Ticino, blitz antiterrorismo

Ticino, blitz antiterrorismo

Da RSI.ch | Indagati due presunti reclutatori dell’IS. Arrestato un turco-svizzero. Cento agenti in azione. Perquisito anche un luogo di preghiera

Operazione antiterrorismo in Ticino, alla quale oggi, mercoledì, hanno preso parte oltre 100 agenti della polizia cantonale e federale e rappresentanti del ministero pubblico cantonale e di quello federale. Si è trattato di perquisizioni condotte in tutto il cantone nell’ambito di due inchieste separate. Una condotta dal Ministero pubblico della Confederazione (MPC), l’altra dalla procura cantonale che si incrociano poiché entrambe vedono coinvolte la stessa persona: un impiegato di una ditta di sicurezza del Bellinzonese il cui titolare è stato fermato, ma per altre ragioni.

La procura federale, si legge in un comunicato, indaga nei confronti di un imputato con doppia nazionalità (svizzera e turca) e di un cittadino turco, accusati di essere reclutatori dell’organizzazione Stato islamico. Una persona è stata arrestata, ed è stato perquisito anche un luogo di preghiera; qui, tuttavia, si legge in un comunicato, nessuno è stato arrestato. Si tratta della moschea di Viganello. I responsabili raggiunti telefonicamente dalla RSI hanno categoricamente smentito. Ma la conferma giunge dallo stesso Ministero pubblico della Confederazione.

A finire in carcere è lo svizzero-turco. Si tratta di un agente, di circe trent’anni, dell’agenzia di sorveglianza finita nei guai per le sue modalità di gestione e per almeno un episodio di violenza al centro per richiedenti l’asilo di Camorino (si veda il primo correlato) imputabile al suo agente. L’MPC, da noi contattato, non fornisce dettagli sulla posizione del secondo indagato.

La reazione della Lega dei musulmani in Ticino: “Noi non sapevamo nulla”

Reclutatori dello Stato islamico

Entrambi sono perseguiti per violazione dell’articolo 2 della legge federale del 12 dicembre 2014 che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate, sostegno o partecipazione a un’organizzazione criminale e violazione del divieto di rappresentazione di atti di cruda violenza. Il sospetto è che siano state reclutate persone a favore dello Stato islamico o di organizzazioni associate.

ludoC/Diem

I servizi al Quotidiano e al Telegiornale: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Ticino-blitz-antiterrorismo-8758468.html

Swiss police stage raids in probe of Islamist groups

Swiss police stage raids in probe of Islamist groups

Da Reuters UK | Swiss police raided several houses and searched a mosque in the southern canton of Ticino on Wednesday as part of an investigation into suspected Islamist activity, federal prosecutors said.

More than 100 officers took part in the operation and arrested one man, the Office of the Attorney General (OAG) said in a statement.

The OAG said it was conducting criminal proceedings against two men, one with dual Swiss-Turkish citizenship and the other a Turkish citizen, based on suspicions of recruiting for Islamic State or associated groups.

One of the men was detained pending further enquiries, although the OAG did not specify which one.

The operation was part of an independent Swiss investigation and was unconnected to the truck attack at a Berlin Christmas market that killed 12 people in December, the OAG said.

Amis Amri, the Tunisian asylum seeker who drove the truck, had several links to Switzerland, and may have obtained a gun in the country.

The OAG has opened its own investigation against “unknown” persons in relation to the Germany attack.

Neutral Switzerland is not a primary target for Islamist attacks because it is not part of the military campaign against groups such as Islamic State, but the security threat level has been elevated, the NDB federal intelligence service said in its annual report last year.

The Swiss took a suspected Islamist leader into custody last year in their first arrest of a senior figure from a Salafist ring based in the northern city of Winterthur.

Authorities said Wednesday’s operation was not linked to Winterthur.

Swiss authorities believe more than 70 people have travelled to the Middle East to become jihadist fighters since 2001.

A Swiss court last year sentenced three Iraqis for terrorism offences, a verdict that the senior prosecutor said should send a message to jihadists not to see the country as an easy target.

The three main defendants, who had denied wrongdoing, were arrested in early 2014 on suspicion of planning terrorist attacks and helping Islamic State militants enter the country.

