AlpTransit: una sfida fondamentale per le nostre Valli

AlpTransit: una sfida fondamentale per le nostre Valli

Dal Mattino della Domenica del 29 maggio 2016

Mancano pochissimi giorni all’apertura del tunnel ferroviario di AlpTransit. L’evento che muterà completamente il nostro Cantone, in particolare dal punto di vista della mobilità. Il Ticino si troverà infatti molto più vicino al resto della Svizzera; un aspetto che rappresenta un’opportunità per rilanciare la competitività dell’economia ticinese a livello nazionale e internazionale. Inoltre, anche all’interno del nostro Cantone le distanze tra i centri urbani, soprattutto con la successiva apertura del tunnel di base del Monte Ceneri, diminuiranno in maniera notevole, avvicinando maggiormente Sopra e Sotto Ceneri. Accanto alle opportunità che AlpTransit porterà con sé, e che dovremo essere in grado di cogliere, vi sono però anche delle sfide decisive da affrontare e da vincere. Penso nello specifico alle Valli ticinesi, che, con l’avvento della nuova trasversale alpina, rischiano di essere ulteriormente isolate; un rischio che dobbiamo assolutamente scongiurare, per il futuro delle regioni periferiche e dell’intero Ticino.

Le nostre Valli – equale abitante dell’Alta Leventina posso testimoniarlo in prima persona – dispongono ancora di molte “frecce al loro arco” ma necessitano di una politica regionale mirata, così come di misure concrete volte ad accrescerne l’attrattiva. Con AlpTransit, uno scenario preoccupante per le regioni periferiche, specialmente per la Leventina, è quello di essere tagliate completamente fuori dai collegamenti ferroviari. Uno scenario che, oltre a comportare degli effetti negativi dal punto di vista economico, metterebbe a rischio la coesione interna del nostro Cantone. Per tutti questi motivi, le nostre Valli hanno bisogno di misure concrete, a cominciare dal mantenimento della linea di montagna del San Gottardo. Un obiettivo che rappresenta una priorità del Governo, che si sta impegnando affinché anche in futuro sia assicurato questo servizio essenziale, con collegamenti ogni ora con il nord delle Alpi e con le altre località del Cantone. Un servizio che costituisce una necessità per diversi rami economici, penso innanzitutto al settore del turismo, che in queste regioni ha ancora margini di miglioramento.
Dopo l’apertura di AlpTransit, dal mese di dicembre del 2016, sarà anche potenziata l’offerta dei treni da sud verso nord e in Leventina i regionali si fermeranno ogni ora anche nelle stazioni di Lavorgo e Ambrì Piotta. Un ottimo segnale per la regione delle Valli per scongiurare il rischio di isolamento a cui potrebbero essere soggette le zone periferiche con l’entrata a regime del tunnel sotto le Alpi.

Il mantenimento della linea di montagna del San Gottardo e la possibilità dei moderni treni regionali di fermarsi anche in alcuni villaggi della Val Leventina dipenderà – come per la gran parte dei progetti pubblici – dalle risorse finanziarie a disposizione. Ed è proprio in quest’ottica che la modifica della Legge sui trasporti pubblici, la quale rende operativa la tassa di collegamento a carico dei grandi generatori di traffico, permetterebbe di disporre delle risorse necessarie allo scopo di meglio raggiungere l’obiettivo legato al mantenimento di questo storico ed importante collegamento. Una modifica di legge, quindi, che non solo andrebbe a favore dei cittadini ticinesi dei centri urbani, diminuendo il traffico, oggi ormai completamente congestionato, durante gli orari di punta, bensì anche a quelli delle regioni periferiche, che nell’avvenire si troveranno confrontate con sfide difficili e complesse. Sfide per le quali occorrono le risorse necessarie, sfide fondamentali per il futuro delle nostre Valli e di tutto il Ticino!

