A Gudo il meglio della lotta svizzera

A Gudo il meglio della lotta svizzera

A 45 anni dall’ultimo grande evento organizzato in Ticino (nel 1971 a Sementina), la lotta svizzera si appresta a fare il suo ritorno a Sud delle Alpi.

L’evento, come scrive La Regione, è in programma sabato 25 e domenica 26 giugno al campo sportivo di Gudo, dove 120 atleti si sfideranno nell’ambito della prima “Festa ticinese di lotta svizzera”.

Si tratterà quasi esclusivamente di atleti provenienti da Oltralpe, ma ci saranno comunque anche 5 o 6 ticinesi affiliati all’Associazione cantonale di lotta svizzera, che si allenano al Centro sportivo nazionale della gioventù di Tenero.

Padrino della manifestazione sarà il consigliere di Stato Norman Gobbi. Per il pubblico saranno a disposizione circa 1’000 posti a sedere, oltre a una ricca offerta culinaria e numerose attività collaterali, tra cui una suggestiva esibizione del Coro delle Alpi.

Per maggiori informazioni: www.festalottasvizzera.ch

Quando i consiglieri fanno i salami

Quando i consiglieri fanno i salami

Da Cdt.ch l Al Castello Montebello il nuovo presidente Beltraminelli e i colleghi nel primo “impegno ufficiale” in versione salumieri. I consiglieri di Stato come non te li aspetti, al Castello Montebello: vestiti da salumieri per la legatura del salame Rapelli.

Il primo “impegno ufficiale” del presidente Paolo Beltraminelli con l’obiettivo di “Conoscere una nostra storica tradizione, la produzione del salame unito alla storia del Castello Montebello di Bellinzona – come scrive lo stesso direttore del DSS in un post su Facebook – Abbiamo potuto confezionare il prezioso alimento che vedete in bella mostra. È al centro tra i due consiglieri di Stato”.

Dopo la c07erimonia del passaggio di presidenza svoltasi al Palazzo delle Orsoline, quindi, tutti al Castello Montebello: il già citato Beltraminelli, Norman Gobbi, Manuele Bertoli, Christian Vitta e il cancelliere Giampiero Gianella. Unico assente Claudio Zali.

(foto © Crinari)

http://www.cdt.ch/ticino/bellinzona/152657/quando-i-consiglieri-fanno-i-salami

Norman Gobbi e l’elogio del capretto pasquale

Norman Gobbi e l’elogio del capretto pasquale

Da Liberatv.ch l Norman Gobbi e l’elogio del capretto pasquale: “Non è un semplice piatto di carne. È un cibo arcaico che ci chiede di sporcarci le mani”. Il Consigliere di Stato leghista: “Mangiare il capretto significa toccare la carne senza la mediazione delle posate, superare la paura di contaminarci e tornare anche noi – per qualche istanti – a una dimensione che non è quella dell’uomo industriale”

© Ti-Press / Pablo Gianinazzi

di Norman Gobbi

Gouamba, ekbelu, eyebasi. Non è uno scioglilingua, ma una collezione di sinonimi, che – ai quattro angoli del nostro Pianeta – descrivono una sensazione che anche noi conosciamo, ma per la quale né la lingua italiana né il dialetto ticinese hanno inventato una parola specifica. È la «fame di carne», quel tipo ben preciso di appetito che tutti noi conosciamo e che nessun altro nutrimento – per quanto abbondante – è in grado di saziare.
È chiaro che una piccola parentesi sul significato non basta, con i tempi che corrono, a fare cambiare idea a chi ritiene l’alimentazione carnivora una scelta antiquata, poco ecologica, dannosa per la salute e – soprattutto – crudele. In effetti, molto spesso oggi siamo quasi costretti a giustificarci, mentre aspettiamo di essere serviti al banco di una macelleria o al supermercato – e qualche signora elegante ci passa da parte, con le “bistecche” di seitan nel cestino e uno sguardo di condanna.

