Votazione – Per una civica più robusta

Votazione – Per una civica più robusta

Dal Corriere del Ticino | I favorevoli al compromesso chiedono di rafforzare l’attuale insegnamento trasversale Siccardi: «Il rischio è di farla sparire» – Pelli: «Perplesso dall’opposizione della scuola»

Per motivare le ragioni del sì, il fronte a sostegno della soluzione di compromesso sull’insegnamento della civica – in votazione il 24 settembre – ha scelto l’immagine della marmellata pronta per essere distribuita sul pane. «Più la si spalma, più diventa sottile, tanto da rischiare di sparire» ha affermato ieri a Bellinzona Alberto Siccardi, primo firmatario dell’iniziativa popolare «Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)» a partire dalla quale il Gran Consiglio ha elaborato la modifica di legge sulla quale saranno chiamati a esprimersi i cittadini. L’obiettivo è dunque quello di rafforzare un insegnamento che attualmente è sì affrontato, ma trasversalmente all’interno di più materie. «Non ci pentiamo di aver portato il tema al voto» ha chiarito Siccardi, facendo riferimento alla decisione di non ritirare l’iniziativa nonostante la condivisione del compromesso accolto in Parlamento e pronto a essere attuato da DECS e Governo. Il motivo? «Temevo che ritirandola potesse fare la fine dell’iniziativa popolare lanciata nel 2000 e poi ritirata dai Giovani liberali, a cui era stato promesso un’insegnamento della civica in più materie. Cosa di fatto non riuscita» ha proseguito il promotore. Sui potenziali rischi di un no popolare Siccardi ha quindi ammesso: «Abbiamo corso il rischio, ma è vero: non mi aspettavo una resistenza così marcata da parte degli insegnanti. La speranza e la pretesa è che aver discusso talmente della civica porti in ogni caso la scuola a iniziare a insegnarla».

Sulla battaglia condotta dal mondo magistrale si è soffermato anche il già consigliere nazionale liberale radicale Fulvio Pelli. «Questa pesante opposizione di una sorta di establishment scolastico mi lascia perplesso e mi infastidisce. Sembra quasi proibito proporre un metodo d’insegnamento diverso. E forse una parte dell’opposizione va ricondotta proprio alla difficoltà nell’insegnare la civica. Anche per questa ragione ritengo necessari degli specifici corsi per i docenti». Pelli ha quindi parlato di «una scossa che ci vuole e che l’iniziativa ha fornito», salutando positivamente la modifica della legge sulla scuola: «Bisogna fare qualcosa di fronte alla scarsezza delle conoscenze civiche della cittadinanza». E se le dinamiche del dibattito pubblico sono state definite da Pelli «un po’ strane: tutti per la civica ma tutti contro l’iniziativa», i recenti ripensamenti in casa PS, PPD e PLR sono stati analizzati così: «Forse perché non sempre le decisioni prese vengono approfondite a sufficienza».

A elaborare il compromesso poi accolto in aula era stato il deputato della Lega e membro della Commissione scolastica Michele Guerra: «Una via terza, pragmatica a ragionevole che porta a un miglioramento dell’insegnamento della civica». Un insegnamento che, stando a un’indagine realizzata dal professore dell’Università di Friburgo Nicolas Schmitt, zoppica in tutta la Svizzera. «In tutti i Cantoni i poteri pubblici – ha indicato l’esperto – deplorano la mediocrità degli allievi in termini di conoscenze della civica, ma allo stesso tempo non si danno gli strumenti necessari alla scuola dove assistiamo a un insegnamento completamente trasversale che porta la materia a dissolversi. Ne consegue una visione pedagogica che non risponde alle esigenze politiche». Un quadro «in chiaroscuro» l’ha quindi definito il già direttore del Corriere del Ticino Giancarlo Dillena, che sul compromesso in votazione ha tenuto a ricordare «l’appoggio del Consiglio cantonale dei giovani, che per primi possono capire lo stato della situazione attuale». Facendo eco a Siccardi, Dillena ha quindi dichiarato: «La soluzione della marmellata è sbagliata».

Da parte sua il già consigliere nazionale PLR ed ex procuratore pubblico Luciano Giudici ha ricordato: «Non votiamo su una legge Siccardi ma su una modifica legislativa approvata dal Gran Consiglio che non stravolge l’insegnamento della civica. Anzi, questa potrà portare i giovani a interessarsi di più della politica, delle decisioni che interessano la società e soprattutto alla necessaria conoscenza dei meccanismi istituzionali del nostro Paese».