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione dell’Assemblea generale dell’Alleanza patriziale (ALPA) del 28 maggio 2016

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione dell’Assemblea generale dell’Alleanza patriziale (ALPA) del 28 maggio 2016

– Fa stato il discorso orale –

Signor Presidente,
Signore e signori membri del Comitato direttivo,
Gentili Signore, Egregi Signori,
Cari concittadini patrizi,

vi saluto a nome Consiglio di Stato e vi ringrazio per il cortese invito a partecipare anche quest’anno alla vostra assemblea generale. Un appuntamento immancabile nella mia agenda di Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni. Un incontro che mi permette di dialogare direttamente con tutti voi rappresentanti dei nostri Patriziati che, nel contesto comunale in profonda evoluzione nel quale ci troviamo, hanno visto mutare e accentuarsi il loro ruolo di testimoni e sentinelle delle identità locali.

Quest’anno l’Alleanza patriziale ha scelto di riunirsi a Sonogno, in cima alla Valle Verzasca. Una Valle incantevole che negli scorsi anni è stata caratterizzata dal tentativo di costruire un unico Comune. È una nave che non è ancora giunta in porto, ma la rotta è tracciata. Segnali positivi e incoraggianti arrivano in questo senso dai 9 Patriziati di Verzasca e Piano (Brione, Corippo, Cugnasco, Frasco, Gerra, Gordola, Lavertezzo, Sonogno e Vogorno) che da tempo manifestano un rinnovato entusiasmo nella gestione dei loro enti, ma anche, e soprattutto, nella collaborazione reciproca. Saluto quindi con particolare soddisfazione l’iniziativa dei Patriziati verzaschesi di riunirsi regolarmente per discutere di problematiche comuni che spesso oltrepassano i confini dei singoli enti. Pur nel rispetto delle autonomie locali, questo approccio positivo e costruttivo permette un reciproco scambio di conoscenze ed esperienze, nell’ottica di ottenere una gestione della cosa pubblica ancor più efficace.

In questo contesto è ammirevole constatare come rimane sempre immutato il ruolo dei Patriziati quali custodi, gestori e promotori del nostro territorio e quali partner affidabili di tutti i nostri Comuni. Soprattutto ai nostri giorni, quando tutti gli enti pubblici sono chiamati ad adattarsi alle sfide dettate dai tempi in cui viviamo. A questo proposito il Governo ha dovuto chinarsi in tempi recenti sul risanamento delle finanze cantonali per migliorare in modo incisivo e coraggioso lo stato di salute precario dei conti statali. Una sfida difficile, ma condivisa da tutti noi Consiglieri di Stato. Ognuno ha dovuto fare la propria parte identificando una serie di misure da attuare per riuscire a centrare l’obiettivo che ci siamo prefissati: recuperare 180 milioni e raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2019.

Alcune di queste misure toccano anche voi. Il mio Dipartimento, con senso di responsabilità, ha svolto fino in fondo i suoi compiti. Fra questi rientra pure l’analisi dei flussi finanziari tra il Cantone e i Patriziati. Si è perciò proposto una riduzione della dotazione finanziaria del Fondo per la gestione del territorio da 600 a 500 mila franchi annui e un attestamento del Fondo di aiuto patriziale alla quota “storica” di 700 mila franchi (pagati pariteticamente dal Cantone e dai Patriziati). Inoltre, si è prospettata l’introduzione della necessaria base legale per il prelievo di una tassa di decisione per le ratifiche cantonali, come già avviene da diversi anni in diversi altri ambiti dell’Amministrazione cantonale.

Posso assicurarvi che queste misure finanziarie che avranno un’influenza diretta (in alcuni casi addirittura positiva, se pensiamo alla possibile riduzione delle aliquote di prelievo dal Fondo di aiuto patriziale) sui Patriziati ticinesi sono state proposte in un’ottica di assunzione collettiva di responsabilità verso l’obiettivo del risanamento delle finanze pubbliche.
Non è in discussione il riconoscimento da parte del Cantone del ruolo, dell’importanza e dei risultati conseguiti dai Patriziati ticinesi!

Certo si tratta di misure che, nel limite del possibile, si sarebbe voluto evitare, tuttavia colgo l’occasione per sottolineare il fatto che questi interventi finanziari sono stati attentamente valutati al fine di renderli sostanzialmente accettabili: sia il Fondo per la gestione del territorio che quello di aiuto patriziale garantiranno una certa autonomia operativa (anche grazie a una riserva accumulata nel corso degli anni) anche a medio-lungo termine.

