L’ombra del terrorismo sul Ticino

L’ombra del terrorismo sul Ticino

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi ragiona sugli ultimi fatti accaduti a Chiasso

Ad inizio settimana c’è stata una notizia che ci ha scosso ancora una volta. Sto parlando dei sospetti per legami terroristici verso due cittadini tunisini al Centro di registrazione a Chiasso, arrestati lo scorso weekend poco dopo il loro arrivo in Svizzera e messi sotto sicurezza dalle autorità cantonali.

Non è la prima volta che si parla – in un modo o nell’altro – di terrorismo alle nostre latitudini. Anche se sul nostro territorio – fortunatamente – non ci sono ancora stati fatti di sangue di terrorismo di matrice islamica, siamo però stati sollecitati – Ticino e Svizzera – come luogo di reclutamento o di passaggio di potenziali terroristi. Il mese scorso si era infatti parlato di un 18enne marocchino, autore di due accoltellamenti nelle strade di Turku, in Finlandia, che nel 2016 aveva chiesto asilo a Chiasso.

Come dimenticare poi il maxi-blitz di febbraio, che ha portato a una condanna per sostegno ad Al-Qaeda e all’Isis lo scorso agosto al tribunale federale. Un arresto che ha svelato un preoccupante movimento di proselitismo che si espande tra Ticino e Lombardia, complice evidentemente la presenza di una metropoli così estesa come Milano.

Come ripeto spesso, malgrado queste notizie possano portare inquietudine tra i ticinesi, il fatto che questi casi diventino pubblici dimostra come il lavoro d’intelligence da parte del Cantone e la collaborazione con la Confederazione e i partner esteri funzioni e porti misure di protezione attiva verso la nostra comunità. Continuo a ribadire quindi che ho piena fiducia nell’operato dei miei collaboratori coinvolti, e sono certo che questa sia una priorità nella loro missione: scoprire e allontanare dal nostro territorio personaggi che possono mettere in pericolo la nostra sicurezza interna.

Non dobbiamo però allarmarci: la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche, anche se il rischio zero non esiste. Dobbiamo però dimostrare, tramite la nostra attività d’intelligence, che sul nostro territorio non c’è spazio per attività di reclutamento e di preparazione per azioni che possono ferire sì altre nazioni, ma che in fondo feriscono ognuno di noi nel nostro senso di sicurezza e nella nostra percezione di libertà.

A livello politico ci stiamo muovendo, per poter dare ai nostri collaboratori e alla giustizia gli strumenti adatti per affrontare questa nuova – ma ormai sempre più attuale – minaccia. Proprio di recente il Governo del quale faccio parte, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano adepti da radicalizzare.

Non da ultimo, dobbiamo agire anche a livello di prevenzione, creando le basi giuste per far sì che una persona, prima di tutto, non si radicalizzi. Ed è per questo che la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni ticinesi sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nelle piazze, nell’ambito della campagna “Lies!” (dal tedesco “leggi!”). Ho chiesto a tutti i Municipi di respingere queste manifestazioni su suolo pubblico perché quest’organizzazione salafita islamica che predica e distribuisce il Corano per strada, partita dalla Germania, può essere legata ad azioni di radicalizzazione e reclutamento jihadista, ed è stata quindi ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (della quale faccio parte).

Infine, dobbiamo tutti aprire gli occhi, anche coloro che se li sono coperti da soli come una delle tre scimmiette: i controlli effettuati all’entrata del nostro territorio dalle Guardie di confine e dagli organi di Polizia sono essenziali, come pure quelli ancor più approfonditi su chi chiede asilo nella nostra nazione. Ora più che mai siamo coscienti che non possiamo abbassare la guardia e che dobbiamo agire, in maniera coordinata, con tutti i partner coinvolti a livello nazionale e internazionale, contro chi pensa di muoversi indisturbato da nazione a nazione per compiere atti ignobili e fuggire poi lontano. Ricordando loro che da noi i controlli ci sono e gli arresti dello scorso weekend ne sono la testimonianza.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Sospetti legami terroristici

Sospetti legami terroristici

Da laRegione | C’è l’ombra dell’Isis dietro l’arresto a Chiasso di due giovani coniugi tunisini. Misure al vaglio

