Derby: “Il dispositivo adeguato al tutto esaurito”

Derby: “Il dispositivo adeguato al tutto esaurito”

Da www.ticinonews.ch

Gobbi sulle misure di sicurezza approntate questa sera in vista dell’importante partita

“Questo derby è come tutti gli altri, con un livello di rischio elevato visto l’alto numero di persone presenti e la rivalità tra le squadre. Il dispositivo sarà adeguato alle necessità visto che di solito non si svelano mai le carte tattiche”. Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento Istituzioni, di più non può dire, questioni di polizia. Ma si intuisce che le cose, in vista del derby di questa sera, sono state organizzate con cura: l’incontro è considerato ad alto rischio, le tifoserie sono guardate da vicino e il dispositivo a livello di sicurezza è alto.
“Speriamo che la tensione rimanga solo sul campo. Il dispositivo che l’HCAP ha messo in campo è adeguato a un’affluenza da tutto esaurito” aggiunge il ministro, sottolineando l’importanza del momento sociale e sportivo della partita.
Il tema della sicurezza resta un tema delicato per il Dipartimento. La mente torna ai violenti scontri del 14 gennaio 2018 alla Valascia fra le tifoserie di Ambri e Losanna. Da lì era partito il giro di vite, più volte sollecitato ai club da parte del Direttore del Dipartimento. Finora la reazione è stata tiepida: ma i tempi stringono, l’entrata in vigore delle misure anti-hooligan è previsto entro la fine del campionato.”Hanno già fatto tanto” spiega Gobbi. “Soprattutto stanno partecipando a identificare altre misure, come la sensibilizzazione e misure di controllo. A livello di videosorveglianza negli stadi è stato fatto, ma anche con il dialogo dei club con le autorità”.Secondo Gobbi il problema è da inquadrare su una scala più ampia. A vacillare è lo stesso concordato intercantonale – la convenzione che lega i vari Cantoni in materia di sicurezza. “Il concordato intercantonale è attivo da più anni ed è per questo che ho chiesto di fare una valutazione. Mi rendo conto, vedendo alcune situazioni, come la proporzionalità oggi attuata sia poco tutelante dei veri tifosi (dalla diffida del club, a quella della Cantone, al divieto d’area, all’obbligo di presentarsi in polizia, fino a misure di carattere penale). Tutti questi gradini oggi sono troppo limitanti rispetto a quello che è un vero intervento sui violenti” ha sottolineato Gobbi, citando l’esempio della Gran Bretagna, dove nel calcio hanno debellato i violenti obbligandoli a presentarsi ai posti di polizia, quindi tenendoli fisicamente distanti dagli stadi.

La Polizia ticinese presente al WEF 2019 di Davos

La Polizia ticinese presente al WEF 2019 di Davos

Comunicato stampa

Così come avvenuto negli scorsi anni, anche in occasione del WEF 2019 di Davos la Polizia cantonale, rinforzata da un agente della polizia comunale Ceresio Nord, mette a disposizione un contingente a favore della sicurezza dell’importante evento di risonanza mondiale.
Per la sua riuscita, questa operazione di polizia può contare sulla partecipazione di tutti i Corpi a livello nazionale.
In questi giorni infatti, gli agenti sono stazionati nella cittadina grigionese garantendo attività di protezione a persone e a strutture in collaborazione con le locali forze di sicurezza.
Fra le diverse missioni, i nostri agenti sono pure chiamati ad assicurare la protezione dell’eliporto di Davos e di edifici particolarmente sensibili, mentre un ulteriore gruppo di agenti garantisce la scorta ravvicinata di alcune personalità presenti.

“Trasporto pubblico e terza età” anche nel 2019

“Trasporto pubblico e terza età” anche nel 2019

Comunicato stampa congiunto DT-DI

Il Dipartimento del territorio (DT) e il Dipartimento delle istituzioni (DI) comunicano che proseguirà per il quinto anno consecutivo la promozione “Trasporto pubblico e terza età” volta a diffondere l’utilizzo del trasporto pubblico, a contribuire alla sicurezza stradale e a proporre un’alternativa di mobilità sostenibile a prezzo ridotto, per limitare gli inconvenienti legati alla rinuncia volontaria della patente.

Scegliere di rinunciare alla licenza di condurre può non essere semplice, ma rappresenta un passo importante verso un nuovo approccio alla mobilità. Per questo motivo DT e DI, con FFS e la Comunità tariffale Arcobaleno, hanno scelto di proseguire anche nel 2019 nel premiare con abbonamenti del trasporto pubblico a prezzo agevolato chi rinuncerà responsabilmente alla licenza di condurre, per limitare gli inconvenienti che possono derivare dal rinunciare al mezzo privato.
Come?
I conducenti che depositeranno volontariamente e in modo definitivo la propria licenza riceveranno dalla Sezione della circolazione una lettera di conferma del deposito, insieme ai buoni-offerta.
I buoni sono così suddivisi: 300 franchi di sconto sul prezzo di un abbonamento Arcobaleno a partire da 2 zone, 200 franchi di sconto sul prezzo di un abbonamento generale di seconda classe, 250 franchi di sconto sul prezzo di un abbonamento generale di prima classe. Tutte le offerte sono valide per un anno. Inoltre, sarà possibile acquistare un abbonamento metà-prezzo in prova per due mesi al prezzo speciale di 33 franchi. Il buono prescelto dovrà essere presentato agli sportelli delle aziende di trasporto pubblico all’atto d’acquisto, insieme alla lettera di conferma emessa dalla Sezione della circolazione (che è personale e serve da giustificativo), un documento d’identità valido e una foto formato passaporto.
Anche in questo caso, il trasporto pubblico si pone come un’alternativa concreta alle difficoltà imposte dal traffico veicolare garantendo un viaggio più fluido e rilassante, senza dimenticare che la rinuncia responsabile della patente può essere in ogni caso una scelta difficile, per questo motivo meritevole di sostegno pubblico.

