“Si è sposato per non perdere il permesso”: espulso

“Si è sposato per non perdere il permesso”: espulso

Un cittadino centroamericano era riuscito a evitare l’espulsione già in due occasioni. Ora dovrà lasciare la Svizzera

Il Tribunale federale (TF) ha recentemente confermato l’espulsione di un cittadino dominicano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni (DI) aveva negato il rinnovo del permesso di dimora dopo la fine del suo secondo matrimonio. Per lui, si legge nella sentenza del TF, non si tratta del primo provvedimento in tal senso.

Dopo aver soggiornato illegalmente in Svizzera dal 24 settembre 2003 al 5 agosto 2004 l’uomo era stato condannato a una pena detentiva di 15 giorni, sospesi condizionalmente con un periodo di prova di 2 anni e l’allora Ufficio federale della migrazione (ora Segreteria di Stato della migrazione) aveva emesso nei suoi confronti anche un divieto di entrata per un periodo di due anni. L’allontanamento era stato evitato una prima volta grazie al matrimonio, celebrato a fine 2004, con una cittadina elvetica che gli aveva consentito di beneficiare di un permesso di dimora, rinnovatogli un’ultima volta fino al 10 giugno 2009.

Dopo avere cessato la vita in comune, l’uomo aveva sollecitato un ulteriore rinnovo, ma la sua domanda era stata respinta fino in ultima istanza, con sentenza del TF del 20 giugno 2011. Poche settimane dopo il divorzio dalla prima moglie, il 18 agosto 2011, l’uomo si era risposato con una connazionale, titolare di un permesso di domicilio. Grazie a questa nuova unione aveva beneficiato di nuovi permessi di dimora che gli sono stati rinnovati annualmente fino al 17 agosto 2015. Il loro ’idillio’ era però finito nell’estate del 2016. Interrogata dalla Polizia cantonale in merito alla situazione matrimoniale, la dona aveva (tra l’altro) dichiarato di avere iniziato a convivere con il marito dopo il matrimonio, di avere convissuto fino al 18 novembre 2013 e di voler divorziare. Sentito a sua volta, il marito aveva indicato di avere conosciuto la moglie nel 2005, di averle proposto di sposarlo anche perché avrebbe dovuto lasciare la Svizzera, di aver vissuto con lei sino alla sottoscrizione di un ulteriore contratto di locazione, nel 2014, e che dopo il suo trasferimento ognuno aveva provveduto al proprio sostentamento in modo autonomo.

Preso atto di ciò, con decisione del 4 febbraio 2016 la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni del Cantone Ticino gli aveva negato il rinnovo del permesso di dimora, assegnandogli un termine per lasciare la Svizzera. Tale provvedimento era stato confermato su ricorso sia dal Consiglio di Stato che dal Tribunale amministrativo (il 17 settembre 2018). Il matrimonio tra i due è stato sciolto per divorzio a fine ottobre 2016.

Il 22 ottobre 2018 l’uomo aveva quindi inoltrato dinanzi al TF ma anche in questo caso i giudici di Mon Repos, preso atto della fine del suo matrimonio, gli hanno dato torto. “Va osservato – ha aggiunto la Corte – che per diversi periodi la sua permanenza nel nostro Paese è stata solo tollerata, in attesa della pronuncia sull’effettivo diritto a restare da parte delle autorità”. Il ricorrente dovrà quindi lasciare la Svizzera e farsi carico di 1’000 franchi di spese giudiziarie.

Richiesta casellario: i numeri ci danno ragione!

Richiesta casellario: i numeri ci danno ragione!

Una misura per tutelare la sicurezza dei cittadini

Operazione riuscita: è quanto vien da dire a 3 anni e mezzo di distanza dall’introduzione dell’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G. Qualche cifra: delle 95.020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione (periodo aprile 2015-dicembre 2018), 579 hanno comportato maggiori approfondimenti, presentando indicatori di rischio; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata poi emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. “La misura – commenta il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – si è rivelata uno strumento efficace anche in virtù del suo effetto deterrente che di fatto scoraggia chi sa di non avere un passato irreprensibile oppure di non disporre delle condizioni necessarie all’ottenimento del permesso”. In effetti, il numero dei casi per i quali si è reso necessario un ulteriore approfondimento è calato anno dopo anno: 216 nel 2016, 137 nel 2017, 92 nel 2018.