La coppia era giunta al Centro di registrazione e procedura alcune ore prima dell’azione di polizia coordinata dalla FedPol. Il riserbo è massimo.
A Chiasso ci erano arrivati da poco. Con tutta probabilità i due cittadini tunisini avevano varcato il cancello del Centro di registrazione e procedura per richiedenti l’asilo di via Motta sabato. Poi domenica notte, verso le 23, è scattata l’operazione di polizia, coordinata dalla FedPol, la Polizia federale. Una decina gli agenti della Cantonale entrati in azione. Ma loro, marito e moglie sulla trentina, non hanno opposto resistenza. E a quel punto sono scattate le manette. Certo sulla coppia pesa un sospetto grave: si presume, infatti, possa avere dei legami con attività terroristiche svolte all’estero. A livello federale le bocche sono cucite: il riserbo massimo. Cathy Maret, a capo della comunicazione dell’Ufficio federale di polizia, da noi interpellata ieri si è limitata a confermare l’arresto di due individui ritenuti potenzialmente un rischio per la sicurezza interna del Paese. «Al momento – ha precisato Maret – sono in corso delle verifiche per esaminare le misure da prendere». Che in questo contesto specifico fanno riferimento a delle «misure di Polizia amministrativa», e meglio a un divieto d’entrata o a un rinvio. Quali legami terroristici avevano i due giovani coniugi tunisini arrestati a Chiasso? C’è chi ipotizza, come riferito ieri da Ticinonews che ha anticipato la notizia, un collegamento con l’ultimo attentato a Marsiglia. Il primo ottobre scorso nella città francese sempre un tunisino, Ahmed Hannachi, aveva ucciso a coltellate due donne alla stazione. Fatti che, solo qualche ora prima del blitz a Chiasso, al di là della frontiera, a Ferrara hanno portato all’arresto di un fratello dell’attentatore, già inseguito dalle forze dell’ordine.

Gobbi: ‘Siamo esposti a dei rischi’
C’è un collegamento tra l’intervento della Polizia cantonale e Federale e quanto accaduto in Italia? Nessuno si sbilancia. Neppure il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Sussiste una relazione con Marsiglia? «Non posso né confermare né confutare l’informazione. Semplicemente non posso – ci dice il consigliere di Stato –. Vi sono diverse misure che vengono intraprese durante l’anno e confermano, comunque – tiene a sottolineare –, la bontà e l’utilità dei controlli che vengono effettuati in entrata, da parte delle Guardie di confine, e che possono sfociare in una riammissione semplificata; rispettivamente i controlli più approfonditi di sicurezza e di identità su coloro che intraprendono una procedura d’asilo, visto che poi rischiano di rimanere per lungo tempo sul nostro territorio». Un episodio come quello che si è verificato a Chiasso, con l’arresto di due persone che potrebbero essere vicine ad ambienti terroristici internazionali, la preoccupa? «Evidentemente sono sempre segnali preoccupanti. E dimostrano come ci sia un’alta mobilità – ci risponde Gobbi –. Il fatto, ad esempio, che anche l’accoltellatore di Turku (in Finlandia ad agosto, ndr) sia passato da Chiasso – il giovane, marocchino, qui aveva chiesto asilo nel 2016, ndr –, ci fa capire come la nostra posizione geografica sia, da un lato, strategica, ma dall’altro ci esponga a maggiori rischi legati ai flussi migratori, legati alla vicinanza della metropoli lombarda. È importante, però, riconoscere – rimarca ancora il direttore del Di –, che molto è stato intrapreso nell’ambito dei controlli preventivi, volti a depistare per tempo entrate che possono mettere in pericolo la sicurezza interna». Sul fronte federale e cantonale si è reagito in modo adeguato? «Il Cantone si occupa soprattutto della popolazione residente. A livello federale Segreteria di Stato della migrazione, Guardie e FedPol naturalmente lavorano insieme. C’è poi il gruppo Tetra – mirato alla lotta al terrorismo di matrice jihadista in Svizzera, ndr – che ha permesso di attivare una rete di collaborazione anche sul piano dei servizi di informazione, oltre che di polizia». La soglia d’attenzione quindi è alta. «Lo è. Queste persone – conclude Gobbi – cercano di andare laddove pensano di essere meno controllati. Ma qui i controlli ci sono».

Terrorismo, arresti a Chiasso

Terrorismo, arresti a Chiasso

Da RSI.ch | In manette in due domenica sera al centro per richiedenti l’asilo

Il servizio al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Terrorismo-arresti-a-Chiasso-9645952.html

Due persone sono state arrestate domenica sera al centro per richiedenti l’asilo di Chiasso dalla polizia ticinese su richiesta di quella federale. La notizia, anticipata da Ticinonews, ci è stata confermata dalle forze dell’ordine cantonali. Secondo il portale, si tratterebbe di tunisini e ci sarebbero legami con l’attentato di Marsiglia costato la vita a due giovani donne.