Ho ricevuto negli scorsi giorni lo scritto che mi avete inviato in cui avete manifestato le vostre preoccupazioni e reticenze in questo contesto. A questo proposito intendo garantirvi il dialogo che abbiamo costruito e mantenuto negli scorsi anni. Pertanto i miei servizi prenderanno contatto con voi per fissare un incontro. L’ottima collaborazione tra Cantone e Patriziati dovrà assolutamente continuare anche in futuro!

È quindi doveroso, come enti pubblici, svolgere un atto di coraggio per salvaguardare le nostre generazioni future e consegnare loro uno Stato in grado di essere progettuale e soddisfare i bisogni di tutti i cittadini restando al passo con i tempi. Questo significa anche fare dei sacrifici. La forza dei Patriziati, nel corso dei decenni, è stata quella di mantenere la propria missione a salvaguardia dell’identità e dei valori storici adattandosi alle esigenze dettate dal momento storico in cui ci si trovava.

Sono sicuro che riusciremo insieme a guardare con fiducia alle sfide che ci attendono grazie alla vostra capacità di saper coniugare ciò che è stato con ciò che è e dovrà essere, senza perdere di vista il bagaglio dei valori maturati nei secoli, semmai rivitalizzandoli là dove sarà opportuno farlo.

Dovremo quindi continuare a collaborare unendo le nostre forze anche in futuro per riuscire a migliorare e aumentare l’efficienza amministrativa dei nostri enti patriziali. È un compito impegnativo ma assolutamente necessario per fare in modo che sia garantita l’essenza e la funzionalità nel contesto pubblico dei nostri Patriziati.

Sono certo e fiducioso che anche dal profilo della gestione finanziaria, oltre che da quella amministrativa e della capacità di promuovere progetti concreti a favore della collettività, i Patriziati ticinesi sapranno cogliere e vincere tutte le sfide che il Ticino sarà chiamato ad affrontare!

Vi ringrazio dell’attenzione.

Incontro i funzionari dirigenti   –  Discussa la riorganizzazione del Dipartimento

Incontro i funzionari dirigenti – Discussa la riorganizzazione del Dipartimento

È stato un pomeriggio dedicato all’incontro e al dialogo quello che martedì scorso a Faido ha visto il Consigliere di Stato Norman Gobbi confrontarsi con i funzionari dirigenti del Dipartimento delle istituzioni. Al centro della discussione, la riorganizzazione di alcuni dei servizi dell’Amministrazione cantonale.
Nella prima parte della giornata è stata presentata in dettaglio ai funzionari dirigenti la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione e del Settore esecuzioni, misure contenute nella manovra per il risanamento delle finanze cantonali presentata dal Governo nelle scorse settimane. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha sottolineato l’importanza dello sforzo per riequilibrare i conti dell’ente pubblico, e affermato la necessità di ottimizzare le risorse presenti in tutto il territorio, tenendo conto dell’evoluzione delle richieste e delle crescenti sollecitazioni alle quali sono confrontati gli uffici del Dipartimento.

La giornata dipartimentale è poi proseguita allo stand di tiro di Faido, dove i partecipanti alla giornata hanno avuto l’opportunità di sfidarsi in una competizione di tiro sportivo, con una gara alla pistola e al fucile. I funzionari dirigenti – opportunamente istruiti e accompagnati dai Carabinieri Faidesi – si sono così cimentati nel programma del Tiro federale in campagna, che per il pubblico si svolgerà dal 27 al 29 maggio in tutti i poligoni svizzeri e ticinesi. Vincitore della competizione in combinata è stato il responsabile della sezione formazione della Polizia cantonale Cristiano Nenzi. L’Ufficiale di polizia è risultato migliore anche nella classifica individuale al fucile precedendo il Capo Dipartimento Norman Gobbi. Il migliore tiratore della gara alla pistola è stato invece il capitano del I Reparto Mendrisiotto della Gendarmeria Edy Gaffuri.