 

Da www.tio.ch

Ogni anno 1’500 anziani rinunciano alla patente

Cresce l’interesse per l’iniziativa “Trasporto pubblico e terza età”: sono 112 le persone che nel 2018 hanno poi usufruito dell’agevolazione per l’abbonamento dei mezzi, il primo anno erano 21

Rinunciare alla patente? Non è facile, ma dal 2015 anche in Ticino gli anziani che fanno questa scelta hanno poi la possibilità di acquistare a prezzo agevolato un abbonamento per i mezzi pubblici. L’iniziativa, che si chiama “Trasporto pubblico e terza età”, quest’anno viene proposta per la quinta volta. E le adesioni sono in costante aumento: se nel 2015 il buono per l’abbonamento era stato utilizzato da 21 persone, lo scorso anno sono state 112. Dopo che per un paio d’anni il numero si era stabilizzato attorno alla settantina.

Ma le rinunce volontarie della patente sono molte di più, come si evince dai dati della Sezione della circolazione. Soltanto nel 2018 sono infatti 1’508 le persone che hanno deciso volontariamente di non mettersi più al volante. Un dato, questo, che negli ultimi anni è rimasto più o meno stabile (c’è stato un leggero aumento tra il 2015 e il 2017, ossia da 1’386 rinunce a 1’518). «A deposito avvenuto della licenza, trasmettiamo all’interessato la conferma scritta e relativi buoni sconto per l’acquisto di un abbonamento per il trasporto pubblico» ci dice quindi Aldo Barboni, sostituto caposezione.

Al momento, soltanto una bassa percentuale di persone decide però di usufruire dell’agevolazione. «È un dato che non ci sorprende, perché l’iniziativa non rappresenta un incentivo, bensì una misura d’accompagnamento in uno specifico momento della vita» conclude Nadia Bellicini del Dipartimento del territorio.

 

 

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale della Società Svizzera di Salvataggio Regione Sud

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale della Società Svizzera di Salvataggio Regione Sud

19 gennaio 2019

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori,

a un anno esatto dalla vostra precedente assemblea, lasciatemi dapprima ribadire la riconoscenza del Governo per quanto avete fatto anche in questi 12 impegnativi mesi. Un meritatissimo apprezzamento a 360 gradi che concerne il lavoro che avete svolto nelle vostre Società di salvataggio, attraverso i vostri volontari, nell’ambito dei soccorsi, della formazione e della sensibilizzazione.

Riferendomi a quest’ultimo tema, e dunque alla prevenzione, ricordo che il mio Dipartimento, in collaborazione con l’omonima Commissione consultiva del Consiglio di Stato presieduta proprio dal presidente della Società svizzera di salvataggio Regione Sud, Boris Donda, nel 2018 ha riproposto con convinzione il programma “Acque sicure”.
Nato nel 2016, ma attivato de facto diversi anni prima sotto il nome di “Fiumi sicuri”, mira ad informare residenti e turisti sui rischi che si nascondono nelle acque della nostra regione. Acque trasparenti ed accattivanti, meravigliose attrazioni turistiche e luogo ideale per lo svago e la pratica sportiva che, però, se non affrontate nel modo dovuto, possono rivelarsi molto pericolose.
Da qui l’accento posto sulla sicurezza che passa giocoforza dalla prevenzione: il vecchio adagio che recita “Meglio prevenire che curare” resta quanto mai attuale!

Il bilancio relativo all’estate 2018, e inerente il numero degli incidenti nei fiumi e nei laghi del nostro Cantone, è sostanzialmente positivo: si sono purtroppo verificati tre incidenti mortali (due in contesti fluviali, uno nel Ceresio), ma le azioni preventive sono state generalmente ben recepite, cosa che mi rende oltremodo soddisfatto e che conferma – semmai ce ne fosse ancora bisogno – che la strada da percorrere è questa.

Il numero dei decessi è in costante diminuzione, e questo a dispetto del fatto che i nostri laghi e i nostri fiumi siano sempre più presi d’assalto specialmente da turisti confederati e italiani che, generalmente, ne conoscono solo in modo sommario la pericolosità: ciò che rappresenta di per sé un forte rischio. Occorre dunque informare, informare e ancora informare.
Come ormai consuetudine, non siamo stati a guardare e durante tutta la stagione estiva abbiamo riproposto la campagna generale di informazione e sensibilizzazione denominata “Basta un attimo! La sicurezza in acqua dipende da te”.

L’iniziativa è stata sviluppata soprattutto attraverso cartelloni pubblicitari tradotti in quattro lingue e posizionati nei principali luoghi d’interesse del nostro Cantone e nelle maggiori stazioni ferroviarie.
In hotel, campeggi e presso gli enti turistici locali sono stati distribuiti efficaci opuscoli informativi che pongono l’accento sui rischi nei fiumi e sulle regole da rispettare quando ci si avventura nei laghi; sono inoltre stati installati manifesti sui bus che percorrono le tratte di valle e nei centri turistici.
Infine, per veicolare in modo ancor più capillare questo importante messaggio, sono stati distribuiti migliaia di sottopiatti e bustine di zucchero in centinaia di esercizi pubblici ubicati in tutto il Cantone.

La campagna multilingue, che tornerà anche nella prossima stagione estiva, ha posto l’accento sul senso di responsabilità che ognuno di noi è sempre chiamato a dimostrare nei contesti acquatici; il rischio è infatti sempre dietro l’angolo ed è fortemente legato al nostro comportamento.

