Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Dal sito rsi.ch, un articolo del 9 agosto 2018

Avrebbe legami con il jihad islamico l’uomo fermato nelle scorse settimane in Ticino durante un controllo – Parla Norman Gobbi

L’articolo completo è disponibile al seguente link: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Sospettato-di-terrorismo-rimpatriato-10763027.html

 

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Il rischio era troppo elevato

Il rischio era troppo elevato

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 12 maggio 2018 de La Regione

Due agenti, supportati dalla psicologa di polizia. È il nucleo operativo del ‘Gruppo gestione persone minacciose e pericolose’, servizio della Polcantonale che, ricevuta mercoledì pomeriggio la segnalazione della direzione dell’istituto scolastico, ha in meno di ventiquattro ore approfondito le informazioni e deciso di intervenire, e quindi di arrestare la mattina seguente il 19enne. Questo «dopo essere giunti alla conclusione che il rischio era troppo elevato», ha spiegato la psicologa di polizia Marina Lang Bindella in un incontro con la stampa indetto ieri pomeriggio dal Dipartimento istituzioni per illustrare l’attività del Gruppo, senza ovviamente entrare nel merito dell’inchiesta penale. Un Gruppo, di specialisti, entrato in funzione il 1° marzo dello scorso anno «per volontà del sottoscritto e del comandante Matteo Cocchi alla luce della crescente necessità di individuare un ente che fungesse – ha indicato Norman Gobbi – da punto di riferimento per le istituzioni e per i cittadini che notano comportamenti strani, anomali». Un ente «per prevenire situazioni che, se non riconosciute per tempo come gravi, possono avere effetti devastanti sulla vita altrui», ha rilevato il capo del Dipartimento istituzioni. E quello finito di recente sotto la lente dall’apposito servizio della Cantonale «è il caso più grave di cui ci siamo finora occupati», ha sottolineato il capitano Alberto Marietta, l’ufficiale responsabile del ‘Gruppo gestione persone minacciose e pericolose’, con sede a Giubiasco. Il servizio, ha evidenziato Gobbi, «ha così messo in atto tutte le misure necessarie» per scongiurare l’eventuale passaggio dalle intenzioni all’atto. Cioè alla strage. Ma come lavora il servizio? «Ricevuta la segnalazione, si tratta di riconoscere la potenziale escalation di un rischio, di valutarlo e di disinnescarlo», ha sostenuto Marietta. Spesso il rischio viene disinnescato «attraverso un colloquio ‘preventivo’» con il soggetto attenzionato. «Partiamo sempre – gli ha fatto eco Lang Bindella – da segnalazioni provenienti da settori dell’Amministrazione o da cittadini. Segnalazioni di comportamenti inadeguati. Si analizza allora il rischio, il che significa fra l’altro tracciare un profilo della personalità del soggetto, verificare se ha o no precedenti penali, se e come è inserito nella rete sociale». E capire «se vi sono elementi che possono diventare allarmanti», tali da prefigurare «un passaggio all’atto». Tali da renderlo altamente probabile. E da rendere l’intervento, ossia l’arresto del soggetto, inderogabile. Insomma, per dirla ancora con la psicologa di polizia, il ‘Gruppo gestione persone minacciose e pericolose’ «fa un lavoro preventivo e anticipatorio». Tornando alla vicenda di questi giorni, Gobbi ha posto l’accento anche sul prezioso ruolo avuto dalla scuola: allievi, direzione, docenti. «Voglio esprimere – ha dichiarato il consigliere di Stato – la mia riconoscenza a tutte quelle persone che, segnalando alla polizia quella situazione, hanno mostrato un elevato senso civico e un alto coraggio civile. E quando parlo di cittadini-sentinelle intendo proprio questo».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 12 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Analisi «Il rischio era elevato, dovevamo agire senza indugi»
Il lavoro degli specialisti attivi in seno alla polizia cantonale