(Reporting by John Revill; Editing by Michael Shields and Gareth Jones)
http://uk.reuters.com/article/uk-swiss-raids-idUKKBN1611RJ

Radicalizzazione jihadista e Ticino

Radicalizzazione jihadista e Ticino

Da Il Mattino della domenica | Verso la via dell’estremismo: come evitarlo?

Il terrore ha colpito ancora. È successo prima di Natale, tra le bancarelle di Berlino, e poi ancora a Instanbul, du­rante la notte di Capodanno. Quando ci stavamo preparando ad assaporare a pieno un momento di serenità con i nostri cari e i nostri amici, il terrore è entrato ancora una volta nelle nostre vite. Sotto forma di un camion cata­pultato a tutta velocità tra le bancarelle di un mercatino natalizio o in una raf­fica di spari all’interno di una disco­teca. Ha portato via ghirlande di luci e alberi di Natale, ha fatto cadere a terra calici di vino. E con essi ha trascinato via molte, troppe vite umane.

Berlino. L’autore dell’attentato ai mer­catini natalizi, dopo essere riuscito a farla franca in Germania, è stato ca­sualmente fermato e ucciso da due po­liziotti durante un controllo in Lombardia, a pochi chilometri dal confine. Come raccontano i quotidiani nei giorni seguenti, sembra che lo ji­hadista in questione abbia attraversato la frontiera franco-tedesca in bus e quella italo-francese in treno, giun­gendo infine a Milano.

Da migrante ad attentatore

Nei giorni seguenti l’attentato, si sco­pre come il passato dell’attentatore in effetti nasconda dei dettagli piuttosto inquietanti. Il tunisino Anis Amri era già stato in Italia per cinque anni, quasi tutti trascorsi dietro alle sbarre. Arri­vato a Lampedusa nel febbraio del 2011 con un barcone, il giovane già maggiorenne si finge minorenne per approfittare di un’accoglienza più age­volata. Arrivato in un centro di acco­glienza per minori si fa notare per il suo comportamento poco ricono­scente: si lamenta per la qualità del cibo e per la lentezza delle autorità ita­liane, fino a minacciare e picchiare il custode del centro, dando in seguito fuoco con altri quattro tunisini ai ma­terassi delle stanze. Questo lo porta alla detenzione, anch’essa segnata da un atteggiamento violento. Dopo il carcere, per il tunisino è richiesta l’espulsione, ma la Tunisia non rico­noscendo il proprio cittadino blocca la procedura. Amri rimane quindi in Ita­lia fino al 2015, quando decide di diri­gersi verso la Germania, dove compirà un atto estremo.

Radicalizzazione e luoghi di culto

La radicalizzazione islamica torna agli onori di cronaca per l’attentato di Ber­lino, e ci riporta nella mente la se­guente questione: come fare a sradicare l’estremismo, come indivi­duare questi lupi vestiti da agnelli prima che sia troppo tardi, in una realtà politica nella quale è sempre più diffi­cile controllare il movimento degli in­dividui, e nella quale un terrorista ricercato internazionalmente può spo­starsi indisturbato di nazione in na­zione?

Per rispondere, spostiamoci in Sviz­zera. Nuovo fatto di cronaca, fortuna­tamente questa volta non si parla di at­tentato – ma delle sue potenziali pre­messe. Dopo una retata della polizia, l’attività nella moschea An’Nur di Winterthur viene sospesa. A far scatu­rire l’operazione, la frase di un imam: aveva esortato i fedeli durante un ser­mone a “uccidere i musulmani che non partecipano alla preghiera comune”. La moschea in questione aveva già la fama di essere luogo di radicalizza­zione per giovani che volevano partire per combattere la guerra in Siria.

Com’è possibile sconfiggere la radica­lizzazione eliminandola sul nascere, scovandola anche all’interno dei luo­ghi di culto? Che responsabilità hanno le comunità religiose al riguardo?

È chiaro che la moschea non è al­l’unico luogo d’incontro e di contatto, poiché i giovani possono essere arruo­lati facilmente via internet, o incon­trarsi in un semplice bar. Le moschee possono però essere viste come luogo di passaggio di queste persone che, pur non essendo imam e quindi non predi­cando all’intera comunità, possono co­munque esporre i loro pensieri estremisti e violenti in questo am­biente. Le comunità religiose, ma anche le associazioni culturali che so­stengono finanziariamente questi luo­ghi di culto, devono quindi avere un compito attivo nella segnalazione di possibili casi di radicalizzazione.