Bertoli e Gobbi – Il Consiglio di Stato e l’insolita scelta della libertà di voto

«Governo e Parlamento invitano a votare…». È la classica formula che si può leggere all’interno dell’opuscolo informativo. Non è però il caso per gli oggetti in votazione il 24 settembre, per i quali compare la sola indicazione del Gran Consiglio. «È stata fatta una discussione in Governo e si è optato per lasciare libertà di voto ai singoli membri» spiega il presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli. Una scelta rara negli ultimi anni. Perché? «Nel caso della civica – precisa – c’è stato un atto del tutto imprevisto e inusuale, ovvero la richiesta degli iniziativisti di voler andare al voto su un testo che senza la chiamata alle urne sarebbe entrato in vigore. In questo caso le cose cambiano e non si tratta più di confermare una posizione su un compromesso, perché per decisione degli stessi iniziativisti la questione è stata riportata a un livello più di principio. E allora a questo punto se i promotori vogliono andare al voto quando non è necessario, io da un lato posso dire in modo conseguente a quanto espresso in Gran Consiglio che siamo pronti a dar seguito al compromesso come “minore dei mali” e nonostante la direzione sia sbagliata. Ma dall’altro se ora ci si chiede di dire sì o no di principio io propendo per il restiamo dove siamo, naturalmente migliorando le cose come a suo tempo indicato dalla SUPSI». Si voterà però sul compromesso. «Ma lo si farà secondo una modalità non richiesta e non opportuna» ribadisce Bertoli: «La democrazia – sottolinea – si dà delle forme affinché vengano anche rispettate. E questa votazione non può essere tradotta in una sorta di plebiscito su qualcosa di già deciso. Questo aspetto ha avuto sicuramente un peso nella discussione in Governo».

Sulla scelta del Governo abbiamo contattato anche il consigliere di Stato Norman Gobbi: «C’è una bella differenza – spiega – tra il prendere posizione individualmente ed essere membro di un comitato. Nel pieno rispetto del principio di collegialità, insieme ai miei colleghi, abbiamo deciso di lasciare libertà d’espressione a ognuno. È raro, ma può accadere. Per quel che mi concerne sono a favore dell’inserimento della civica nel piano orario della scuola obbligatoria e in quella postobbligatoria, pertanto ho deciso di dire la mia in articoli di opinione e interviste nonché – come capitato anche per altre votazioni – ho dato la mia disponibilità come “testimonial” a essere presente sul materiale informativo dei favorevoli».

(Articolo di Massimo Solari)

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Da Ticinonews|Norman Gobbi commenta i tragici fatti di Barcellona. “Le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia”

“Un altro vile attacco laddove fa più male: nel cuore di una città, in cui turisti e residenti vivevano un momento di tipica quotidianità”. Queste le parole del direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato per un commento sui tragici fatti di Barcellona.

“Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. Barcellona purtroppo è l’ultima di una serie di meste tragedie che hanno toccato altre città europee: Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino, Londra e Manchester sono purtroppo associate a tragici fatti”.

“Ma non voglio e non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza – ha proseguito Gobbi – questi attacchi vanno condannati e questi scenari sanguinari e ignobili non possono divenire parte della nostra normalità! La cultura del terrore non può insinuarsi, perché vorrebbe dire scendere a compromessi con il male”.

I fatti di Barcellona rilanciano immancabilmente il tema della sicurezza. Cambierà qualcosa anche alle nostre latitudini? “La Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi ma l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra Autorità politiche e forze dell’ordine a livello internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni”.

“Non possiamo restare con le mani in mano – conclude Gobbi – Alle nostre latitudini le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia. Infatti, da qualche tempo la Polizia cantonale ha preso alcune misure di sicurezza per far fronte a rischi simili: il più visibile è l’utilizzo del giubbotto anti-proiettile da parte dei nostri agenti. A fronte dei recenti episodi che hanno macchiato di sangue l’Europa inoltre sono state prese misure puntuali, come nell’ambito di grandi manifestazioni dove un grande numero di persone si raduna. Pensiamo ad esempio ai recenti festeggiamenti per la nostra festa nazionale: in questi casi la Polizia cantonale ha utilizzato sbarramenti in cemento per evitare che mezzi pesanti potessero scagliarsi sulla folla”.

Leggi l’articolo sul portale Ticinonews: http://www.ticinonews.ch/ticino/402122/non-dobbiamo-rassegnarci-all-indifferenza

Il popolo, valore svizzero

Il popolo, valore svizzero

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Festa Nazionale a Villa Bedretto |

Egregio signor Ignazio Leonardi, Sindaco di Bedretto,
Autorità comunale,
Care e cari convallerani,
Gentili signore, egregi signori,

è un onore per me partecipare oggi come oratore ufficiale al Natale della Patria, e lo è ancor di più quando si tratta di tenere un discorso proprio a due passi da casa. In una Valle nel cuore della Svizzera, uno spettacolo della natura, una roccaforte per le tradizioni alpestri ma anche una via di connessione tra il Ticino e Oltre Gottardo. La Valle Bedretto è un emblema della nostra identità.