«Il rischio era elevato e abbiamo deciso di intervenire subito». La psicologa Marina Lang Bindella, consulente del Gruppo cantonale gestione persone minacciose e pericolose della polizia cantonale, non ha dubbi: se non si fosse agito nel giro di poche ore lo studente della Commercio di Bellinzona avrebbe potuto mettere in atto il suo folle piano. «La segnalazione da parte della direzione dell’istituto scolastico ci è giunta mercoledì pomeriggio e, dopo un lavoro di approfondita analisi condotto senza sosta giorno e notte, giovedì mattina abbiamo deciso di intervenire» le fa eco il capitano Alberto Marietta, ufficiale della polizia cantonale responsabile del Gruppo che, insieme alla collega psicologa e al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, ha incontrato ieri la stampa non tanto per fare il punto sull’inchiesta che prosegue nel più stretto riserbo, ma per spiegare come lavora appunto il Gruppo cantonale gestione persone minacciose e pericolose. L’unità costituita il 1. marzo del 2017 sull’esempio positivo di quanto fatto Oltralpe nelle città di Zurigo e Soletta, ha rammentato Gobbi, si prefigge di fungere da punto di riferimento per il mondo delle istituzione e per i cittadini che dovessero trovarsi confrontati con comportamenti violenti, o potenzialmente tali, di determinate persone. «Comportamenti che se non vengono riconosciuti subito possono avere effetti devastanti» ha sottolineato il direttore del Dipartimento delle istituzioni. «Ogni segnalazione – ha aggiunto – viene analizzata a fondo e le misure attivate sono conseguenti a questo lavoro di analisi». Segnalazione che, nel caso concreto, ha evitato quello che, se l’inchiesta confermerà i fatti, sarebbe potuto essere un gravissimo atto di sangue. Da qui la riconoscenza di Gobbi per «l’alto senso civico e un elevato coraggio civile» dimostrato dalla direzione della Commercio, nonché dai compagni e dai docenti del 19.enne arrestato giovedì mattina perché sospettato di star pianificando una strage nella scuola che frequentava (l’ipotesi di reato mossa nei suoi confronti dal sostituto procuratore generale Antonio Perugini è di atti preparatori di assassinio, subordinatamente di omicidio). Insomma, per citare il direttore dell’Istituto scolastico cittadino Adriano Agustoni, si è arrivati a tre millimetri dalla tragedia. Tragedia che il giovane avrebbe pianificato di commettere martedì prossimo. Ma il suo piano, che lui negherebbe di aver voluto davvero mettere in atto, è stato sventato grazie al tempestivo intervento del Gruppo cantonale prevenzione persone minacciose e pericolose. Composto di due agenti operativi i quali si avvalgono della consulenza specialistica della psicologa Marina Lang Bindella (si pensa comunque ad un potenziamento dell’organico poiché, come ha affermato il capitano Marietta, il lavoro non manca), ha sede a Giubiasco. Come spiegato dal suo ufficiale responsabile durante l’incontro con la stampa svoltosi ieri al comando della polizia cantonale, il lavoro del Gruppo poggia su tre pilastri: il primo consiste nel riconoscere il rischio in base al monitoraggio interno svolto sia nell’ambito dell’abituale lavoro di polizia giudiziaria, sia sulla scorta delle segnalazioni che, come nel caso che ha portato all’arresto dello studente della commercio, provengono da cittadini e da uffici dell’Amministrazione cantonale. Il secondo è la valutazione dei rischi compiuta dagli specialisti che prevede la tracciatura del profilo della persona potenzialmente pericolosa, l’analisi della sua rete sociale così come quella del suo comportamento per determinare se sia in atto un’escalation che potrebbe portarla a commettere degli atti violenti. Questa analisi, ha spiegato la psicologa consulente del Gruppo, prevede un colloquio con la persona «sotto i riflettori» come pure la raccolta di informazioni sui social network. Alla precisa domanda dei giornalisti se anche il 19.enne sia stato sottoposto ad un colloquio prima che si decidesse di arrestarlo gli inquirenti hanno preferito non rispondere. Hanno tuttavia affermato con certezza che quello venuto alla luce tra mercoledì pomeriggio e giovedì mattina è l’unico caso mai registrato in Ticino e, per quanto a loro conoscenza, anche in Svizzera. Il terzo pilastro su cui poggia il lavoro del Gruppo cantonale gestione persone minacciose e pericolose consiste evidentemente nel disinnescare il pericolo quando questo è reale, come avvenuto giovedì mattina con l’arresto del 19.enne. «Sono decisioni difficili da prendere perché, come nel caso concreto, coinvolgono la famiglia, i compagni di scuola e la rete sociale del giovane» ha osservato Marina Lang Bindella, ribadendo che il rischio era elevato e che quindi si doveva agire subito.

«Questo sistema di analisi e di verifica dei rischi – ha rilevato ancora il direttore del Dipartimento delle istituzioni – ha bisogno di un lavoro di rete. Rete che oggi ha funzionato: nel giro di poche ore dalla segnalazione vi è stato l’intervento». Rete che prossimamente si completerà con un sito Internet attraverso il quale si informerà la popolazione sulle risposte da dare nel caso ci si confrontasse con persone dal comportamento potenzialmente pericoloso o che mostrano dei segnali di radicalizzazione. Oggi queste situazioni possono essere segnalate al 117 oppure agli sportelli dei posti di polizia. Si tratta di segnalazioni che nella maggior parte dei casi si esauriscono subito in un nulla di fatto mentre altre vanno approfondite. Difficile, ha chiosato il capitano Marietta, dire quanti casi di reali minacce sono stati seguiti dal Gruppo dalla sua costituzione.

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Un portale di prevenzione promosso dal DI

Il terrorismo non è giunto in Svizzera. Gli attacchi degli ultimi anni mostrano però chiaramente che molti degli attentatori sono cresciuti e si sono radicalizzati in Europa, anche tra di noi.
Siamo di fronte a una minaccia che colpisce le nostre comunità e gli spazi dove trascorriamo la quotidianità.
Il tema della radicalizzazione e della sua prevenzione sta assumendo un valore sempre più ampio nella lotta alle organizzazioni terroristiche.

Il Canton Ticino non risulta al momento un obiettivo sensibile. Non possiamo però attendere che il problema si concretizzi per prevedere le contromisure. Deve essere intrapresa un’attività costante di prevenzione e sensibilizzazione fino all’uso repressivo della forza. Naturalmente gli accertamenti dei servizi informativi e il perseguimento penale dei terroristi rimangono degli elementi centrali della lotta al terrorismo.
Tuttavia intervengono soltanto quando la minaccia di azioni violente contro la società è già concreta. La prevenzione è un’attività ragionata sul lungo periodo mentre spesso è necessario un approccio più puntuale e deciso.

Ricordo che l’integrazione è uno degli strumenti più efficaci a disposizione delle Autorità cantonali nel contrasto e nella prevenzione del rischio terroristico. Il programma di integrazione cantonale per il quadriennio 2018-2021, che poggia sugli obiettivi fissati dalla Confederazione e dai Cantoni (informazione e consulenza, formazione e lavoro, comunicazione e integrazione sociale) ha il compito di favorire il rapido e stabile inserimento nel contesto locale dei cittadini stranieri.

Anche in questo senso va letta la proposta del mio Dipartimento di creare un portale internet per prevenire il fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo violenti. Il suo scopo è di raccogliere le richieste di informazione, aiuto e segnalazioni della popolazione per analizzarle e organizzare eventuali misure. Il portale avrà ancora il compito di mettere in contatto operatori e funzionari amministrativi confrontati con la problematica della radicalizzazione. Il progetto verrà realizzato dai servizi del mio Dipartimento – in particolare con la collaborazione del Servizio per l’integrazione degli stranieri – e con il Centro intercantonale d’informazione sulle credenze di Ginevra. Saranno inoltre coinvolti i rappresentanti del Dipartimento della sanità e della socialità e del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.

Non si tratta evidentemente dell’unica iniziativa sin qui realizzata. Negli scorsi mesi il Consiglio di Stato, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del Dipartimento che dirigo – di studiare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano seguaci da radicalizzare. Abbiamo inoltre scritto ai comuni ticinesi chiedendo di vietare la distribuzione su suolo pubblico del Corano nell’ambito di un’azione di reclutamento jihadista ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia. Infine, quest’anno chiederò di valutare l’introduzione di nuove misure per intensificare la collaborazione con le Città nella difesa del territorio.

La certezza assoluta che gli attacchi non possano interessare anche noi purtroppo non esiste. Non dobbiamo comunque cedere alla paura come vorrebbero gli autori di simili azioni.
Ho piena fiducia nell’operato dei servizi del Dipartimento. L’ottima collaborazione tra le autorità politiche e le forze dell’ordine, oltre allo scambio continuo di informazioni, è la premessa ideale per combattere possibili scenari sfavorevoli.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Sicurezza: un portale contro il terrorismo

Sicurezza: un portale contro il terrorismo

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 9 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Il Dipartimento delle istituzioni scende in campo con un progetto per contrastare la radicalizzazione Norman Gobbi: «Minaccia vigliacca che va affrontata su più fronti, dalla prevenzione alla repressione»

Prevenire la minaccia terroristica e contrastare la radicalizzazione. Questo l’obiettivo della Confederazione che, ad inizio dicembre, aveva presentato il piano d’azione nazionale sollecitando i Cantoni ad attivarsi per arginare il fenomeno. Una richiesta alla quale il Ticino subito ha risposto presente: oggi, sul tavolo del Consiglio di Stato approderà un progetto elaborato dal Dipartimento delle istituzioni per dare vita a un portale per la prevenzione contro la radicalizzazione e gli estremismi violenti in Ticino. Ma per combattere un fenomeno complesso come quello del proselitismo, è sufficiente rispondere con un sito internet? «Bisogna affrontare la minaccia terroristica su più fronti, dall’uso repressivo della forza, alla prevenzione e sensibilizzazione» spiega al Corriere del Ticino il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi , che aggiunge: «Ci troviamo di fronte a una minaccia vigliacca. I terroristi agiscono colpendo le nostre comunità al cuore, laddove si svolge la vita di tutti i giorni. Anche se il nostro territorio attualmente non risulta essere tra gli obiettivi delle organizzazioni terroristiche non possiamo rimanere con le mani in mano. L’esperienza ci insegna che il processo d’integrazione dei cittadini in arrivo da noi resta uno degli strumenti più efficaci per contrastare la radicalizzazione e prevenire la minaccia terroristica».

Il cittadino in prima linea
Una volta ottenuto il via libera dall’Esecutivo, il progetto pilota durerà due anni (2018-2019) durante i quali un gruppo di esperti – supportato dal Centro intercantonale d’informazione sulle credenze religiose di Ginevra – svilupperà il sito internet che sarà rivolto agli addetti ai lavori ma anche ai cittadini. Ai primi permetterà di «fare rete», confrontandosi e scambiando consigli per risolvere i casi. Mentre per la parte rivolta al pubblico – inteso non solo come singoli cittadini ma anche come ambiente scolastico ed autorità di protezione – il portale consentirà di trovare informazioni utili, ma anche di poter segnalare eventuali situazioni sospette. Avvisi questi che, per evitare una caccia alle streghe, verranno debitamente analizzati dalle autorità. «Dopo una serie di misure di polizia si tratta del primo tassello concreto e “demilitarizzato” portato avanti dall’autorità cantonale». Ancora in una fase iniziale, il progetto (al quale prenderanno parte anche il DSS e il DECS), rappresenta un ulteriore tassello nella lotta al radicalismo. Come ricorda il nostro interlocutore, «negli scorsi mesi il Consiglio di Stato rispondendo a una consultazione federale ha chiesto a Berna, su proposta del mio dipartimento, di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano adepti da radicalizzare». Ma non solo. Se il 2017 è stato segnato, tra l’altro, dall’azione di sensibilizzazione rivolta ai Comuni per evitare la distribuzione del Corano nelle piazze, nel 2018 «i servizi del mio dipartimento valuteranno l’introduzione di una serie di misure per intensificare la collaborazione con i Comuni – penso in particolar modo alle Città del nostro cantone – con l’obiettivo di migliorare ulteriormente il presidio del nostro territorio», precisa Gobbi. Per valutare l’efficacia del portale infine, è previsto che la direzione presenti al Governo un rapporto di attività annuale.

I servizi segreti svizzeri
Ma il tema delle infiltrazioni di stampo terroristico in Ticino e in Svizzera è stato ripreso anche dal quotidiano romando Le Temps. In particolare, negli scorsi giorni il sito del quotidiano riportava come, fino al 2001, il nostro cantone e la località di Campione d’Italia fossero serviti di base ai Fratelli musulmani. Tali informazioni sarebbero emerse da un’indagine che i Servizi segreti svizzeri stanno conducendo in merito a presunte reti islamiche presenti sul territorio nazionale. Ma allora, dobbiamo preoccuparci? «La certezza che attacchi di questa portata non possano toccare anche noi purtroppo non l’abbiamo – conclude Gobbi – non siamo immuni dagli attentati terroristici come non lo eravamo in passato: ripenso agli anni Settanta e Ottanta, quando l’Italia viveva quelli che sono ricordati come “gli anni di piombo” caratterizzati dal terrorismo di matrice politica. Quello che però non dobbiamo fare è cedere alla paura, come vorrebbero i movimenti radicalizzati che commettono questi atti vili e violenti».

Ventisei frecce contro l’estremismo

Ventisei frecce contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Corriere del Ticino nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

«Prima». Questo il termine più spesso ripetuto durante la presentazione del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento (PNA), alla quale hanno partecipato la ministra di Giustizia e Polizia Simonetta Sommaruga , il delegato alla Rete integrata Svizzera per la sicurezza André Duvillard e i rappresentanti dei Governi cantonali e degli Esecutivi di Comuni e Città.

Prima, dicevamo, perché nella lotta al terrorismo – una parola che, ha sottolineato Sommaruga, non ricorre mai nel piano proprio perché bisogna fare il possibile per non arrivarci – è necessario agire il più presto possibile, come ha rammentato Duvillard.
In che modo? Coinvolgendo in un’ottica interdisciplinare non solo la popolazione e la società civile, ma anche e soprattutto le parti politiche e sociali attive su tutti i livelli statali: Comuni, Cantoni e Confederazione. E operando in tutti i settori: quello dell’educazione, della socialità, dell’integrazione e della sicurezza. Ed ecco così spiegata la nascita del PNA, che prevede 26 misure concrete, da attuare in un lasso di tempo quinquennale e per il quale la Confederazione stanzierà 5 milioni di franchi a titolo di incentivo. I provvedimenti proposti si basano in larga parte sui progetti e sugli sforzi già in atto.

In particolare, tra le misure spiccano offerte formative per specialisti e per chi lavora nei centri per richiedenti l’asilo, corsi di formazione continua per persone di riferimento religiose, strumenti per il riconoscimento precoce, servizi specializzati e di consulenza e scambio di informazioni. Gli ambiti d’intervento sono cinque: la conoscenza e la competenza, la collaborazione ed il coordinamento, la prevenzione di idee e gruppi estremisti, il disimpegno (ovvero il processo per cui una persona smette di sostenere un movimento dell’estremismo violento) e la reintegrazione e, infine, la cooperazione internazionale.

Un aspetto fondamentale nella prevenzione della radicalizzazione è la lotta contro le discriminazioni, l’esclusione e la mancanza di prospettive dei giovani, ha ricordato il municipale zurighese, membro dell’Unione delle città svizzere e copresidente della Conferenza dei direttori di sicurezza delle città svizzere Richard Wolff , sottolineando che una società forte che non tollera l’esclusione è il miglior strumento contro la radicalizzazione. Per Gustave Muheim, vicepresidente dell’Associazione dei Comuni svizzeri, il PNA è una cassetta degli attrezzi messa a disposizione dei vari attori.

«Rendiamo la Svizzera un villaggio», ha invece affermato il consigliere di Stato sangallese Martin Klöti, presidente della Conferenza dei direttori cantonali delle opere sociali: un villaggio in cui scambiare informazioni ed esperienze ed imparare sulla base di queste. Ricordando che, in un ambito così sensibile, non si mira alla creazione di uno «Stato ficcanaso», bensì a rendere accessibili le informazioni e a coordinare le operazioni, formando specialisti che possano interpretare i segni di una radicalizzazione e rendendo al contempo chiari i processi e le competenze dei singoli attori (tra i quali figurano insegnanti, responsabili di associazioni sportive ed operatori sociali). In questo senso la responsabilità principale è di competenza comunale, cittadina e cantonale.

A tal proposito, la consigliera di Stato ginevrina e membro della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione Anne Emery-Torracinta ha illustrato le misure previste dal Cantone lemanico: la formazione di persone di riferimento all’interno degli istituti scolastici, l’istruzione obbligatoria fino ai 18 anni e la formazione continua per imam.

Dal canto suo, il consigliere di Stato ticinese e membro della presidenza della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia Norman Gobbi ha sottolineato l’importanza della gestione delle minacce. Da noi contattato, ci ha spiegato come questo strumento sia già stato creato in Ticino ad opera di un gruppo interdipartimentale. Il PNA mira ad un suo sviluppo: «Le segnalazioni, che possono giungere dai familiari, dall’ambiente scolastico, dalle autorità di protezione o dalle forze dell’ordine, verranno messe in rete e diffuse. Miriamo ad una condivisione dell’informazione e alla creazione di appositi punti di contatto».

Vanno inoltre rafforzate le sinergie non solo tra Comuni e Cantone, ma anche quelle intercantonali. Gobbi ha poi sottolineato l’indispensabilità della collaborazione tra le forze dell’ordine e le diverse autorità. In Ticino in particolare è necessaria una rete cantonale, affinché le segnalazioni non restino circoscritte alla realtà comunale. Ricordando che «il piano d’azione nazionale non offre soluzioni preconfezionate, anche in virtù delle diverse realtà non omogenee che caratterizzano il nostro Paese».

Il PNA, secondo Sommaruga, è la classica opera nata dalla collaborazione di stampo federalista. La ministra ha menzionato due gruppi particolarmente a rischio: i giovani e le persone già radicalizzate. Il PNA è un «tassello importante» nella lotta alla radicalizzazione, da affiancare agli altri due progetti (l’ultimo verrà posto in consultazione entro la fine di quest’anno):
le modifiche del diritto penale e di altre leggi funzionali al perseguimento penale e le misure preventive di polizia.

Insieme contro l’estremismo

Insieme contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Giornale del Popolo nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

Confederazione, Cantoni e Comuni intendono agire insieme contro la radicalizzazione e l’estremismo violento: i rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e Città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato ieri a Berna un piano di azione nazionale contenente 26 misure. Il Consiglio federale, la scorsa settimana, ha preso atto del piano e ha manifestato l’intenzione di promuoverne l’attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile.
La prevenzione necessita una individuazione e un intervento precoci. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere delle misure», ha sottolineato Sommaruga nel corso di una conferenza stampa. Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano, ha detto la responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia aggiungendo tuttavia che la Svizzera non parte da zero. Iniziative sono già state lanciate a Ginevra. Il cantone sta per mettere in azione una rete di 250 ‘referenti’ nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione, ha spiegato la ministra cantonale dell’istruzione pubblica Anne Emery-Torracinta. Inoltre sono state istituite formazioni per gli imam all’università. Infine Ginevra intende introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi: la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. I Cantoni e i Comuni sono chiamati a giocare un ruolo chiave nel piano d’azione. La Rete integrata Svizzera per la sicurezza è incaricata di coordinare il trasferimento delle conoscenze e delle esperienze. Un pool di esperti nazionali dovrebbe poi aiutare Cantoni e Comuni a disimpegnare e reintegrare le persone radicalizzate. Inoltre i Cantoni dovrebbero parallelamente sviluppare una gestione interistituzionale della minaccia. Condotto dalla polizia, questo approccio mira a riconoscere precocemente il potenziale pericolo di singoli individui e gruppi.
Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili devono poi essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati. Devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. Anche le persone che operano in un contesto religioso e quelle incaricate dei richiedenti asilo devono essere sensibilizzate. Lo stesso vale per responsabili di associazioni culturali e del tempo libero. Spetta a ogni Cantone e Comune in base alle sue specificità definire i servizi di consulenza adeguati.

Gli scambi di informazioni devono inoltre essere facilitati. Una base legale deve ancora essere creata a livello nazionale. Ogni Cantone deve esaminare in collaborazione con il suo preposto alla protezione dei dati in quale misura lo scambio di informazioni possa essere garantito. Il piano d’azione è la seconda parte del programma del Consiglio federale contro il terrorismo.
La prima, messa in consultazione in giugno, precisa quali sono le azioni vietate e quale è la pena inflitta.

L’INTERVISTANorman Gobbi: ‘Un impegno di istituzioni e società civile’

Norman Gobbi, direttore del Dipartimento istituzioni, come valuta il piano d’azione contro la radicalizzazione e l’estremismo violento?

Il piano ingloba i tre livelli istituzionali (Comuni, Cantoni e Confederazione) e tutta la società civile: dal mondo della scuola fino alle carceri. A monte c’è un’esigenza di sensibilizzazione, che deve essere svolta nelle istituzioni ordinarie presenti sul nostro territorio. Dall’altra parte ci sono altre misure che permettono di condividere le buone esperienze svolte da città, comuni e cantoni. L’obiettivo è quello di evitare il fenomeno della radicalizzazione.

Secondo lei, quali misure sono particolarmente importanti?

Sicuramente quella legata alla verifica delle basi legali che permettono lo scambio di informazioni tra autorità: per evitare che i limiti posti dalle attuali leggi di protezione dei dati impediscano di condividere informazioni raccolte nel mondo scolastico a favore di un’analisi del caso. Quanto all’esecuzione delle pene: bisogna porre l’accento su una formazione specifica per chi opera all’interno delle carceri.

Altri Cantoni hanno già intrapreso misure specifiche. E in Ticino?

Il Cantone si è già mosso: abbiamo costituito il Servizio gestione cantonale persone minacciose e pericolose, che affronta coloro che hanno comportamenti minacciosi nei confronti delle autorità, ma mette anche in rete informazioni legate alla violenza domestica. Si tratta ora di capire come far funzionare meglio questo sistema, misurandoci con altre realtà cantonali che conoscono questo tipo di situazioni.

Come può contribuire il Ticino a questo progetto?

Il Ticino ha già avuto esperienze in questo ambito. Riconoscere in anticipo queste radicalizzazioni può portare a trovare le misure non solo preventive ma anche di repressione, che rientra nei compiti delle forze di polizia.

Siccome questo piano include anche la società civile, non sussiste il rischio di segnalazioni infondate?

Uno degli obiettivi è quello di creare punti di contatto per le autorità, ma anche per i singoli cittadini, dove si possono segnalare situazioni strane, che possono far sorgere dei dubbi. Sta poi all’autorità competente fare la valutazione del caso per evitare una caccia alle streghe. Inoltre è importante anche il lavoro di intelligence per potere intervenire in modo appropriato.