Ordine pubblico e sicurezza del territorio
Fino al 2002 tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno dovevano presentare l’estratto del casellario giudiziale. L’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) ha comportato il decadimento di tale obbligo. Nel corso dell’estate del 2008, il Ticino fu scosso da un grave fatto di sangue commesso da un cittadino italiano pregiudicato con gravi precedenti penali in Italia. Fu quindi introdotto nel nostro Cantone un sistema di autocertificazione circa i precedenti penali delle persone straniere richiedenti un permesso. A livello pratico questa misura si è tuttavia rivelata inefficace per contrastare l’insediamento o la presenza sul nostro territorio di persone straniere con gravi precedenti penali. Nell’aprile del 2015 infatti, dopo un altro grave fatto di cronaca che ha viste coinvolte alcune persone alle quali era stato rilasciato un permesso di dimora B sulla base di un’autocertificazione, in seguito rivelatasi falsa, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di introdurre come misura straordinaria per tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale e dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi B e G. A novembre del 2015 il Governo cantonale ha sospeso la richiesta dei carichi pendenti, in particolare per dare un segnale positivo nell’ambito delle trattative fiscali in corso tra Svizzera e Italia. “A quasi 4 anni dall’adozione di questa misura – conclude Gobbi – non si può che prendere atto dei risultati positivi ottenuti che si riverberano in termini di sicurezza e di ordine pubblico”. Ricordiamo, infine, che già nel maggio 2016 i risultati ottenuti avevano indotto il Governo a confermare la misura introdotta dal DI.

Casellario, bilancio della misura

Casellario, bilancio della misura

Da www.rsi.ch/news

Il Dipartimento delle Istituzione ha presentato i numeri di un provvedimento, che fece molto discutere

L’obbligo di presentare il casellario giudiziale per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno in Ticino non è più uno strumento che suscita tensioni. Visto che l’accordo fiscale tra Svizzera e Italia non è ancora stato firmato, la misura introdotta tre anni e mezzo fa non è più messa in discussione.

Delle 95’020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione dall’aprile 2015 allo scorso dicembre, 579 hanno comportato maggiori approfondimenti; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso.

“Abbiamo dimostrato – chiosa il Consigliere di Stato Norman Gobbi – che la richiesta del casellario da un lato libera la nostra amministrazione dall’attività di ricerca, che sarebbe molto più onerosa senza poterne disporre, dall’altra abbiamo dimostrato come la decisione di non rilascio, nei casi in ci sono delle iscrizioni, è commisurata a una certa proporzionalità”

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Casellario-bilancio-della-misura-11380356.html

Bilancio 2015-2018 del casellario giudiziale

Bilancio 2015-2018 del casellario giudiziale

Comunicato stampa

Delle 95’020 domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione (periodo aprile 2015-dicembre 2018), 579 hanno comportato maggiori approfondimenti; in 251 occasioni, considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. L’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G, si è dunque rivelato uno strumento efficace anche in virtù del suo effetto deterrente: il numero dei casi per i quali si rende necessario un ulteriore approfondimento cala infatti anno dopo anno.