Guardandomi intorno, non posso che iniziare il mio discorso parlando proprio di ciò che mi circonda. In Val Bedretto troviamo una natura che lascia senza parole, con la quale prendiamo contatto molto facilmente, solo uscendo da casa. È un privilegio del quale non tutti possono godere. Ci troviamo di fronte a uno spettacolo di forza e maestosità, che nella storia a volte siamo riusciti a “ammaestrare”, mentre a volte ci ha sopraffatto. L’abbiamo affrontata costruendo vie di transito che mettono in collegamento il nord con il sud, fronteggiando le vie impervie delle nostre montagne o passandoci attraverso. Se ci pensiamo non è un’impresa da poco, e come ben sappiamo a volte è costata addirittura delle vite. È la stessa natura che negli anni si è rivoltata, in tutta la sua forza, contro chi cercava di conviverci, come per le valanghe del 1863 e del 1749. Furono due valanghe talmente distruttive che decimarono la popolazione. Ed è la stessa severa natura che ha causato l’emigrazione stagionale e un inevitabile spopolamento negli anni, per chi non riusciva a trovare un’occupazione per vivere tutto l’anno in Valle.

Ma la passione per questa Valle e per la sua bellezza mozzafiato scalda il cuore di molti come una pietra ollare: capace di immagazzinare una grande quantità di calore per poi restituirlo lentamente, ma mantenendo sempre caldi i nostri cuori anche nei momenti più difficili. Penso che chi, come il sottoscritto, decide di vivere nelle Valli del nostro Cantone sappia di che cosa sto parlando. Abbiamo fatto la scelta di abitare in un luogo che non sempre è accogliente, che non sempre è “comodo”, ma non possiamo farne a meno. Questo perché è un luogo che in ogni modo ci rappresenta, e al quale siamo fortemente legati. È un sentimento che portiamo con noi anche quando, per un motivo o per l’altro, ci spostiamo nei centri urbani del nostro Cantone o oltre Gottardo. Quante volte mi capita di sentire amici e conoscenti definirsi leventinesi anche dopo anni e anni che hanno lasciato la Valle. E tornano appena possono, anche solo per il periodo estivo, poiché non riescono a star lontano dal proprio luogo di origine.

Oggi festeggiamo la nostra Patria, che ha un anno in più. Un anno fatto di accadimenti che, nel bene e nel male, hanno toccato la Svizzera o l’hanno sfiorata di poco. Quello che stiamo vivendo è un momento storico nel quale rischiamo di farci sopraffare da incertezza e timore. Anche se la Svizzera non è ancora stata toccata direttamente da un attacco terroristico, diversi Paesi attorno a noi sono ormai già stati confrontati con quella che non è più una situazione nuova, nemmeno alle nostre latitudini. Un contesto che destabilizza, chiaramente, che ci può far preoccupare. Non dobbiamo però farci cogliere dal panico o cambiare le nostre abitudini: è proprio questo l’obiettivo degli autori degli attentati terroristici. Assecondare la loro volontà significherebbe quindi rendere vincente la loro strategia, che si nutre di paura e terrore.

Io credo – anzi, ne sono certo – che la Svizzera possa contare su una sua particolare caratteristica per affrontare una situazione come quella attuale. Ma non è mia intenzione oggi parlare di sistemi d’informazione o di forze dell’ordine. Questa caratteristica, secondo me, è il popolo svizzero. Noi che, vivendo a stretto contatto gli uni con gli altri, nel nostro piccolo territorio, abbiamo creato una rete forte, costruita sulla fiducia e sul mutuo aiuto. E questo fin dal tempo delle vicinanze, che ben conosciamo grazie alla storia delle nostre Valli, le quali garantivano, ancora prima dei comuni, la gestione dei beni pubblici e il quieto vivere. Ancora oggi ci sono i patriziati e le associazioni locali che tengono vivi questi sentimenti di mutuo aiuto e di cura per il patrimonio naturale e culturale, ma che soprattutto creano un senso di unione e di profonda conoscenza della comunità nella quale viviamo. Sono certo che gli altri Paesi possano invidiare la Svizzera come sistema, ma sono oltremodo convinto che siano in molti a invidiare la nostra nazione per il suo popolo. L’eredità del sistema di vicinanze, malgrado l’evoluzione repentina e incerta della situazione europea e globale, ci garantisce un appiglio, un punto fermo al quale affidarci per poter andare avanti uniti e resilienti.

La forza della nostra Patria è proprio questa: un grande senso di comunità, basata su solide radici, sulla prossimità tra le persone, sul riconoscimento delle peculiarità di ognuno, sull’attaccamento alle proprie origini. Per questo io mi sento svizzero, ma mi sento soprattutto ticinese e ancor di più leventinese. Alcune caratteristiche mi accomunano e altre mi caratterizzano rispetto agli altri, ma mi sento di appartenere a una frazione, a un paese o a una città, a un cantone e a una nazione. Mi sento parte di un ambiente sociale e sono fiero di far parte di tutto ciò.

Fortunatamente, siamo ancora sinceri nei rapporti umani. Malgrado siamo a volte definiti “freddi” o “chiusi”, sappiamo fidarci del prossimo e abbiamo a cuore il benessere della comunità nella quale ci troviamo. Impariamo a conoscere il nostro vicino, incontriamo i compaesani in negozio. E sviluppiamo così una conoscenza reciproca elevata, che è il punto di forza del popolo elvetico.