La situazione in Ticino

Lo Stato ha il compito di vigilare in modo che sul proprio territorio non vi siano persone che possano mettere in pericolo la sicurezza interna ed esterna. Purtroppo queste persone pos­sono essere presenti anche in Ticino, come ci ricorda la cronaca: proprio qualche mese fa è iniziato in Italia il processo per Abderrahim Moutahar­rik, il kickboxer che si allenava in una palestra del Luganese.

Spesso scovare persone potenzial­mente pericolose è un compito com­plesso, poiché è difficile comprendere quando questi giovani radicalizzati possono rappresentare un pericolo. Proprio per questo è importante che nei luoghi d’incontro, come ad esem­pio nelle moschee, vi sia la volontà di monitorare delle possibili devianze estremiste. È inoltre importante risa­lire alla fonte del problema, e indivi­duare i reclutatori che portano i giovani verso la via del radicalismo e della violenza.

Si tratta quindi di lavorare su più li­velli, come Stato ma anche come cit­tadini e come comunità religiose che vogliono essere parte integrata del no­stro Paese. Ognuno deve impegnarsi nel segnalare un certo tipo di atteggia­mento: a scuola, al lavoro, all’interno dei luoghi di culto. In particolar modo, è importante che questo sia fatto per chi entra e prende la parola nelle mo­schee, e nella selezione degli imam, che hanno un potere e un’influenza maggiore sulle scelte dei fedeli.

Ci sono comunità che fanno un la­voro utile di prevenzione, c’è chi in­vece potrebbe fare di più o che addirittura promuove idee estreme. In Svizzera il problema non è ancora così radicato come in altri Stati con­finanti, ma è importante monitorare la situazione in modo che il feno­meno rimanga circoscritto. Dob­biamo togliere la pelle d’agnello ai lupi, ognuno di noi può contribuire. Per una maggiore sicurezza nel no­stro Cantone e in Svizzera!

NORMAN GOBBI, CONSIGLIERE DI STATO E DIRET­TORE DEL DIPARTIMENTO DELLE ISTITUZIONI

L’Isis rivendica la strage a Berlino

L’Isis rivendica la strage a Berlino

Da laRegione | Gobbi: vitale per noi la collaborazione con le autorità italiane

«L’analisi del rischio ci dice che il Ticino e il resto della Svizzera non sono al momento fra gli obiettivi primari del terrorismo, in particolare di matrice jihadista. Il che però non ci autorizza ad abbassare la guardia. Da questo punto di vista la stretta collaborazione fra Polizia cantonale, polcomunali e Polizia federale è fondamentale. Ma soprattutto è per noi vitale la cooperazione con le autorità italiane che nell’ambito dell’intelligence sono, secondo me, molto più preparate, più performanti di quelle dei Paesi a nord del nostro». Una cooperazione con l’Italia che – aggiunge il consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni da cui dipende anche la politica di sicurezza nel nostro cantone – «funziona per fortuna molto bene».

Del resto la posizione geografica del Ticino implica necessariamente buoni e intensi rapporti con l’Italia per un’efficace attività preventiva e, se del caso, repressiva. Sul fronte interno ci sono invece ancora margini di miglioramento? «Avessimo più risorse da impiegare nell’azione di contrasto al terrorismo – risorse finanziate comunque da Berna perché ciò che in questo specifico settore fanno le nostre forze dell’ordine è nell’interesse della sicurezza non solo cantonale, ma anche nazionale –, staremmo un po’ meglio», dice Gobbi alla ‘Regione’. Controlli e accertamenti «richiedono infatti tempo e personale, mentre le risorse per esempio in Polizia giudiziaria sono limitate. Nonostante l’aumento degli effettivi in generale, il lavoro per la Cantonale è nel complesso aumentato. Oltretutto, quello che fino a pochi anni fa per noi non era un tema, cioè il terrorismo di matrice jihadista, oggi lo è».