I fermati rappresentavano un potenziale rischio per la sicurezza interna in relazione ad attività terroristiche all’estero, si limita a confermare dal canto suo la fedpol, che parla di presunte simpatie per l’IS ma non si sbilancia sul nesso con l’accoltellamento in Francia. Precisa che verifiche sono in corso per esaminare le misure di carattere amministrative da prendere. Non si tratta di un caso straordinario, spiega: da inizio 2017 sono già stati decisi otto rinvii in patria e decine di divieti di ingresso nel paese.

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Dal Corriere del Ticino | L’intervista – Norman Gobbi «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» – Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo

Approfondimento completo su www.cdt.ch

Il Corriere del Ticino ha ricostruito la storia del turco in odore di estremismo espulso qualche mese fa. Oggi è colpito da un divieto d’entrata, ma come ha vissuto questo caso che si trascina ormai dal 2010, quando è entrato in Governo?

«Si è trattato di un caso lungo e complicato che ha visti coinvolti diversi servizi: dall’Ufficio della migrazione alla polizia cantonale che hanno collaborato con la Segreteria di Stato della migrazione, la polizia federale e il Servizio delle attività informative – l’intelligence federale per intenderci. Da una parte non nascondo che, proprio per la pericolosità dello straniero, l’ho vissuto con preoccupazione e apprensione. Ma ho sempre avuto fiducia nell’operato dei miei collaboratori e degli agenti cantonali e federali coinvolti. Per questo motivo ero certo che tutti avrebbero lavorato intensamente e con il massimo impegno, sacrificando pure momenti di festa con i propri famigliari, per riuscire a risolvere il caso e allontanare il personaggio dal nostro territorio proprio per motivi legati alla sicurezza interna. Ancora una volta voglio ringraziare tutti i miei collaboratori coinvolti per aver portato a termine con successo questa delicata operazione».

Le risulta che fosse sorvegliato in incognito 24 ore su 24?

«Si trattava di una persona ritenuta pericolosa pertanto ero a conoscenza del fatto che fosse oggetto di attività di polizia. Anche se sono il capo Dipartimento non conosco però le modalità e le tattiche utilizzate per questo genere di operazione poiché sono, logicamente, esclusiva competenza di chi conduce le indagini».

I contatti tra l’uomo condannato per legami con il terrorismo di matrice islamica già dipendente della Argo 1 e il rifugiato sono appurati. Andava a fargli visita al penitenziario ed è stato lui ad accoglierlo il giorno della scarcerazione. Questi fatti sono noti al Consiglio di Stato?

«A scanso di equivoci e per evitare ulteriori speculazioni, tengo a ricordare che nel nostro Paese vige la separazione dei poteri. Quando la magistratura porta avanti un’inchiesta penale, l’Esecutivo non possiede questo genere di informazioni. Ma su questo ha già riferito in maniera esaustiva il presidente del Consiglio di Stato e mio collega Manuele Bertoli in occasione dell’incontro informativo con i media per riferire delle decisioni che il Governo ha preso la scorsa settimana sul caso Argo 1. In ogni caso per essere chiari: l’inchiesta legata alle attività del reclutatore nel frattempo condannato e l’inchiesta che poi è sfociata nel caso Argo 1, sono due inchieste ben distinte. La prima portata avanti per competenza dal Ministero pubblico della Confederazione e la seconda dal nostro Ministero pubblico».

Insomma emergono sempre ulteriori relazioni tra questi uomini e la vicenda Argo 1. Al cittadino che osserva preoccupato e perplesso, Gobbi come risponde?

«Per ulteriore chiarezza proprio nei confronti di tutti i cittadini ribadisco che le due inchieste sono separate e quindi non è corretto relazionarle ed accostarle l’una all’altra. Se ci chiniamo sulla problematica legata al terrorismo posso ribadire che la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche anche se il rischio zero in questi casi non esiste. Il nostro Paese è piuttosto il luogo dove probabilmente vengono effettuate attività di reclutamento e legate al finanziamento di queste “ignobili” azioni. Ma tengo a sottolineare che non stiamo con le mani in mano. Da una parte ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nella nostra intelligence. E dall’altra a livello politico ci stiamo muovendo. Di recente il Governo ticinese, rispondendo a una consultazione federale, ha infatti chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che spingono alla radicalizzazione. Non da ultimo, la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nell’ambito della campagna “Lies!” indicando ai nostri enti locali, come stabilito dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, di ritenere anticostituzionale questa iniziativa. Il primo «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo modo per sconfiggere le organizzazioni terroristiche è prevenire la radicalizzazione e puntare invece su attività di integrazione. Ci stiamo adoperando per contrastare il terrorismo, la radicalizzazione e continueremo con gli sforzi che abbiamo intrapreso a più livelli».

