Istituito il gruppo di lavoro contro l’estremismo

Istituito il gruppo di lavoro contro l’estremismo

Nuova misura di prevenzione voluta dal DI”

Negli scorsi giorni il Consiglio di Stato – approvando la richiesta del mio Dipartimento – ha deciso di istituire una Piattaforma interdisciplinare formata da specialisti operanti nell’Amministrazione, nella Polizia cantonale, in Magistratura e già confrontati professionalmente con il fenomeno della radicalizzazione. Un gruppo di lavoro composto da dodici persone e presieduto dal coordinatore del mio Dipartimento Luca Filippini.
Il tema della radicalizzazione e della sua prevenzione è sempre d’attualità nella lotta alle organizzazioni terroristiche. Gli attentati si susseguono purtroppo con una certa regolarità, ma fortunatamente non hanno mai colpito il territorio svizzero. Il Canton Ticino non può di conseguenza essere definito un obiettivo sensibile.

Non possiamo tuttavia attendere che il problema si concretizzi per affrontarlo. Le minacce possono giungere da gruppi ben strutturati oppure, come spesso accade, anche da persone insospettabili con una vita normale.
Gli attentati terroristici ottengono ampia visibilità sui media di tutto il mondo e per questo possono generare in qualcuno il condannabile desiderio di emulazione. Dobbiamo quindi mantenere alta la guardia con un’adeguata attività di prevenzione mentre la Polizia cantonale continua nel monitoraggio della situazione attraverso lo scambio regolare di informazioni sensibili a livello nazionale e internazionale.

Il processo d’integrazione e la volontà di essere integrati
La radicalizzazione potrebbe rappresentare una minaccia alla sicurezza del nostro paese, fondato sui valori della democrazia, del rispetto delle tradizioni e della legalità. Chi li rispetta è bene accetto, chi li denigra e li minaccia non ha diritto di permanenza sul nostro territorio. Il processo di integrazione, per essere uno strumento efficace di inclusione deve quindi basarsi su questi valori, così da favorire il duraturo inserimento nella nostra società. Diversamente la coesione sociale non sarà raggiunta e il rischio di future minacce continuerà ad esistere.

Un portale internet e diverse attività di prevenzione
Per favorire l’integrazione, è stata decisa la realizzazione in particolare di un portale internet. Il gruppo di lavoro dovrà accompagnare e supportare la creazione di questo nuovo strumento, che permetterà di avvicinare più rapidamente un’ampia porzione di popolazione, soprattutto quella più a rischio dei giovani. Verrà data priorità alla scelta dei contenuti informativi e alla modalità di gestione delle domande in entrata.  Lo scopo è di riunire tutte le richieste di informazione e di aiuto della popolazione, per poi valutarle e predisporre le giuste misure di supporto. Un’attività dinamica e flessibile che deve saper cogliere puntualmente le trasformazioni in atto sul territorio. Altre misure concrete di prevenzione verranno adottate e monitorate secondo necessità e con l’avanzamento dei lavori. Sarà inoltre fondamentale aggiornare la formazione specifica del personale coinvolto nelle varie attività per favorire un’azione più incisiva.

Per tutte queste attività i servizi del mio Dipartimento – in particolare con la collaborazione del Servizio per l’integrazione degli stranieri – avranno un ruolo centrale. E’ pure prevista la collaborazione con il Centro d’informazione sulle credenze di Ginevra.

I compiti della Piattaforma interdisciplinare sono chiari e complementari a quelli delle autorità politiche e delle forze dell’ordine. La minaccia terroristica va affrontata su più fronti e con differenti approcci. Da oggi abbiamo a disposizione un nuovo strumento di prevenzione, grazie alla reattività del mio Dipartimento nell’adattarsi ai cambiamenti della società, per ridurre l’esposizione alle minacce e garantire maggiore sicurezza ai cittadini ticinesi.

I Cantoni latini e le Città uniti contro la discriminazione

I Cantoni latini e le Città uniti contro la discriminazione

In occasione della Settimana internazionale di azione contro il razzismo, dal 21 al 28 marzo 2018 le istituzioni ticinesi uniranno le loro voci per promuovere la diversità e combattere la tentazione del rifiuto e della discriminazione. Anche quest’anno i Cantoni latini – Friborgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel, Ticino, Vallese e Vaud – e numerose città elvetiche collaboreranno per lanciare una campagna di sensibilizzazione, secondo il motto “La diversità, un valore svizzero?”

L’edizione 2018 della Settimana internazionale di azione contro il razzismo vedrà Comuni e spazi pubblici del nostro cantone ospitare nuovamente conferenze, esposizioni, momenti di sensibilizzazione nelle scuole, serate-film, accompagnati da trasmissioni radiofoniche e televisive. Gli appuntamenti, coordinati dal Servizio cantonale per l’integrazione degli stranieri, saranno organizzati in collaborazione con Comuni, enti, associazioni e comunità di stranieri residenti in Ticino.

