Al via la campagna di prevenzione “Montagne sicure”

Al via la campagna di prevenzione “Montagne sicure”

Comunicato stampa

Ha preso ufficialmente avvio “Montagne sicure” il progetto di sensibilizzazione del Dipartimento delle istituzioni. La nuova campagna di prevenzione – che si aggiunge a “Strade sicure” e “Acque sicure” – ha lo scopo di sensibilizzare coloro che, indipendentemente dalla stagione, trascorrono il loro tempo libero o praticano delle attività in montagna.
Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, accompagnato dal Portavoce della Polizia cantonale Renato Pizolli e dal Direttore ad interim di Ticino Turismo Kaspar Weber, ha presentato questa mattina in una conferenza stampa che ha avuto luogo sulle piste da sci del comprensorio di Airolo la nuova campagna di sensibilizzazione del Dipartimento delle istituzioni “Montagne sicure”.
Come ha spiegato il Consigliere di Stato Norman Gobbi il progetto è nato in seguito a una serie di incidenti gravi avvenuti sulle montagne del Cantone. Il Dipartimento delle istituzioni, grazie alla collaborazione del Dipartimento del territorio diretto da Claudio Zali, all’Agenzia turistica ticinese e alla Sezione ticinese di Soccorso alpino svizzero, ha pertanto esteso anche alle attività in montagna le campagne di prevenzione che già vengono promosse per rendere sicure le strade e le acque del Ticino.
Il responsabile del progetto Renato Pizolli ha dal canto suo illustrato il messaggio che si intende divulgare attraverso la campagna che inaugura il progetto “Montagne sicure”, rivolta agli escursionisti che nel periodo invernale vorranno effettuare gite in montagna. Affinché la montagna sia sempre un piacere si deve infatti porre l’accento sulla sicurezza. Sicurezza che passa attraverso la preparazione fisica, il materiale adeguato e la conoscenza dei luoghi, delle condizioni della neve e metereologiche.
Il progetto nel 2019 svilupperà ulteriori campagne previste per il periodo estivo e autunnale, ponendo l’accento sulle particolarità stagionali.
Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito internet www.ti.ch/montagnesicure.

Da rsi.ch/news
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11225493

Colpo di gas per un Ticino a 27 Comuni

Colpo di gas per un Ticino a 27 Comuni

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 12 dicembre 2018 del Corriere del Ticino

Il Consiglio di Stato conferma la visione a lungo termine
Pronti 73,8 milioni di franchi per nuove aggregazioni
Norman Gobbi: “Priorità ai progetti nati dal basso”
Christian Vitta: “Si può guadagnare potenza e capacità”

Il Ticino avanza a grandi passi verso l’orizzonte dei 27 Comuni. Una visione a medio-lungo termine che prende le mosse dalla politica aggregativa cantonale lanciata alla fine degli anni ‘90. Da allora di strada ne è stata percorsa, fino ad arrivare all’approvazione da parte del Consiglio di Stato del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), presentato a Palazzo delle Orsoline. Il Governo ha altresì licenziato un messaggio che propone di stanziare un credito quadro di 73,8 milioni di franchi per sostenere la nascita di nuovi Comuni con aiuti finanziari finalizzati alla riorganizzazione amministrativa e agli investimenti di sviluppo. Il dossier passa ora nelle mani del Parlamento che dovrà valutare la strategia nel suo complesso.
“Solo vent’anni fa, il Ticino era composto ancora da 245 entità comunali e oggi siamo a meno della metà. Con la recente approvazione da parte del Gran Consiglio del progetto di aggregazione della Valle Verzasca, abbiamo raggiunto le 108 entità” ha sottolineato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Per poi aggiungere: “Un’evoluzione che ha portato a un riordino istituzionale, permettendo di strutturare meglio le potenzialità dei nuovi Comuni”. Il PCA vuole dunque essere uno strumento strategico per indicare la visione cantonale, stimolando il processo aggregativo, favorendo la riforma del Comune e sostenendo il coordinamento tra politiche pubbliche”.
Da parte sua, il direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia Christian Vitta ha osservato: “Un ingranaggio ben oliato è in grado di guadagnare potenza e capacità. Allo stesso modo tramite il concetto di messa in rete, in cui i diversi attori lavorano in modo coordinato, il nostro territorio può rafforzarsi e acquisire maggior attrattività anche dal profilo fiscale”.
Nell’intenzione del Governo, il PCA non si sviluppa però come una riforma imperativa e, a differenza di alcune valutazioni iniziali, non impone limiti temporali per la concretizzazione delle aggregazioni. Come ha infatti sottolineato Gobbi: “L’intenzione è quella di dare la priorità ai progetti bottom-up, ovvero proposti direttamente dagli enti locali”.
Il documento approvato dal Consiglio di Stato conferma i 27 scenari aggregativi già ventilati. “Nessun comune è uguale a un altro, da qui la necessità di uno strumento flessibile, in grado di rispondere adeguatamente alle necessità dei vari enti locali” ha spiegato in proposito Marzio Della Santa, a capo della Sezione degli enti locali.
La visione alla base della strategia governativa è animata dall’idea che “in un sistema globalizzato e aperto come quello odierno, il benessere di una collettività si collega anche alla capacità del suo territorio e delle sue istituzioni di creare o favorire opportunità di sviluppo e posti di lavoro”, si legge nella presentazione del PCA.
Dal profilo finanziario, è poi stato evidenziato come in un breve lasso di tempo il numero dei Comuni con un moltiplicatore pari al 100% sia passato da 112 (pari al 16% della popolazione residente) a 15 (2%). “Si tratta di un chiaro miglioramento dello stato di salute dei nostri Comuni, che si traduce in meno imposte pagate dai cittadini a livello complessivo”, ha affermato Gobbi.
In merito poi al progetto “Ticino 2020”, che mira a riordinare e ridefinire i rapporti tra Cantone e Comuni, Gobbi ha specificato: “Si tratta del passo successivo, che sarà condotto più facilmente grazie a una struttura più adeguata e in grado di gestire con maggior efficienza le risorse”.