Fino al 2002 tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno dovevano presentare l’estratto del casellario giudiziale. L’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) ha comportato il decadimento di tale obbligo. Nel corso dell’estate del 2008, il Ticino fu scosso da un grave fatto di sangue commesso da un cittadino italiano pregiudicato con gravi precedenti penali in Italia. Fu quindi introdotto nel nostro Cantone un sistema di autocertificazione circa i precedenti penali delle persone straniere richiedenti un permesso. A livello pratico questa misura si è tuttavia rivelata inefficace per contrastare l’insediamento o la presenza sul nostro territorio di persone straniere con gravi precedenti penali. Nell’aprile del 2015 infatti, dopo un altro grave fatto di cronaca che ha viste coinvolte alcune persone alle quali era stato rilasciato un permesso di dimora B sulla base di un’autocertificazione, in seguito rivelatasi falsa, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di introdurre come misura straordinaria per tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio l’obbligo di presentazione dell’estratto del casellario giudiziale e dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi B e G. A novembre del 2015 il Governo cantonale ha sospeso la richiesta dei carichi pendenti, in particolare per dare un segnale positivo nell’ambito delle trattative fiscali in corso tra Svizzera e Italia.

A quasi 4 anni dall’adozione di questa misura, non si può che prendere atto dei risultati positivi ottenuti che si riverberano in termini di sicurezza e di ordine pubblico. Gli stessi risultati avevano portato il Governo, nel maggio del 2016, a confermare la misura introdotta dal Dipartimento delle istituzioni.
Dall’introduzione della misura, fino a fine dicembre 2018, le domande di rilascio e di rinnovo di permessi B e G esaminate dall’Ufficio della migrazione sono state 95’020 e i permessi elaborati 94’441. La presenza di iscrizioni sui certificati penali presentati ha comportato maggiori approfondimenti per 579 domande (che rappresentano lo 0,6% del totale). I provvedimenti in seguito adottati sono stati di vario tipo e in 251 casi,considerata la gravità delle condanne subite dal richiedente, è stata emessa una decisione di non rilascio o di revoca del permesso. Per gli altri 328 casi emersi grazie alla misura straordinaria, 219 domande sono state evase positivamente in quanto non è stato riscontrato un pericolo per l’ordine pubblico ai sensi dell’ALC e della relativa giurisprudenza, 66 richiedenti hanno rinunciato spontaneamente, in 34 occasioni è stato pronunciato un ammonimento (che non ha quindi comportato revoche) mentre 9 pratiche sono ancora in corso di accertamenti.
Grazie alla misura, sono quindi emersi 579 casi che presentavano indicatori di rischio, la metà dei quali sono sfociati in una decisione negativa o nella revoca del permesso. Va rilevato positivamente che il numero dei casi per i quali si rende necessaria un’ulteriore analisi sta calando con costanza anno dopo anno: erano 216 nel 2016, 137 nel 2017 e sono stati 92 nel 2018: segno evidente, questo, dell’effetto deterrente intrinseco a una misura che di fatto scoraggia chi sa di non avere un passato irreprensibile oppure di non disporre delle condizioni necessarie all’ottenimento del permesso.

«Ottenere la cittadinanza è un privilegio, occorre meritarlo»

«Ottenere la cittadinanza è un privilegio, occorre meritarlo»

Intervista all’interno dell’edizione di sabato 13 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

La nuova legge sulla cittadinanza ha introdotto paletti più stretti per ottenere il passaporto. Al leghista chiediamo se ritiene per caso che in precedenza diventare rossocrociati era fin troppo facile?
«Vediamola sotto un’altra prospettiva: ottenere la cittadinanza svizzera è un privilegio, non si tratta di un diritto acquisito e deve essere concesso solo alle persone davvero motivate e idonee. Per questo motivo quando il Ticino si è adeguato alla normativa federale abbiamo deciso di fare chiarezza sui criteri che portavano all’ottenimento del passaporto rossocrociato. Ovviamente da leghista ho accolto positivamente alcune proposte. Ad esempio il fatto che ora il richiedente deve fare suoi alcuni principi culturali imprescindibili come il rispetto dell’uguaglianza tra donna e uomo; d’altra parte coloro che non sono disposti ad abbracciare le basi della nostra cultura difficilmente riusciranno a integrarsi veramente».