L’evento speciale in programma per quest’anno sarà dedicato al progetto “Lugano Città Aperta”, promosso dalla Fondazione Spitzer e la Città di Lugano (da gennaio e aprile 2018) con una serie di eventi per valorizzare la tradizione umanitaria di Lugano e della Svizzera italiana verso chi ha subito l’oppressione politica, raziale, religiosa e la negazione della libertà.
Il progetto culminerà con l’inaugurazione del “Giardino dei Giusti al Parco Ciani” di Lugano il 26 aprile 2018; Giardino che vuole rendere omaggio a quattro figure di Ticinesi che con il loro impegno determinante hanno contrastato l’oppressione e/o salvato la vita di chi era perseguitato.

Riorganizzazione Ufficio della migrazione – Al via la seconda fase

Riorganizzazione Ufficio della migrazione – Al via la seconda fase

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

A partire da lunedì 4 dicembre sarà attuata la seconda fase del progetto avviato dal Dipartimento delle istituzioni per la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione che intende porre l’accento sulla semplificazione delle procedure e l’aumento dei controlli. Tutti i tipi di permesso potranno infatti essere richiesti, rinnovati o modificati collegandosi alla pagina web www.ti.ch/migrazione.

Il Dipartimento delle istituzioni ricorda che da lunedì 4 dicembre sarà attuata la seconda ed ultima fase della riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione. La prima fase della riorganizzazione, che ha preso avvio lo scorso 19 giugno, ha consentito di testare l’organizzazione interna e la nuova procedura guidata. L’assetto definitivo comporterà l’estensione della procedura guidata a tutte le domande di permesso, la chiusura degli sportelli dei Servizi regionali degli stranieri e la costituzione del Servizio nuove entrate con sede a Lugano, incaricato di esaminare le domande di nuovi permessi di dimora B e L nonché G con attività indipendente.

Come comunicato negli scorsi mesi, la modifica organizzativa prevede il mantenimento
dell’attuale organico dell’Ufficio della migrazione, e permetterà di migliorare sensibilmente la qualità del servizio offerto. Le nuove procedure consentiranno infatti ai richiedenti di allestire il modulo di domanda confacente alle proprie necessità e ottenere l’elenco dettagliato dei documenti che dovranno essere allegati e spediti per posta alla sede centrale dell’Ufficio della migrazione a Bellinzona. Parallelamente, i funzionari dell’Ufficio potranno concentrare la propria attività sull’esame degli incarti, sui controlli e sull’approfondimento delle domande presentate da chi intende stabilirsi o lavorare in Ticino.

Per presentare l’assetto definitivo della riorganizzazione e il bilancio della prima fase il Dipartimento delle istituzioni prevede di incontrare nelle prossime settimane gli organi d’informazione per un breve momento informativo. Parteciperanno all’incontro il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e il Capo della Sezione della popolazione Thomas Ferrari. Ulteriori dettagli sull’appuntamento per i media saranno rilasciati prossimamente.

«Puntiamo sul miglioramento della qualità»

«Puntiamo sul miglioramento della qualità»

Dal Corriere del Ticino | Insegnamento dell’italiano e inserimento professionale i cardini della nuova strategia – Norman Gobbi: «A priremo un portale contro la radicalizzazione»

Nessuno stravolgimento ma, per dirlo con le parole del delegato cantonale per l’integrazione Attilio Cometta, «un miglioramento della qualità». Questo è il succo del secondo Programma cantonale d’integrazione (PIC) per il periodo 2018-2021. A presentarlo, oltre a Cometta, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e il presidente del Governo Manuele Bertoli. Ed è proprio nella maggiore collaborazione tra le autorità – cantonali e locali – che si articola il secondo PIC, lavorando sulle fondamenta già gettate con il precedente programma. Tra gli aspetti centrali spiccano un miglioramento dell’insegnamento dell’italiano e delle misure volte alla formazione professionale degli stranieri. «L’integrazione è uno degli strumenti più efficaci a disposizione delle Autorità cantonali per contrastare la radicalizzazione», ha ricordato Gobbi, che ha inoltre annunciato la creazione di un portale dedicato proprio a questo tema. Nella rivista FORUM viene inoltre presentato un bilancio del primo PIC, con uno sguardo sulla storia della migrazione e il suo ruolo nell’economia.