Quale testimone di un aggregazione già avvenuta, è intervenuto infine il sindaco del Comune di Capriasca, Andrea Pellegrinelli, lanciando un messaggio agli scettici: “L’identità locale non coincide con l’identità istituzionale, quindi non vanno perse le peculiarità dei piccoli paesi. L’identità continua a vivere nella misura in cui ci sono persone del luogo che la portano avanti e la trasmettono ai propri figli”.

 

Da www.rsi.ch/news

Il Ticino avrà 27 comuni
Il Governo ha approvato il Piano cantonale delle aggregazioni. Chiesti 74 milioni di franchi per sostenere le fusioni

La via delle fusioni è quella giusta. Lo hanno sottolineato martedì i consiglieri di Stato Norman Gobbi e Christian Vitta presentando il Piano cantonale delle aggregazioni che vuole stimolare il processo di creazione di realtà più forti e autonome. Il documento, adottato dopo una fase di consultazione e affinamento iniziata nel 2013, prevede un Ticino con 27 comuni, ma non fissa un obiettivo temporale per concretizzare lo scenario.
Il Governo, è stato spiegato, ha confermato l’intenzione di dare la priorità ai progetti nati dal basso, solidi e ampiamente condivisi. Per sostenere quelli ritenuti di interesse cantonale con adeguati incentivi finanziari, al Parlamento viene chiesto un credito-quadro di 73,8 milioni di franchi.
Nel corso degli ultimi vent’anni, è stato rilevato, il Ticino ha conosciuto un’ampia riforma. Da 245 comuni con una popolazione media di 1’200 si è passati a 115 (e saranno ancora meno con la nascita di Verzasca) con quasi 3’100 residenti ciascuno. Parallelamente il numero di quelli con un moltiplicatore del 100% è sceso da 112 a 15.

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11201076

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Il-Ticino-avr%C3%A0-27-comuni-11198605.html

 

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 12 dicembre 2018 de La Regione

Quasi 74 milioni per 27 Comuni
Il governo ha licenziato il messaggio. Incentivi vincolati in caso di progetti parziali

Da 115 Comuni a 27. Col tempo che ci vorrà, grazie a processi nati dal basso, al ritmo che la cittadinanza sentirà più suo.
Ma… Ma a tendere il canton Ticino del futuro dovrà avere l’assetto istituzionale disegnato dal Piano cantonale delle aggregazioni (Pca), con soli 27 enti locali capaci – è questo l’intento – di garantire maggiore solidità finanziaria e di conseguenza più progettualità. A dare un (bel) colpo di mano ci penserà il Cantone: il governo con il messaggio appena licenziato mette a disposizione un credito quadro da 73,8 milioni di franchi. Incentivi finanziari che, contrariamente a quanto si era proposto in un primo tempo, non avranno data di scadenza. Vien però da chiedersi se la somma sarà a disposizione “fino a esaurimento”, imponendo di fatto ai Comuni di attivarsi perché chi prima arriva meglio alloggia.
“Non è che il primo che arriva prende tutto e scappa – risponde Norman Gobbi, capo del Dipartimento delle istituzioni, sollecitato durante la presentazione alla stampa della versione definitiva del Pca –. Si tratta qui di riconoscere il giusto a ogni Comune. Chiaramente i primi che si faranno attivi avranno magari un po’ più di margine rispetto agli ultimi. Abbiamo però già stimato quali possono essere i contributi di ogni comprensorio e in base a queste ipotesi ci si muoverà. Ricordato che anche il Gran Consiglio talvolta subentra ad aumentare l’importo, come è stato il caso con il Comune di Verzasca lunedì”. Se da un lato l’accesso al credito (parlamento permettendo) sarà dunque meno vincolato nei tempi, dall’altro agli scenari che si compiranno un pezzettino per volta non per forza sarà garantito. Se infatti le modalità d’attuazione previste consentono di conseguire gli obiettivi “in tappe successive”, il sostegno finanziario non segue la stessa logica. Anzi: “In caso di aggregazione parziale negli agglomerati urbani, il sostegno finanziario cantonale – recita il documento – potrà essere riconosciuto a condizione che l’aggregazione includa il polo urbano di riferimento”. Ergo Bellinzona, Chiasso o Mendrisio, Locarno o Lugano. Che senso ha avallare progetti parziali, pur anche voluti “dal basso”, per poi penalizzarli dal punto di vista finanziario? “Le tappe di avvicinamento allo scenario cantonale devono essere sostenute. Non possono essere sostenute quelle tappe eventuali che rischiano di mettere in discussione tale scenario – risponde ancora Gobbi –. La valutazione dipenderà dunque da ogni singolo progetto: sicuramente sono da premiare tutti i progetti promossi dal basso ma con una finalità positiva, nel senso di migliorare il funzionamento del territorio, dei servizi, la competitività economica e fiscale. E in ultima analisi poi contribuire al raggiungimento degli obiettivi cantonali”.