Sappiamo delle minacce che questo uomo ha rivolto a funzionari e politici. Questo fatto è preoccupante. Senza entrare nel dettaglio di questioni delicate e riservate le chiediamo se sono state prese tutte le misure del caso per proteggere chi ha fatto unicamente il proprio lavoro.

«Ovviamente i collaboratori che hanno ricevuto questo genere di intimidazioni, a dipendenza della loro gravità e del coinvolgimento nel caso, hanno ricevuto supporto e protezione dalle forze dell’ordine. Momenti non facili, soprattutto a livello umano e personale. Per questo motivo la loro sicurezza e quella delle loro famiglie era la priorità. Va anche detto che quello delle minacce a politici e funzionari è un fenomeno in aumento, ma non per forza è legato a personaggi pericolosi come quello di cui stiamo parlando. E si tratta anche di un tema al quale non sono indifferente. Infatti, dedicherò il prossimo incontro con i miei funzionari dirigenti a questo argomento, spiegando come agisce la polizia cantonale nelle situazioni di persone minacciate personalmente nel loro ambito professionale. In questo senso il comandante, prendendo spunto dalle esperienze delle polizie degli altri cantoni, ha istituito all’interno del corpo un nuovo servizio per la presa a carico proprio di questi casi. Considerati i primi incoraggianti risultati, intendiamo sviluppare ulteriormente questa unità e intendo portare il tema delle minacce contro gli impiegati statali sul tavolo del Governo con lo scopo di estendere quanto fatto dal mio Dipartimento a tutta l’Amministrazione cantonale nonché per sensibilizzare maggiormente anche i Comuni».

Quando il 39.enne è stato espulso dal nostro territorio, ha tirato un sospiro di sollievo?

«Si, senza ombra di dubbio. Per i miei collaboratori coinvolti nella vicenda, ma soprattutto e principalmente per tutti noi cittadini ticinesi. È stato un esempio di buona collaborazione tra autorità cantonali e federali, che dimostra ed evidenzia l’impegno e la professionalità di chi lavora per tutelare la nostra sicurezza».

Come possiamo essere certi che costui oggi sia davvero in Turchia e non possa avvicinarsi nuovamente al Ticino?

«Su di lui pende un divieto di entrata in Svizzera e ed è pure segnalato alle autorità federali. Se dovesse ripresentarsi sul nostro territorio verrebbe immediatamente espulso e rispedito nel suo Paese d’origine. E poi come responsabile della sicurezza ma soprattutto come cittadino ho piena fiducia nell’operato delle nostre forze dell’ordine».

Grazie alla collaborazione possiamo stanare i lupi travestiti da agnelli!

Grazie alla collaborazione possiamo stanare i lupi travestiti da agnelli!

Dal Mattino della domenica | Il ministro della sicurezza torna sulla minaccia terrorismo alle nostre latitudini

Un paio di giorni fa ho accompagnato a scuola mia figlia Gaia e poco prima di salire in auto uno dei genitori dei suoi compagni mi ha fermato. “Norman, ma dobbiamo avere paura qui da noi in Ticino? Ho letto la tua intervista sul terrorismo, e sono un po’ preoccupata. Poi sai, si leggono tante cose in questo periodo: attentati a Barcellona, Manchester, se ne sentono di tutti i colori. Non so più cosa pensare ”. Mi ha sorpreso la sua domanda, soprattutto perché in quel momento stavo vivendo la mia quotidianità più intima e personale. “No, non dobbiamo avere paura. Il Ticino è un posto sicuro in cui vivere. Ma non dobbiamo però essere ingenui e cullarci nell’idea che il nostro Paese è un posto blindato, dove nulla potrebbe mai accadere. La minaccia terroristica di matrice islamica è una minaccia vigliacca, subdola. Colpisce quando meno te lo aspetti. Colpisce i centri città, dove le persone si stanno assaporando un attimo di tranquillità gustandosi un aperitivo dopo un’intensa giornata di lavoro o altre persone stanno passeggiando facendo acquisti in uno dei giorni delle loro vacanze”. E mentre le parlo la mente corre inevitabilmente alle immagini della Rambla di Barcellona. E poi ho continuato “non dobbiamo avere paura perché è quello che vogliono fare queste persone: diffondere la cultura del terrore nei Paesi dell’Occidente. Dobbiamo lottare e darci da fare: vale per noi politici che dobbiamo fare in modo di avere gli strumenti adeguati per contrastare questo genere di attività criminali. Vale per le forze dell’ordine che devono continuamente raccogliere informazioni e segnalazioni per evitare il peggio. Vale per tutti voi cittadini: segnalate qualsiasi tipo di atteggiamento sospetto. Tutti insieme, collaborando, possiamo contrastare questa piaga che sta colpendo l’Europa”. Un breve attimo, i saluti di commiato e poi sono salito in auto, e sono partito alla volta di Bellinzona.