Permessi – All’ombra del casellario

Permessi – All’ombra del casellario

Dal Corriere del Ticino del 27 maggio 2016, un articolo di Massimo Solari

L’attività dell’Ufficio della migrazione, tra libera circolazione e misure dipartimentali Morena Antonini: «Ma i numeri non dicono tutto, alla quantità preferiamo la qualità»

«Per il rinnovo di un visto, premere tasto 1; per verificare lo stato della vostra pratica tasto 2; per altre informazioni tasto 3». Anche noi, per raggiungere la responsabile dell’Ufficio della migrazione Morena Antonini, siamo dovuti passare dallo speciale contact center introdotto a inizio 2015 dal Dipartimento delle istituzioni. Insieme ad altri, uno strumento implementato con l’obiettivo di gestire al meglio il rilascio e il rinnovo dei permessi. Provvedimenti, questi, culminati nell’aprile dello scorso anno con la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale per i richiedenti di un permesso di dimora (B) e per frontaliere (G). E in tal senso è stato come ritornare alle origini, in quanto la procedura era già prevista prima dell’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione (ALC) nel 2002, che invece l’ha poi permessa solo in via eccezionale. «Il discorso però è complesso» ci fa notare Antonini: «Sono una della vecchia guardia, che ha vissuto sulla propria pelle tutti gli aggiornamenti intercorsi in questi anni». Sì perché, sottolinea la capoufficio, «la materia stranieri, anche prima dell’ALC, è sempre stata in evoluzione: sia nell’ambito del legislatore che a livello di giurisprudenza». E se tra il 2002 e il 2015 la modifica formale più rilevante per cercare di ovviare all’assenza di un filtro come il casellario è stata l’introduzione dell’autocertificazione sui precedenti penali, dietro le quinte le autorità preposte ai controlli hanno dovuto in qualche modo reinventarsi.

Quel filtro preventivo venuto meno
«Oltre alla richiesta del certificato penale – spiega Antonini – prima della libera circolazione si procedeva anche con un esame preventivo delle domande. Per le persone intenzionate a esercitare un’attività lucrativa in Ticino si raccoglievano una serie di dati sui rispettivi datori di lavoro. Verificavamo l’esistenza dell’azienda, se il fabbisogno di manodopera estera fosse giustificato e si fosse già ricercato sul mercato del lavoro residente, la correttezza delle condizioni salariali». Detto altrimenti, quando si rilasciava l’autorizzazione tutti i controlli erano già stati eseguiti, e quindi la possibilità che vi fossero abusi o casi che interessassero le autorità giudiziarie risultavano più limitati. Con l’ALC tutto è cambiato. «I diversi organi di controllo, come i Comuni, l’ufficio AVS o dell’assistenza, l’Ispettorato del lavoro e l’Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro, sono stati chiamati ad agire in seconda battuta» indica Antonini. La maturazione di questo nuovo paradigma operativo si è tuttavia protratta negli anni. «Tant’è – rileva la nostra interlocutrice – che siamo arrivati nel 2014 con un rilevante accumulo di segnalazioni. Questo ha giustificato una riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, con l’istituzione di un settore giuridico che oggi approfondisce i casi critici. E naturalmente aumentando i controlli è cresciuto il numero delle decisioni di diniego o revoca».
Ma se i 192 casi gravi venuti a galla tra l’aprile del 2015 e quello del 2016 sono figli della richiesta sistematica del casellario, lo stesso non può dirsi per altre fattispecie. Oltre alla citata collaborazione con altri settori, così come con la Confederazione e le forze dell’ordine, prima del casellario il Dipartimento delle istituzioni aveva tentato altre vie. «Penso all’esame dei richiedenti tramite il motore di ricerca Google» spiega Antonini: «Certamente le informazioni che si ricavano non sono affidabili quanto quelle di un certificato rilasciato dalle autorità, ma anche in Internet è possibile risalire a dati che giustificano una richiesta di approfondimento». Ma come funziona? «La procedura non è facile: vengono inseriti i nominativi con determinate modalità tecniche che i collaboratori hanno appreso da esperti, il tutto per ottenere risultati più attendibili».