I dati lo dimostrano: dal 1. gennaio si assiste a una frenata delle richieste. Questo è l’obiettivo o si puntava ad altri scopi?
«Non è tra i compiti dello Stato incentivare le persone a ottenere la cittadinanza svizzera. I Cantoni e i Comuni nei gruppi di lavoro federali hanno sempre avuto le idee in chiaro al riguardo, per questo motivo nella fase di definizione delle nuove norme legislative è stato deciso di comune accordo di non promuovere un’informazione a tappeto spingendo a una corsa per ottenere la cittadinanza elvetica sotto l’egida delle precedenti disposizioni. Sicuramente la definizione di criteri più delineati esclude molti più candidati che invece in passato erano ritenuti idonei. Tra questi figura una delle questioni che mi stava particolarmente a cuore e che abbiamo voluto inserire nel progetto ovvero l’indipendenza economica; in quest’ottica sono evidentemente escluse dalle naturalizzazioni le persone che intendono vivere in assistenza, a carico dello Stato e quindi di tutti i ticinesi».

Come risponde invece alle voci critiche che, soprattutto dalla sinistra, lamentano procedure troppo restrittive?
«Rispondo ricordando i principi del processo democratico che hanno portato all’approvazione del progetto di legge così come in vigore attualmente: a livello federale è stata votata dal Parlamento la modifica legislativa. In seguito è stato il Cantone a dover far propri i principi federali nella propria legge sulla cittadinanza. In Ticino la proposta è stata anche oggetto di una consultazione alle cerchie interessate. È stata quindi data la possibilità a tutti gli attori di dire la propria prima della decisione finale. Probabilmente il clima da campagna elettorale che si respira già in alcuni partiti spinge i diretti interessati a una momentanea perdita della memoria (ndr. ride)».

Il caso di un inglese che a Svitto si è visto rifiutare la richiesta di naturalizzazione perché non conosceva l’origine della raclette aveva fatto discutere. Ma è stata una fattispecie eccezionale o agli stranieri si chiedono conoscenze su temi che, alla fine, anche molti svizzeri ignorano?
«La questione ha tenuto banco a lungo in effetti a livello mediatico e la considererai davvero un caso eccezionale. Ovviamente mi riferisco a quello che avviene in Ticino, dove è prevista una certa attenzione alla preparazione che è proprio una tappa della procedura. In questo senso sono previsti dei momenti formativi grazie a una collaborazione tra i servizi del mio Dipartimento e quello dell’Educazione, la cultura e lo sport. E comunque le naturalizzazioni bisogna meritarsele».

 

Naturalizzazioni: il passaporto ora non tira più

Naturalizzazioni: il passaporto ora non tira più

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 13 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

Netto calo delle domande da parte degli aspiranti rossocrociati in seguito all’introduzione della nuova legge.
Locarno segna il calo maggiore, segue Lugano – La padronanza dell’italiano è diventata un criterio essenziale.