Le parole della donna mi hanno colpito ed è proprio per questo motivo che questa domenica ho deciso di tornare sul tema del terrorismo dalle colonne del nostro settimanale. A inizio settimana ho commentato l’allontanamento di due persone che sono state ritenute pericolose. Si tratta di un cittadino turco e di un afgano che erano vicini ad ambienti radicalizzati islamisti. Due persone ritenute una minaccia per la nostra sicurezza interna e quindi tramite un provvedimento amministrativo – senza che i due fossero processati dal profilo penale per intenderci – sono stati allontanati grazie all’ottimo lavoro dei miei servizi e di quelli della Confederazione. Due casi delicati che hanno spinto i miei collaboratori a dedicare a entrambi i dossier tempo ed energie anche durante i giorni di festa e, soprattutto, mentre la Sezione era nell’occhio del ciclone per la questione dei permessi. L’allontanamento è stato possibile grazie al lavoro di squadra tra Sezione della popolazione, Polizia cantonale, Polizia federale, Segreteria di Stato della migrazione e il Servizio delle attività informative della Confederazione – i servizi segreti svizzeri per capirci. E questi due casi vanno ad aggiungersi a quelli già noti del giovane pugile che frequentava una palestra nel luganese condannato a sei anni di carcere e dell’uomo coinvolto nel caso di Argo 1 recentemente processato. Persone che hanno vissuto o transitato sul nostro territorio. Persone che a detta di molti erano “ben inseriti nella nostra società”. Ma questi esempi dimostrano che nascere e crescere in un Paese non significa che non sia necessario un importante lavoro di integrazione. Integrarsi vuol dire avere rispetto dei valori tradizionali. In questo senso non dimentichiamoci l’iniziativa sull’insegnamento della civica in votazione il prossimo 24 settembre: far conoscere ai giovani il funzionamento del nostro sistema democratico può essere sicuramente un punto a favore dell’integrazione, a scapito di un’eventuale radicalizzazione. Inoltre il mio Dipartimento sta valutando l’ideazione di una strategia mirata per gestire questi casi in modo strutturato, coinvolgendo anche altri attori presenti sul territorio e introducendo anche una presa a carico di segnalazioni.

Quindi, anche se la minaccia è subdola e vigliacca in Ticino non restiamo con le mani in mano. Vogliamo stanare i lupi travestiti da agnelli e fare tutto quello che possiamo per evitare che diventino una minaccia per tutti noi. Continueremo a collaborare con Berna nonché con autorità e forze dell’ordine internazionali. E ovviamente continuerò a far sentire la mia voce anche oltre Gottardo: le nostre leggi sono troppo buone verso chi commette crimini legati al terrorismo. Sei mesi di carcere per il primo reclutatore arrestato in Svizzera sono troppo pochi. Perché vogliamo evitare che il nostro Cantone diventi un posto meno sicuro. Perché tutti insieme possiamo evitare che i lupi si camuffino tra gli agnelli per ferirci quando meno ce lo aspettiamo. Senza paura e senza timore!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Espulsi due radicalizzati

Espulsi due radicalizzati

Da RSI.ch | Un cittadino afgano e uno turco sono stati allontanati dal Ticino perchè ritenuti pericolosi

La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Espulsi-due-radicalizzati-9484336.html

Due persone ritenute pericolose e legate ad ambienti radicalizzati sono state espulse dal Ticino nelle scorse settimane. L’operazione, rimasta segreta fino ad ora, è stata condotta dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la polizia cantonale, la Segreteria di Stato e la polizia federale.

I due uomini, come riportato martedì dal Corriere del Ticino, sono un cittadino turco di circa quarant’anni, in Svizzera dall’inizio degli anni 2000 con lo statuto di rifugiato, e un trentenne afgano richiedente asilo, nel paese dal 2015.