 

 

Polizia preventiva

Polizia preventiva

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 10 dicembre 2018 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11196846

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 11 dicembre 2018 de La Regione

Sì del Gran Consiglio al fermo per 24 ore in assenza di reati penali e alle inchieste mascherate

La modifica delle norme ha acceso il dibattito in parlamento. Il testo legislativo è stato parzialmente emendato

La Polizia cantonale potrà trattenere una persona per 24 ore e svolgere indagini sotto copertura. Il Gran Consiglio ha approvato a larga maggioranza la revisione della legge in materia, dando così un quadro normativo ad alcune procedure «che già venivano applicate», come ha precisato il deputato indipendente ed ex magistrato Jacques Ducry. Ci sono volute tre ore di intenso dibattito prima che il parlamento decidesse di dare alle forze dell’ordine maggiore spazio di manovra a margine del Codice di procedura penale: misure invasive delle libertà personali, si è fatto notare in aula, che hanno dato vita a una discussione a tratti squisitamente giuridica e spesso giocata tra diritti fondamentali, necessità di dare strumenti alle forze dell’ordine e accuse di aver prodotto una norma raffazzonata. «La società è cambiata e il bisogno di sicurezza è maggiore anche da noi», ha chiosato Andrea Giudici, portando l’adesione del Plr alle modifiche legislative e ricordando che il fermo di polizia «in Ticino esisteva già negli anni Settanta». Fermo, ha aggiunto Lara Filippini (La Destra), «che è peraltro realtà in 21 cantoni, mentre la sorveglianza lo è in 9». Il fatto che altrove siano in vigore norme simili a quella approvata ieri sarebbe garanzia di conformità al diritto federale, si è detto, tanto più che la base legale (nella forma proposta a Zurigo e usata come ispirazione dal Ticino) è già passata al vaglio del Tribunale federale, che l’ha avallata con alcune precisazioni. Il disegno di legge ticinese rimane comunque «approssimativo» per Sabrina Gendotti (Ppd). Tanto più che è stato affrontato «con una immotivata fretta. Fa acqua da tutte le parti. Alla polizia serve una norma solida per evitare che cada, come la Lia, al primo ricorso». Gendotti ha quindi proposto – assieme alle colleghe Michela Delcò Petralli (Verdi) e Giovanna Viscardi (Plr) – alcuni emendamenti sostanziali, parzialmente accolti dal parlamento. «Fosse stato fatto un buon lavoro di redazione coinvolgendo la magistratura, Ministero pubblico incluso, non saremmo a questo punto», ha sottolineato Gianrico Corti per il Ps, invitando a non entrare in materia e rinviare il dossier per ulteriori approfondimenti. Magistratura che si è comunque espressa, facendo notare come le informazioni raccolte dalla polizia tramite le osservazioni preventive «saranno difficilmente utilizzabili» in un procedimento, ha precisato Delcò Petralli, mettendo poi l’accento sulla custodia di polizia anche per i minorenni: «Quando diamo alle forze dell’ordine il compito di trattenere minorenni, abbiamo fallito come società. Diamo piuttosto queste risorse agli operatori sociali».

Galusero e Rückert: strumenti investigativi adeguati. Lepori: ma la legge non è chiara
Un ex poliziotto e una giurista. La pratica e la teoria. O, se volete, l’esperienza e il diritto. Approcci diversi ma complementari, quelli del liberale radicale Giorgio Galusero e della leghista Amanda Rückert, al progetto di revisione della legge sulla polizia. Ieri in aula sono intervenuti entrambi i relatori di maggioranza a sostegno delle modifiche normative proposte dal Consiglio di Stato. Modifiche «volte a migliorare la prevenzione dei reati», ha sottolineato Galusero, «per oltre quarant’anni» alle dipendenze della Cantonale, di cui è stato pure ufficiale. Gli strumenti investigativi che la riforma attribuisce alle forze dell’ordine ticinesi «non sono comunque una no- vità: altri Cantoni li hanno già messi a disposizione delle rispettive polizie». Si tratta quindi di permettere alla Cantonale «di combattere con mezzi adeguati per esempio le infiltrazioni mafiose» Di consentirle, altro esempio, «di pattugliare il web, grazie a identità fittizie, per snidare potenziali pedofili: cosa oggi non possibile perché manca la base legale… Inconcepibile!». O di permettere agli agenti «di localizzare una vettura, con dispositivo Gps, senza doverla seguire cambiando più auto lungo il tragitto per non farsi scoprire». La lotta alla criminalità («che ricordo è uno dei compiti principali delle forze dell’ordine…») richiede, ha evidenziato a sua volta Rückert, strumenti investigativi performanti e adeguati alla sfida: indagini in incognito e inchieste mascherate preventive «per la sorveglianza di ambienti dove si sospetta la presenza di elementi criminali, di terroristi». E ciò per garantire «l’incolumità» della popolazione. «Faccio molta fatica – ha aggiunto – a capire lo scetticismo dei contrari a questa revisione legislativa, come se in Svizzera non fosse garantito il rispetto dei diritti fondamentali». Ma la minoranza, ha replicato il socialista Carlo Lepori, «non è contraria alla concessione di mezzi adeguati a combattere la criminalità. Ritiene questa riforma non chiara: è per questo che sollecitiamo il rinvio del testo al governo perché ne elabori uno nuovo». No, «non è un atto di sfiducia» verso le forze dell’ordine. «La nostra polizia lavora già oggi bene – ha puntualizzato il relatore –. In uno Stato di diritto è però opportuno che le regole siano chiare. Se la legge è confusa, come in questo caso, le conseguenze possono essere negative». Lepori ha definito «molto problematica» la custodia di polizia: «È una privazione della libertà personale». Ha paragonato l’articolo su trattenuta e consegna dei minorenni a «una misura da coprifuoco». E ha ricordato «le osservazioni critiche della magistratura alle indagini di polizia preventiva così come previste dal governo».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 11 dicembre 2018 del Corriere del Ticino

Sicurezza: La polizia avrà una marcia in più
Il Gran Consiglio approva la nuova legge tra le polemiche – Introdotte le indagini mascherate e la custodia preventiva
Rückert: “Dai contrari una sfiducia incomprensibile” – Gendotti: “Nessun dialogo e le critiche sono state banalizzate”

Nella lotta al crimine, la polizia cantonale potrà disporre di strumenti più moderni ed efficaci.
È quanto ha deciso il Gran Consiglio che, dopo un dibattito fiume durato oltre tre ore, ha detto sì con 49 voti favorevoli, 12 contrari e 4 astensioni alla revisione della Legge sulla polizia. Approvando così la base legale che introduce l’indagine mascherata preventiva (ovvero consentire agli agenti di agire prima dell’apertura di un procedimento penale per impedire di commettere reati), la custodia dei minori e la privazione della libertà (vedi grafico a lato).
Ma non è la prima volta che il Parlamento si è chinato sul dossier. Un assaggio del dibattito era già andato in scena nella sessione di novembre: allora però, la presentazione di una ventina di emendamenti a poche ore dal dibattito parlamentare da parte delle deputate Sabrina Gendotti (PPD), Giovanna Viscardi (PLR) e Michela Delcò Petralli (Verdi) aveva sollevato non pochi malumori, soprattutto tra i relatori del rapporto di maggioranza Amanda Rückert (Lega) e Giorgio Galusero (PLR), tanto che la Legislativa aveva deciso di riportare il dossier in commissione per approfondire le proposte giunte sul tavolo. Detto, fatto. Riapprodato sui banchi del Gran Consiglio, il disegno di legge ha nuovamente infiammato la discussione.
In particolare, Rückert non ha mancato di criticare il rapporto di minoranza redatto da Carlo Lepori (PS) rilevando come “faccio fatica a comprendere lo scetticismo e la sfiducia nei confronti della polizia che si palesano leggendo il testo. Forse qualcuno ha visto troppi film di fantascienza o, forse, non si è accorto che viviamo in Svizzera e non in uno Stato autoritario. Il crimine evolve e occorre dotare le nostre forze dell’ordine degli strumenti necessari per poterlo combattere. Ci sarà sempre chi pensa di poter vincere la guerra con una fionda, ma vorrei ricordare che nel mondo reale le battaglie le vince chi dispone di mezzi adeguati”.
Sì perché, come ha rincarato Galusero, oggigiorno la polizia si ritrova a dover combattere i malviventi ad armi spuntate. “Basta pensare che nel 2018 gli agenti non hanno la possibilità di pattugliare la rete con un’identità fittizia – ha spiegato il deputato PLR – è inconcepibile. Come si può contrastare i pedofili sul web se ci si deve identificare come “polizia’’?”.
Considerazioni queste che non hanno convinto Lepori che, pur dicendosi favorevole a una revisione della legge, ha precisato come il testo «così come proposto non va bene. Ma non fraintendetemi: il nostro non è un atto di sfiducia nei confronti della polizia né tantomeno un tentativo di ostacolare il lavoro degli agenti. Anzi: in uno Stato di diritto è opportuno che la polizia possa operare sulla base di un regolamento chiaro e non in un contesto che crea solo confusione”. Il deputato socialista ha quindi criticato punto per punto le principali novità, a partire dai profili fittizi per vigilare nel web. “Non venitemi a dire che non si possono creare profili anonimi in rete. Basta guardare su Facebook per trovare la risposta. Ma ad essere ancor più problematica è l’inchiesta mascherata preventiva: una modalità d’azione questa che non è concessa neppure alla polizia federale se prima non vi è l’approvazione di un magistrato. Qui stiamo andando oltre”. E non poche frecciate le hanno lanciate anche Gendotti e Delcò Petralli. La prima ha parlato di “una fretta immotivata con la quale si è affrontato il tema in Legislativa”, dove “abbiamo assistito a una mancanza di dialogo e di ascolto. E mi spiace dirlo ma qui la democrazia è stata assente. Anzi, ho l’impressione che le prese di posizione che erano scettiche sulla modifica legislativa siano state a dir poco banalizzate”. Dello stesso avviso Delcò Petralli che ha invitato il Gran Consiglio a “compiere un esercizio di modestia e ad ascoltare chi lavora in questo settore e ha espresso delle riserve. Il rischio, cari colleghi, è di approvare una LIA bis in contraddizione con il diritto federale”. E proprio in quest’ottica le deputate hanno ripresentato una decina di emendamenti, la maggior parte dei quali accolti dal plenum, per correggere la rotta ed “evitare che l’operato degli agenti possa andare in fumo al primo ricorso solo perché non poggia su una base legale solida”, ha aggiunto Viscardi. Correzioni che, in sintesi, prevedono non solo che contro la custodia di polizia sia data la possibilità di ricorrere entro 30 giorni al giudice dei
provvedimenti coercitivi (e non al Tribunale cantonale amministrativo come proposto dal Governo), ma anche che la persona presa in custodia debba essere
sottoposta a una visita medica.
Soddisfatto per il sì parlamentare alla nuova norma, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha ricordato come le misure proposte siano già in vigore in numerosi Cantoni e che “non si tratta di una cambiale in bianco alla polizia. Bensì di dotare gli agenti di maggiori mezzi per contrastare il crimine e prevenire i reati. Se poi pensiamo che, il 25 novembre in votazione federale, il popolo svizzero e quello ticinese hanno dato ai detective delle assicurazioni potenzialmente più poteri di quelli di cui gode oggi la polizia cantonale, ci rendiamo conto di quanto questa modifica di legge sia necessaria. Non si può far giocare la polizia in un campo più piccolo di quello concesso ad altri. Insomma, non diamo più strumenti ai criminali”.

“Segnalare i dispositivi mobili ha funzionato”

“Segnalare i dispositivi mobili ha funzionato”

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 7 dicembre 2018 del Corriere del Ticino

Dal 1. gennaio il Ticino dirà addio ai radar fissi installati nel 2006. In pratica per lei si avvera da consigliere di Stato il sogno cullato quando era un battagliero parlamentare leghista?
“È curioso. Poco tempo fa ripensavo che sono passati dieci anni dall’autunno del 2008 quando da presidente del Gran Consiglio avevo moderato la discussione parlamentare sulla possibilità di segnalare le postazioni fisse per il controllo della velocità. Allora il gruppo della Lega mise l’accento su un aspetto: sì alla prevenzione e no alla cosiddetta “cassetta”. Dieci anni dopo da leghista e da consigliere di Stato – sempre battagliero – la mia posizione è sempre la stessa. Più che un sogno che si avvera, direi che mi rallegro del fatto che la Lega dei ticinesi e il sottoscritto negli anni sono rimasti coerenti con i propri ideali”.

Spariranno le nove cassette sospese e arriveranno due radar semistazionari. Qual è la buona notizia per gli automobilisti?
“Anzitutto i controlli della velocità effettuati con l’utilizzo degli apparecchi mobili e semi-stazionari saranno segnalati. A più di un anno dall’inizio delle indicazioni settimanali fornite dalla Polizia cantonale agli automobilisti abbiamo potuto riscontrare che il sistema funziona. Da una parte il cittadino conosce i luoghi in cui saranno effettuati i controlli e dall’altra abbiamo detto addio ai controlli “selvaggi” sulle strade. Grazie all’importante lavoro dei servizi della cantonale infatti ora esiste un coordinamento con le comunali e questo consente di evitare che avvengano controlli in luoghi vicini”.

La vendita all’asta che scopo ha oltre che tentare di incassare qualche franco?
“La prevenzione per rendere le nostre strade sicure per tutti gli utenti è l’obiettivo che vogliamo raggiungere. Per questo motivo abbiamo deciso di destinare il ricavato della vendita dei vecchi radar – che ormai sono diventati leggenda soprattutto grazie alla campagna che a suo tempo fece il Nano – ai progetti delle campagne di sensibilizzazione di “strade sicure””.

La scelta di passare dalle nove postazioni fisse ai due nuovi radar itineranti risponde in qualche modo alla necessità di aumentare la sicurezza?
“Assolutamente sì. Il traffico sulla nostra rete stradale negli anni è mutato parecchio e le postazioni fisse installate nel 2006 rispondono solo in parte alle esigenze di oggi in materia di sicurezza. Oltre a questi luoghi – catalogati in passato come “pericolosi” – esistono altri punti sensibili, pertanto è bene effettuare dei controlli della velocità anche su questi tratti di strada”.

In che misura a suo modo di vedere i radar fissi hanno prodotto benefici a livello di sicurezza nei dodici anni di attività in Ticino?
“Sicuramente sono serviti a cambiare il comportamento dell’automobilista; lo conferma la diminuzione degli incidenti riscontrata in queste zone”.

Veniamo all’incasso: quanto hanno fruttato le postazioni fisse in Ticino?
“L’ultimo dato aggiornato e riportato nel Preventivo del 2018 e del 2019 è di 10,5 milioni di franchi per tutti i controlli fissi e semi stazionari”.

 

Da gennaio addio ai radar fissi

Da gennaio addio ai radar fissi

Servizio all’interno dell’edizione di giovedì 6 dicembre 2018 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11181717

 

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 7 dicembre 2018 del Corriere del Ticino

Due apparecchi semi-stazionari sostituiranno quelli installati tra le polemiche nel 2006 che verranno battuti all’asta
Matteo Cocchi: «Sono dispositivi moderni che ci permetteranno di migliorare l’azione di prevenzione della Polizia»

Quest’anno il tradizionale conto alla rovescia di capodanno combacerà anche con l’addio ai radar fissi. A partire dal 1. gennaio 2019 il rilevamento della velocità sulle strade cantonali sarà infatti «affidato a due apparecchi semi-stazionari che sostituiranno le nove postazioni fisse installate nel 2006».
Una piccola rivoluzione per il Ticino che riflette «la nuova impostazione elaborata dal Dipartimento delle istituzioni che – precisa il dipartimento di Norman Gobbi – prevede da un lato di smantellare i radar fissi e, dall’altro, di segnalare tutti i controlli (mobili e semi-stazionari) tramite i canali di comunicazione della Polizia cantonale».
“L’acquisizione delle nuove apparecchiature – ci spiega il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi – fa seguito ad una valutazione che, approfondendo anche quanto già viene fatto in altri cantoni, permette di essere dotati di dispositivi moderni e che consentono di ottimizzare l’azione di prevenzione della polizia. Non dobbiamo dimenticare che, anche in ambito di controlli radar, abbiamo conosciuto un’evoluzione. Uno sviluppo che tocca il traffico, la tecnologia e l’attitudine alla guida. L’introduzione dei nuovi radar semi-stazionari è dunque una conseguenza di questo sviluppo”.
Ma cosa cambierà, concretamente, per l’automobilista? Detto che i due radar fissi posizionati sull’autostrada all’altezza di Balerna e di Collina d’Oro rimarranno imperterriti al loro posto, a partire dall’anno prossimo ogni settimana la Polizia cantonale comunicherà – attraverso i profili Facebook, Twitter e il sito www.ti.ch/polizia – le zone che saranno interessate dai controlli. Non più solo dei radar mobili come avviene già oggi, ma anche dei due dispositivi semi-stazionari. “La nuova strategia, che applica la volontà del Gran Consiglio di segnalare ai conducenti tutti i controlli eseguiti con gli apparecchi mobili, ha inoltre migliorato la copertura del territorio e la collaborazione tra le forze dell’ordine”, rilevano le Istituzioni. Dati alla mano, «su un totale di 1.134 controlli effettuati dal 1. luglio 2017 al 30 giugno 2018, 887 sono stati fatti dalle polizie comunali”. E proprio nell’ottica di perfezionare la collaborazione tra i diversi corpi, da gennaio “sarà inoltre introdotta la possibilità per le autorità comunali come pure per i cittadini di richiedere alla Polizia cantonale di effettuare controlli della velocità con le nuove postazioni semi-stazionarie lungo le tratte ritenute pericolose – aggiunge Cocchi – penso in particolare nelle vicinanze delle scuole. Una nuova impostazione questa che permetterà un ulteriore miglioramento della sicurezza stradale”. Miglioramento che, dati alla mano, è iniziato già nel 2017 quando sono stati registrati “3.880 incidenti della circolazione, pari a una diminuzione del 2,8%”. Infine, per chi leggendo quest’articolo avesse avuto un moto di nostalgia all’idea che i radar fissi scompariranno, niente paura. «Le nove postazioni smantellate – concludono le Istituzioni – verranno vendute all’asta e il ricavato sarà destinato al progetto di prevenzione “Strade sicure’’”.

Prevena 2018: sotto l’albero non regalatevi spiacevoli sorprese

Prevena 2018: sotto l’albero non regalatevi spiacevoli sorprese

Comunicato stampa

Come ogni anno e fino al 24 dicembre, agenti della Polizia cantonale, in collaborazione con quelli delle Polizie comunali, della Polizia dei trasporti e delle Guardie di confine mettono in atto l’operazione PREVENA 18. L’obiettivo è di garantire alla popolazione una presenza accresciuta di forze di polizia sul territorio durante tutto il periodo dell’Avvento, segnatamente nei punti di grande affluenza quali negozi, centri commerciali e mercatini natalizi.

Si rende attenta la popolazione a prestare particolare attenzione, poiché in questo momento dell’anno l’afflusso in massa di persone favorisce i borseggi e i furti in genere da parte dei malviventi. Inoltre il rapido imbrunire facilita in particolare i furti con scasso nelle abitazioni; per questo motivo la presenza ancora più capillare di pattuglie sul territorio intende accrescere il livello di vigilanza anche su questo fronte, al fine di garantire alla popolazione delle festività natalizie in tutta sicurezza.

Per prevenire sgradite “sorprese” durante gli acquisti si rinnovano i seguenti consigli: 

  • evitare, nel limite del possibile, di portare con sé somme consistenti di denaro in contanti, utilizzare piuttosto le carte di credito; 
  • custodire il portamonete in tasche anteriori dei pantaloni o quelle interne della giacca, meglio ancora se è possibile chiuderle; 
  • portare sempre le borsette a contatto con il corpo e preferibilmente sul davanti e con la cerniera chiusa o comunque mai perderle di vista (ad esempio nei carrelli della spesa); 
  • mai tenere nello stesso posto le carte bancarie/postali e i codici per il loro utilizzo. Se possibile non conservare i codici per iscritto; 
  • prestare attenzione quando qualcuno vi urta nella ressa (sovente gli autori di furti e borseggi provocano lo scontro per distrarre le vittime e sottrarre loro denaro e altri valori); 
  • non lasciare oggetti di valore in vista nei veicoli e verificare che le auto siano regolarmente chiuse a chiave quando si lascia il parcheggio.

In particolare per prevenire i furti con scasso si raccomanda di: 

  • chiudere accuratamente tutte le porte e finestre prima di uscire di casa, evitando di lasciare chiari indizi dell’assenza: biglietti sulla porta, luci spente in casa, messaggi particolari sulla segreteria telefonica, ecc; 
  • depositare gli oggetti di valore e i documenti importanti in una cassetta di sicurezza della banca; 
  • evitare di nascondere le chiavi di casa sotto lo zerbino, dietro i vasi per i fiori o nella bucalettere; 
  • simulare una presenza all’interno inserendo un timer su più di una luce e farlo accendere a intervalli irregolari.

S’invita inoltre a segnalare tempestivamente alla Polizia oppure al personale del negozio comportamenti sospetti ravvisati in centri commerciali o nei parcheggi. Non esitate a chiamare il 117 e a segnalare situazioni che possono essere sospette.

‘Sì alla riforma per agire più efficacemente prima dell’apertura di un procedimento’

‘Sì alla riforma per agire più efficacemente prima dell’apertura di un procedimento’

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 4 dicembre 2018 de La Regione

Comandante, le leggi vigenti in Svizzera sono sufficienti a contrastare in maniera efficace la criminalità organizzata e segnatamente le associazioni mafiose italiane attive anche sul nostro territorio?

Sono cosciente del fatto che da più parti è stata sottolineata la mancanza oggi di strumenti legislativi adeguati per lottare efficacemente contro i fenomeni derivanti dalle infiltrazioni mafiose. In quanto comandante della Polizia cantonale sono abituato a lavorare nella maniera più efficace possibile con gli strumenti che ho a disposizione e ritengo che i risultati positivi degli ultimi anni, se pensiamo soprattutto alla diminuzione dei reati in generale in Ticino, lo testimonino. Sta invece al legislatore approfondire e se del caso potenziare l’arsenale giuridico, introducendo norme o modificando quelle esistenti, per contrastare meglio determinate forme di criminalità organizzata, come le associazioni da lei indicate.

La prossima settimana il Gran Consiglio si pronuncerà sul progetto di revisione della legge cantonale sulla polizia. Revisione proposta dal Consiglio di Stato e sostenuta dalla maggioranza della commissione parlamentare della Legislazione, ma oggetto anche di critiche. Questa riforma potrebbe rendere più incisive in Ticino le indagini sul crimine organizzato anche di stampo mafioso?