Estendere le collaborazioni tra i Dipartimenti e con i Comuni, migliorare la qualità dell’insegnamento della lingua italiana e puntare maggiormente sull’inserimento professionale soprattutto nell’ambito dell’asilo. Questi sono i tre punti cardine su cui il Canton Ticino intende puntare nel nuovo Programma di integrazione degli stranieri (PIC 2). Dopo l’esperienza maturata con il primo PIC, introdotto nel 2014 e che scadrà appunto alla fine del 2017, i consiglieri di Stato Manuele Bertoli e Norman Gobbi , insieme al Delegato cantonale per l’integrazione Attilio Cometta , hanno presentato il programma per il quadriennio 2018-2021. Come il precedente, esso prevede la promozione dell’integrazione – come deciso dalla Confederazione – nell’ambito delle strutture ordinarie (ad esempio la formazione, la sanità, la socialità, il mercato del lavoro) e si fonda su tre pilastri fondamentali: l’informazione e la consulenza, la formazione e il lavoro e, infine, la comprensione e l’integrazione sociale. «È fondamentale possedere un programma di questo tipo – ha spiegato Bertoli – sia per le persone che devono essere accolte e accompagnate, sia per la nostra società». E il DECS, come ha ricordato il suo direttore, è particolarmente coinvolto poiché si occupa dell’insegnamento dell’italiano, che con il PIC 2 viene potenziato e della formazione professionale. Tra le novità che partiranno dal 2018 vi sarà infatti un pre-tirocinio, volto ad aiutare tutti quei ragazzi che non hanno più l’età per affrontare la scuola dell’obbligo ma che allo stesso tempo non sarebbero in grado di intraprendere subito un apprendistato. In questo modo vengono preparati al tirocinio e indirizzati verso le professioni più richieste dal mercato del lavoro.

Prevenire le minacce

Ma sebbene il PIC coinvolga il lavoro di tutti i Dipartimenti – ad esempio anche il DSS per ciò che concerne la salute e la socialità – quello maggiormente toccato è il Dipartimento delle istituzioni attraverso il Servizio per l’integrazione degli stranieri. «Il PIC – ha affermato Gobbi – si rivolge in particolare al 6% della popolazione, ossia persone che provengono da Stati terzi o da altri continenti, realtà molto diverse dalla nostra». E l’integrazione «è uno degli strumenti più efficaci a disposizione delle Autorità cantonali per contrastare la radicalizzazione e prevenire la minaccia terroristica», ha aggiunto Gobbi, che ha poi comunicato che le Istituzioni intendono creare un portale online di prevenzione contro le radicalizzazioni e gli estremisti violenti in collaborazione con il Centro intercantonale d’informazione sulle credenze di Ginevra. Una piattaforma su cui gli esperti potranno confrontarsi e scambiarsi esperienze e consigli utili anche per risolvere casi concreti. Più in generale, invece, Gobbi ha illustrato gli obiettivi del Governo nell’ambito dell’integrazione degli stranieri per la legislatura in corso: promuovere la conoscenza dell’identità culturale ticinese, attualizzare le procedure di accoglienza per i richiedenti l’asilo allineando il DSS e le Istituzioni, migliorare la salute in senso lato delle popolazioni migranti, definire una strategia per i minorenni non accompagnati e favorire l’integrazione e l’accoglienza attraverso il coinvolgimento di comunità locali, associazioni, parrocchie e, non da ultimo, i Comuni.

Parola d’ordine mediare

E proprio gli enti locali sono centrali nella presa a carico degli stranieri. «Alcuni Comuni fanno tantissimo altri meno», ha precisato Cometta. «Ma tutti vanno sostenuti nel loro compito di promozione dell’integrazione. Ciò che abbiamo notato in questi tre anni è che molti migranti conoscono bene i propri diritti, ma non così bene i propri doveri». Cometta ha poi precisato che «il programma è rimasto sostanzialmente invariato, si è trattato soprattutto di migliorare nella qualità». Nell’ambito delle numerose misure del PIC 2 – un documento di una cinquantina di pagine – il Governo ha ad esempio deciso di proseguire con l’attività di prevenzione e sensibilizzazione contro il matrimonio forzato, portato avanti dal progetto PRECOFO. E vi è anche l’intenzione di aprire due sportelli per aiutare e sostenere le attività e promuovere i progetti delle realtà associative e delle comunità che si occupano appunto di integrazione. «Vogliamo anche proporre ai Comuni una formazione specifica in specialista dell’integrazione perché spesso mancano le competenze. È inoltre previsto un aiuto finanziario». Un miglioramento è pure previsto nella prevenzione della discriminazione nei luoghi di lavoro e si intende proseguire e sviluppare il Centro di consulenza e prevenzione contro il razzismo. Centrale è poi la sensibilizzazione delle strutture ordinarie sull’importanza della mediazione culturale e dell’utilizzo di interpreti. Al proposito Cometta ha citato l’esempio della scuola: «Ci sono genitori che non conoscono la lingua e c’è chi non partecipa alle riunioni con i docenti perché non capisce quello che viene detto. In questo senso è importante promuovere l’uso di mediatori e interpreti per facilitare il contatto tra i genitori e la scuola». E proprio nell’ambito dell’integrazione sociale Cometta ha sottolineato come dal 2014 la richiesta di interpreti sia notevolmente aumentata: «Nel 2017 gli interpreti e i mediatori hanno prestato alle strutture ordinarie 65.000 ore di lavoro, mentre nel 2014 erano 2.000».