Dietro ai numeri
Se si analizzano le statistiche 2015 relative ai permessi globali emessi agli stranieri non può ad ogni modo passare inosservato il crollo numerico rispetto al 2014: i permessi sono infatti passati da 90.848 a 77.008. Difficile non pensare a un deciso giro di vite in quest’ambito. «Ma se guardiamo al 2005 – nota Antonini – eravamo a quota 66.000. Questi flussi sono legati ai rinnovi, a loro volta dettati dalle scadenze quinquennali dei permessi che si spalmano sull’arco di 3 anni». Antonini inoltre rinvia alla statistica sui permessi in vigore, «dove al contrario si assiste a un incremento del totale, passato dalle 174.240 unità del 2014 alle 174.711 del 2015». La capoufficio non nasconde comunque che «a seguito dell’aumento dei richiedenti, di quello dei controlli e delle segnalazioni, effettivamente l’ufficio ha accumulato dei ritardi nell’evasione delle domande». Ciò detto, puntualizza, «non sarebbe attendibile trarre delle conclusioni basandosi unicamente sull’entità dei permessi rilasciati. Il nostro è un lavoro di qualità, non di quantità».

«Soluzioni fatte in casa»
Nessun atteggiamento vessatorio nei confronti degli stranieri, dunque? abbiamo chiesto al direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. «Tutt’altro: con l’avvento della libera circolazione c’è stata una limitazione sulle possibilità di anticipare gli interventi e rispettivamente fermare persone ricercate. Perciò – aggiunge – abbiamo dovuto trovare delle soluzioni fatte in casa che ci permettessero un maggiore controllo». Politicamente parlando, per Gobbi alla base di queste decisioni v’è «il principio del Ticino sicuro e accogliente. Il Cantone è in effetti disposto ad accogliere sul territorio coloro che vogliono partecipare attivamente alla vita economica e alla crescita del Paese, e non solo beneficiare del luogo. Dall’altra parte c’è poi una dimensione di sicurezza, cruciale per un cantone come il nostro che, a differenza di altri, è esposto in maniera accresciuta a fenomeni come la criminalità organizzata».

Lodrino, l’affare Mazza & Gobbi

Lodrino, l’affare Mazza & Gobbi

Da La Regione del 25 maggio 2016

Il Comune sarà proprietario della struttura a un prezzo politico: un milione di franchi, o anche meno – Accordo c on la Confederazione trovato in un incontro chiarificatore, con il supporto di Norman Gobbi.

Entro la fine di quest’estate l’aeroporto di Lodrino sarà di proprietà della Confederazione. Il consigliere di Stato Norman Gobbi , da noi interpellato ieri, ha preferito non sbilanciarsi troppo riguardo al recente incontro a Berna – di cui siamo venuti a conoscenza – sull’aeroporto di Lodrino con i vertici del Dipartimento federale della difesa, il centro di competenza ArmaSuisse. Con un «grande risultato» – di buon auspicio per lo sviluppo futuro del nuovo Comune che nascerà dall’aggregazione con Cresciano, Osogna e Iragna – che entusiasma il sindaco di Lodrino Carmelo Mazza .

E non si fa certo fatica a credergli. È da tempo che aspettava questa notizia. «Già dal 1996 – spiega alla ‘Regione’ Mazza – il Municipio di Lodrino ha istituito un gruppo di lavoro con la Regione Tre Valli e l’allora direzione dello scalo militare rivierasco (Nelio Rigamonti), con l’obiettivo di preparare un (primo) regolamento in vista di un disimpegno della Confederazione e di uno sfruttamento, a scopi civili, dell’aerodromo». Una bozza, certo, frutto di una visione. Ebbene, oggi, a vent’anni di distanza, la certezza che si andava nella giusta direzione.

Traspare la tenacia di una valle, segnata dalle sorti dell’industria del granito, dal coronamento delle aggregazioni e poi la determinazione di un sindaco, dei ‘suoi’ municipali. Ma non solo. Mazza rivolge parole di ringraziamento verso Gobbi. Sua l’idea, dice Mazza, dell’incontro, l’attesa strategica del cambio della guardia tra il ‘vecchio’ ministro Ueli Maurer (ora capo delle Finanze) e il volto ‘nuovo’ Guy Parmelin. Da tempo era in agenda un incontro ‘chiarificatore’. La Confederazione voleva sei milioni, poi tre, mentre l’offerta del Comune non superava il mezzo milione. Con, due mesi e mezzo fa, «l’ultimatum» da Lodrino. A fare da contatto tra Maurer e Parmelin Bruno Locher, capo della Sezione territorio e ambiente che ha ricevuto incarico da Maurer di seguire il caso. Ecco che il costo ipotizzato ora è di un milione. Forse meno.

Si è però rischiato il tracollo. Successe già negli anni 2000. Grazie al lavoro di squadra con Sereno Imperatori (timoniere Ruag), con gli inserimenti di Raffaele De Rosa (direttore dell’Ente regionale per lo sviluppo del Bellinzonese e Valli) e il coinvolgimento delle ditte (Heli Tv e Ruag), con il supporto del delegato dell’aviazione Davide Pedrioli e di Fabio Conti (Sezione del militare e protezione della popolazione) si è giunti, nel 2013, al Piano settoriale dell’infrastruttura aeronautica (Psia) con le direttive federali per lo sviluppo edilizio e operativo dell’aerodromo, a concretizzare l’impegno pubblico del Comune di Lodrino (o, in alternativa, del Cantone).

Per farsi un’idea delle grandezze in gioco l’hangar 4 (verde), costruito una quindicina di anni fa per gli elicotteri Super Puma, è costato 12 milioni di franchi. Per convincere Berna della validità dell’offerta (e degli intendimenti) del Comune di Lodrino per l’aeroporto, il Municipio ha insistito sui progetti nati «per il nuovo Comune-Regione» sull’aerodromo in collaborazione con la Supsi, quel Polo tecnologico dell’aviazione che dispone ora delle basi per creare ricchezza. Quanto basta, insomma, per dimostrare che sul sedime (con la torre di controllo e gli hangar) non si intende lanciarsi in speculazioni immobiliari di nessun genere, ma che piuttosto si vuole avviare un progetto di sviluppo. Condizioni particolari fissate dalla Confederazione? Il mantenimento di condizioni di favore nei confronti delle forze aeree, quale segno dell’importanza che il Comune futuro intende riconoscere verso le loro esigenze, anche negli anni che verranno.

Ex Tutorie, la via mediana

Ex Tutorie, la via mediana

Da LaRegione del 25 maggio 2016, un articolo di Paolo Ascierto e Andrea Manna

L’idea della sottocommissione: diritto di famiglia alle preture, protezione alle Arp

C’erano una volta le Tutorie. Oggi ci sono le Autorità regionali di protezione, le Arp, a occuparsi della protezione di adulti e minori. E domani? La via del Consiglio di Stato è chiara: passare dal modello amministrativo a quello giudiziario. Ossia da un sistema incentrato sulle Arp a uno incentrato sulle preture. Una proposta, quest’ultima, già benedetta dal Gran Consiglio. Senonché ora la sottocommissione parlamentare della Legislazione che sta approfondendo il dossier propone una ‘via mediana’, a metà tra il giudiziario e l’amministrativo. Nello specifico, spiega alla ‘Regione’ la coordinatrice della sottocommissione Amanda Rückert (Lega), si tratterebbe di «passare alle preture tutte le attuali competenze delle Arp che rientrano sotto il cappello del diritto di famiglia. Le Arp, la cui struttura andrebbe comunque rivista, manterrebbero invece le proprie competenze nell’ambito della protezione di adulti e minorenni». Calma e gesso però. «Tutto è ancora aperto». Anche perché c’è un nodo tecnico da sciogliere: «Il Codice civile – spiega Rückert – stabilisce all’articolo 440 che l’autorità che giudica deve essere la stessa in entrambi gli ambiti: quello del diritto di famiglia e quello della protezione». Per questo si è chiesto all’Ufficio federale di giustizia se sussistono «margini di manovra» per seguire la ‘via mediana’. D’accordo. Ma perché non passare al giudiziario come si era stabilito a suo tempo? «Dalle diverse audizioni condotte in sede di sottocommissione è emersa una disparità di trattamento nell’ambito del diritto di famiglia: quando si ha a che fare con figli di genitori sposati per questioni di separazioni, mantenimenti e via dicendo – spiega la deputata leghista – è sempre competente la pretura. Se per contro i genitori non sono sposati la competenza è delle Arp». Per eliminare tale «disparità di trattamento» si è quindi pensata la ‘via mediana’, «che è una via possibile, ma non l’unica». Si vedrà. «Sto ancora valutando quale sia la soluzione migliore. Devo dire però – aggiunge il socialista Ivo Durisch – che se prima ero un po’ scettico sul modello giudiziario così come proposto dal messaggio governativo, ora sono possibilista». In ogni caso, continua il capogruppo del Ps, «è secondo me necessaria una riduzione a cinque del numero delle Arp e la loro cantonalizzazione. Nel senso che le Autorità regionali di protezione dovrebbero dipendere non più dai Comuni, bensì dal Cantone. L’attuale modello amministrativo infatti non soddisfa». Inoltre, rileva Durisch, «bisognerà affrontare un altro aspetto del sistema vigente e cioè la formazione dei curatori che spesso si trovano confrontati con situazioni divenute per loro ingestibili». E l’esecutivo? Non chiude le porte. «Attendiamo – rileva il capo del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi, ricevuto ieri mattina dalla sottocommissione – di conoscere il parere dell’Ufficio federale di giustizia, che solleciteremo affinché risponda ai deputati. Poi ci confronteremo con la sottocommissione sulle vie che si potranno prendere: c’è lo statu quo, mantenendo un sistema amministrativo in mano ai Comuni. Oppure, sempre in ambito amministrativo, si potrebbero cantonalizzare le Arp. Oppure ancora passare al giudiziario con le preture o con la creazione di un apposito tribunale. Questi gli scenari tra i quali scegliere. E il settore – conclude Gobbi – non deve essere scombussolato dal punto di vista operativo, dato che si rivolge a persone che hanno bisogno».

‘Possibile mobilitare altri militi’

‘Possibile mobilitare altri militi’

Da La Regione del 23 maggio 2016

Norman Gobbi: «Per ora arrivi nella norma, con picchi nel weekend e la sera» – Il capo dell’esercito André Blattmann: «Pronti duemila soldati, e se non saranno sufficienti ne mobiliteremo altri».

A pochi chilometri dal fronte. O, meglio, a pochi chilometri da quello che potrebbe diventare uno dei fronti sui quali verranno impiegati i militi la prossima estate. È lì, a Mendrisio, che sabato il capo dell’esercito, il comandante di corpo André Blattmann , ha incontrato la Società ticinese degli ufficiali (Stu) riunita in assemblea. Un incontro utile da un canto per rassicurare gli ufficiali in merito alla presenza grigioverde a sud del Gottardo dopo la prossima riforma (vedi articolo a lato); dall’altro per confermare che la questione migranti è presa seriamente dalle alte sfere dell’Armee. Tanto che di fronte alla platea il comandante di corpo non ha escluso ulteriori mobilitazioni. In vista dell’emergenza migranti «dobbiamo – ha spiegato Blattmann alla ‘Regione’ a margine dell’assemblea – poter aiutare e sostenere le autorità civili e le Guardie di confine. Siamo in grado di assumerci tale compito e sono già state messe in atto misure in questo senso. Penso per esempio allo spostamento durante l’estate di alcuni corsi di ripetizione, in modo da poter avere un maggior numero di forze a disposizione». In ogni caso, ha aggiunto il capo dell’esercito, «la Polizia militare sarebbe la prima a entrare in azione, seguita dai militi di ferma continua e da quelli che stanno svolgendo il corso di ripetizione. Speriamo che basti. In caso contrario, dovremmo mobilitarne altri». Una parola ‘mobilitazione’ che ricorda, tra le altre cose, che l’esercito svizzero rimane pur sempre un esercito di milizia. «Esatto. Sono sempre le autorità civili – ha sottolineato Blattmann – a stabilire quali sono i nostri compiti e quando è necessario il nostro intervento. Va però ricordato che non siamo un esercito di corsi di ripetizione: se sono necessarie più forze, andranno mobilitati più militi». Uno scenario verosimile? «Al momento attuale sono pronti circa duemila soldati. Siamo sulla giusta via ma non si può escludere nulla». E non esclude nulla neppure il capo del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi . Sul fronte migranti, ha detto Gobbi, «alla porta sud si conta un numero relativamente normale di arrivi» per ora. Su per giù dai venti ai trenta al giorno, con «dei picchi nel weekend e la sera». Nessun allarme rosso insomma. Ma non è il caso di rimanere con le mani in mano. Perché, ha ricordato il responsabile del Di, solitamente «la crescita degli arrivi inizia a maggio» e, tra le altre cose, quest’anno «si sono riattivati i gommoni» che fanno spola tra l’Albania e l’Italia. Sarà importante «organizzarci sul territorio». Se del caso, anche con l’esercito.