Il mio discorso non vuole quindi essere un elogio al nostro sistema federalista, alla nostra democrazia o a qualsiasi altra caratteristica elvetica che ben conosciamo e che spesso viene richiamata alla mente nel giorno dei festeggiamenti della Festa Nazionale. Quello di oggi vuole essere un discorso che parla del popolo elvetico e delle sue qualità, che lo rendono unico e che è parte integrante di ciò che ci rende invidiabili agli occhi degli altri. Il nostro amore per il territorio, la cura per lo stesso, il nostro sano patriottismo.

La qualità di vita nelle Valli del nostro Cantone va preservata. E non lo dico con un senso di tutela e di protezione verso qualcosa che potrebbe scomparire da un momento all’altro, come lo si intenderebbe per un fiore raro. Va preservata poiché è una risorsa preziosa, e so bene di cosa parlo. Le Valli del nostro Cantone hanno molto da dare, e possono essere valorizzate grazie a una pianificazione che le mantenga attrattive e vitali. Come ho dimostrato più volte con delle scelte legate al Dipartimento che dirigo, alcuni servizi che non necessitano di essere centrali, possono essere dislocati con successo in zone più periferiche, con un chiaro guadagno per chi ci lavora, poiché non deve affrontare il traffico delle strade delle nostre città, e con un beneficio soprattutto per chi vive nelle Valli, poiché questi servizi garantiscono dei posti che non li obbligheranno a lasciare le proprie terre per trasferirsi vicino al luogo di lavoro. Questo permette a chi come noi è nato in queste zone di continuare a viverci, senza essere obbligato a spostarsi, e a chi ha la volontà di venire a vivere in Valle, immersi nella natura e alla ricerca di una qualità di vita superiore, di poterlo fare senza essere ostacolato da alcuna difficoltà. Anche se il riequilibrio delle finanze cantonali è un obiettivo che ci siamo posti con il Consiglio di Stato in questa legislatura, è assolutamente importante mantenere sempre ben chiaro che il compito dello Stato è quello di garantire un servizio di qualità in ogni regione del Ticino.

A questo proposito, ho accolto con molto piacere la notizia dell’accordo tra FFS e Schweizerische Südostbahn (SOB) per riportare i collegamenti diretti con Zurigo, Basilea e Lucerna, di garantirne per i pendolari e gli studenti che si recano giornalmente nel resto del Cantone e di mantenere il personale sul treno che potrebbe offrire maggiori informazioni anche ai turisti che visitano la nostra regione. Questo permetterà di evitare il declassamento da linea regionale a linea di montagna. Sono degli impulsi forti e direi essenziali per garantire una crescita socio-economica che possa portare a una rinascita delle nostre Valli.

In conclusione, è questo l’augurio che voglio fare alla nostra piccola fetta di Svizzera nel giorno della Festa Nazionale: che si preservi così com’è, nella sua maestosa bellezza, e che sia un luogo accogliente per la vita di tutti noi che decidiamo di stare in Valle. Che negli anni non perda la sua vitalità e la sua attrattività, ma anzi che ne guadagni di nuova. Che si continui a vivere tramandando il sentimento della vicinanza, lo stesso sentimento che accompagnò i Padri fondatori nel 1291 sul Grütli, che li spinse a unirsi, identificandosi in un’unica realtà federale, ma facendo ognuno la propria parte per il bene della propria comunità, in quello che mi piace riassumere nel motto “Tutti per uno, uno per tutti”.

Cari amici e cari convallerani, vi ringrazio per l’attenzione. Viva la Svizzera e il suo popolo!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Più richieste di naturalizzazione

Più richieste di naturalizzazione

Da RSI.ch | Corsa al passaporto a Lugano – La città registra un forte aumento delle domande di naturalizzazione. L’anno prossimo entrano in vigore le nuove regole

Dal Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Corsa-al-passaporto-a-Lugano-9368317.html

A Lugano si assiste a un forte aumento delle naturalizzazioni. La corsa al passaporto è in atto da alcuni mesi, conferma alla RSI il municipale Michele Bertini. E ciò malgrado la città sul Ceresio, al contrario di quanto fatto da molti comuni d’Oltralpe e da vari cantoni suscitando non poche critiche, non abbia svolte campagne informative particolari in vista dell’entrata in vigore della nuova Legge federale sulla cittadinanza il prossimo 1. gennaio. Molti stranieri che rispettano gli attuali criteri, di fronte all’inasprimento delle condizioni, hanno deciso di fare il passo portando ad una crescita complessiva delle domande di circa il 7%. Quest’anno a livello nazionale si potrebbe pertanto superare il numero record di 46’000 del 2006.

Lugano sta registrando lo stesso fenomeno. Non così invece gli altri centri ticinesi, come confermato alla RSI sia a Chiasso sia a Bellinzona. A livello cantonale inoltre il numero delle procedure avviate è stabile. Nessuna autorità, d’altronde, ha adottato una politica informativa attiva poiché, come rileva il consigliere di Stato Norman Gobbi: “non sta allo Stato incentivare l’accesso al passaporto rossocrociato”.