Manca poco alla Pasqua ed è inevitabile pensare alla tavola, che nelle nostre terre, ovviamente, ha il capretto nel ruolo di protagonista. Un ruolo che – è inutile nasconderlo – ogni anno viene contestato, come ormai capita sempre quando un animale «carino» finisce in padella. Se però torniamo indietro con il pensiero – non di molto, mi basta immaginare le nostre terre quando nacquero i miei nonni – probabilmente è più facile avvicinarsi al vero senso di questa tradizione culinaria.
Riavvolgendo il nastro del tempo, il Ticino di cent’anni fa era un Ticino abitato da gente povera di beni materiali ma piena di dignità e gusto; qualità che ancora oggi si diffonde come luce, dagli edifici che quelle persone hanno lasciato a guardarci – e forse a giudicarci… Se penso alle settimane della Quaresima, a come dovevano essere vissute e sentite in quei tempi, non mi risulta poi così difficile immaginare l’importanza simbolica del pranzo di Pasqua, come liberazione da un periodo di sacrifici e – soprattutto – come messaggio di speranza per un futuro migliore; che fosse fra le nostre valli o, spesso, nelle terre di emigrazione.
È chiaro che il dopoguerra ha cambiato tutto, e ci ha gettati – anche a tavola – in un’era dell’abbondanza, spesso dopata dalla possibilità di soddisfare qualsiasi nostro capriccio, importando a basso prezzo generi alimentari da ogni parte del Globo. Figlio degli ultimi settant’anni è in particolare l’aumento del consumo di carne di ogni genere, dall’onnipresente manzo fino a specie esotiche; una situazione di abbondanza materiale che ha modificato la nostra dieta e riscritto il nostro pensiero, fino all’orrore per l’idea del digiuno settimanale e alla sostanziale abolizione del «venerdì di magro».

Di fronte a queste chiare distorsioni, credo che gli sviluppi salutisti degli ultimi anni – nonostante certe derive ultra rigorose e un po’ mortificanti – ci abbiano offerto l’occasione per correggere un po’ il tiro. Anche con la carne è bene non esagerare, perché proprio il ridurre leggermente la quantità che ne consumiamo ci permette di curare meglio la sua qualità – a cominciare dall’attenzione per la sua provenienza.
Proprio in questo senso, il capretto pasquale – in genere un prodotto allevato a pochi chilometri dalle nostre case, in modo attento e dignitoso – può essere un momento virtuoso del nostro anno a tavola, e recuperare parte del valore simbolico che l’età del benessere gli ha tolto. Invece di essere un semplice piatto di carne – banalizzato dagli altri duecento che vengono prima e dopo – facciamo che questo pranzo sia un momento speciale, nel quale torniamo a sentire e a onorare il sapore dell’essere vivente che si è sacrificato per noi.
La stessa forma che il capretto assume nel nostro piatto è un aiuto. Non stiamo mangiando un composto macinato e reso friabile, a misura dell’uomo postmoderno, quasi predigerito come certi abominevoli nuggets industriali. È un cibo arcaico, che esige tempo e pazienza per raggiungere la carne; dobbiamo lavorare sulle ossa, ripulirle attentamente una per una – e guai a chi le mette nel piatto dei resti limitandosi a una sgrassatina superficiale! È un cibo che, soprattutto, chiede quasi inevitabilmente all’uomo di sporcarsi le mani, e così facendo diventa gioco; mangiare il capretto significa toccare la carne senza la mediazione delle posate, superare la paura di contaminarci e tornare anche noi – per qualche istanti – a una dimensione che non è quella dell’uomo industriale ripulito e addomesticato nella sua frenesia senza direzione.

Se ci avviciniamo alla tavola pasquale con questa attitudine, fatta di rispetto e gioia di partecipare a un’esperienza speciale, insieme alle persone più care, allora probabilmente anche il sapore della pietanza sarà più intenso, e si trasformerà nell’esperienza unica che, una volta l’anno, merita di essere.

http://www.liberatv.ch/articolo/32264/norman-gobbi-e-lelogio-del-capretto-pasquale-non-è-un-semplice-piatto-di-carne-è-un

Gobbi: “Anche io vittima dei radar”

Gobbi: “Anche io vittima dei radar”

Il ministro uscente: “Da giovane ho anche distrutto l’auto di mia madre: per fortuna non mi sono fatto nulla”

BELLINZONA – Norman Gobbi, classe 1977, si ripresenta per un secondo mandato in Consiglio di Stato. Il direttore del Dipartimento delle Istituzioni è stato deputato della Lega dei Ticinesi in Gran Consiglio dal 1999 al 2011 e presidente nell’anno di legislatura 2008-2009. A livello comunale è stato membro del Municipio del comune di Quinto, dal 2008 al 2011. Il 1. marzo 2010, sempre per la Lega dei Ticinesi, è diventato parlamentare del Consiglio nazionale, carica che ha lasciato il 13 aprile 2011. Ha svolto studi in scienze politiche a Zurigo e ha ottenuto la laurea in Scienze della comunicazione all’Università della Svizzera Italiana.

I radar fanno discutere: lei quante volte è incappato nella sua vita in una sanzione pecuniaria?
“La prima volta fu nel Canton Obwaldo e poi ne seguirono altre quattro. Ho pagato multe per 800 franchi, ma di chilometri ne ho macinati, e molti. In gioventù ho anche distrutto una macchina in autostrada. Era l’auto di mia madre che non era ovviamente entusiasta, ma per fortuna non mi sono fatto nulla”.

Ha la passione per le armi: qual è la sua preferita e perché?
“Ho sempre avuto la passione per il tiro nel sangue. Oggi, nella veste di consigliere di Stato preferisco usare l’arma della parola”.

A carnevale, da piccolo, quante volte si è travestito da poliziotto e quante da ladro?
“Mai da poliziotto mai e da ladro neppure. Ma il carnevale mi piace e mi travestivo spesso da boscaiolo”.

di Gianni Righinetti

http://www.cdt.ch/ticino/politica/125087/gobbi-anche-io-vittima-dei-radar.html

La generosità del maiale

La generosità del maiale

Il più disponibile, il più saporito e il più conviviale di tutti: del maiale nulla va perduto, dalle orecchie alle zampe, tutto trova una collocazione precisa e gustosa sulla nostra tavola. È una cucina che ci riporta alla millenaria civiltà contadina che sulla carne di maiale ha costruito un’importante fonte di risorse alimentari e ha sviluppato interessanti piatti legati al territorio.

Con l’evolversi degli stili di vita molte di queste tradizioni rischiano di diventare oggi un ricordo, ma grazie ad iniziative come la seconda edizione della “Settimana ticinese della Cazzoeula nei giorni della merla” organizzata, dal 23 gennaio al 1° febbraio in 36 ristoranti ticinesi, dal “Cazzoeula Club Ticino” in collaborazione con Ticino a Tavola, se ne approfondisce l’aspetto del recupero e della salvaguardia: un gran valore per la nostra gastronomia e per promuovere i prodotti locali nella nostra ristorazione.

Chiamata anche cazzuola o cassuola, per ricordare la casseruola dentro la quale viene preparata, o bottaggio, in riferimento alla parola francese potage che significa minestra, la cazzoeula è un tipico piatto invernale delle nostre zone, nutriente ed economico che risale ad epoca non definita e nel tempo ha subito molte variazioni. Certo è che si tratta di un piatto legato alla fine del periodo di macellazione dei maiali, che coincideva con il 17 gennaio giorno di Sant’Antonio Abate, patrono del focolare domestico, protettore degli animali e del maiale in particolare. Non a caso è l’unico santo raffigurato nell’iconografia tradizionale insieme ai maiali, meglio conosciuto alle nostre latitudini come “Sant’Antoni dal purscell”.