Contro la radicalizzazione

Contro la radicalizzazione

Articolo pubblicato su La Regione nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

La radicalizzazione e gli estremismi violenti si combattono anche con la prevenzione. Ne sono convinti i Comuni, i Cantoni, le Città e la Confederazione che hanno deciso di unire le forze per condividere le “buone esperienze” e «permettere così a ogni realtà di mettere in campo quelle giuste». No r ma n Gobbi, consigliere di Stato ticinese e membro del comitato direttivo della Conferenza dei direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, sa di cosa parla, essendo il Ticino non estraneo a fenomeni di radicalizzazione o estremismo violento – come ha dimostrato l’arresto la primavera scorsa del reclutatore dell’ISIS – e al tempo stesso Cantone già attivo, con il “Pro gramma d’integrazione cantonale PIC 2”, nella prevenzione e nella presa a carico di eventuali casi o segnalazioni sospette. Ciò non di meno, è importante unire le forze. Da qui la creazione di un “Piano di azione nazionale” contenente 26 misure, non vincolanti «che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo», ha detto la direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia, Simonetta Sommaruga ieri a Berna, presentando insieme a Gobbi il “Piano di azione”. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere misure», ha aggiunto la consigliera federale. «Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano», ha affermato. Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili, si è aggiunto, devono essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati: devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. «Sappiamo che la radicalizzazione può passare anche attraverso i luoghi di culto e i centri culturali – rimarca Gobbi – ma evidentemente il “Piano di azione” è contro tutto l’estremismo violento che rappresenta una minaccia per lo Stato e la popolazione», precisa il consigliere di Stato ticinese. Questo perché «è importante che funzioni la prevenzione, ma anche l’aspetto repressivo non deve essere da meno», precisa Gobbi. Si spiegano così le modifiche alle basi legali su scala nazionale in dirittura d’arrivo che permetteranno «di lottare meglio contro l’estremismo e la radicalizzazione anche da punto di vista penale», annota il ministro della giustizia ticinese. Nel frattempo Cantoni, Città e Confederazione affilano le armi dal punto di vista della prevenzione. A cominciare dal Consiglio federale che la scorsa settimana ha preso atto del “Piano” e manifestato l’intenzione di promuovere la sua attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile. Iniziative sono già ad esempio state lanciate a Ginevra, dove il Cantone sta per mettere in azione una rete di 250 “referenti” nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione. Un altro progetto, sempre sulle rive del Lemano, è quello di introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi, giacché la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. Il concetto del “Piano” è insomma chiaro. «Mettere in rete le buone esperienze e nello stesso tempo stimolare a fare di più – annota Gobbi – così da prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento».

Rete integrata Svizzera per la sicurezza

Rete integrata Svizzera per la sicurezza

Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento

Per evitare che determinate persone si radicalizzino a tal punto da ricorrere alla violenza, occorre intervenire per tempo. I rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato lunedì a Berna un Piano d’azione nazionale che ha per oggetto la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento in tutte le sue forme. Il Piano d’azione nazionale contiene 26 misure che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo. Il Consiglio federale sosterrà l’attuazione del Piano d’azione con un programma d’incentivazione.

Il Piano d’azione rientra nella strategia della Svizzera per la lotta al terrorismo, nel cui ambito la prevenzione riveste un ruolo determinante. Il Piano d’azione offre un importante contributo in tal senso, promuovendo un intervento interdisciplinare a tutti i livelli statali contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. In questo modo crea i presupposti per riconoscere e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento in tutte le sue forme. A tal fine riunisce in particolare gli sforzi già intrapresi in tale ambito.

Adottato all’unanimità
A partire da settembre 2016 il Piano d’azione è stato elaborato di comune intesa da Confederazione, Cantoni, città e Comuni, sotto la direzione del Delegato della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS). Il 24 novembre 2017, i presidenti della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP), della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE) e della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali (CDOS) nonché dell’Unione delle città svizzere e dall’Associazione dei Comuni svizzeri hanno adottato il Piano d’azione.

Nella seduta del 1° dicembre 2017, il Consiglio federale ha preso atto del Piano d’azione e manifestato l’intenzione di voler adottare un programma d’incentivazione quinquennale che intende conferire lo slancio necessario all’attuazione del Piano da parte dei servizi competenti nei Cantoni, nelle città e nei Comuni. Con il programma d’incentivazione la Confederazione prevede di mettere a disposizione un totale di 5 milioni di franchi con cui sostenere progetti avviati a livello cantonale e comunale nonché dalla società civile.