La nuova legge prevede che possa richiedere la cittadinanza solo chi dispone di un permesso di domicilio, vive in Svizzera da almeno dieci anni ed è integrato. Inoltre i candidati dovranno superare due esami: uno linguistico (imposto dalla Legge federale) e uno sulle conoscenze di civica, storia e geografia svizzere e ticinesi. Infine i corsi specifici per i naturalizzandi diventeranno obbligatori.

«Le rivalità le ho vissute sulla mia pelle»

«Le rivalità le ho vissute sulla mia pelle»

Dal Corriere del Ticino | C’è un ticinese che può spiegare cosa significa correre per il Consiglio federale: si tratta del consigliere di Stato Norman Gobbi. In questa intervista al Corriere del Ticino ricorda (senza rimpianti) quella fase intensa della fine del 2015 quando uscì sconfitto lui e il Ticino. L’eletto fu il romando Guy Parmelin. Gobbi ricorda le rivalità che ha vissuto sulla sua pelle, a partire dal no secco del PS. Dà qualche consiglio a PLR, lanciando però qualche frecciatina.

Con quale spirito sta seguendo le prime mosse ticinesi in vista dell’elezione di un nuovo consigliere federale?

«Come tanti cittadini ticinesi seguo l’evolversi della situazione e il dibattito in corso sui media, soprattutto quelli d’oltre San Gottardo che hanno pubblicato diverse interviste e valutazioni. Ovviamente con la speranza che il ticinese o la ticinese che un giorno andrà in Governo a Berna possa rappresentare con entusiasmo il nostro Cantone».

Lei è stato l’ultimo protagonista di una corsa verso la stanza dei bottoni per diventare uno dei cosiddetti sette saggi. Ogni tanto le capita ancora di pensarci?

«Onestamente no. Non sono una persona che si sofferma sui fatti passati. Incassato il risultato e digerita l’amarezza per la mia mancata elezione, ho guardato avanti e ho dedicato il mio impegno e il mio entusiasmo alla carica che ricopro in Consiglio di Stato».

L’operazione Gobbi fallì a causa di quale fattore?

«Il partito socialista ticinese brigò affinché io non venissi sostenuto dal loro gruppo alle Camere federali, tant’è che l’unico ordine di voto palese dato dal PS svizzero fu proprio quello di non votare Norman Gobbi. La Romandia ha saputo cogliere l’occasione di focalizzarsi su un loro terzo consigliere federale, in questo caso democentrista. Anche se poi, vedendo i risultati nelle recenti votazioni cantonali in Vallese, e nei cantoni Neuchâtel e Vaud l’UDC non è riuscita ad approfittare della spinta ottenuta grazie all’elezione di Parmelin».

Ritiene di avere compiuto qualche errore tattico?

«In molti mi hanno riconosciuto di aver fatto bella figura nelle audizioni davanti ai gruppi parlamentari. Purtroppo a conti fatti questo non è bastato: contano molto di più le tattiche di partito, soprattutto degli altri».

Allora staccò, da leghista fino al midollo, la tessera dell’Unione democratica di centro (UDC) per poter essere formalmente della partita. Successivamente l’ha poi sempre rinnovata?

«Certamente. E ho anche partecipato alle assemblee del partito che si sono tenute in Ticino e nella Svizzera interna. Ricordo che la Lega dei ticinesi e l’UDC intrattengono ottimi rapporti e negli scorsi anni hanno siglato un accordo di collaborazione almeno fino al 2019».

I rumors delle ultime settimane lasciano sperare che sia tornato il turno del Ticino dopo tanti (c’è chi dice troppi) anni d’assenza. Ci credeva più quando in lizza c’era lei o le condizioni sono maggiormente favorevoli oggi?

«È difficile dirlo: le dinamiche di un’elezione federale sono sempre imprevedibili. Nel 2015 oltre alla voglia di riscatto per il nostro Cantone sentivo il sostegno di tante persone, cosciente che le tattiche parlamentari erano decisive. La grande sfida per il PLRT – stando alle voci di corridoio e a quello che si sente e si legge sui media – sarà capire se puntare su più nomi o trovare un candidato che faccia l’unanimità del partito. Ma su questo ultimo punto storicamente si sa che il partito liberale radicale ha sempre faticato».

Sulla carta quel posto tocca al PLR e i papabili emersi in queste settimane sono Ignazio Cassis, Christian Vitta e Laura Sadis. Oggi è attesa la scelta ufficiale. Lei, che non teme mai di dire ciò che pensa, chi sceglierebbe?

«Ho avuto modo di lavorare con tutti e tre nella mia carriera politica: con Ignazio in Consiglio nazionale mentre con Laura e Christian in Consiglio di Stato e in Gran Consiglio. Sono tre figure molto differenti tra di loro e con un’impostazione che non ha nulla a che vedere con la mia persona. Ovviamente come leghista preferirei scegliere fuori dal PLR. Ma per rispetto della mia carica preferisco non esprimermi, in fondo non toccherà a me dover decidere».