La Polizia cantonale, spiega il comandante Matteo Cocchi, «attua nella lotta al terrorismo una serie di misure sulla base delle indicazioni della Conferenza svizzera dei comandanti e in collaborazione con la Polizia federale, che a dipendenza di come evolve la situazione sul piano nazionale e internazionale vengono aggiornate». In seguito per esempio all’attentato di Nizza «abbiamo adottato nuove misure in occasione del Festival del film di Locarno». Misure dissuasive, benché «allo stato attuale non esista una minaccia concreta di attacchi in Svizzera». Ciò detto, aggiunge il comandante della Cantonale, «siamo presenti sul territorio con dispositivi interforze, da noi coordinati, e i controlli – compreso quello, svolto in collaborazione con le Guardie di confine, dei flussi migratori – sono stati ulteriormente rafforzati già dopo gli attacchi a Parigi». I terroristi che hanno insanguinato l’Europa «sono stati in grado di compiere stragi anche senza bombe, ma, ripeto, siamo sul territorio per ridurre al massimo il tempo di reazione in un’eventuale grave situazione».

“Ticino a rischio? Sono sorpreso”

“Ticino a rischio? Sono sorpreso”

Da RSI.ch | L’esperto di Ginevra e la reazione di Norman Gobbi – La gente preferisce non pensarci

Il Ticino, con Basilea, Ginevra, Berna e Zurigo, fa parte dei cantoni maggiormente a rischio di attentati terroristici. A dirlo è Frédéric Esposito, direttore dell’osservatorio sulla sicurezza dell’Università di Ginevra. La spiegazione? Nel caso ticinese è la presenza della frontiera con un forte flusso di migranti, fra i quali gruppi criminali e terroristici possono infiltrare i loro membri.

L’affermazione sorprende il capo del Dipartimento delle istituzioni cantonale, Norman Gobbi, perché “non trova riscontro nelle analisi del Servizio delle attività informative della Confederazione e delle polizie cantonali”. È vero che si pone il problema di chi arriva con i migranti, ma proprio per questo “alla frontiera sud abbiamo fatto dell’identificazione di chi entra sul nostro territorio un cavallo di battaglia”. Ticino dunque non più a rischio di altri cantoni, anche perché di solito i bersagli dei terroristi non sono zone periferiche ma le grandi città. Fra dieci giorni arriva il Capodanno, con piazze affollate. Aumenteranno le misure? Controlli sì, però “senza militarizzare questi eventi”, risponde Gobbi.

In proposito si è espresso anche il vicesindaco di Lugano Michele Bertini, secondo il quale gli eventi di Berlino “imporranno delle riflessioni nei prossimi giorni su un eventuale adeguamento del sistema di sicurezza”.

Ma i ticinesi hanno paura? Proprio stamani un camion delle consegne in manovra “si è tirato dietro una bancarella” del mercatino di Lugano. Un caso, ma che “per una frazione di secondo” ha suscitato qualche timore, racconta una testimone. La maggioranza comunque preferisce non pensarci, “perché altrimenti non si esce più di casa”.

Allarmi e attentati di quest’anno non hanno nemmeno impedito alla gente di continuare a visitare i mercatini all’estero, anche se talvolta “è un po’ titubante” come racconta la responsabile della Principe Viaggi. I clienti finora “hanno reagito nel mondo giusto” per Matteo Bottinelli della Marchetti di Airolo, ma dopo Berlino non mancano le preoccupazioni per il futuro, sottolinea il proprietario della Rossi Viaggi. Il periodo è di quelli con un forte impatto sul fatturato annuale. La stagione comunque è agli sgoccioli e “la gente dimentica presto e ricomincia a vivere”, relativizza la cotitolare della Mantegazzi.

L’edizione del Quotidiano di martedì 20 dicembre 2016:
http://www.rsi.ch/la1/programmi/informazione/il-quotidiano/Il-Quotidiano-8417455.html

“La guardia era e resta alta”

“La guardia era e resta alta”

Da Ticinonews.ch | Il ministro Norman Gobbi parla della minaccia terroristica in Svizzera dopo la strage di Berlino

La minaccia del terrorismo è alta. Un grido d’allerta che abbiamo imparato a conoscere e ricompare a scadenze regolari. Una minaccia che dal 13 novembre 2015 non ci ha mai dato tregua e che oggi ci ricordano i capi di stato dei paesi europei.