I dati delle cancellerie comunali dei principali centri del Cantone parlano chiaro: con l’entrata in vigore il 1. gennaio della nuova Legge sulla cittadinanza ticinese e l’attinenza comunale, le richieste di naturalizzazione hanno subito una brusca frenata. Varata nel febbraio del 2017 dal Consiglio di Stato e approvata a settembre dal Gran Consiglio, la modifica di legge non solo ha introdotto paletti più stretti per gli aspiranti svizzeri, ma ha altresì stabilito un nuovo percorso formativo obbligatorio e uniformato in tutto il Ticino. Un iter, questo, nel quale la padronanza della lingua italiana rappresenta una conditio sine qua non per poter poi accedere all’esame di civica, storia e geografia svizzera e ticinese. Ma torniamo ai dati. Stando alle cifre forniteci dalle cancellerie, nei primi 9 mesi dell’anno le richieste di naturalizzazione hanno subito un decisivo rallentamento, passando ad esempio dalle 103 registrate a Locarno nel 2017, alle 12 ricevute fino a fine settembre. Un calo, questo, che ha interessato tutto il territorio cantonale: se a Mendrisio le domande sono scese da 60 dell’anno scorso alle 15 di settimana scorsa, a Chiasso le statistiche registrano 10 richieste inoltrate da inizio anno a fronte delle 51 ricevute nel 2017. Non fa eccezione neppure Lugano che, se nel 2017 aveva conosciuto un’esplosione di richieste che avevano toccato le 402 unità, a fine settembre contava 350 domande di naturalizzazione. Domande in calo anche a Bellinzona dove – a seguito dell’aggregazione – è tuttavia più difficile fare un paragone con gli anni precedenti. Qui, ci confermano dalla cancelleria, da inizio anno sono giunte 90 richieste a fronte delle 157 registrate nel 2017. Un dato quest’ultimo che comprendeva però unicamente la capitale mentre le 90 richieste pervenute fino ad oggi interessano anche i comuni aggregati. Se per la Turrita è quindi difficile fare un vero e proprio confronto con gli anni scorsi, gli addetti ai lavori non hanno dubbi: al di là delle cifre, la tendenza in atto dall’inizio dell’anno è quella di un netto calo delle richieste di naturalizzazione in tutti i comuni. Comuni che, con l’entrata in vigore della nuova legge, sono stati «sgravati» dal compito di effettuare la verifica delle conoscenze linguistiche e culturali mentre la concessione dell’attinenza comunale e il controllo dell’integrazione del candidato rimangono prerogativa dei legislativi.

Stranieri in assistenza, in due anni revocati in Ticino 88 permessi di soggiorno e dimora

Stranieri in assistenza, in due anni revocati in Ticino 88 permessi di soggiorno e dimora

Da www.ticinonews.ch

La notizia che la Germania sta procedendo all’espulsione di un certo numero di cittadini dell’Unione Europea che hanno perso il lavoro e sono a carico dell’assistenza sociale (leggi qui) ha trovato eco anche in Ticino. Il consigliere nazionale Lorenzo Quadri ha infatti inoltrato una mozione al Consiglio Federale chiedendo di “presentare una proposta di legge che preveda che, al più tardi dopo sei mesi trascorsi a carico dell’assistenza sociale, i cittadini UE immigrati in Svizzera da meno di cinque anni siano tenuti a lasciare il paese e non abbiano comunque diritto ad altri aiuti sociali”.
Ma quanti sono stati negli ultimi anni in Ticino i casi di decisioni negative e revoche di permessi di soggiorno per prestazioni assistenziali? Lo abbiamo chiesto al Dipartimento delle istituzioni.
Tecnicamente, spiega il Dipartimento, le decisioni sono da intendere quali decisioni negative emesse sotto forma di revoca, non rinnovo o non rilascio di un permesso, le quali si concretizzano con la fissazione di un termine di partenza.
Veniamo ora ai dati: nel 2017 sono stati revocati 31 permessi B (dimora) e 37 permessi C (domicilio), quindi 60 in totale, mentre quest’anno, fino ad agosto, le revoche sono state rispettivamente 13 e 15 (28 in totale).

Criteri per l’emissione di una decisione negativa (revoca, non rinnovo o non rilascio di un permesso)
Innanzitutto, fanno sapere dal Dipartimento, “è importante distinguere tra permessi rilasciati nell’ambito dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) e quelli nell’ambito della Legge federale sugli stranieri (LStr). Secondariamente, ogni caso va esaminato singolarmente e alla luce del principio di proporzionalità”.
Nel contesto dell’Accordo sulla libera circolazione è necessario considerare lo scopo principale del soggiorno in Svizzera da parte del titolare del permesso di soggiorno e le condizioni a cui esso è subordinato. Se una persona straniera perde la qualità di “lavoratore” (dipendente o indipendente), poiché non svolge più alcuna attività lucrativa e percepisce prestazioni assistenziali, a quel punto l’Ufficio della migrazione può procedere a revocare il permesso di dimora UE/AELS (Associazione europea di libero scambio) a suo tempo rilasciato.