Va da sé che spesso, al di là dell’efficacia di ogni e qualunque campagna preventiva, a fare la differenza è appunto l’atteggiamento adottato dal singolo: i nostri corsi d’acqua e i nostri laghi rappresentano un eccezionale attrattore ma, appunto, non sono dei parchi-gioco privi di pericoli e dove al massimo si cade e ci si sbuccia un ginocchio. Il pericolo c’è sempre e non va mai sottovalutato.

Accanto alla prevenzione attiva, il mio Dipartimento ha poi proseguito nell’altrettanto importante lavoro di formazione per aumentare le competenze di soccorso in caso di bisogno, di sorveglianza e pattugliamento nelle zone o nei luoghi ritenuti a rischio.
Anche qui i risultati sono molto interessanti.
Tra le novità di quest’anno, segnalo infatti l’attività proposta alla spiaggia del Meriggio a Losone: alla confluenza dei fiumi Maggia e Melezza, in una delle zone più frequentate del Locarnese durante la stagione calda, durante i fine settimana dei mesi di luglio e di agosto è stata organizzata la presenza dei pattugliatori, che hanno fornito informazioni ai bagnanti circa i comportamenti corretti da assumere per godersi le meraviglie del Cantone in tutta sicurezza.
È la conferma che la presenza capillare sul territorio paga, così come ha dato buoni frutti la paziente reiterazione dei messaggi preventivi. Sarebbe però uno sbaglio enorme riposare sugli allori.
Anzi: i successi ottenuti ci spronano a insistere, estendendo e perfezionando le misure di prevenzione e informazione, così come era capitato a suo tempo quando allargammo l’orientamento generale passando da “Fiumi sicuri” ad “Acque sicure”.

Tutto questo lo possiamo fare soprattutto per merito dei nostri partner che offrono la loro competenza e le loro conoscenze in modo da garantire l’indispensabile sicurezza nell’approccio con l’elemento acquatico. E se penso ai partner, be’ non posso che citare con particolare riconoscenza le varie sezioni della Società Svizzera di Salvataggio qui rappresentate.

Grazie anche a nome di chi già conosce e ama il Ticino e di chi – presto o tardi – ne scoprirà bellezza e fascino!

 

“Misure anti-hooligan? Alla fine i club dovranno fare il passo”

“Misure anti-hooligan? Alla fine i club dovranno fare il passo”

Da www.cdt.ch

A un anno dagli scontri alla Valascia Norman Gobbi fa il punto sui nuovi sistemi di controllo richiesti entro fine stagione – «L’alternativa è una maggiore partecipazione ai costi di sicurezza assunti dal Cantone»

È passato un anno dagli scontri tra tifosi andati in scena alla Valascia. Era domenica 14 gennaio e, prima e dopo il match pomeridiano tra Ambrì Piotta e Losanna, i rispettivi supporter avevano dato vita a violenti tafferugli all’interno e all’esterno della pista. Il tutto sotto gli occhi di diversi genitori presenti alla partita con i propri bambini.

In questi dodici mesi, e alla luce dell’episodio d’inizio 2018, il Dipartimento delle istituzioni ha affrontato di petto la questione del tifo violento. In particolar modo elaborando una serie di misure anti-hooligan – definite durante l’estate – che i club sportivi sono stati chiamati a implementare entro la fine della corrente stagione. Se all’FC Lugano è stato domandato di attivarsi nei confronti dell’Associazione svizzera di calcio per contenere significativamente i disordini a margine delle partite considerate a rischio, ad HC Lugano e HC Ambrì Piotta è stato richiesto di attrezzare la Cornèr Arena e la Valascia di dispositivi per l’identificazione facciale dei tifosi nel settore ospiti.
A che punto siamo? Il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi è chiaro: “La disponibilità dei club c’è e in ogni caso alla fine le società dovranno compiere questo passo. Anche perché o ci si adegua o altrimenti dovremo chiedere una maggior partecipazione ai costi che il Cantone sostiene per il mantenimento dell’ordine”.
A inizio dicembre Gobbi aveva scritto ad HCL e HCAP, richiamandoli all’ordine per non aver compiuto “alcun progresso” rispetto ai provvedimenti richiesti per arginare il fenomeno del tifo violento. Alla missiva le due società non hanno però ancora dato seguito. “Siamo ancora in una fase interlocutoria” ci fa sapere il presidente dell’HCAP Filippo Lombardi. Entro fine mese dovrebbe invece essere agendato un vertice tra l’HCL e i servizi della polizia cantonale che gestiscono il dossier. In più d’un occasione le dirigenze non avevano comunque nascosto un certo malumore, sottolineando la portata pratica e finanziaria degli investimenti richiesti. “Ma non si tratta di cifre insostenibili. Abbiamo fatto delle verifiche e per l’installazione di questi dispositivi sono necessarie alcune centinaia di migliaia di franchi”. Per Gobbi si tratta di una misura win-win, perché “permetterebbe di ridurre in generale i costi della sicurezza, a favore dell’autorità cantonale chiamata a gestire l’ordine all’esterno degli stadi ma pure delle società stesse che vedrebbero da parte loro ridursi i costi previsti per la sicurezza interna”.
A livello pratico ora i club dovranno prendere contatto con gli specialisti della polizia cantonale che si sono occupati di analizzare la messa in pratica dei sistemi di controllo richiesti. Ma le discussioni – anche per quanto riguarda l’FC Lugano – si stanno svolgendo pure su un altro piano. “Quest’anno – annuncia Gobbi – la Conferenza dei direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia valuterà l’efficacia delle modifiche al concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive decise nel 2012”. In particolare, indica il direttore delle Istituzioni, sentiti i Cantoni, le Città e le federazioni “andrà tenuta in considerazione la possibilità di eliminare alcuni degli scalini che attualmente precedono l’obbligo di presentarsi in un posto di polizia durante un evento sportivo. A oggi si fa fatica a giungere a questa misura a carico dei tifosi violenti, poiché prima vi sono la diffida, il divieto d’accesso e quello d’area. Ma facilitarne l’applicazione potrebbe rendere meno difficili e onerosi i controlli all’esterno degli stadi sia per i club sia per i corpi di polizia”.
Questa sarà musica del futuro, ma intanto tiene a sottolineare Gobbi “importanti risultati sono già stati raggiunti. Penso ai primi cinque derby cantonali che si sono svolti senza particolari problemi sul fronte dell’ordine pubblico”. Non solo, il consigliere di Stato pone l’accento anche su un altro aspetto: “L’inchiesta giudiziaria a seguito dei fatti della Valascia ha dato un forte segnale. Non è solo Norman Gobbi a non tollerare certi comportamenti, ma anche la giustizia penale». Sì perché il sostituto procuratore generale Nicola Respini ha di recente emesso 39 decreti d’accusa a carico di altrettanti tifosi (ticinesi, vodesi, sei di altri cantoni e due tedeschi) per le ipotesi di reato di sommossa, violenza contro i funzionari, danneggiamento e dissimulazione del volto. Quindici tifosi ticinesi hanno deciso di opporsi ai decreti e presto compariranno in Pretura penale o di fronte a una Corte delle Assise correzionali. “Il nemico comune – afferma Gobbi – sono forse io, ma quello che sto portando avanti non è perché ce l’ho con i tifosi ma in quanto ritengo che un evento sportivo debba potersi svolgere senza l’impiego imponente di uomini e di donne equipaggiati per il mantenimento dell’ordine. E questo – considerata la preparazione, la mobilitazione, l’operato sul posto e la smobilitazione – per praticamente un’intera giornata. Parliamo del ricorso magari a 100 uomini, che alla lunga diventa insostenibile dal punto di vista finanziario”.
Agenti specializzati per i minori