Infine, ad avere un ruolo nell’integrazione è anche la radiotelevisione pubblica. Il responsabile dell’attualità regionale della RSI Massimiliano Herber ha presentato una nuova app per smartphone, Together, con la quale è possibile conoscere e scoprire la Svizzera attraverso un quiz.

Migrazione: avanti con le misure di controllo!

Migrazione: avanti con le misure di controllo!

Dal Mattino della domenica |

A partire dal prossimo 4 dicembre tutte le richieste di un permesso per stranieri dovranno essere presentate tramite la nuova procedura guidata. Prenderà così avvio la seconda fase della riorganizzazione del settore cantonale della migrazione avviata all’inizio dell’anno. Il nostro obiettivo? Controlli ancora più accurati e mirati su tutte le persone che intendono trasferirsi o lavorare nel nostro Cantone e uno snellimento delle procedure burocratiche degne di uno Stato moderno.

Uno dei principali compiti dello Stato è quello di garantire il controllo della popolazione che risiede sul proprio territorio e dei cittadini stranieri che lo frequentano quotidianamente per lavoro. Un compito centrale per il mio Dipartimento anche e – soprattutto – per dare seguito alla volontà popolare di avere più controlli sulla migrazione espressa a più riprese con il voto alle urne. Una missione che mi sono assunto dai primi giorni del mio mandato e che mi impegno costantemente a mantenere.

Ma partiamo dal principio. Dal mese di aprile del 2015, a seguito di un grave fatto di cronaca perpetrato da uno straniero con gravi precedenti penali, il mio Dipartimento introduce quella che è stata ribattezzata “la misura del casellario”. Tutti i cittadini provenienti da uno stato dell’Unione europea devono presentare obbligatoriamente l’estratto del casellario giudiziale e il certificato dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo di un permesso di dimora o di quello per lavoratori frontalieri. Una misura a tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico di tutto il Cantone, che ha permesso di agevolare il controllo più approfondito prima del rilascio o del rinnovo di un permesso, evitando così sul nostro territorio la presenza di persone pregiudicate all’estero. In seguito il Consiglio di Stato ha deciso di sospendere la richiesta dei carichi pendenti – era il mese di dicembre del 2015 – e in un secondo tempo, qualche mese fa, la maggioranza – non leghista – dello stesso Governo ha preso la decisione di sospendere la richiesta obbligatoria del casellario giudiziale quando sarà firmato l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri da parte di Svizzera e Italia. Una misura che continua comunque a rivelarsi efficace dal profilo della sicurezza pubblica. Ricordo infatti che sull’arco di poco più di due anni (dal mese di aprile del 2015 alla fine del mese di luglio del 2017) ha evitato l’entrata o la permanenza nel nostro Paese di 162 persone che hanno commesso crimini gravi nel loro Paese di origine. In attesa che venga ratificato l’accordo con l’Italia – che non sembra essere una priorità politica per i nostri vicini – i miei servizi vanno avanti con la richiesta di questo indispensabile documento.

Quella del casellario non è l’unica misura che abbiamo adottato negli ultimi anni. La creazione di un settore giuridico per esaminare più a fondo le numerose segnalazioni che giungono all’Ufficio della migrazione o ancora la realizzazione del Contact center, ossia del servizio che gestisce con qualità ed efficienza le richieste in entrata (siano chiamate telefoniche siano email), sono due esempi di progetti che abbiamo attuato. Non da ultimo abbiamo anche rivisto l’organizzazione dell’Ufficio della migrazione, snellendo le procedure sia per l’utenza sia per i collaboratori dal profilo amministrativo ma soprattutto intensificando i controlli sulle persone che vogliono soggiornare o lavorare in Ticino. Riorganizzazione che rammento – dopo l’arresto di un dipendente della Sezione della popolazione – è stata salutata positivamente dal perito esterno incaricato dal Consiglio di Stato di rivedere il progetto e che ha convinto anche la Sottocommissione di vigilanza del Gran Consiglio. Tra poche settimane entrerà quindi nel vivo la seconda parte della riorganizzazione che prevede l’introduzione di una procedura guidata per la presentazione di tutte le richieste relative ai permessi per stranieri.

Naturalmente il settore della migrazione, che esamina il diritto di trasferirsi o di lavorare sul nostro territorio, è un settore che ha bisogno della collaborazione di tutti gli attori presenti sul territorio per poter essere efficace ed evitare abusi da parte di malintenzionati.