Con il collega di Consiglio di Stato Vitta avete discusso di cosa significa correre per Berna?

«Al di fuori di qualche battuta non abbiamo tematizzato la questione. Immagino che Christian dovrà valutare con attenzione e conoscendolo pondererà accuratamente i pro e i contro di una simile esperienza. Una scelta non facile, parlo proprio con la consapevolezza di chi ci è passato. E ovviamente bisogna capire come intende muoversi il suo partito».

A parole c’è tanta voglia di un ticinese in Consiglio federale. Ma questa realtà supera ogni possibile scoglio d’ordine politico e partitico?

«Purtroppo no, e l’ho vissuto sulla mia pelle. Alcune rivalità regionali e partitiche non vengono a cadere nemmeno di fronte all’esigenza e alla voglia di avere un rappresentante ticinese nel Governo federale».

Ma col vento che tira in Ticino un leghista o un liberale radicale non fa alcuna differenza?

«In realtà c’è differenza: noi leghisti abbiamo un approccio diverso, più pragmatico rispetto ai partiti storici. Lo abbiamo dimostrato in più occasioni. Le cito la votazione sul casellario giudiziale: il collega Claudio Zali ed io abbiamo sostenuto gli interessi delle nostre cittadine e dei nostri cittadini. Anche in Consiglio federale sarebbe questo lo spirito che porterebbe un leghista: pensare prima di tutto al benessere del Ticino. Mi auguro ovviamente che anche chi correrà per la carica a Berna metta questo al primo posto. Ma posso garantire sui leghisti, non sugli altri».

Il Ticino, lo sappiamo noi ma anche al Nord delle Alpi, è politicamente propenso al litigio. Significa che i nostri avversari avranno anche questa volta terreno facile nell’evidenziare questa realtà per portare acqua al proprio mulino?

«Più che la propensione al litigio l’impressione che ho avuto, partecipando regolarmente alle riunioni oltre San Gottardo, ma soprattutto durante la campagna come candidato per il Consiglio federale, è che spesso non comprendano fino in fondo l’essenza del nostro Cantone, dell’essere ticinese. I romandi in maniera particolare non ci hanno mai perdonato il voto del 1992 contro lo Spazio economico europeo, e in generale l’euroscetticismo presente a Sud delle Alpi; credo invece che il Ticino abbia in quell’occasione salvato la Svizzera dall’adesione all’UE. Sono convinto che nella Svizzera francese non molleranno tanto facilmente il loro terzo seggio. In quell’eventualità dovremo quindi continuare come consiglieri di Stato a lavorare per gli interessi del Ticino, come i fatti hanno dimostrato in questi ultimi anni, anche senza un consigliere federale ticinese».

Lei fu contestato da sinistra, mentre il Mattino ha già iniziato il tiro al bersaglio sul PLR. Vuole lanciare un messaggio al settimanale del suo partito, o, in fondo, questa è dialettica e sana contrapposizione?

«L’ha detto lei: si tratta di sana dialettica e fa parte del gioco delle parti e – passatemi il gioco di parole – ne facciamo parte tutti noi politici. Preferisco la schiettezza al finto sostegno di facciata, e parlo per esperienza».

Meglio presentarsi a Berna con un solo candidato o sarebbe opportuno potarne almeno due?

«Conoscendo le dinamiche a Palazzo federale, e percependo dai media l’aria che tira a Berna in queste settimane sulla candidatura di un o una ticinese, credo sia più saggio avere una rosa di più nomi tra i quali scegliere. Un’unica candidatura potrebbe non essere vissuta bene dai parlamentari, che potrebbero intenderla come un’imposizione e quindi boicottarla. È vero, in passato ci sono state delle eccezioni, ma ricordo anche candidature “selvagge” che comunque sono andate a buon fine».

 

(Intervista di Gianni Righinetti)

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Dal Mattino della domenica | La Confederazione copre interamente i costi della sicurezza del Centro di Rancate

Negli ultimi tempi Berna si è fatta sentire, dando una risposta alla richiesta di contributo nella gestione dei flussi migratori in Ticino. Dapprima la disponibilità a sostenere la nostra Polizia, mentre questa settimana un secondo annuncio: la Confederazione si assumerà interamente i costi per la sicurezza al Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate.

Siamo ormai nel periodo caldo dell’anno, che negli ultimi anni corrisponde al periodo più intenso per i flussi migratori. Complice il bel tempo, gli sbarchi sulle coste italiane aumentano di giorno in giorno: sono ormai più di 70mila i migranti sbarcati fino ad ora, circa il 27% in più rispetto allo scorso anno. Anche se l’ondata migratoria alle nostre latitudini non si è ancora presentata come gli scorsi anni, questo dato ci fa pensare che non passerà molto tempo prima di vedere aumentare il numero di migranti che arriveranno ai confini italo-svizzeri.