Agenti specializzati per i minori

“aumentano i reati e gli abusi che coinvolgono i bambini”

In Ticino sempre più bambini sono autori oppure vittime di crimini e reati: è questo l’assunto da cui prende spunto un interessante articolo pubblicato qualche giorno fa sul Corriere del Ticino.

Si tratta, quasi inutile sottolinearlo, di un problema serio, di certo non specifico del nostro Cantone ma quantomeno preoccupante. Qualche cifra per inquadrare meglio il tema: nel 2017 i nuovi incarti che sono arrivati sul tavolo dell’Ufficio della magistratura dei minorenni sono stati 1.222, ovvero 348 in più rispetto all’anno precedente; significativi anche i numeri concernenti gli incarti chiusi che hanno raggiunto quota 1.188 (821 nel 2016). Sull’altro versante, la cronaca evidenzia regolarmente casi di abusi sui minori: delle 28 persone arrestate nel 2017 per reati sessuali, 13 sono da ricondurre a reati di abusi sessuali su minori; le inchieste condotte per atti sessuali con fanciulli sono passati in un anno da 46 a 54; nel medesimo arco temporale (2016-2017) il numero di inchieste inerenti maltrattamenti fisici e psicologici nei confronti di bambini sono saliti da 41 a 72.

Insomma, le statistiche ci invitano a proseguire, anzi a intensificare il nostro lavoro di prevenzione e di controllo. Proprio in quest’ottica, è nato il Gruppo Minori. È una task force di inquirenti, decisa dalla Polizia cantonale, che si occuperà di gestire i casi che vedono implicati i più giovani, vittime o autori di reati che siano. Va specificato che, da anni, nel nostro Cantone i minori vittime di reato sono presi a carico da personale specializzato: ciò che cambierà nel prossimo futuro è che anche i minori autori di reato (in particolare quelli che hanno meno di 14 anni e quelli che commettono reati di una certa gravità) saranno indagati da agenti specializzati. Si tratta di un passo affatto secondario e che illustra in modo chiarissimo la nostra attenzione nei riguardi di una fascia della popolazione che spesso cade in errore o è presa di mira a causa della sua fragilità. Stiamo dimostrando sensibilità e proattività.

Va poi affrontato anche il discorso relativo alle famiglie. In questo contesto prendo a prestito le parole del commissario della Sezione reati contro l’integrità delle persone, Marco Mombelli: “Spesso, per il minore autore di reato, il primo contatto con lo Stato e la giustizia passa attraverso la Polizia. Da qui l’importanza di avere agenti che siano in grado di mirare agli obiettivi del procedimento penale, Va sottolineato come sia fondamentale un’adeguata presa a carico dei genitori: queste situazioni possono infatti mettere a dura prova il sistema familiare”. Dietro a un minore che delinque o a un giovanissimo che subisce un reato c’è sempre una famiglia, con la sua forza ma anche con le sue debolezze. Chi opera in questo ambito, deve giocoforza tenere conto del fatto che un reato (perpetrato o patito) rappresenta sempre un elemento destabilizzante destinato ad alterare a lungo equilibri che, magari, si ritenevano granitici.

Le novità introdotte alla Sezione della circolazione

Le novità introdotte alla Sezione della circolazione

Comunicato stampa

Ancor più qualità nel servizio offerto all’utenza: è questo l’obiettivo che vuole raggiungere la Sezione della circolazione che con 575’000 pratiche evase nel 2018 è uno dei servizi più sollecitati dell’Amministrazione cantonale. Oltre all’ottenimento della certificazione di qualità “ISO” per l’Ufficio tecnico prenderà avvio il progetto “cinque stelle” che mira a migliorare il rapporto tra gli utenti e i servizi del Dipartimento delle istituzioni.