Permessi B (dimora)
I permessi di dimora UE/AELS rilasciati a stranieri che non esercitano un’attività lucrativa in Svizzera sono invece condizionati alla disponibilità dei mezzi finanziari sufficienti al sostentamento autonomo nel nostro Paese da parte del titolare. In questo caso l’eventuale revoca del permesso può avvenire già al momento della sola richiesta di prestazioni assistenziali, nella misura in cui ciò comprova che il requisito principale per cui il permesso è stato accordato (la disponibilità finanziaria necessaria al sostentamento autonomo) è venuto meno.
Sempre nell’ambito dell’ALC va ricordato che i cittadini UE/AELS che non esercitano un’attività lucrativa in Svizzera, possono modificare lo scopo del loro soggiorno e iniziare un’attività lucrativa durante la validità del permesso. Viceversa, per i cittadini sottostanti all’ALC che svolgono un’attività lucrativa, qualora dispongono di sufficienti mezzi finanziari atti al proprio mantenimento, hanno pure la possibilità di cessare il proprio lavoro e continuare a soggiornare senza attività.
Per i cittadini stranieri titolari di un permesso B rilasciato nel contesto della LStr, un’eventuale decisione negativa a seguito di aiuti sociali, dipende dallo scopo per il quale è stato originariamente rilasciato il permesso (per esempio ricongiungimento familiare, caso umanitario, a scopo di lavoro, di studio, ecc.), ritenuto come anche in tale contesto la capacità di mantenersi in modo autonomo gioca un ruolo preponderante.
A differenza di quanto avviene per i cittadini stranieri che sottostanno all’ALC, queste persone straniere di principio non hanno diritto al rilascio e al mantenimento del proprio permesso di soggiorno. Pertanto, la modifica dello scopo del soggiorno può avere per conseguenza la revoca dell’autorizzazione.

Permessi C (domicilio)
Inoltre, per quanto attiene i permessi di domicilio, i quali sono rilasciati nel contesto della LStr indipendentemente dalla nazionalità del titolare, possono essere rimessi in discussione nella misura in cui la persona straniera interessata sia a carico della pubblica assistenza in maniera durevole e considerevole.
Infine, per quanto attiene lo scambio di informazioni tra Autorità della migrazione e l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, quest’ultimo segnala sistematicamente e autonomamente la percezione di aiuti assistenziali da parte di cittadini stranieri.

Confermata l’espulsione di un pluritruffatore

Confermata l’espulsione di un pluritruffatore

Da www.ticinonews.ch

Respinto il ricorso di un 49enne italiano, colpevole di truffa e falsità in documenti, cui era stato negato un permesso C

Il Tribunale federale (TF) ha confermato l’espulsione di un 49enne cittadino italiano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni aveva rifiutato il rilascio di un permesso di domicilio a causa delle condanne subite dal richiedente sia in Italia che in Svizzera. L’uomo aveva potuto beneficiare di un permesso di dimora B valido fino al 30 giugno 2013 che non gli era stato rinnovato dalle autorità ticinesi al momento delle richiesta di poter beneficiare di un permesso C. Tale provvedimento è stato confermato su ricorso dapprima dal Governo ticinese, quindi dal Tribunale cantonale amministrativo (TRAM).

Anche i giudici di Mon Repos, cui il 49enne si era rivolto in ultima istanza, hanno tuttavia dato ragione alla Corte cantonale e hanno ritenuto conforme alla legge la decisione del TRAM. Una volta giunto in Svizzera, infatti, il ricorrente “ha occupato le autorità giudiziarie con regolarità, rendendosi tra l’altro colpevole di appropriazione indebita, ripetuta truffa (tentata e consumata) e ripetuta falsità in documenti”. Questi reati, ha spiegato il TF, “sono d’altra parte del medesimo genere di quelli da lui commessi prima di lasciare la vicina Penisola (falsità in scrittura privata, appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta e omissione di deposito di bilanci)”: ciò dimostra che – nonostante le condanne che già aveva subito, tra cui una (sospesa) ad un anno e otto mesi di reclusione – “egli non ha affatto mutato il proprio atteggiamento”.