Gli ingredienti classici sono le parti meno nobili come piedini, costine, cotenne, testa, i salamini detti “verzini” e, naturalmente, tanta verza, quella che ha subito la prima gelata invernale, diventando così più tenera. E molta pazienza nella cottura. Alcuni ingredienti sono d’introduzione recente come l’aggiunta di un bicchiere di vino bianco e l’aggiunta di spezie, perché oggi si tende a sgrassarla rispetto al passato quando si viveva in cronico deficit calorico e proteico.

In passato avere scorte alimentari invernali era garanzia di sopravvivenza; il poter disporre di cibo era la principale preoccupazione e i meno abbienti si ingegnavano in ogni modo per sfruttare al meglio ogni risorsa e non sprecare nulla. La qualità del cibo consumato cambiava proprio a seconda delle condizioni economiche e sociali. Esemplificativo è un motto popolare che attribuiva ai ricchi tutto quello che sta dietro la testa e davanti alla coda della bestia, mentre il resto era destinato ai poveri.

Il maiale veniva allevato allo stato semi-brado nei boschi, dove trovava nutrimento senza pesare sull’economia familiare. Il bestiame di grandi dimensioni veniva destinato al lavoro nei campi, le pecore o le capre servivano per la produzione di latte, lana o pelli, mentre l’allevamento del maiale garantiva carni facilmente conservabili se salate, affumicate o insaccate. L’utilizzo delle carni suine fresche era limitato al brevissimo periodo dell’uccisione del maiale e la cazzoeula nasce proprio dall’esigenza di utilizzare quelle parti che non potendo essere conservate perché non adatte alla salagione, venivano bollite.

La leggenda vuole che il termine, col significato di mestolo, risalga alla dominazione spagnola in area lombarda quando, durante le carestie, era l’unità di misura per la distribuzione ai poveri di un piatto preparato con le parti meno pregiate del maiale.
Questa, in parte, è la storia della cazzoeula.

Il cibo è come un racconto: l’osservanza delle tradizioni serve per far passare il testimone da una generazione all’altra, e la tavola è il luogo in cui ci si stringe e si festeggia insieme. Cambiano i tempi, si aggiornano le tecniche, ma la storia e l’esperienza non possono essere perse, vanno traghettate per salvare la cultura dei luoghi, le ragioni del legame di appartenenza a un luogo. Un’armonia perfetta che ha consolidato quelle abitudini alimentari che oggi denotano la cucina tradizionale.

Un piatto che riempie di gustose calorie le giornate uggiose, scaldata il giorno dopo è ancora più buona perché gli ingredienti si sono amalgamati in un trionfo di sapori. Non permettiamo che si trasformi in un piatto che a furia di essere sgrassato perda la sua identità. Meglio mangiarlo una volta sola, ma goderne l’originalità. Mangiamola in compagnia quando fuori è molto freddo e capiremo la prelibatezza di quanto viene messo in tavola per un’allegra riunione conviviale.
Come si legge nel Testamentum porci del IV-V secolo d.C.: “la mia sepoltura deve essere fatta nei ventri di mangiatori nobili, non per via della nobiltà di sangue, ma per la nobiltà di gusti, giustamente golosi”.

Norman Gobbi

Il gusto dell’identità

Il gusto dell’identità

Mangiare fa parte dei nostri bisogni fondamentali, ma nello stesso tempo risponde a un bisogno culturale. È un momento fondamentale della vita sociale attraverso cui esprimiamo scelte etiche, tradizioni locali e di famiglia, gusti personali. Negli ultimi decenni, è stato recepito il modello alimentare globalizzato offrendo di tutto e di più, in qualsiasi momento e confusamente in ogni luogo, rischiando di perdere peculiarità e identità.