“Il servizio al cittadino è la nostra priorità” ha affermato il Consigliere di Stato Norman Gobbi nel corso della conferenza stampa che ha avuto luogo oggi a Camorino, nella sede della Sezione della circolazione che fu inaugurata l’11 febbraio del 1979.
Accompagnato dal Capo Sezione Cristiano Canova e dal Direttore dell’Unione professionale svizzera dell’automobile Gabriele Lazzaroni, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha presentato le novità che sono state introdotte a Camorino per migliorare le prestazioni offerte agli utenti.
Come ricordato dal Capo Sezione Cristiano Canova una serie di piccoli progetti sono stati realizzati nel corso dell’ultimo anno con l’obiettivo di avvicinare ulteriormente il servizio offerto all’utenza. Canova ha quindi passato in rassegna i risultati ottenuti: la riduzione dei tempi di attesa agli sportelli, l’ottimizzazione della struttura, delle procedure e dell’organizzazione interna, il miglioramento dei tempi di risposta e della raggiungibilità degli operatori nonché delle prestazioni e dei servizi online offerti.
Infine il capo Dipartimento ha ribadito che nelle ultime due legislature il Dipartimento delle istituzioni si è impegnato nello snellire le procedure burocratiche, così da rendere più rapida e soddisfacente l’interazione fra la cittadinanza e l’autorità cantonale.
La Sezione della circolazione ha quindi evoluto le proprie prestazioni per dare una risposta sempre più mirata alle aspettative dei cittadini e dei partner di riferimento.
Nei prossimi mesi con l’avvio del servizio denominato “5 stelle” si intende proseguire con quanto avviato dando ancora più risalto alle esigenze degli utenti che saranno anche interpellati per meglio comprendere i loro bisogni. Dopo una fase di studio e analisi si introdurranno una serie di misure comunicative e organizzative.

Team di agenti speciali per i giovani criminali

Team di agenti speciali per i giovani criminali

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 7 gennaio 2019 del Corriere del Ticino

Aumentano i minori vittime di abusi o che commettono un reato
Marco Mombelli: «È in arrivo una task force della polizia cantonale»

In Ticino sempre più bambini sono autori di crimini e reati. Allo stesso tempo non passa settimana senza che la cronaca riporti di un nuovo caso di abusi sui minori. In questo contesto, la polizia cantonale ha deciso di mettere in campo una speciale task force di inquirenti che – sotto il nome di Gruppo minori – si occuperà dei casi che vedono coinvolti i più giovani. Siano essi vittime o autori di reati. E proprio in questi mesi gli agenti stanno seguendo la formazione per poi essere operativi da aprile. Ne abbiamo parlato con Marco Mombelli, commissario della Sezione reati contro l’integrità delle persone.

Da dove nasce il bisogno di creare questa task force?
“Il Codice di procedura penale impone una preparazione specifica degli inquirenti che si occupano di interrogare i minori vittime di reato, tramite audizioni videoregistrate. Gli inquirenti formati in questo ambito operano presso la Sezione dei reati contro l’integrità delle persone. Non esistono, per contro, leggi che prescrivano una formazione specialistica degli agenti che si occupano di minori autori di reato, ma la questione è oggetto di varie raccomandazioni a livello internazionale”.

Significa che il numero di minori che commette reati o che ne è vittima è in aumento?
“In effetti vi è un certo aumento nelle statistiche di minori che commettono reati. Vi è anche un aumento di segnalazioni di situazioni che coinvolgono minori quali vittime di reato (abusi sessuali e maltrattamenti in particolare), ma quest’ultimo incremento è da imputare ad una maggiore consapevolezza e sensibilità, che portano a segnalare queste situazioni con qualche difficoltà in meno”.

La domanda sorge spontanea: fino ad ora la presa a carico di questi giovani era lacunosa?
“È fondamentale sottolineare che i minori vittime di reato sono presi a carico da personale specializzato da anni. Ciò che cambierà, a breve, è che anche i minori autori di reato (in particolare quelli che hanno meno di 14 anni e quelli che commettono reati di una certa gravità) saranno indagati da agenti specializzati. Fino ad oggi ogni agente di polizia poteva occuparsi di queste situazioni. Non risultano particolari lacune nella presa a carico di minori autori di reato, anche se la formazione di agenti specializzati mira ad ottimizzare questa parte di lavoro sensibile”.

Quanto ha inciso il caso del ragazzo che voleva compiere una strage alla Commercio di Bellinzona nella decisione di creare questo gruppo d’intervento?
“La storia della creazione del Gruppo minori è iniziata molto prima di quanto avvenuto alla Commercio. Certo è che il disagio giovanile è palpabile in determinati contesti anche se, va ricordato, la grande maggioranza dei nostri ragazzi non crea alcun tipo di problema e cresce bene, senza fare notizia».

In Ticino, questo gruppo operativo rappresenta una prima. Ma come siamo messi in un confronto con gli altri cantoni?
“Diversi cantoni hanno gruppi simili; quelli con città importanti si sono dotati di questo genere di gruppi già da anni”.

Il gruppo sarà operativo da aprile e in questi mesi gli agenti stanno seguendo la formazione. Quanti saranno le persone in azione? E in cosa consisterà il loro lavoro?
“Il Gruppo minori, che sarà inserito nell’attuale Sezione dei reati contro l’integrità delle persone che già si occupa, tra le altre cose, di minori vittime di reato, sarà composto inizialmente da cinque inquirenti e un responsabile. La loro attività consisterà nell’indagare situazioni che vedono coinvolti minori quali imputati (come detto in particolare quelli che hanno meno di 14 anni e quelli che commettono reati di una certa gravità), in stretta collaborazione anche con altri servizi della polizia cantonale. Si sta pure vagliando la possibilità di collaborazione attiva del Gruppo minori con la polizia comunale”.