La Germania sapeva che l’occhio del nemico un giorno si sarebbe rivolto verso di lei. Non è ancora chiaro se per mano di un lupo solitario o di un gruppo organizzato, ma quel giorno è arrivato. Il grido d’allerta non risparmia nessuno, nemmeno la Svizzera seppur non sia considerata dalle autorità federali un obiettivo prioritario di possibili attacchi. E anche sul nostro territorio la minaccia del terrorismo resta alta.

“Dobbiamo da un lato conviverci, dall’altro non dobbiamo limitare le nostre libertà” commenta il ministro Norman Gobbi ai microfoni di TeleTicino, il quale ha espresso a nome del Governo ticinese parole di cordoglio per le vittime di Berlino. “Lo scopo di questi attacchi è quello di renderci insicuri nella nostra quotidianità. Ma dobbiamo resistere nonostante questa pressione”.

Il capo del Dipartimento delle istituzioni ha poi parlato della situazione specifica in Ticino. “Le misure di sicurezza sono state rafforzate dopo la strage di Nizza” ha ricordato Gobbi, precisando che gli agenti sono stati dotati dei giubbotti anti-proiettili e di armi a canna lunga. È stato inoltre data maggiore attenzione alle analisi e all’intelligence, quindi rafforzata anche al collaborazione tra le autorità federali e quelle cantonali per prevenire questo tipo di attacchi.

Dal canto suo il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi, ospite in studio durante il TG di TeleTicino, ha dichiarato che le misure di sicurezza verranno rafforzate in vista dei festeggiamenti di Capodanno.

Riguarda l’intervista integrale nel servizio andato in onda su TeleTicino: http://www.ticinonews.ch/video/ticino/337588/la-guardia-era-e-resta-alta

Organizzazione salafita bandita in Germania. E da noi?

Organizzazione salafita bandita in Germania. E da noi?

Da Ticinonews.ch

Si è parlato anche a Berna della vasta operazione antiterrorismo che ha portato ieri alla perquisizione in Germania di 200 appartamenti ed uffici ricollegabili al gruppo Die Wahre Religion (la vera religione), messo al bando dal ministro dell’interno tedesco Thomas de Maizière (vedi articolo suggerito). Ma in Svizzera – dove il gruppo è anche attivo – è possibile bandire questa organizzazione salafita?

“Le procedure da noi, rispetto alla Germania sono più complesse. Abolire un’associazione tout court è un processo molto più lungo” spiega il consigliere di Stato Norman Gobbi, interpellato dai colleghi di Radio 3i. “Sappiamo bene che in Germania esiste una legge nell’ambito della protezione dello Stato molto più snella per i divieti.”

“Credo tuttavia” continua Gobbi, “che proibire un’associazione non significa risolvere il problema. Credo molto di più in un lavoro corretto di polizia nell’intervenire e nell’arrestare le persone coinvolte in modo tale da smantellare i gruppi pericolosi.”

Il direttore del Dipartimento delle istituzioni sottolinea che nelle aree linguistiche della Svizzera c’è “una grande permabilità” con i relativi Paesi confinanti, ciò che ci rende vulnerabili. “Spesso la Svizzera è considerata dalle organizzazioni criminali un po’ come un’isola felice, perché magari abbiamo anche una situazione di codice penale leggero rispetto ad altri” dichiara Gobbi. “Ne abbiamo discusso proprio settimana scorsa con il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber, proprio per capire come è possibile modificare il codice penale per rafforzarlo, per poter poi intervenire correttamente contro le organizzazioni criminali.”

http://www.ticinonews.ch/ticino/328933/organizzazione-salafita-bandita-in-germania-e-da-noi

«Il Ticino ha negato il visto d’entrata a un imam con posizioni estreme»

«Il Ticino ha negato il visto d’entrata a un imam con posizioni estreme»

Da Ticinolibero.ch | Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha parlato, in radio e su Facebook, del tema dell’estremismo nelle moschee, invitando i moderati a denunciare. «Togliamo la pelle d’agnello ai lupi»

BELLINZONA – L’arresto dell’imam della moschea di Winterthur ha fatto tornare alla ribalta il tema dell’estremismo islamico in Svizzera, e in particolare nelle moschee.