Penso quindi al ruolo fondamentale che svolgono i Comuni nell’ambito del monitoraggio sul terreno. I nostri enti locali sono l’autorità più vicina alla cittadinanza, e riescono a identificare elementi che potrebbero portare alla luce potenziali comportamenti abusivi da parte di beneficiari di permessi, prestazioni e aiuti statali. Un’efficace lotta contro gli abusi è impossibile senza la loro fattiva e preziosa collaborazione.

Ma anche la collaborazione con le Autorità federali e con gli altri Cantoni ha un ruolo decisivo. Penso in questo caso al recente incontro che ho avuto con il mio omologo retico, il Consigliere di Stato Chtistian Rathgeb, con l’obiettivo di contrastare il proliferare della società bucalettere nel Moesano. I nostri Cantoni intendono intensificare lo scambio di informazioni e di esperienze per poter individuare situazioni sospette e scoraggiare coloro che intendono portare a termine affari illegali sul nostro territorio. Grazie a un sistema di controllo coordinato – anche con la Confederazione – si potrà arginare un fenomeno che preoccupa non poco per i possibili legami con le organizzazioni criminali che si potrebbero nascondere dietro le cosiddette società fantasma.

Quando si parla di permessi quindi la parola d’ordine – nel rispetto della legalità – è “controllo”. Perché il Popolo ticinese lo ha chiesto a gran voce in più di una votazione popolare: un controllo efficace dell’immigrazione. Per la nostra sicurezza e per il nostro benessere.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Sospetti legami terroristici

Sospetti legami terroristici

Da laRegione | C’è l’ombra dell’Isis dietro l’arresto a Chiasso di due giovani coniugi tunisini. Misure al vaglio

La coppia era giunta al Centro di registrazione e procedura alcune ore prima dell’azione di polizia coordinata dalla FedPol. Il riserbo è massimo.
A Chiasso ci erano arrivati da poco. Con tutta probabilità i due cittadini tunisini avevano varcato il cancello del Centro di registrazione e procedura per richiedenti l’asilo di via Motta sabato. Poi domenica notte, verso le 23, è scattata l’operazione di polizia, coordinata dalla FedPol, la Polizia federale. Una decina gli agenti della Cantonale entrati in azione. Ma loro, marito e moglie sulla trentina, non hanno opposto resistenza. E a quel punto sono scattate le manette. Certo sulla coppia pesa un sospetto grave: si presume, infatti, possa avere dei legami con attività terroristiche svolte all’estero. A livello federale le bocche sono cucite: il riserbo massimo. Cathy Maret, a capo della comunicazione dell’Ufficio federale di polizia, da noi interpellata ieri si è limitata a confermare l’arresto di due individui ritenuti potenzialmente un rischio per la sicurezza interna del Paese. «Al momento – ha precisato Maret – sono in corso delle verifiche per esaminare le misure da prendere». Che in questo contesto specifico fanno riferimento a delle «misure di Polizia amministrativa», e meglio a un divieto d’entrata o a un rinvio. Quali legami terroristici avevano i due giovani coniugi tunisini arrestati a Chiasso? C’è chi ipotizza, come riferito ieri da Ticinonews che ha anticipato la notizia, un collegamento con l’ultimo attentato a Marsiglia. Il primo ottobre scorso nella città francese sempre un tunisino, Ahmed Hannachi, aveva ucciso a coltellate due donne alla stazione. Fatti che, solo qualche ora prima del blitz a Chiasso, al di là della frontiera, a Ferrara hanno portato all’arresto di un fratello dell’attentatore, già inseguito dalle forze dell’ordine.

Gobbi: ‘Siamo esposti a dei rischi’
C’è un collegamento tra l’intervento della Polizia cantonale e Federale e quanto accaduto in Italia? Nessuno si sbilancia. Neppure il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Sussiste una relazione con Marsiglia? «Non posso né confermare né confutare l’informazione. Semplicemente non posso – ci dice il consigliere di Stato –. Vi sono diverse misure che vengono intraprese durante l’anno e confermano, comunque – tiene a sottolineare –, la bontà e l’utilità dei controlli che vengono effettuati in entrata, da parte delle Guardie di confine, e che possono sfociare in una riammissione semplificata; rispettivamente i controlli più approfonditi di sicurezza e di identità su coloro che intraprendono una procedura d’asilo, visto che poi rischiano di rimanere per lungo tempo sul nostro territorio». Un episodio come quello che si è verificato a Chiasso, con l’arresto di due persone che potrebbero essere vicine ad ambienti terroristici internazionali, la preoccupa? «Evidentemente sono sempre segnali preoccupanti. E dimostrano come ci sia un’alta mobilità – ci risponde Gobbi –. Il fatto, ad esempio, che anche l’accoltellatore di Turku (in Finlandia ad agosto, ndr) sia passato da Chiasso – il giovane, marocchino, qui aveva chiesto asilo nel 2016, ndr –, ci fa capire come la nostra posizione geografica sia, da un lato, strategica, ma dall’altro ci esponga a maggiori rischi legati ai flussi migratori, legati alla vicinanza della metropoli lombarda. È importante, però, riconoscere – rimarca ancora il direttore del Di –, che molto è stato intrapreso nell’ambito dei controlli preventivi, volti a depistare per tempo entrate che possono mettere in pericolo la sicurezza interna». Sul fronte federale e cantonale si è reagito in modo adeguato? «Il Cantone si occupa soprattutto della popolazione residente. A livello federale Segreteria di Stato della migrazione, Guardie e FedPol naturalmente lavorano insieme. C’è poi il gruppo Tetra – mirato alla lotta al terrorismo di matrice jihadista in Svizzera, ndr – che ha permesso di attivare una rete di collaborazione anche sul piano dei servizi di informazione, oltre che di polizia». La soglia d’attenzione quindi è alta. «Lo è. Queste persone – conclude Gobbi – cercano di andare laddove pensano di essere meno controllati. Ma qui i controlli ci sono».