Quali sono i fattori ai quali occorre prestare particolarmente attenzione quando si svolgono delle indagini dove sono coinvolti dei minori?
“Il diritto penale minorile nel nostro Paese prevede due concetti: quello della pena, ma anche quello delle misure, che hanno lo scopo di proteggere, educare ed evitare il rischio di recidiva. Spesso, per il minore autore di reato, il primo contatto con lo Stato e la giustizia passa attraverso la polizia. Da qui l’importanza di avere agenti che siano in grado di mirare agli obiettivi del procedimento penale. Va sottolineato inoltre come sia fondamentale un’adeguata presa a carico anche dei genitori. Queste situazioni possono mettere a dura prova il sistema familiare”.

Quali sono i reati che vedono maggiormente coinvolti i minori?
“Nel 2017 la Magistratura dei minorenni ha aperto 1.222 incarti, ovvero 348 in più rispetto al 2016. Il 28% dei reati è stato commesso in urto al Codice penale, il 20% nell’ambito della circolazione stradale, il 36% nel contesto della Legge federale sugli stupefacenti. Le statistiche della Magistratura dei minorenni segnalano un aumento di decisioni per reati contro l’integrità personale (60 decisioni) e per reati contro il patrimonio, furto e danneggiamento (214
rispetto alle 168 del 2016)”.

Lei è attivo nel ramo da anni. C’è un caso particolare che le è rimasto impresso?
“È una domanda difficile da rispondere perché scegliere un caso significherebbe metterne da parte molti altri. E quando sono coinvolti dei bambini non è facile. È chiaro che, nel corso degli anni, vi sono delle vicende che lasciano il segno più di altre. Basta pensare ai maltrattamenti subiti da quattro bimbi nel Mendrisiotto che giornalmente venivano picchiati dalla madre sotto gli occhi complici del padre e del nonno. Di fronte a storie così pesanti si resta toccati nel profondo. Ma parlare di un caso più degli altri non sarebbe corretto nei confronti di questi bambini: per loro che lo vivono sulla propria pelle, ogni storia è la più pesante”.

Polizia: nati con la voglia di difendere i cittadini

Polizia: nati con la voglia di difendere i cittadini

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 7 gennaio 2019 del Corriere del Ticino

Formazione degli aspiranti agenti, è stato aperto il concorso – La scuola inizierà a marzo 2020 e durerà un anno in più Ma i responsabili non temono un calo delle candidature: «In Ticino c’è interesse» – Aumentano le donne in divisa

Poliziotti si può nascere (perché comunque è uno di quei mestieri che richiede una certa predisposizione naturale) ma, soprattutto, poliziotti si diventa. Negli scorsi giorni è stato pubblicato sul Foglio ufficiale il concorso per partecipare alla scuola di polizia (i candidati hanno tempo di farsi avanti fino al 4 febbraio). E ci saranno parecchie novità. La più grande riguarda probabilmente il fatto che – almeno formalmente – la scuola durerà un anno in più. Ne abbiamo parlato con Manuela Romanelli-Nicoli, responsabile del centro formazione di polizia, e il capitano Cristiano Nenzi, capo della Sezione formazione della Cantonale.

“La riforma della formazione di base – ci spiegano – è un progetto nazionale diretto dall’Istituto svizzero di polizia che sarà implementato in Ticino da marzo 2020 e il recente concorso per l’assunzione di futuri aspiranti della polizia cantonale (ma anche di numerose polizie comunali e per la polizia dei trasporti FFS) già riassume le maggiori novità procedurali dell’innovazione. Il loro percorso si svilupperà con un anno di scuola intervallato da periodi di stage e certificato da esami finali, il cui superamento garantirà l’accesso a un anno di pratica, posto sotto la responsabilità dei rispettivi corpi di appartenenza e che si concluderà con gli esami federali e l’ottenimento dell’attestato professionale federale”.

Ma cosa significherà, per gli aspiranti agenti, avere a disposizione un anno in più di formazione? “Dal 2014 – ci spiegano Romanelli-Nicoli e Nenzi – gli aspiranti già beneficiano di un percorso formativo in qualche modo simile: attualmente, concluso l’anno di scuola con lo statuto di aspiranti e superati gli esami federali, i neo agenti assumono uno statuto di agenti in formazione e, durante un intero anno si rapportano con un diario di apprendimento che obbliga a una riflessione relativa alla propria azione da poliziotto, considerandone a posteriori gli aspetti giuridici, etici, emotivo-relazionali e procedurali, sotto l’attento sguardo di referenti. Solo al termine di questo anno pratico, connotato da rotazioni in diversi posti di polizia e intercalato da regolari valutazioni strutturate, i giovani agenti vengono formalmente nominati alla funzione”. Le maggiori differenze rispetto al modello che già si applica riguardano dunque una maggiore armonizzazione del percorso e degli esami del primo anno, che garantiranno l’acquisizione delle competenze operative per poter accedere all’anno di pratica, dove gli agenti in formazione, sotto la responsabilità di referenti e mentori, potranno consolidare la loro professionalità, confrontandosi con la complessità e le dinamiche reali del lavoro, elaborando nel contempo un bagaglio di competenze. Ma in termine di stipendio questo percorso cosa comporterà? “Almeno per quanto attiene la Cantonale e le Comunali nulla cambia rispetto alle prestazioni odierne. In termini di statuto, durante il primo anno le persone in formazione sono ancora definite aspiranti, e anche durante il secondo mantengono il ruolo di gendarme in formazione in Cantonale e agente in formazione nelle Comunali”.