Il Ticino ha negato il visto a un imam che aveva tendenze radicali. Lo ha detto Norman Gobbi ieri, ospite alla trasmissione radiofonica Modem.

Una funzione importante, nello scovare gli estremisti, va anche a chi estremista non è. «Nel mio intervento ho ribadito che le comunità religiose musulmane – che intendono essere parte integrata del nostro Paese – devono denunciare coloro che esprimono pensieri o si comportano in maniera estrema, in quanto le moschee sono punti di passaggio privilegiati da parte dei radicalizzati e dei reclutatori», ha scritto su Facebook commentando la sua partecipazione alla trasmissione.

Il Ticino non è comunque un Eldorado. «Dobbiamo togliere la pelle d’agnello ai lupi, e renderci conto come il nostro territorio non sia esente dalla radicalizzazione. Il Ticino in passato ha già negato un visto d’entrata ad un imam con posizione estreme e recentemente è stato oggetto di inchieste su fondamentalisti islamici».

Tra mafia e terrorismo

Tra mafia e terrorismo

Dal Corriere del Ticino | Il compito dei servizi segreti in Svizzera e in Italia – Il concetto di «isola felice»

I servizi segreti sono stati al centro della serata organizzata dagli Amici delle forze di polizia svizzere, presieduta da Stefano Piazza, al Centro scolastico Canavee di Mendrisio. L’occasione è stata data dal volume presentato dal generale dei Carabinieri Mario Mori «Servizi segreti. Introduzione allo studio dell’intelligence», che parte dall’epoca pre-romana per tracciare la storia dell’intelligence arrivando ai giorni nostri. Questo perché «la storia dell’intelligence è la storia dell’umanità», ha spiegato Mori, illustrando anche quello che è il lavoro dell’agente segreto: «Non è come viene presentato nei film con Sean Connery, si tratta di un lavoro metodico, di analisi, che viene svolto senza spocchia, nel silenzio». Alla presentazione è intervenuto anche il consigliere di Stato Norman Gobbi , che ha ricordato la nuova legge federale approvata dal popolo lo scorso 25 settembre: «In questo periodo storico siamo confrontati con un aumento del terrorismo in Europa – ha detto – e i terroristi hanno mutato modus operandi, mirando alla destabilizzazione del senso di sicurezza dei cittadini e al loro modo di vivere». Ciò che secondo Gobbi deve far riflettere è il fatto che «i due terzi dei presunti jihadisti arrestati nel 2015 erano cittadini nati in Europa». Anche in Svizzera ci sono numerosi simpatizzanti dello Stato islamico e in aprile ne è stato fermato uno, proveniente dall’Italia, che frequentava il Ticino. Per questo «è fondamentale la collaborazione con le forze di sicurezza italiane anche per lottare contro il terrorismo», ha sottolineato Gobbi che a però anche messo in guardia contro le forme di radicalizzazione, facendo riferimento recente al raduno neonazista a Unterwasser. In seguito c’è stato un dibattito tra Mori e il già procuratore federale Pierluigi Pasi che, moderati e pungolati dal consigliere nazionale Marco Romano , hanno presentato la situazione della lotta al terrorismo e al crimine organizzato in Svizzera e in Italia. Pasi ha posto l’accento sul cambiamento di finalità, poiché «dove prima si parlava di repressione oggi si parla di prevenzione». Pasi ha poi affermato che «il nostro limite è il federalismo, che porta un elevato rischio di sovrapposizione di indagini e di perdita di efficienza ed energie». Ma la Svizzera, ha poi chiesto Romano, è un’isola felice? Per Pasi «è illusorio e pericoloso ritenere che la Svizzera sia un’isola felice non toccata dai fenomeni della criminalità organizzata e del terrorismo». Mori invece, paragonando la situazione elvetica alla storia italiana e del crimine organizzato nella Penisola, ha affermato senza esitazione alcuna «voi vivete in un’isola felice». «Pensare che il nostro Paese con la libera circolazione delle persone non susciti un certo interesse nel crimine organizzato è utopico. A me piacerebbe che sia così, ma generale non lo è. Abbiamo scoperto in Ticino la presenza di centri decisionali della ’ndrangheta».