26 misure suddivise in cinque ambiti d’intervento
Le 26 misure sono previste in cinque ambiti d’intervento:
1) Conoscenza e competenza;
2) Collaborazione e coordinamento;
3) Prevenzione di idee e gruppi estremisti;
4) Disimpegno e reintegrazione;
5) Cooperazione internazionale.

Il Piano d’azione si basa sul principio fondamentale secondo cui la collaborazione interdisciplinare istituzionalizzata è l’elemento portante di una prevenzione efficace. Tale collaborazione mette in contatto gli attori rilevanti e agevola un intervento comune. Il Piano d’azione contiene inoltre le seguenti raccomandazioni:

a seconda delle dimensioni e della funzione del Cantone, del Comune o della città è opportuno designare servizi specializzati che siano a disposizione delle autorità locali o delle persone e dei familiari interessati per fornire consulenza e per trasmettere conoscenze (misura 10);

occorre sensibilizzare gli specialisti che operano in campo educativo, sociale e giovanile nonché la polizia e il personale del settore dell’esecuzione delle pene ai temi della radicalizzazione e dell’estremismo violento e offrire loro formazioni e formazioni continue appropriate. Questi attori devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e di agire in modo adeguato (misura 2). Se necessario, devono potersi rivolgere a un servizio specializzato.

Coinvolgimento della società civile

Anche la società civile verrà coinvolta nella prevenzione. I responsabili delle associazioni sportive, culturali e ricreative possono  essere sensibilizzati alla tematica dalle rispettive associazioni nazionali o dalle autorità cantonali e comunali attraverso informazioni e formazioni (misura 5).

Sono inoltre opportuni l’elaborazione di strumenti didattici, materiale pedagogico e progetti sul tema della radicalizzazione e dell’estremismo violento destinati al settore scolastico ed extrascolastico nonché uno scambio relativo ai progetti e ai materiali già esistenti (misura 9). Gli insegnanti e gli allenatori sportivi, che svolgono un ruolo importante nello sviluppo personale degli individui, non devono essere lasciati soli di fronte a questa sfida e devono potersi rivolgere a specialisti che li sostengano.

Istituzione della gestione della minaccia e reintegrazione

Un’altra raccomandazione ha per oggetto l’istituzione di una gestione interistituzionale delle minacce nei Cantoni che coinvolga le varie autorità. Sotto la guida della polizia, tale gestione consentirà di riconoscere precocemente il potenziale di minaccia di singoli individui e gruppi già noti alla polizia. Grazie a strumenti adeguati sarà possibile valutare correttamente il potenziale di minaccia e disinnescarlo adottando apposite misure (misura 14).

Per promuovere il disimpegno e la reintegrazione verrà elaborato un catalogo di misure con approccio interdisciplinare. Si raccomanda inoltre la designazione, da parte di ogni Cantone, di un’autorità competente per il trattamento di persone radicalizzate al di fuori dei procedimenti penali e dell’esecuzione delle pene (misure 21 e 22).

Coordinamento nazionale

La RSS coordina, in collaborazione con le conferenze e le associazioni coinvolte, il trasferimento di conoscenze e di esperienze. Promuove il contatto tra gli attori di tutti e tre i livelli statali e coordina il monitoraggio annuale dell’attuazione delle misure (misura 16). Il Piano d’azione nazionale verrà attuato e valutato entro cinque anni.

Portare avanti e integrare le iniziative già esistenti
Le misure di prevenzione del Piano d’azione nazionale vanno considerate anche in combinazione con i provvedimenti, i programmi e le iniziative già esistenti nei settori della formazione, delle opere sociali, dell’integrazione, della prevenzione della violenza e della criminalità e della lotta alla discriminazione. Sul piano nazionale e a tutti i livelli statali sono già stati intrapresi molti sforzi di prevenzione, che devono essere portati avanti, diffusi su più vasta scala e completati con le misure del Piano d’azione nazionale.

Per ulteriori informazioni:
André Duvillard, Delegato per la Rete integrata Svizzera per la sicurezza, +41 58 464 21 13

È possibile raggiungere le organizzazioni partecipanti rivolgendosi alle loro segreterie, in particolare a:
– Renate Amstutz, Direttrice Unione delle città svizzere, +41 79 373 52 18
– Gustave Muheim, Vicepresidente Associazione dei Comuni Svizzeri, +41 79 341 99 66
– Gaby Szöllösy, Segretaria generale Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali, +41 31 320 29 95