Una possibile chiusura del Brennero?

Una situazione che potrebbe addirittura peggiorare data la situazione internazionale. È stata infatti una delle notizie più discusse di questa settimana il fatto che l’Austria avrebbe schierato 750 soldati e quattro veicoli blindati al Brennero lo scorso fine settimana. Il ministro della Difesa Hans Peter Doskozi aveva infatti affermato che l’Austria avrebbe avviato dei controlli e dispiegato soldati al confine se il flusso di migranti in arrivo sulle coste italiane non si fosse ridotto. Affermazione che in seguito è stata rettificata dal cancelliere austriaco Christian Kern, senza però escludere la presenza di un piano di emergenza nel caso il flusso aumentasse. È una situazione che mostra una certa criticità e che dobbiamo tenere sott’occhio: la chiusura di un’ulteriore “rotta” per i flussi migratori creerebbe molto probabilmente un peggioramento della situazione al nostro Confine.

Il ruolo centrale del Ticino

Sono tutti scenari che non sono attuali ma che potrebbero con molta probabilità manifestarsi, e per i quali ci siamo preparati. Proprio perché il Ticino ha un ruolo centrale che è quello di Porta Sud della Svizzera, come Cantone abbiamo richiesto un supporto importante da parte della Confederazione. Un supporto dovuto, anche perché ciò che facciamo per affrontare la situazione straordinaria in Ticino si riflette, in positivo, sugli altri cantoni e sulla sicurezza nazionale.

Trenta agenti in più

Proprio in queste settimane sono arrivate due buone notizie per il nostro Cantone. La prima, è che la nostra Polizia potrà contare su trenta agenti provenienti dal resto della Svizzera per far fronte, tra metà luglio a metà settembre, a un eventuale forte aumento di entrate illegali. La cosa positiva è che il loro impiego non dipenderà dal superamento di una certa soglia di entrate ma sarà possibile in ogni momento se lo riterremo necessario. Questo sforzo in più da parte degli altri cantoni servirà a sostenere la nostra Polizia in particolar modo su strade, nei treni e nelle stazioni sul territorio.

La Confederazione paga per Rancate

Questa settimana la seconda buona notizia da Berna: i costi per la sicurezza del Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate nel 2017 saranno assunti interamente dalla Confederazione. Grazie all’accordo che ho firmato con il Direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane, Christian Bock, arriva dopo che con il Consiglio di Stato abbiamo deciso di prolungare fino alla fine del 2018 l’operatività della struttura, su proposta del mio Dipartimento. Una struttura che si è in effetti rivelata la soluzione giusta alla situazione che abbiamo dovuto affrontare lo scorso anno, e che sarà indispensabile anche quest’anno. Come ho sottolineato due settimane fa in queste pagine, si tratta di continuare a garantire con la stessa efficienza anche quest’anno la sicurezza sul territorio per i ticinesi.

Il Ticino ha dimostrato di essere un partner affidabile per la Confederazione e per i Paesi limitrofi nella gestione dei flussi migratori. La nostra regione è la più toccata della Svizzera, ed è per questo che ho accolto con soddisfazione una risposta da Berna. Non si tratta solo di far fronte ai costi che il nostro Cantone deve assumersi come Porta Sud della Svizzera, ma si tratta soprattutto di aver riconosciuto il ruolo fondamentale che abbiamo nella gestione di questa situazione, che non è solo a favore di noi ticinesi, ma della sicurezza di tutta la nazione!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Navigazione: questo modo di fare non è nostro

Navigazione: questo modo di fare non è nostro

Lo sciopero che sta interessando la navigazione sul Lago Maggiore sta palesando un modo di fare non nostro, non svizzero. Dietro a tanto rumore, c’è chi con destrezza e astuzia sfrutta situazioni di disagio. È così che agiscono certi agitatori della sinistra sindacale: strumentalizzano le difficoltà delle persone per fini politici e di “bottega”, anche a costo di violare la legge. Perché questo è accaduto negli scorsi giorni quando la Polizia lacuale è dovuta intervenire a più riprese per permettere il regolare servizio di navigazione, il quale se impedito costituisce una violazione che può essere punita come stabilito dal Codice penale svizzero.

Ma è lo sciopero ad oltranza che più di tutto sta palesando un modo di fare non svizzero. Nel nostro sistema caratterizzato dalla cosiddetta “pace sociale” tra lavoratori e imprenditori, gli scioperi servono ad attirare l’attenzione sulla questione da dibattere. Ma poi si torna al lavoro in maniera responsabile, nell’interesse del servizio o dell’azienda, e si cercano le soluzioni appunto nel dialogo e non nello scontro. Qualcuno in maniera scriteriata, nonostante l’invito di settimana scorsa e di ieri del Governo a voler interrompere lo sciopero, lo sta protraendo e mettendo così in posizione di debolezza i trentaquattro lavoratori il cui contratto è stato disdetto per fine anno allo scopo di rivederlo o di cambiare il datore di lavoro. Infatti, dopo una fase iniziale di solidarietà, oggi riscontro molta insofferenza nei confronti di chi sta danneggiando l’immagine del nostro Cantone turistico, creando un disservizio sul Lago Maggiore nel periodo di maggiore affluenza di ospiti soprattutto d’Oltralpe; insofferenza testimoniata dalla presa di posizione dei Comuni del Locarnese. Queste trentaquattro persone oggi rischiano di essere doppiamente vittime: in primo luogo di questa decisione di rivedere i loro contratti, e in seconda battuta dei giochi degli agitatori sindacali che mirano unicamente ai loro interessi.

