivelarsi coerenti con la visione strategica cantonale e con le riforme in corso, che esigono tempistiche realizzative ragionevoli”. In particolare, la riforma ‘Ticino 2020′, che si prefigge di riorganizzare in modo più funzionale i flussi di competenze (e finanziari) tra Cantone e Comuni.

(Articolo di Chiara Scapozza)

Piano cantonale delle aggregazioni: via libera alla seconda fase

Piano cantonale delle aggregazioni: via libera alla seconda fase

Comunicato stampa del Consiglio di Stato |

Il Consiglio di Stato ha dato il proprio via libera alla seconda fase di consultazione del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), dopo che nella prima fase erano state raccolte opinioni e proposte riguardo agli indirizzi politici da adottare in questo settore di cruciale importanza per il futuro del Cantone.

Nel corso della mattinata, il Consigliere di Stato Norman Gobbi e il Capo della Sezione degli enti locali Elio Genazzi hanno presentato i nuovi scenari previsti dal Piano cantonale delle aggregazioni, le modalità di attuazione gli incentivi che ne sosterranno l’attuazione, sotto forma di contributi per la riorganizzazione amministrativa e per investimenti di sviluppo socio-economico. È stato inoltre spiegato come il Governo intende applicare la Legge sulle aggregazioni e quella sulla perequazione, coordinandole con il PCA e con la riforma dei rapporti istituzionali «Ticino 2020». Il progetto sarà ora sottoposto a una nuova consultazione fra Comuni, associazioni di Comuni e partiti politici rappresentati in Gran Consiglio. Una volta raccolte le indicazioni e adattato il progetto, il Consiglio di Stato allestirà un messaggio all’attenzione del Parlamento, al quale spetta la competenza di adottare i contenuti del PCA.

Il Piano cantonale delle aggregazioni è lo strumento di riferimento per definire l’assetto istituzionale del Ticino di domani e accompagnare la riforma del Comune e quella dei suoi rapporti con il Cantone. Il PCA è nato nel 2011, con l’approvazione della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni da parte del Gran Consiglio, che aveva previsto l’elaborazione di uno strumento per definire le linee guida a lungo termine del Consiglio di Stato. In seguito i lavori erano stati sospesi in attesa della sentenza del Tribunale federale sull’iniziativa popolare «Avanti con le nuove città di Locarno e Bellinzona», per poi riprendere nella seconda parte del 2016 con una nuova consultazione interlocutoria negli agglomerati (escluso il Bellinzonese) alla ricerca di soluzioni condivise. Il Consiglio di Stato ha in seguito consolidato gli scenari aggregativi, passati da 23 a 27, in particolare estrapolando il comparto delle Terre di Pedemonte e del «Piano» nel Locarnese, della «Collina Nord», «Collina Sud» e «Melide-Vico-Morcote» nel Luganese; sono inoltre state riordinate le ipotesi già elaborate per Capriasca, Malcantone Est e Ovest e Luganese.

Aggregazioni : incontro con i sindaci dei Comuni del Luganese

Aggregazioni : incontro con i sindaci dei Comuni del Luganese

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha incontrato questa mattina a Lugano i sindaci e i municipali dei Comuni dell’area urbana di Lugano, per una riunione dedicata al Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Sono stati discussi i possibili scenari futuri per l’agglomerato. I rappresentanti degli enti locali hanno preso atto delle proposte e formuleranno le loro osservazioni entro la fine del mese di settembre.
La conferma dell’irricevibilità dell’iniziativa costituzionale «Avanti con le nuove città di Locarno e Bellinzona» – sancita il 3 giugno scorso dal Tribunale federale – ha riattivato l’allestimento del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), in vista della seconda fase di consultazione, che avverrà nei prossimi mesi.
Per quanto riguarda il Distretto del Luganese, nella prima fase di consultazione la proposta del PCA aveva suscitato contrarietà in particolare nei comprensori Medio Vedeggio, Capriasca e Luganese (area urbana), mentre erano stati maggiormente condivisi gli scenari relativi al Malcantone e all’Alto Vedeggio. Il Consiglio di Stato si era così impegnato – negli incontri avvenuti nel 2014 con i sindaci dell’agglomerato urbano e l’Ente regionale di sviluppo del Luganese – a sottoporre ai Comuni del Luganese nuovi possibili scenari di aggregazione, sostanzialmente diversi da quelli posti in consultazione nella prima fase.
Nella riunione odierna, il capo del Dipartimento ha dato seguito a questa promessa e ha ribadito ai sindaci dei Comuni dei comprensori di Capriasca, Medio Vedeggio e Luganese l’intento di fluidificare e promuovere le dinamiche di agglomerato, definendo il perimetro della città di oggi e quella di domani, oltre a eventuali altri comprensori. Nell’attuale proposta del Dipartimento delle istituzioni non vi è invece alcuna sostanziale novità per il Comune della Capriasca, mentre si propone di abbandonare il progetto aggregativo del Medio Vedeggio.
All’interno del comprensorio allargato dell’agglomerato luganese, oltre al Polo è stato quindi individuato lo spazio per ipotizzare la creazione dei due nuovi comparti «Collina Nord» e «Collina Sud», da realizzare eventualmente anche con la separazione degli attuali territori interessati. Queste proposte e aperture da parte del Dipartimento sono state accolte positivamente da alcuni sindaci in quanto danno seguito alle richieste e alle dinamiche già avviate tra alcuni Comuni.
Come ribadito nel corso della discussione, prima del consolidamento di queste ipotesi, il Dipartimento delle istituzioni ha ora chiesto ai Municipi dei Comuni coinvolti di pronunciarsi ufficialmente entro il prossimo 30 settembre.