Le nuove sfide della sicurezza
Un anno in più di formazione significa anche poter approfondire maggiormente contesti relativamente nuovi (per esempio il terrorismo, la cibercriminalità e i reati finanziari, le tematiche relative ai flussi migratori e alla tratta di esseri umani)? “La formazione scolastica – ci viene spegato – sarà mirata a un profilo di competenze e a un relativo programma quadro di formazione i cui contenuti integrano alcuni dei temi citati. Va però ricordato che l’aggiornamento di specifici contenuti formativi avviene non solo in funzione di riforme straordinarie, come questa che coinvolgerà tutta la Svizzera nel 2020, ma anche e soprattutto in funzione dell’evolversi della minaccia e dei conseguenti bisogni di sicurezza della società in cui la polizia si trova ad operare”.


Declinato al femminile

Mentre i 44 aspiranti della scuola di polizia 2018 (di cui sei donne) sono attualmente in stage e preparano gli esami federali di fine febbraio, in marzo come detto prenderà avvio la scuola 2019, che conterà una cinquantina di aspiranti, comprensivi di undici donne. “La presenza femminile – confermano Romanelli-Nicoli e Nenzi – è in evidente rialzo con questa scuola, confermando in modo deciso un trend che già sembrava si stesse profilando”.

C’è ancora la vocazione
In passato si è più volte parlato di “mancanza di vocazione” spiegando le difficoltà nel reclutare nuovi agenti. Il trend è cambiato? E il fatto di portare a 24 mesi la formazione non rischia di rendere meno attrattivo questo mestiere? Sembrerebbe di no, perlomeno alle nostre latitudini. “A differenza magari di altre realtà – spiegano Romanelli-Nicoli e Nenzi – nel nostro cantone abbiamo sempre avuto un’ottima rispondenza. Di regola si contano circa 250 candidature l’anno, per un numero di aspiranti infine assunti che negli ultimi periodi si aggira su una media di 45-50 agenti. In ragione delle passate esperienze con una formazione di polizia che nel nostro contesto già era, seppur in modo meno formale, su due anni, non riteniamo un deterrente il nuovo modello nazionale. Anzi. Speriamo che l’informazione che accompagna il concorso aiuti il nostro pubblico a capirne l’opportunità di crescita, in un contesto maggiormente protetto e a pari condizioni salariali”. Con la pubblicazione nel 2017 del Regolamento sulla Scuola di polizia, si è voluto poi formalmente sottolineare la valenza della struttura sul piano nazionale e della formazione di tutti gli agenti di lingua italiana. Fra le persone in formazione infatti si contano con una certa regolarità anche alcuni aspiranti sia della polizia cantonale grigionese, sia di quella militare e dei trasporti.

Da sapere
Serve anche umiltà
Quali sono le principali caratteristiche necessarie per accedere alla scuola? Il bando di concorso e le direttive d’esame ben descrivono i requisiti necessari. La formazione è impegnativa sia sul piano fisico sia su quello cognitivo e psichico. Gli aspiranti devono infatti anche consolidare competenze personali: disciplina, umiltà e tenacia (così da dimostrarsi in grado di reggere lo stress e le fatiche a cui la professione li sottoporrà). “Fra i requisiti principali – spiegano Romanelli-Nicoli e Nenzi – c’è la cittadinanza svizzera, un titolo formativo minimo (pari ad un attestato federale di capacità), un’altezza minima di 160 centimetri per le donne e di 170 per gli uomini, il casellario giudiziario e condotta e stato di salute idonei alla funzione”. Durante la selezione vengono valutate la condizione fisica, la cultura generale, la condotta dei candidati con un’indagine di polizia e il profilo psicologico (assessment, test cognitivi e di integrità morale). Infine un confronto con i superiori permette di rilevare anche la motivazione e l’idoneità al ruolo secondo la gerarchia.

 

 

 

Verdeckte Ermittlungen für die Verbrechensprävention

Verdeckte Ermittlungen für die Verbrechensprävention

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 22 dicembre 2018 della Neue Zuercher Zeitung

Mit seinem neuen Polizeigesetz reagiert das Tessin auf das schweizweit wachsende Bedürfnis, Straftaten zu verhindern

Kürzlich hat der Tessiner Grosse Rat das kantonale Polizeigesetz um dringend geforderte Elemente erweitert. Dem Beschluss gingen lange Diskussionen im Zusammenhang mit Persönlichkeitsrechten voraus. Doch am Ende entschied das Tessiner Kantonsparlament aufgrund aktueller Entwicklungen bei der Verbrechensbekämpfung, einige Lücken im Gesetz von 1989 zu schliessen. Unter den neuen Befugnissen für die kantonale Polizei stechen präventive Ermittlungsformen wie Observation sowie verdeckte Fahndung und Ermittlung ins Auge. Dazu kommt die Möglichkeit des Polizeigewahrsams von 24 Stunden, der auch für Minderjährige gilt.

Verfolgung mit GPS 
Auf Anfrage betont Staatsrat Norman Gobbi, Chef des Tessiner Justiz- und Polizeidepartements, die Polizei habe nebst der Strafverfolgung auch die grundlegende Aufgabe, die Sicherheit zu gewährleisten – und Verbrechensprävention zu betreiben. Die Zeitung «Corriere del Ticino» zitiert Gobbi mit den Worten, das Schweizer Stimmvolk habe am 25. November den Versicherungsdetektiven potenziell mehr Handlungsmöglichkeiten zugesprochen, als der Tessiner Kantonspolizei bis dato zur Verfügung gestanden hätten. Umso notwendiger erscheine die aktuelle Gesetzeserweiterung im Kanton.