Entrambi avevano richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e sono stati rimandati nel loro paese d’origine. Restano segrete le regioni del Ticino dai quali i due sono stati allontanati ma gli stessi avevano intrecciato relazioni sia nel Cantone, che in Italia come pure in altre nazioni.

I filoni di inchiesta che però hanno portato al successo di questa operazione erano comunque separati poiché i due espulsi non avevano alcun legame tra loro.

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Dal Corriere del Ticino | L’inedita vicenda di un cittadino turco e uno afgano che vivevano in Ticino a contatto con ambienti radicalizzati Le loro frequentazioni dubbie e movimenti sospetti hanno portato i funzionari e la polizia alla drastica soluzione

Mentre in tutta Europa è allerta terrorismo, in Ticino sono stati espulsi un cittadino turco e uno afgano. Due persone ritenute pericolose, legate ad ambienti radicalizzati frequentati da soggetti molto vicini all’ideologia jihadista. Al centro dell’operazione c’è la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni che ha collaborato sul caso con la Polizia cantonale, la Segreteria di Stato della migrazione e la polizia federale. L’inedita vicenda è stata condotta nel pieno della bufera sui permessi falsi, una vicenda scoppiata in febbraio con arresti, polemiche e inchieste, ma il tutto è avvenuto nel più stretto riserbo, senza che nulla trapelasse, per il rischio di fallimento. Il tutto è avvenuto anche grazie al lavoro d’intelligence e ha permesso di prendere conoscenza di situazioni che non erano note e comprovate.

Il cittadino turco, sulla quarantina, aveva uno statuto di rifugiato riconosciuto, ed era entrato nel nostro Paese all’inizio degli anni Duemila. Tra i motivi che hanno spinto le autorità ad allontanare l’uomo, all’inizio dell’anno, spiccano i presunti legami che avrebbe intrattenuto con ambienti islamisti radicali. È stato considerato una potenziale minaccia per il nostro Paese. Per contro il cittadino afgano, sulla trentina, era un richiedente l’asilo entrato in Svizzera nel 2015. Il suo allontanamento è più recente, è avvenuto nel corso dell’estate. Un altro individuo giudicato dai servizi specializzati un serio pericolo, visti i suoi contatti con altri individui radicalizzati. Entrambi sono stati allontanati e rimandati nel loro Paese d’origine con un biglietto di sola andata.

I due hanno richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e i movimenti sospetti. Un sottobosco di radicalizzazione allo jihadismo che è emerso anche dal recente processo contro Ümit Y., l’agente di sicurezza che lavorava nei centri per richiedenti l’asilo per Argo 1, la società al centro della vicenda del mandato diretto del DSS. L’atto d’accusa a suo carico della Procura federale citava diverse situazioni di ritrovi sospetti, facendo anche nome e cognome delle persone interessate. Rimane top secret la regione del Ticino che ha visto i due espulsi protagonisti, mentre gli stessi intrattenevano legami sia in Ticino, che in Italia, come pure in altri Paesi. Mentre i due non erano uniti da legami o rapporti, i filoni che hanno portato al successo di questa operazione erano separati.

NORMAN GOBBI – «La Svizzera è un luogo di reclutamento»

Ticino, radicalismo, terrorismo e sostenitori del sedicente Stato islamico. Dobbiamo iniziare ad avere paura?

«Quando sono state colpite da attentati terroristici città come Parigi, Bruxelles, Berlino, Londra, Manchester e Barcellona – e negli ultimi due anni è successo purtroppo troppe volte – ho ricordato che alle nostre latitudini il rischio zero, ovvero la possibilità che anche da noi si verifichino attacchi simili, non esiste. Questi attacchi colpiscono laddove fa più male: nel cuore pulsante delle comunità, dove la gente sta vivendo la propria quotidianità. Ma, per tornare alla sua domanda, no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Si parla spesso di casi isolati, ma poi ne emergono di nuovi. Fino ad oggi ci siamo illusi di essere un territorio immune?

«Dalle informazioni fornite dal Servizio delle attività informative della Confederazione il nostro Paese non si presta a essere uno degli obiettivi principali dei terroristi. Come dimostrano alcuni arresti avvenuti in passato – e nemmeno troppo lontano – la Svizzera è piuttosto un luogo in cui avviene il reclutamento per la diffusione di ideologie di questo genere e per il finanziamento di queste ignobili azioni. Anche in passato, per altri tipi di terrorismo il nostro territorio si prestava a questo genere di attività. E non da ultimo non va dimenticato che vicino a noi, al di là del confine, ci sono luoghi problematici. E penso in questo senso alla moschea di Varese dalla quale sono transitate persone pericolose».