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Dal Corriere del Ticino | L’intervista – Norman Gobbi «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» – Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo

Approfondimento completo su www.cdt.ch

Il Corriere del Ticino ha ricostruito la storia del turco in odore di estremismo espulso qualche mese fa. Oggi è colpito da un divieto d’entrata, ma come ha vissuto questo caso che si trascina ormai dal 2010, quando è entrato in Governo?

«Si è trattato di un caso lungo e complicato che ha visti coinvolti diversi servizi: dall’Ufficio della migrazione alla polizia cantonale che hanno collaborato con la Segreteria di Stato della migrazione, la polizia federale e il Servizio delle attività informative – l’intelligence federale per intenderci. Da una parte non nascondo che, proprio per la pericolosità dello straniero, l’ho vissuto con preoccupazione e apprensione. Ma ho sempre avuto fiducia nell’operato dei miei collaboratori e degli agenti cantonali e federali coinvolti. Per questo motivo ero certo che tutti avrebbero lavorato intensamente e con il massimo impegno, sacrificando pure momenti di festa con i propri famigliari, per riuscire a risolvere il caso e allontanare il personaggio dal nostro territorio proprio per motivi legati alla sicurezza interna. Ancora una volta voglio ringraziare tutti i miei collaboratori coinvolti per aver portato a termine con successo questa delicata operazione».

Le risulta che fosse sorvegliato in incognito 24 ore su 24?

«Si trattava di una persona ritenuta pericolosa pertanto ero a conoscenza del fatto che fosse oggetto di attività di polizia. Anche se sono il capo Dipartimento non conosco però le modalità e le tattiche utilizzate per questo genere di operazione poiché sono, logicamente, esclusiva competenza di chi conduce le indagini».

I contatti tra l’uomo condannato per legami con il terrorismo di matrice islamica già dipendente della Argo 1 e il rifugiato sono appurati. Andava a fargli visita al penitenziario ed è stato lui ad accoglierlo il giorno della scarcerazione. Questi fatti sono noti al Consiglio di Stato?

«A scanso di equivoci e per evitare ulteriori speculazioni, tengo a ricordare che nel nostro Paese vige la separazione dei poteri. Quando la magistratura porta avanti un’inchiesta penale, l’Esecutivo non possiede questo genere di informazioni. Ma su questo ha già riferito in maniera esaustiva il presidente del Consiglio di Stato e mio collega Manuele Bertoli in occasione dell’incontro informativo con i media per riferire delle decisioni che il Governo ha preso la scorsa settimana sul caso Argo 1. In ogni caso per essere chiari: l’inchiesta legata alle attività del reclutatore nel frattempo condannato e l’inchiesta che poi è sfociata nel caso Argo 1, sono due inchieste ben distinte. La prima portata avanti per competenza dal Ministero pubblico della Confederazione e la seconda dal nostro Ministero pubblico».

Insomma emergono sempre ulteriori relazioni tra questi uomini e la vicenda Argo 1. Al cittadino che osserva preoccupato e perplesso, Gobbi come risponde?

«Per ulteriore chiarezza proprio nei confronti di tutti i cittadini ribadisco che le due inchieste sono separate e quindi non è corretto relazionarle ed accostarle l’una all’altra. Se ci chiniamo sulla problematica legata al terrorismo posso ribadire che la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche anche se il rischio zero in questi casi non esiste. Il nostro Paese è piuttosto il luogo dove probabilmente vengono effettuate attività di reclutamento e legate al finanziamento di queste “ignobili” azioni. Ma tengo a sottolineare che non stiamo con le mani in mano. Da una parte ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nella nostra intelligence. E dall’altra a livello politico ci stiamo muovendo. Di recente il Governo ticinese, rispondendo a una consultazione federale, ha infatti chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che spingono alla radicalizzazione. Non da ultimo, la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nell’ambito della campagna “Lies!” indicando ai nostri enti locali, come stabilito dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, di ritenere anticostituzionale questa iniziativa. Il primo «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo modo per sconfiggere le organizzazioni terroristiche è prevenire la radicalizzazione e puntare invece su attività di integrazione. Ci stiamo adoperando per contrastare il terrorismo, la radicalizzazione e continueremo con gli sforzi che abbiamo intrapreso a più livelli».