Certamente la possibilità di poter disporre, come Polizia cantonale e analogamente a quanto avviene già da anni in altri Cantoni, di strumenti d’inchiesta preventivi quali l’osservazione, l’indagine in incognito, l’inchiesta mascherata e la sorveglianza discreta faciliterebbe di sicuro l’attività degli inquirenti in molti ambiti investigativi. E non solo quelli legati alle infiltrazioni mafiose. Queste nuove norme, elaborate nel rispetto del quadro legale e conformemente alla giurisprudenza del Tribunale federale, permetterebbero agli agenti di agire con maggiore efficacia prima dell’apertura di un procedimento penale, per esempio nel quadro della lotta al traffico di stupefacenti e a reati come la pedofilia in particolare su internet. A.MA.

Mafie, tentacoli e dinamiche

Mafie, tentacoli e dinamiche

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 4 dicembre 2018 de La Regione

Così il capo della Polizia cantonale dopo la risposta del Consiglio federale all’interpellanza di Romano Il comandante Cocchi ricorda: con Fedpol un piano d’azione contro le infiltrazioni.

La presa di posizione del Consiglio federale sull’interpellanza del deputato ticinese al Nazionale Marco Romano è dei giorni scorsi. Il governo ricorda che “la lotta alle organizzazioni criminali di stampo mafioso, quindi anche alla mafia italiana, costituisce una priorità” per l’Ufficio federale di polizia (Fedpol) e per il Ministero pubblico della Confederazione. Scrive a lungo, sottolineandone l’importanza, della cooperazione investigativa sul piano nazionale e su quello internazionale. Ma glissa sul tema di fondo posto da Romano. E cioè sulla decisione di qualche anno fa della Fedpol di centralizzare a Berna «il coordinamento delle proprie ‘antenne’ cantonali e dunque delle inchieste su mafia e terrorismo», osservava, interpellato dalla ‘Regione’, il parlamentare in occasione del deposito della propria interpellanza. E si chiedeva se l’operazione «si sia rivelata col tempo una mossa azzeccata oppure se non abbia fatto perdere alla Polizia federale, come temo, il contatto con le dinamiche locali». Con la realtà locale.

Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale: dal suo punto di vista un’operazione azzeccata?
Non compete al comandante della Polizia cantonale esprimersi sulle strategie della Fedpol. Posso comunque affermare che il ‘gioco di squadra’ tra Polcantonale e autorità federali – in particolare l’Ufficio federale di polizia, appunto – funziona, secondo me, molto bene. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto, come polizia ticinese, maggiore centralità nella lotta al crimine organizzato, anche in considerazione della posizione geografica di confine del nostro cantone. Per esempio nell’azione di contrasto al terrorismo, la rete a livello nazionale e cantonale ha più volte dimostrato di essere estremamente efficace.

Ma la cooperazione tra Fedpol e Cantonale necessita di qualche correttivo o va bene così?
Non è mia abitudine dormire sugli allori, sia per quanto riguarda le attività della Polizia cantonale sia per quel che concerne i rapporti di collaborazione con altre forze di polizia. Lo impone del resto la lotta alla criminalità. Una criminalità che evolve, che muta a una velocità tale che a volte le istituzioni faticano a seguire. I costanti contatti a più livelli hanno portato però a dei miglioramenti che in futuro potranno essere ulteriormente rafforzati.

E che la collaborazione tra Fedpol e Polizia cantonale “verrà ulteriormente rafforzata” lo preannuncia anche il Consiglio federale, rispondendo a Romano…
Da parte della Fedpol e da parte della Polizia cantonale, l’attenzione al fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel nostro Paese non è mai mancata. Prova ne sia che, come spiegato anche recentemente dalla direttrice dell’Ufficio federale di polizia Nicoletta della Valle, stiamo lavorando insieme a un piano d’azione antimafia in Ticino.

Concretamente?
Dapprima analizzeremo il fenomeno per raccogliere le informazioni che ci necessitano sulle infiltrazioni mafiose nel nostro cantone e in seguito agiremo in modo coordinato a livello investigativo, senza dimenticare l’impiego di strumenti quali espulsioni e/o divieti di entrata in Svizzera. Ciò a dimostrazione di quanto detto prima: la collaborazione tra Polcantonale e Fedpol è positiva e orientata alla progettualità.

Il passaggio di inquirenti della Cantonale alla Polizia giudiziaria federale avviene ancora oppure l’emorragia è stata tamponata?
È un passaggio legato alle aspirazioni professionali che ogni agente possiede e su cui, ci mancherebbe altro, non esprimo giudizi. Se da un lato è vero che inquirenti della Cantonale sono passati nelle file della Fedpol, dall’altro noto che alcuni sono poi ritornati nel nostro corpo di polizia, che continua a mantenere un forte appeal per chi è alla ricerca di uno sbocco professionale nel settore sicurezza, in particolare come inquirente.