Il Ticino è molto di più di un gruppo di agitatori della sinistra sindacale che fomenta la gente per i propri interessi di “bottega”, ossia battere gli altri sindacati e ottenere maggiori sottoscrizioni. Il Ticino è il Cantone capace di convincere il resto della Svizzera dell’importanza di unire le forze per dire alla creazione di un secondo tubo per il tunnel autostradale del San Gottardo. Il Ticino è il Cantone che è riuscito a trovare una soluzione casalinga per gestire le entrate illegali dei migranti al confine sud, organizzandosi e dando così una mano e un grande sostegno al resto della Svizzera. Siamo piccoli, siamo una minoranza, ma siamo capaci di grandi azioni. È quello che mi sento di dire ai lavoratori che in questo momento credono che la lotta di classe sia la via d’uscita a questa indecorosa situazione.

In tutto questo non posso che sottolineare l’importante lavoro di mediazione svolto dal Consiglio di Stato – peraltro riconosciuto anche da chi dice di rappresentare gli interessi dei lavoratori – per risolvere questa vertenza. Tra le garanzie offerte vi è quella di un importante sostegno finanziario ordinario del Cantone che, ne sono convinto, contribuirà a rafforzare in modo sostenibile la navigazione sui laghi ticinesi e faciliterà la ricerca di un compromesso sull’ultima questione ancora aperta, quella delle garanzie salariali.

Torniamo quindi tutti “al fare” e lasciamo da parte lo scioperare. Permettiamo che il sistema elvetico prevalga, attraverso il dialogo tra lavoratori e imprenditori, con lo Stato nel ruolo di solo arbitro. E se tutto questo non servisse, uniamo le forze per ricordare – ancora una volta – alla Berna capitale quali sono i problemi del Ticino: quella della navigazione è una delle tante storie di concorrenza nel mondo del lavoro, che va difesa ma con metodi svizzeri e non di importazione!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato

La Confederazione partecipa ai costi del Centro unico di Rancate

La Confederazione partecipa ai costi del Centro unico di Rancate

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | La Confederazione si prenderà a carico e riverserà al Canton Ticino la totalità dei costi sostenuti nel 2017 per garantire la sicurezza nel Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata di Rancate. È questo il contenuto di un accordo sottoscritto nei giorni scorsi dal Consigliere di Stato Norman Gobbi e dal Direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane Christian Bock.

Cantone e Confederazione hanno siglato un accordo che definisce le modalità con le
quali saranno riversati al Ticino i costi necessari a garantire la sicurezza nel Centro unico temporaneo di Rancate. La firma della convenzione giunge dopo che – nelle scorse settimane – il Consiglio di Stato aveva deciso di prolungare fino alla fine del 2018 l’operatività della struttura, accogliendo una proposta del Dipartimento delle istituzioni.

Il Ticino continuerà quindi a gestire l’infrastruttura per il soggiorno dei migranti, mentre i costi della sicurezza – che per il 2016 sono quantificati in circa 950’000 franchi – saranno assunti interamente dalla Confederazione. Il Cantone dovrà continuare ad assumersi i costi di esercizio del Centro.

In base alle proiezioni degli arrivi, l’interesse generale dei migranti sembra essere quello di attraversare i confini della Confederazione con l’obiettivo di raggiungere i Paesi del Nord Europa, anziché depositare una domanda d’asilo. In questo caso, se fermati dalle Guardie di confine, sulla base degli accordi internazionali essi entrano nella procedura di riammissione semplificata in Italia.

Il Centro di Rancate – gestito dal Corpo delle guardie di confine (Cgcf) e dalla Polizia cantonale con la collaborazione delle Regioni di Protezione civile – funge da alloggio per i migranti che non richiedono asilo alla Confederazione e le cui pratiche di riammissione semplificata non possono essere evase entro la chiusura notturna degli uffici della Polizia di frontiera italiana, con la quale la collaborazione continua ad essere ottima. Esso rappresenta una soluzione ottimale e dignitosa che permette ai migranti di rifocillarsi, di potersi riposare e di svolgere l’igiene personale in attesa della riapertura degli uffici di frontiera.

Il Dipartimento delle istituzioni esprime la propria soddisfazione per la firma dell’accordo, che costituisce un riconoscimento tangibile dell’importante ruolo svolto dal Ticino, a beneficio di Confederazione e Cantoni, nella gestione dei flussi migratori che hanno toccato il nostro Paese negli ultimi anni.