Die Verhinderung von Straftaten wird immer wichtiger. Dies betrifft nicht nur organisierte Kriminalität und Terrorismus, sondern auch Gewalt bei Sportanlässen, Drogen- und Verkehrsdelikte sowie Pädophilie. In diesem Zusammenhang kann die Tessiner Kantonspolizei künftig – und bereits seit einiger Zeit die Kapo der meisten anderen Kantone – Observation und Prävention rechtlich klar abgestützt betreiben. Die Beobachtung von Personen und Sachen im öffentlichen Raum, zu dem natürlich auch das Internet gehört, wird mittels Abhörgeräten, Videoaufnahmen und weiterer Registriermassnahmen durchgeführt. Dank der Möglichkeit, Personen und Autos mithilfe von versteckt platzierten GPS-Geräten beobachten zu können, fallen beispielsweise aufwendige Verfolgungsaktionen auf der Strasse weg.

Noch wirkungsvoller als die Observation ist die verdeckte Ermittlung. Diese entspricht in der ganzen Schweiz einem aktuellen Bedürfnis und darf dann zum Einsatz kommen, wenn die bisherigen Untersuchungen erfolglos geblieben sind oder andere Ermittlungsmassnahmen nicht zum Erfolg führen würden. Laut dem Bundesamt für Polizei (Fedpol) zeigt die Erfahrung, dass die Polizei gerade im virtuellen Raum und bei schweren Delikten unerkannt ermitteln können muss, um kriminellen Machenschaften frühzeitig auf die Spur zu kommen.

Der Einsatz von verdeckten Polizeibeamten ohne «Legende», d. h. ohne Tarnidentitäten, sei auf Bundesebene als verdeckte Fahndung bekannt, erklärt Fedpol-Sprecherin Lulzana Musliu. Mit Tarnidentitäten handle es sich um eine verdeckte Ermittlung. Und gemäss der Schweizerischen Strafprozessordnung darf die wahre Identität der Legenden-Träger auch dann nicht preisgegeben werden, wenn sie in einem Gerichtsverfahren als Auskunftspersonen oder Zeugen auftreten.

Eines leuchtet schnell ein: Eine verdeckte Ermittlung spielt besonders bei der Bekämpfung der pädophilen Kriminalität auf Internet-Plattformen eine wichtige Rolle. So muss beispielsweise gemäss dem revidierten Polizeigesetz des Kantons Bern die Kapo die Möglichkeit haben, potenzielle Täter im Netz aufzuspüren und sie zu kontaktieren, bevor es zu einem Delikt kommt. Dabei sollen die ermittelnden Polizeibeamten oder andere Spezialisten gerade in diesem Umfeld mit einer Legende versehen agieren können. Auf solchen Plattformen sind Phantasienamen bzw. Nicknames nämlich die Regel.

Die präventiven polizeilichen Massnahmen müssen separat in jedem Kanton gesetzlich geregelt sein. Denn sie gehen über den Anwendungsrahmen der 2011 in Kraft getretenen Schweizerischen Strafprozessordnung (StPO) hinaus, wie der Tessiner Staatsrat Gobbi erklärt. Laut der Konferenz der Kantonalen Justiz- und Polizeidirektorinnen und -direktoren (KKJPD) wurde mit der Einführung der StPO das frühere Bundesgesetz über verdeckte Ermittlungen aufgehoben, das für die Kantone die Rechtsgrundlage in Sachen Tarnidentitäten gebildet hatte. Daher entstand die Notwendigkeit, in den kantonalen Polizeigesetzen entsprechende Regelungen dazu zu erlassen.

Gericht muss Tarnung erlauben
Damals habe die KKJPD einhellig empfohlen, eine Regelung zur präventiven verdeckten Fahndung zu erlassen, sagt Generalsekretär Roger Schneeberger. Gemäss seinen Worten waren sich aber die Konferenzmitglieder uneins, ob auch verdeckte präventive Ermittlungen erlaubt sein sollten. So überliess es die KKJPD den Kantonen, ob sie Ermittlungen mit Tarnidentität zulassen wollten. Falls ja, empfahl die KKJPD, den Deliktskatalog der Schweizerischen Strafprozessordnung anzuwenden und eine richterliche Überprüfung vorzusehen. Als Muster diente die Regelung des Kantons Bern.

Nach Schneebergers Wissensstand haben inzwischen viele Kantone Bestimmungen zur verdeckten Ermittlung in ihre Polizeigesetze aufgenommen. Gemäss einer Liste, die das Tessiner Justiz- und Polizeidepartement führt, sehen lediglich die beiden Appenzell, Baselland und die Waadt weiterhin keine verdeckte Ermittlung bzw. keine verdeckte Vorermittlung vor. Im Tessin hielt man sich mit der Einführung der Tarnidentitäten so lange zurück, weil man einige Klärungen des Bundesgerichts zu den Polizeigesetzen Zürichs und Genfs abwarten wollte. Die präventive verdeckte Ermittlung sei lediglich mit dem Einverständnis des kantonalen Zwangsmassnahmengerichts möglich – so wie es im Übrigen das Bundesgericht verlangt habe, betont Staatsrat Gobbi in diesem Zusammenhang.

Und wie sieht es auf Bundesebene aus? Das Agieren mit Tarnidentitäten ist laut Fedpol-Sprecherin Musliu nur gestützt auf die Schweizerische Strafprozessordnung (StPO) zulässig, die eine gerichtliche Zustimmung verlangt. Bei verdeckten Fahndungen hingegen genügt eine Anordnung der Staatsanwaltschaft oder gar der Polizei selber. Gemäss Muslius Worten soll die Bundespolizei aber künftig ebenfalls verdeckte Fahnder im Internet und in elektronischen Medien im Vorfeld eines Strafverfahrens – das heisst ausserhalb der StPO – einsetzen können. Dies steht im Zusammenhang mit dem Vorschlag für ein Bundesgesetz über polizeiliche Massnahmen zur Bekämpfung von Terrorismus. Das Ziel bleibt stets, Verbrechen und schwere Vergehen im Vorfeld ihrer Realisierung erkennen zu können.