Sappiamo delle minacce che questo uomo ha rivolto a funzionari e politici. Questo fatto è preoccupante. Senza entrare nel dettaglio di questioni delicate e riservate le chiediamo se sono state prese tutte le misure del caso per proteggere chi ha fatto unicamente il proprio lavoro.

«Ovviamente i collaboratori che hanno ricevuto questo genere di intimidazioni, a dipendenza della loro gravità e del coinvolgimento nel caso, hanno ricevuto supporto e protezione dalle forze dell’ordine. Momenti non facili, soprattutto a livello umano e personale. Per questo motivo la loro sicurezza e quella delle loro famiglie era la priorità. Va anche detto che quello delle minacce a politici e funzionari è un fenomeno in aumento, ma non per forza è legato a personaggi pericolosi come quello di cui stiamo parlando. E si tratta anche di un tema al quale non sono indifferente. Infatti, dedicherò il prossimo incontro con i miei funzionari dirigenti a questo argomento, spiegando come agisce la polizia cantonale nelle situazioni di persone minacciate personalmente nel loro ambito professionale. In questo senso il comandante, prendendo spunto dalle esperienze delle polizie degli altri cantoni, ha istituito all’interno del corpo un nuovo servizio per la presa a carico proprio di questi casi. Considerati i primi incoraggianti risultati, intendiamo sviluppare ulteriormente questa unità e intendo portare il tema delle minacce contro gli impiegati statali sul tavolo del Governo con lo scopo di estendere quanto fatto dal mio Dipartimento a tutta l’Amministrazione cantonale nonché per sensibilizzare maggiormente anche i Comuni».

Quando il 39.enne è stato espulso dal nostro territorio, ha tirato un sospiro di sollievo?

«Si, senza ombra di dubbio. Per i miei collaboratori coinvolti nella vicenda, ma soprattutto e principalmente per tutti noi cittadini ticinesi. È stato un esempio di buona collaborazione tra autorità cantonali e federali, che dimostra ed evidenzia l’impegno e la professionalità di chi lavora per tutelare la nostra sicurezza».

Come possiamo essere certi che costui oggi sia davvero in Turchia e non possa avvicinarsi nuovamente al Ticino?

«Su di lui pende un divieto di entrata in Svizzera e ed è pure segnalato alle autorità federali. Se dovesse ripresentarsi sul nostro territorio verrebbe immediatamente espulso e rispedito nel suo Paese d’origine. E poi come responsabile della sicurezza ma soprattutto come cittadino ho piena fiducia nell’operato delle nostre forze dell’ordine».

Brissago, “siamo scossi”

Brissago, “siamo scossi”

Da RSI.ch | Asilante ucciso, il comandante Cocchi: “Niente grilletti facili”. Il capo delle istituzioni Gobbi: “Sostegno all’agente”. I primi elementi emersi sul fatto di sangue

Video, foto e audio nell’articolo: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Brissago-siamo-scossi-9638290.html

“Siamo scossi per quanto successo a Brissago”, ha detto Matteo Cocchi, comandante della polizia cantonale ticinese, in apertura della conferenza stampa di sabato presso la sede di Noranco, indetta in seguito al fatto di sangue avvenuto nella notte a Brissago e costato la vita a un asilante, un 38enne dello Sri Lanka, rimasto ucciso dallo sparo di un agente.

“Fiducia agli agenti e al corpo di polizia. Dobbiamo essere pronti a reagire in situazioni di questo tipo. I nostri agenti decidono in poco tempo. E qui la situazione è stata portata avanti secondo le nostre direttive”, ha aggiunto. Cocchi ha pure precisato che l’allarme era stato lanciato da altri asilanti dello Sri Lanka. “C’era un litigio in corso e gli agenti, al telefono, non avevano capito cosa stava succedendo. Dopo aver valutato la situazione, una volta giunti sul posto, sono entrati nello stabile, che ospita una decina di persone in attesa del permesso di soggiorno”.

“Sostengo pubblicamente tutti gli uomini della polizia cantonale, massima vicinanza e sostegno all’agente coinvolto” ha detto, da parte sua, il capo del dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che difende l’operato del poliziotto che ha esploso due o tre colpi d’arma da fuoco (questo dettaglio è ancora da chiarire). L’agente non è stato sospeso e — sulla formazione delle reclute — il “ministro” non ha dubbi: “È adeguata, include situazioni di questo tipo”.