Il ricorso è stato pertanto respinto con sentenza del 2 luglio scorso pubblicata oggi e le spese giudiziarie di 2’000 franchi interamente poste a carico del 49enne, che dovrà quindi lasciare definitivamente la Svizzera.

 

“Quasi impossibile individuare una logica in quel ricorso”

“Quasi impossibile individuare una logica in quel ricorso”

Da www.ticinonews.ch

Il TF ha confermato l’espulsione una 33enne italiana secondo cui vi era “un conflitto d’interessi per il direttore del DI”

Il Tribunale federale ha confermato l’espulsione di una 33enne italiana decisa nel febbraio del 2015 dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni (DI). La donna – cittadina italiana nata in Svizzera, dove è in parte cresciuta prima di trasferirsi in Italia – nel maggio del 2014 aveva ottenuto un permesso di dimora della validità di 5 anni per esercitare un’attività lucrativa dipendente in qualità di addetta alla reception presso un esercizio pubblico, in seguito fallito senza averle mai pagato lo stipendio. Essendo priva di entrate finanziarie e non avendo maturato un diritto all’indennità di disoccupazione, a partire da settembre 2014 aveva dovuto far capo all’assistenza pubblica.

La 33enne era in seguito tornata a vivere in Italia e, il 16 dicembre dello stesso anno, l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento (USSI) le aveva comunicato di non poter entrare nel merito della sua richiesta di rinnovo delle prestazioni assistenziali in quanto il Servizio regionale degli stranieri aveva notificato la sua partenza per l’Italia. La Sezione della popolazione del DI le aveva di conseguenza revocato il permesso di dimora, decisione inutilmente impugnata su ricorso sia davanti al Consiglio di Stato sia davanti al Tribunale cantonale amministrativo (TRAM).

La donna si era così rivolta al Tribunale federale per contestare la sentenza della Corte cantonale datata 9 gennaio 2017, ma anche in questo caso senza successo. “La ricorrente – si legge nella sentenza del 12 giugno scorso – ha inoltrato una memoria di 50 fitte pagine, composte da lunghi paragrafi organizzati in una progressione di cui solo raramente è possibile individuare una logica, ad esempio in funzione della struttura della sentenza impugnata o di un altro criterio oggettivo”. In particolare la donna aveva contestato le conclusioni a cui sono pervenuti i giudici cantonali “in relazione ad un asserito conflitto di interessi in cui si sarebbe trovato l’on. Norman Gobbi al momento di validare una decisione in materia di rilascio di permessi di soggiorno a cittadini stranieri”, nella sua veste di Presidente del Consiglio di Stato e responsabile del Dipartimento delle istituzioni e nel contempo “membro di un partito che promuove una politica restrittiva in materia di immigrazione”.

I Giudici di Mon Repos hanno tuttavia respinto al mittente questa tesi e ha confermato in quanto giustificata e proporzionata la revoca del permesso B poiché “alla ricorrente non poteva essere riconosciuto lo statuto di lavoratrice” in quanto “la sua attività è stata talmente ridotta da poterla ritenere di mero carattere marginale” mentre “la sua inattività professionale si protraeva da oltre due anni durante i quali ella non ha dimostrato di avere una prospettiva reale di impiego”. La Corte federale ha cioè concluso che “la ricorrente ha ampiamente superato il periodo ragionevole di sei mesi durante il quale i cittadini di uno Stato UE, al termine di un impiego di durata inferiore a un anno, hanno il diritto di rimanere in Svizzera per cercarsi un nuovo lavoro corrispondente alle loro qualifiche professionali e prendere, all’occorrenza, le misure necessarie per essere assunti”.

Tra i casi di precedenti penali anche crimini legati alla mafia

Tra i casi di precedenti penali anche crimini legati alla mafia

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 25 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Sono passati più di 3 anni dall’introduzione dell’obbligo di presentazione del casellario. Si può parlare ancora, come all’origine, di misura che crea tensioni?
«Direi proprio di no. Come ebbi a dire già nel 2015, nessun cittadino straniero si è mai opposto all’introduzione di questa misura, a dimostrazione del fatto che non era discriminatoria come tanti volevano e vogliono far credere. È stata introdotta unicamente come un’azione a tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico in Ticino, i cui benefici ricadono anche sui cittadini stranieri che risiedono e lavorano onestamente sul nostro territorio. Una misura che nel corso degli anni ha trovato il consenso prima popolare e poi del Parlamento cantonale che ha promosso due iniziative a suo favore a livello federale. È innegabile che strumenti come il casellario ci permettono di ottenere informazioni complete sulle persone che intendono trasferirsi o lavorare in Ticino. D’altra parte non sono l’unico a battersi per il controllo dell’immigrazione, anche i cittadini ticinesi lo hanno più volte ribadito nelle votazioni popolari».
Chi critica il provvedimento parla di permessi negati alla luce di precedenti penali di scarsa rilevanza. È così o negli ultimi mesi avete individuato qualche caso più pericoloso di altri?
«Dalla sua introduzione la misura sul casellario ci ha permesso di negare il rilascio di un permesso a 201 persone che avevano commesso reati – anche molto gravi – nel proprio paese d’origine. Tra questi, abbiamo impedito l’entrata in Ticino di chi aveva commesso reati quali il sequestro di persona e rapina, o ancora a chi per più volte deteneva sostanze stupefacenti e le rivendeva ad altre persone. Condanne con una pena detentiva di oltre tre anni, come prevede la giurisprudenza in materia. Ma un dato che non va dimenticato è che tra questi casi risultavano anche persone condannate per crimini legati alla mafia».
Ancora di recente il Governo ha ribadito l’interesse nella firma dell’accordo fiscale con l’Italia. In caso di intesa, il casellario salta. Ma allora Gobbi da che parte sta?
«Ovviamente sto dalla parte del casellario che conferma anche in questi mesi la sua valida efficacia contro l’arrivo sul nostro territorio di persone indesiderate. Non l’avevo nascosto nemmeno lo scorso anno quando la maggioranza del Consiglio di Stato optò per favorire la firma dell’accordo sui frontalieri, impegnandosi – loro – a voler togliere questa misura al momento del formale accoglimento del trattato. Nel corso degli anni ho introdotto una serie di misure nel settore cantonale della migrazione allo scopo di garantire un maggior controllo sulle persone che intendono vivere o lavorare nel nostro Cantone. La richiesta sistematica del casellario giudiziale è una di queste: una misura a tutela dell’ordine pubblico. Se questa misura cadrà – per volontà dei colleghi di Governo – il Ticino non potrà più verificare i precedenti penali dei cittadini stranieri. È davvero un peccato, perché nel momento che a gran voce da più parti si chiedono misure più incisive per contrastare fenomeni come la criminalità organizzata, si dovrà – nostro malgrado – ritornare al regime dell’autocertificazione con tutti i limiti che questo comporta, visto che in passato persone con condanne nel proprio Paese avevano sottaciuto e quindi ottenuto il permesso di risiedere o lavorare sul nostro territorio. Senza casellario il lavoro di verifica aumenterebbe ulteriormente e il rischio aumenterà; insomma, più spesa e meno efficacia».
Sul tavolo del Governo c’è la richiesta di Claudio Zali di bloccare i ristorni. Un sì alla proposta non significherebbe utilizzare un metro differente rispetto a quello adottato con il casellario, il cui abbandono in prospettiva è stato pensato come gesto distensivo verso l’Italia?
«A dire il vero, con il collega Claudio Zali, mi sono opposto all’abolizione della misura sul casellario giudiziale, coerentemente con l’obiettivo della misura. Per quel che concerne il blocco dei ristorni, saremo ancora in prima fila a sostenerlo. Saranno invece i nostri colleghi di Governo a confrontarsi con gli umori contrastanti nei loro partiti, con il rischio di dover utilizzare un metro differente».