Intelligence: sicurezza al servizio della libertà

Intelligence: sicurezza al servizio della libertà

Dal Corriere del Ticino | L’opinione

Il contesto internazionale in continuo mutamento pone nuove sfide alla sicurezza dei cittadini. Gli Stati sono chiamati a dotarsi di strumenti efficaci e adatti a combattere le azioni criminali, annientandone i germi sul nascere. Una missione particolarmente complessa, perché l’evoluzione della tecnica non sfugge agli ambasciatori di morte e violenza. Il terrorismo internazionale e le organizzazioni malavitose sfruttano le nuove tecnologie, si annidano in posti che mai avremmo pensato essere in pericolo, come accaduto qualche mese fa sul tranquillo lungomare di Nizza.

Non intendo alimentare allarmismi – anche perché la Svizzera non risulta essere negli obiettivi primari del terrorismo – ma sarebbe irresponsabile chiudere gli occhi «perché tanto qui non succederà mai». Probabilmente è una frase di cui erano convinti anche coloro che hanno incrociato la furia omicida che ha barbaramente colpito l’Europa e non solo. La Svizzera non è immune a quanto succede nel resto del mondo e il rischio zero non esiste. Secondo un rapporto della Confederazione, dai 300 ai 400 giovani in Svizzera simpatizzano per l’ISIS, con il serio rischio di radicalizzazione che ne consegue. Tant’è che in aprile abbiamo appreso la notizia dell’arresto di un presunto jihadista che frequentava quotidianamente il nostro cantone.

Dobbiamo inoltre potenziare i nostri vaccini contro le organizzazioni mafiose, proprio perché, ancora una volta, i fatti ci mostrano una realtà preoccupante: dalla cellula ’ndranghetista istallata da anni a Frauenfeld fino al «banchiere» arrestato nel 2014 e da alcuni anni in Ticino, accusato di associazione mafiosa, traffico di droga e armi, usura ed estorsione.

Chi s’impegna giorno dopo giorno nella difesa della nostra sicurezza reclama da tempo strumenti più efficaci contro le organizzazioni criminali. La nuova legge sulle attività informative (LAIn) – in votazione il prossimo 25 settembre – vuole dotare l’intelligence elvetica degli strumenti adatti a combattere questi nuovi pericoli. Attualmente, a titolo d’esempio, il Servizio delle attività informative della Confederazione può acquisire informazioni soltanto in luoghi pubblici, ostacolando indagini cruciali per l’ordine pubblico. La nuova legge invece permetterebbe finalmente all’intelligence elvetica di monitorare computer e telecomunicazioni, e di impiegare apparecchi di sorveglianza nel privato. Sono accorgimenti fondamentali per l’efficacia delle nostre indagini.

La nuova legge non offrirà solo degli strumenti migliori agli 007 svizzeri, ma rafforzerà pure il controllo sulle procedure di raccolta d’informazione, per garantire una maggior tutela della privacy. La vigilanza sarà esercitata dal Tribunale amministrativo federale, dal Consiglio federale, dagli organi parlamentari e da una Commissione indipendente di controllo. Le informazioni non collegate a gravi minacce dovranno essere distrutte, evitando qualsiasi deriva.

Si tratta dunque di una legge che non sacrifica la libertà sull’altare di una sicurezza soffocante. Il testo di legge su cui ci esprimeremo non getta in alcun modo le basi di uno Stato ficcanaso e orwelliano come i contrari continuano a far credere, con una buona dose di ideologia sempre diffidente verso chi deve assicurare l’ordine pubblico.

La libertà individuale è un principio fondamentale sul quale si basa lo Stato di diritto, ed è essenziale tutelarla senza contrapporla alla sicurezza individuale e collettiva. Uno Stato sicuro è uno Stato moderno che si adatta all’evoluzione dei tempi e aggiorna i propri strumenti, senza mai dimenticare che la sicurezza è sempre e comunque al servizio del nostro bene più grande: la libertà.

Per questi motivi invito tutti i cittadini a votare sì domenica 25 settembre alla nuova Legge federale sulle attività informative (LAIn).