I primi elementi emersi sul fatto di sangue

I due agenti sono stati interrogati questa mattina davanti al procuratore pubblico Moreno Capella. Il poliziotto che ha sparato – un appuntato di 28 anni e 5 di servizio, difeso dall’avvocato Brenno Canevascini, ha raccontato che l’unica parte visibile del corpo dell’aggressore era quella superiore. Le gambe – solitamente la prima cosa a cui mirare – erano coperte dalla balaustra che da sulle scale. Nei confronti dell’agente, al momento, l’ipotesi di reato è di omicidio intenzionale con dolo eventuale. Non ci sono però gli estremi per l’arresto. Lui sostiene di aver agito per legittima difesa e per difendere terze persone.

Non risulta invece indagato l’altro agente. Il collega di pattuglia, un 46enne patrocinato dall’avvocata Giorgia Maffei, è stato sentito come persona informata sui fatti. Anche i due richiedenti l’asilo che hanno assistito alla scena sono stati ascoltati dagli inquirenti. Forse nelle prossime ore si procederà all’audizione degli altri due agenti che si trovavano a Brissago la notte scorsa. Sono stati ordinati gli esami del sangue del poliziotto sotto inchiesta e della vittima.

Discorso pronunciato alla Giornata cantonale dell’integrazione

Discorso pronunciato alla Giornata cantonale dell’integrazione

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Giornata cantonale dell’integrazione | (fa stato il discorso orale)

Egregi signori,
Gentili signore,

Vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per aver accolto l’invito da parte del Delegato per l’integrazione a partecipare a questo momento di discussione sul tema della migrazione e dell’integrazione nel contesto ticinese.

Un tema quello dell’integrazione che si è fatto sentire sempre più importante, alla luce di un flusso migratorio che è cresciuto negli ultimi anni e che ha toccato anche la nostra realtà da vicino, e a fatti che hanno purtroppo colpito Paesi a noi vicini. Una riflessione su questo tema, ma anche delle azioni mirate all’integrazione, si fanno quindi sempre più necessari.

L’integrazione è in effetti essenziale nella lotta contro la radicalizzazione, e può contribuire a evitare che certi scenari che vediamo in altre zone dell’Europa si palesino anche alle nostre latitudini. Anche nel nostro Cantone siamo stati toccati da episodi nei quali persone che hanno vissuto o transitato sul nostro territorio, persone che a detta di molti erano ben inseriti nella nostra società, sono stati denunciati per le loro tendenze estremiste. Questi casi sono a mio avviso esemplari di come non sia sufficiente nascere e crescere in un Paese per essere ben integrati, e che sia necessario in ogni caso un importante lavoro su questo fronte, con il quale trasmettere ai nuovi arrivati la cultura e i valori sui quali si basa la nostra società.

Quest’anno termina il primo Programma d’integrazione cantonale quadriennale, promosso in maniera congiunta da Confederazione e Cantoni, con il quale si sono voluti perseguire tre obiettivi principali:

-rafforzare la coesione sociale sulla base dei valori sanciti dalla Costituzione federale;

-promuovere un atteggiamento di reciproca attenzione e tolleranza nella popolazione residente autoctona e straniera;

-garantire pari opportunità di partecipazione degli stranieri alla vita economica, sociale e culturale della Svizzera.

Il lavoro svolto fino ad ora dal nostro Servizio per l’integrazione degli stranieri ha permesso di concretizzare questi obiettivi generali in oltre novanta progetti promossi da enti, associazioni, organizzazioni, comunità di stranieri e strutture ordinarie.

È attualmente in consultazione in Governo il nuovo Piano d’integrazione cantonale, che si estenderà dall’anno prossimo fino al 2021, e che per la prima volta sarebbe interamente allestito e coordinato da tre Dipartimenti, con DSS e DECS, oltre a quello che dirigo. Uno dei punti fondamentali sul quale ci vorremmo concentrare in questo nuovo piano è un maggiore e migliore coinvolgimento dei Comuni, che sono il punto di contatto più vicino per la popolazione straniera con le istituzioni, e che quindi rivestono un ruolo centrale nel processo d’integrazione residenti sul nostro territorio. È importante quindi che i Comuni assumano un ruolo attivo nella prima informazione agli stranieri e nell’integrazione sociale. In particolar modo sarà necessario rivolgere una particolare attenzione alle persone con passato migratorio in ambito di asilo, per le quali le competenze sociali, la conoscenza della lingua e la formazione professionale sono da considerarsi prioritarie.

Come Cantone stiamo quindi lavorando per una sempre maggiore integrazione della popolazione straniera sul nostro territorio, per poter garantire un’adeguata coesione sociale. In questo modo sono certo che potremo scongiurare la possibilità che si creino delle pericolose società parallele, nelle quali si potrebbero istaurare delle ideologie estremiste, e impegnarci quindi a favore di una maggiore sicurezza per tutta la popolazione in Ticino.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni