“Una grande riforma per la popolazione”

“Una grande riforma per la popolazione”

I sindaci protestano indignati, ma gli obiettivi della grande riforma, il ministro delle Istituzioni, Norman Gobbi, li ha ben chiari: “Solo 23 Comuni, ma davvero forti, in grado di garantire alla popolazione servizi e prestazioni al passo coi tempi, riordinando anche il quadro delle competenze tra enti locali e Cantone, con ruoli e compiti meglio definiti. È una riforma al servizio innanzitutto dei cittadini”.

i aspettava questa  protesta dei sindaci?
“Penso sia una reazione normale. Quello del Governo è un messaggio forte che tocca molte sensibilità, dai Comuni ai singoli sindaci. Ma non si può ignorare il fatto che molti  Comuni oggi non sono in grado di affrontare i loro compiti, che non hanno risorse adeguate per farlo. Questa non è certo una discussione nuova. Ma non ci sono solo proteste. In un dibattito pubblico l’altra sera a Mendrisio ho riscontrato interesse e disponibilità per questo progetto”.

I sindaci sostengono che è un progetto calato dall’alto, che serviva invece un Piano di aggregazioni più partecipato.
“L’attuale consultazione sulla riforma ha proprio questo scopo, discutere e confrontarsi. Il Piano cantonale delle aggregazioni non è calato dall’alto è imposto dalla legge; si tratta di un progetto che, attraverso la discusssione, si perfezionerà dalle fondamenta e non dal tetto. I Comuni hanno quattro mesi di tempo per precisare le loro posizioni”.

Non crede di aver forzato la mano, rischiando di ritardare più che accelerare le aggregazioni?
“Questo Piano permette ai Comuni di avviare una riflessione su come immaginano il loro futuro, sulle aspettative della popolazione e di pensare ad un territorio ridisegnato da nuove dinamiche urbane e da una crescente mobilità. Per i cittadini sono cambiati i tradizionali parametri di riferimento territoriale. Oggi chi abita in un comune e lavora in un altro ha un rapporto con il territorio diverso rispetto a quello di una volta quando la popolazione era molto  meno mobile”.

I Comuni rimproverano al Governo di ignorare le loro ragioni, come è  già successo  col preventivo, scaricando su di essi nuovi oneri finanziari.
“Bisogna capire che è arrivato il momento di cambiare paradigma. Ci sono molti Comuni che sono finanziarmente scompensati e c’è il Cantone che deve assumersi compiti non suoi. Ci vuole più chiarezza su chi deve fare cosa anche nei servizi da garantire ai cittadini. Il Piano delle aggregazioni servirà pure a riordinare le diverse competenze tra Cantone ed enti locali”

Otto giovani dicono la loro sulle aggregazioni: “Un cantone più snello e a misura di cittadino”

Tra un vecchio Ticino, zavorrato qua e là da localismi e campanilismi e un nuovo Ticino, più snello, progettuale, aperto e a misura di abitante, i giovani residenti nelle regioni delle nuove fusioni comunali scelgono quest’ultimo. Emerge da una veloce inchiesta del Caffè  che sul Piano cantonale delle aggregazioni, con la riduzione dagli attuali 135 a 23 Comuni, ha sentito nove ventenni – domiciliati tra Mendrisiotto, Locarnese, Bellinzonese e Luganese . “Sono molto favorevole – dice convinta Sofia Dazio, 28 anni, impiegata, di Monte Carasso -. Ci saranno maggiori sinergie nelle procedure amministrative. E poi da sempre l’unione fa la forza”.
Le voci degli otto intervistati stridono parecchio con la reazione dei sindaci di 28 Comuni che hanno pesantemente criticato l’esecutivo per un progetto che giudicano imposto dall’alto. “Non sarei così negativo – afferma Ruggero Brooks, 18 anni, studente, di Lugano -. Ampliare porta sempre a crescere e dà maggior forza, anche economica”. Sulle finanze comunali si concentra l’opinione di Gianluca Soldati, 22 anni, studente, di Comano, pur dicendosi d’accordo con le aggregazioni: “A patto però che questi ‘matrimoni’ non avvengano tra realtà economicamente troppo diverse tra loro. Il rischio in questi casi è che Comuni con le casse vuote creino problemi ad altri che si sono sempre impegnati per avere finanze sane”.

Sicuramente, affinché la riforma, definita “epocale” dal Consiglio di Stato, vada in porto, l’amministrazione cantonale dovrà lavorare di cesello nel ridefinire equilibri, responsabilità e competenze all’interno della nuova geografia amministrativa. Ma ci sono pure resistenze politiche e identitarie da non sottovalutare. “Tener conto delle diverse sensibilità dei Comuni sarà fondamentale – sottolinea Andrea Ghisletta, 19 anni, studente, di Genestrerio -. Anche se alcuni verranno per così dire fagocitati, dovranno comunque continuare ad avere voce in capitolo. Va bene concentrare, ma non a scapito delle singole identità comunali”. Sull’identità insiste pure Tanita Chiabotti, 23 anni, studentessa, di Piazzogna. “Il mio unico timore è che si mettano insieme realtà troppo differenti, per cultura, storia, tradizioni – precisa -. Nel Locarnese, ad esempio, mi chiedo come riuscirà Ascona, che ha un profilo turistico ben preciso, chic, anche un po’ snob, a convivere con Comuni in cui ancora si organizzano le sagre”. Problema che Linda Vanina, impiegata, 22 anni, di Biasca, liquida in una battuta: “Ma l’identità dei singoli Comuni mica sarà cancellata!”.

Certo, l’obiettivo del Governo è parecchio spinto. Gli enti locali sono già sull’attenti. I sindaci che oggi protestano avrebbero preferito una pausa di riflessione e di verifica sulle conseguenze della prima ondata di aggregazioni comunali, quella partita nel 1998, che da 245 ha ridotto i  Comuni a 135. E non tutti sono convinti che questi Comuni siano ora più solidi, innovativi, più vicini ai cittadini o più autorevoli nei confronti del Cantone. “Tuttavia, le fusioni hanno sicuramente snellito parecchie procedure burocratiche e semplificato il quadro amministrativo”, ribatte Linda Vanina, ben supportata da Valentina Respini, 28 anni, architetto, di Minusio: “Il Piano delle aggregazioni avrà  un impatto positivo sui costi delle aministrazioni locali  – commenta -, con maggiori vantaggi ma anche più comodità per i cittadini. Magari gli uffici comunali prolungheranno anche gli orari degli sportelli”.  Se lo augura anche Oliviero Piffaretti, architetto, 26 anni, di Mendrisio, che nota: “Unire vuol dire dare più forza  alle realtà periferiche, con un livello di servizi uguale a quello delle città”.

Per i giovani questa drastica cura dimagrante proposta dal Governo potrebbe rivelarsi un vantaggio. “Le aggregazioni sono necessarie se vogliamo un Ticino più efficiente nei servizi,  meglio distribuiti su tutto il territorio – dice Orlando Bianchetti, studente, 22 anni, di Locarno -. E ci sarà pure un maggior equilibrio nelle spese”. Bianchetti condivide una delle critiche dei sindaci: “A non piacermi per niente è che questo progetto sia stato calato dall’alto. Serviva più condivisione e confronto”. Perciò Andrea Ghisletta auspica un maggior coinvolgimento di tutti. Ma Sofia Dazio, con piglio pratico, taglia corto: “Non dimentichiamoci che stiamo parlando di una minuscola realtà territoriale, perciò mi sembra giusto snellire finalmente il numero dei Comuni”.                

pguenzi@caffe.ch
@PatriziaGuenzi

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