Formazione e integrità basilari per la fiducia data

Formazione e integrità basilari per la fiducia data

Consegnate ai futuri agenti di polizia le armi d’ordinanza

Giovedì scorso ho avuto il piacere di presenziare alla Consegna dell’arma alla Scuola di polizia V° circondario (SCP), cerimonia che si presta a qualche riflessioni in merito al ruolo dell’agente e alle sollecitazioni alle quali è chiamato a rispondere.
La consegna dell’arma rappresenta per i giovani che hanno scelto di seguire questo impegnativo e, al tempo stesso, stimolante percorso un ulteriore passo verso l’obiettivo finale, ovvero diventare agenti del nostro Corpo di polizia seguendo solidi ideali e la volontà di servire il proprio Cantone o Comune in modo concreto.
In questo senso, giovedì è stato un giorno altamente simbolico: ricevere un’arma sottende infatti una forte assunzione di responsabilità da parte di queste donne e questi uomini che, appunto, hanno scelto di servire in modo attivo il Paese in cui vivono, adoperandosi giorno dopo giorno a favore della sicurezza dei cittadini.
Dopo un percorso di formazione impegnativo, comprensivo di allenamenti pratici e di approfondimenti normativi sull’uso della pistola d’ordinanza, 24 aspiranti agenti della Polizia cantonale, 14 aspiranti agenti delle Polizie comunali di Bellinzona, Locarno, Lugano, Mendrisio, Biasca, Chiasso, Malcantone ovest, Muralto e Minusio, 2 aspiranti della Polizia dei trasporti, 2 aspiranti della Polizia cantonale dei Grigioni, 2 aspiranti della Polizia Militare, hanno così ricevuto ufficialmente la pistola d’ordinanza.
Gli aspiranti sono ora pronti per un periodo di stage nei posti di Polizia e presso i propri comandi di appartenenza, tassello importante della formazione che li porterà al conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia, con il superamento degli esami di professione a febbraio 2019.

Contemporaneamente, ottimi agenti e brave persone
Ho detto loro della necessità di essere ottimi agenti, ma soprattutto brave persone. L’ipotesi di cedere alle facili tentazioni e di abbandonare il cammino certo e retto intrapreso esiste, ma nella stragrande maggioranza dei casi è spazzata via dall’equilibrio, dalla serietà e dallo spiccato senso sociale (nel rispetto dell’etica professionale) che ogni agente porta in dote e dal quale non si separa. Qualità che non vanno mai disattese e che sono accompagnate dalla fierezza (che non è esibizione) di indossare questa divisa, dal coraggio (che non è spavalderia) e da un comportamento che viaggia su binari paralleli al codice deontologico e alla Legge.

Una formazione di base di qualità
Preparare dei validi poliziotti facendo capo a professionisti e a specialisti di materia per garantire un’istruzione teorica, tecnica e pratica aderente alle esigenze della professione: ecco l’obiettivo della SCP. Una crescita tecnica e conoscitiva che va di pari passo con la crescita “umana” del singolo agente. Un bravo agente sarà sempre il risultato della somma tra la componente professionale e quella umana, importantissime e dipendenti l’una dall’altra.
La Scuola SCP offre ai futuri agenti un percorso mirato allo sviluppo delle necessarie competenze di base, fornendo loro gli strumenti indispensabili per garantire l’assunzione di compiti professionali complessi.
Con la SCP si intendono creare i presupposti affinché il giovane agente sia pronto a far fronte a compiti nuovi e responsabilizzanti, che richiedono impegno, ma che possono pure esser all’origine di gratificazioni personali, di garanzie per possibilità di carriera e di un’adeguata retribuzione. Attraverso la SCP si diventa anche donne e uomini migliori? Credo proprio di sì!

Rapina di Arzo: “Fenomeno da non sottovalutare”

Rapina di Arzo: “Fenomeno da non sottovalutare”

Da www.ticinonews.ch

Il ministro preoccupato per questo nuovo fenomeno che concerne anche le banche: “Da intraprendere contromisure”

“Sono preoccupato, come i cittadini del Mendrisiotto, perché il nostro non deve essere visto come un territorio in cui si può entrare e prelevare facilmente ingenti somme di denaro dai bancomat”. Così il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi commenta ai microfoni di TeleTicino il colpo odierno alla Raiffeisen di Arzo, il secondo nello spazio di pochi giorni, dopo quello di Coldrerio.

Il furto questa notte avrebbe fruttato alcune centinaia di migliaia di franchi. Rubata un’auto, i malviventi si sono diretti alla banca e una volta oscurata la telecamera hanno fatto saltare in aria il distributore di banconote. Pochi minuti dopo i ladri si sono dati alla fuga, abbandonando l’auto rubata a pochi metri dal confine per poi scappare con un’altra vettura.

Il modus operandi, come detto, ricorda quello di Coldrerio e ad altri colpi compiuti in Italia. Legittimo dunque pensare alla stessa banda di criminali. Ipotesi che i colleghi di TeleTicino hanno sottoposto al portavoce della polizia cantonale Renato Pizzoli: “Ci sono molte analogie, pertanto ci stiamo muovendo nel trovare un denominatore comune. Le indagini seguono lo stesso filone” ha spiegato Pizzoli, specificando che la problematica viene guardata a 360 gradi, quindi anche all’Italia. “Cerchiamo di approfondire tutti gli aspetti per arrivare il prima possibile alla soluzione. Si intrecciano anche quelle che sono le necessarie sinergie con gli enti che vengono colpiti e quindi stiamo reagendo come abbiamo sempre fatto in queste situazioni”.

Anche il ministro Norman Gobbi auspica una soluzione veloce: “Se sul fronte delle effrazioni – furti con scasso in abitazioni – siamo riusciti a contrastare questo fenomeno, rispettivamente anche nelle rapine nei distributori di benzina, rispettivamente nei punti cambio, questo nuovo fronte ci preoccupa perché sta diventando – e questa serie di due colpi in una settimana sola ci preoccupa – un fenomeno che deve trovare una soluzione soprattutto da chi opera sui bancomat, quindi dalle banche che le hanno in casa”.

Gobbi ribadisce che l’attenzione delle istituzioni “è presente” e ha lanciato anche un appello alle banche: “Da capo Dipartimento, un invito alle banche a non sottovalutare questo fenomeno; visto che in Italia hanno trovato degli accorgimenti, questi devono essere trovati anche in Ticino, magari non nella stessa forma, ma tutelare i loro interessi in quanto diretti interessati dai colpi”.