Un’iniziativa che fa paura a Berna

Un’iniziativa che fa paura a Berna

Immigrazione, lavoro e sicurezza.  Il Consiglio federale ha lanciato la campagna avversa all’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa, promossa dall’UDC e sostenuta ampiamente dalla Lega dei Ticinesi. Come mai Berna si attiva quando mancano ancora oltre 4 mesi dal voto? Semplice: l’iniziativa sta trovando consensi nella popolazione svizzera, che stando al recente sondaggio otterrebbe il successo in votazione popolare.

I motivi di questi consensi sono presto riassunti: i cittadini svizzeri hanno capito che la libera circolazione crea sì benefici, ma le conseguenze negative sono maggiori ai benefici, e le misure fiancheggiatrici hanno effetti nulli a tutela del mercato del lavoro indigeno. Nonostante tutte le misure accompagnatoria e fiancheggiatrici promosse dalla Berna federale, la libera circolazione ha posto sotto pressione il mercato del lavoro svizzero e ticinese in particolare. Non solo stranieri europei che vengono a risiedere da noi, occupando posizioni dirigenziali in aziende e banche svizzere, ma soprattutto frontalieri settimanali che lavorano da noi è poi fanno rientro ai loro domicili nel weekend.

Un’afflusso di manodopera non sempre e non solo qualificata, ma spesso sovraqualificata e sottopagata. Questo fenomeno genera due distorsioni pericolose: la concorrenza per posti con formazione commerciale sostituite con laureati, i cui salari sono inferiori a quelli praticati abitualmente nel settore. Avvocati e laureati in diritto italiani pagati come segretarie in studi ticinesi,  oppure laureati in economia italiani assunti come impiegati di commercio.

Questi fenomeni generano il livellamento verso il basso dei salari per la manodopera indigena, e occupano posti di lavoro un tempo riservati agli indigeni, obbligati ad andare a infoltire le liste agli uffici di collocamento o agli sportelli assistenziali. Effetti mai messi in evidenza dal Consiglio federale con la violenza della realtà di molte persone che bussano alla porta del mio ufficio e degli uffici di molti colleghi politici, raccontandomi le loro difficoltà nel trovare un posto di lavoro per sé stessi o per i loro figli. Una realtà che collide con lo slogan dei partiti storici, “Bilaterali, raccogliamo i frutti”, ma che riflette quanto denunciato dalla Lega dei Ticinesi nel 2009: “Bilaterali, meno lavoro, meno sicurezza, meno Svizzera”.

L’occasione di riprendere in mano il joystick per il controllo dell’immigrazione è fissata per il 9 febbraio 2014, quando le cittadine e i cittadini svizzeri potranno esprimersi su un testo che permette di riprendere nelle nostre mani un tema così delicato che, se lasciato a chi rappresenta unicamente gli interessi delle sole multinazionali e dei capitali finanziari, porterebbe ad una crisi sociale profonda il nostro Paese.

Segnali di disagio si palesano in tutta Europa: milioni in fuga da Spagna e Italia, un cittadino su quattro disoccupato in Spagna, uno su sette in Italia, reazioni violente di cittadini contro lavoratori immigrati, uno scollamento sempre maggiore tra istituzioni europee e cittadini europei. Indicatori tutti di una crisi sociale latente e potenzialmente pronta ad esplodere nella sua violenza più inattesa.

Alle silenti grida di aiuto e di allarme lanciate dai nostri cittadini, la risposta può solo essere quella di riprenderci il nostro Paese, attraverso un controllo reale dell’immigrazione.

Norman Gobbi

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