Cosa si sente di dire dei due casi che arrivano alla ribalta oggi?

«Innanzitutto voglio esprimere il mio ringraziamento a tutti i miei collaboratori: funzionari e agenti di polizia che con pazienza e tenacia si sono occupati dei casi. Il lavoro che svolgono queste persone spesso è dietro le quinte, non si vede. Ma grazie al loro impegno, il nostro territorio rimane un posto sicuro dove vivere. E non da ultimo, tengo a ringraziare anche tutte le persone che lavorano per i servizi della Confederazione che hanno reso possibile ottenere un risultato di successo per entrambi i casi».

Molti si chiederanno: per due che sono stati allontanati, quanti altri jihadisti operano nell’ombra in Svizzera e in Ticino?

«Difficile da dire. Possono anche essere persone che transitano sul nostro territorio per un breve periodo. Per questo motivo è fondamentale che cittadini, enti e associazioni, insomma chiunque noti qualcosa di sospetto sul nostro territorio lo segnali alle nostre forze dell’ordine. In questo senso mi piacerebbe che le persone attive nelle nostre moschee fossero più attive nel segnalare personaggi sospetti. Quando a febbraio è stato arrestato il reclutatore sul nostro territorio grazie a un blitz delle forze dell’ordine la Lega dei musulmani ha negato di aver subito una perquisizione. Ma poi, durante il processo dell’imputato al Tribunale penale federale è emerso invece che la sede era stata perquisita. Su questo aspetto non smetterò mai di insistere: occorre trasparenza!».

La Sezione della popolazione con questa azione ha certamente fatto «un colpaccio». E dire che mentre si lavorava nell’ombra su questi delicati casi imperversava il cosiddetto scandalo dei permessi falsi. Come commenta?

«Ancora una volta il plauso va al lavoro di chi, anche quando si trovava nell’occhio del ciclone, non ha mai smesso di svolgere al meglio il proprio mandato. Persone che, mentre imperversava la tempesta, hanno lavorato anche durante i giorni di festa, in un clima caratterizzato da dubbi e attacchi da più fronti, soprattutto a livello mediatico».

Ma come si fa ad arrivare a smascherare queste persone?

«Spesso è un lavoro lungo. E la collaborazione tra autorità è fondamentale: prima di tutto tra servizi interni e poi con la Confederazione – penso il particolare alla Segreteria di Stato della migrazione, alla Polizia federale e al Servizio delle attività informative – e con le autorità internazionali. Lo scambio d’informazioni è quindi basilare. Un grosso contributo spesso lo danno anche le segnalazioni dei cittadini – che amo definire le nostre sentinelle sul territorio – e dei funzionari che si occupano delle pratiche. Ciò nonostante le grandi difficoltà date dagli strumenti legislativi che abbiamo a disposizione: risorse insufficienti per poter svolgere al meglio il nostro lavoro. A livello svizzero, ci stiamo muovendo tra Cantoni insieme al Dipartimento federale di giustizia e polizia per poter disporre di più mezzi per contrastare organizzazioni criminali e di stampo terroristico. Vogliamo modificare la base legale perché al momento, soprattutto il codice penale, è troppo debole. Pensiamo alla condanna del reclutatore arrestato qualche mese fa e recentemente condannato. Sei mesi per questo genere di reati sono davvero una pena troppo lieve a mio modo di vedere».

Abbiamo parlato dei suoi funzionari, ma che ruolo hanno avuto la Polizia cantonale e quella federale?

«Ovviamente, il ruolo della nostra Polizia è stato centrale. Il Servizio cantonale d’intelligence ha infatti lavorato in fase preventiva e ha evidenziato le due situazioni a rischio, per poi trasferire le informazioni e tutti gli elementi alla Polizia federale che, per competenza, ha avviato le indagini giudiziarie».

Nelle scorse settimane c’è stata la condanna di Ümit Y., già agente di sicurezza di Argo 1. Tra lui e i due espulsi c’erano dei legami di qualche genere?

«Non lo so dire. In casi come questi le inchieste sono condotte dagli inquirenti, e determinate informazioni sono strettamente confidenziali. D’altra parte nel nostro sistema democratico vige la separazione dei poteri. In ogni caso sono fiducioso sul lavoro svolto dalle nostre autorità giudiziarie in questo ambito».

(Articolo e intervista di Gianni Righinetti)

‘Anche qui lupi vestiti da agnello’

‘Anche qui lupi vestiti da agnello’

Da laRegione | Simpatizzanti dell’Isis in Ticino, Gobbi: nessuna paura, ma servono integrazione e intelligence La condanna dell’indottrinatore svela un contesto preoccupante. ‘Dalle moschee mi aspetto più trasparenza. Dicevano di non essere state controllate, invece…’

«Beh – commenta il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi –, spesso i lupi indossano il vello da agnelli». Anche in Ticino. Perché dalle pagine dell’atto d’accusa che venerdì ha condannato a due anni e mezzo il 32enne indottrinatore di Lugano emerge un sottobosco preoccupante: nelle sue opere di proselitismo in favore del gruppo jihadista Al-Nusra, l’ex agente di sicurezza della Argo 1 ha incontrato – anche in locali pubblici del Luganese – una decina di persone interessate all’estremismo. Alcune di esse, tra le quali spicca un ex candidato alle Comunali di Lugano, non nascondevano di simpatizzare per l’Isis. Persone che potremmo sovente giudicare ‘normali’: spesso figli o nipoti di immigrati ben inseriti nella società, forse con una famiglia e di sicuro a piede libero. Sono tra noi. Magari seduti la mattina nel tavolo accanto a bere il caffè. «Pure diversi ‘foreign fighter’ partiti per Siria o Iraq avevano un simile profilo. Ciò dimostra – dice Gobbi alla ‘Regione’ – che anche se si nasce e si cresce qui, può essere necessario un lavoro di integrazione. La fragilità umana si presta ad agevolare queste situazioni».

L’integrazione è però un lungo percorso. Questi potenziali ‘lupi’ sono invece tra di noi già oggi. Che fare?
Si prenda l’inchiesta sfociata nell’arresto del cosiddetto indottrinatore di Lugano. Non è stata frutto del caso, ma figlia del lavoro di intelligence svolto dalla Polizia cantonale in collaborazione con la Fedpol. È quindi importante permettere alle forze dell’ordine di poter svolgere questo tipo di attività. Ma gli strumenti legislativi sono insufficienti, compreso il Codice di procedura penale troppo tutelante.

E quindi?
Quindi come Cantoni stiamo lavorando con Berna a una modifica dei codici, in modo di disporre di più mezzi per la lotta contro le organizzazioni criminali e quelle legate al terrorismo. La base legale prevista per ‘reati normali’ è troppo debole.

Altri mezzi che mireranno a potenziare la sorveglianza?
Certo. Anche se quando si parla di sorveglianza, spesso la mente corre alle schedature. Oggi però la situazione è diversa. Da un lato perché informazioni sul nostro conto sono già in circolazione: basta pagare con la carta in un centro commerciale. D’altro canto c’è un interesse collettivo a tutelarsi da simili devianze.
Devianze che spesso superano i confini cantonali e nazionali. L’inchiesta che ha portato in carcere il 32enne si riallaccia a casi italiani.
È vitale che i nostri collaboratori abbiano buoni contatti anche a sud del confine. Spesso critico le relazioni con l’Italia, ma nell’ambito della sicurezza fortunatamente la collaborazione funziona e dà ottimi risultati. D’altronde gli obiettivi sono gli stessi: per loro che non scappino e non si rifugino in un ‘puerto escondido’ ticinese; per il Ticino che non arrivino sul territorio certi personaggi.

E la collaborazione con i musulmani?
L’ho già detto: sarei contento di ricevere una segnalazione da chi è attivo nelle moschee. Quando però a febbraio ha avuto luogo il blitz che ha portato all’arresto dell’indottrinatore, la Lega dei musulmani ha negato di aver subito controlli. Dagli atti del processo è invece emerso che la sede è stata perquisita. Se vogliono ottenere la fiducia che richiedono, è necessario che adottino un approccio più trasparente. Su questo punto sono abbastanza duro. Anzi, non abbastanza duro: sono duro. Punto.

Concludendo Gobbi, dobbiamo avere paura dei lupi?
Il pericolo zero non esiste. Non penso però che si debba aver paura. La Svizzera non risulta come obiettivo principale. Può tuttavia essere una piattaforma di reclutamento per la diffusione di tali ideologie o per il loro finanziamento, come lo è stato in passato per altri tipi di terrorismo. E poi attenzione: vicino a noi ci sono luoghi problematici. Penso per esempio alla Moschea di Varese, dove sono passati personaggi pericolosi.

(Articolo di Paolo Ascierto)