LA RIFORMA – Cantone risparmiato

Non solo migranti. Sabato il comandante di corpo André Blattmann, che a fine anno lascerà il suo incarico, ha pure voluto rassicurare i quadri in merito alla presenza dell’esercito in Ticino dopo la riforma in corso a Berna (e sulla quale tira già aria di referendum). Sarà una dieta. Una dieta che non dovrebbe però toccare i posti di lavoro, così come le Piazze d’armi a sud del Gottardo. Si dovrà per contro dire addio alla Brigata fanteria montagna 9, comandata dal brigadiere Maurizio Dattrino, che verrà verosimilmente inglobata all’interno di una Divisione. Ciò detto, rimane aperta una domanda: il futuro capo della Armee potrebbe essere un ticinese? «Questa decisione – scherza Blattmann – esula dalle mie competenze». D’accordo. E la presenza di italofoni tra i quadri dell’esercito? La ritiene sufficiente? «È una questione molto importante, specie nel nuovo esercito che richiederà la presenza di più militi attivi. E in questo senso oggi (sabato, ndr) è arrivato un buon segnale: i giovani che sono entrati a far parte della Stu sono di più rispetto a quelli che hanno terminato la propria attività. Ciò lascia ben sperare affinché un domani – ha concluso il capo dell’esercito – tra i quadri ci siano diversi validi ticinesi».

Déjeuner au Château con provocazione: il Governo crei il Dipartimento dell’enogastronomia

Déjeuner au Château con provocazione: il Governo crei il Dipartimento dell’enogastronomia

Dal portale Liberatv.ch, un articolo di Marco Bazzi

Gli chef stellati di “Sapori Ticino” al Castello di Morcote, tra lago, vigneti e antica pietra.Cronaca di una giornata di grandi sapori. E sul Dipartimento non stiamo affatto scherzando: il Ticino ne avrebbe tanto bisogno

VICO MORCOTE – Il luogo è: il Castello di Morcote, tra la collina che domina Vico e il fitto bosco che sale fino all’alpe Vicania. Una tenuta spettacolare dove ti sembra che i vigneti affondino le radici nel lago.

Su quella terra ricca di frammenti di porfido rosso, originati da antichissima lava vulcanica, sorge, a strapiombo sul Ceresio, che lì si stringe tra il San Giorgio e l’Arbostora, un castello medievale dove si narra abbia soggiornato anche il Barbarossa.

In questo incantevole scenario, tra vigneti che producono vini di grande intensità, si è svolto ieri il Déjeuner au Château, uno degli appuntamenti della rassegna di alta gastronomia “Sapori Ticino”.

E se il luogo è il Castello di Morcote, i nomi sono: Gaby Gianini, la padrona di casa, Michele Conceprio, l’enologo della tenuta, e Dany Stauffacher, padre e anima di Sapori Ticino.

Ai fornelli si sono confrontati quattro chef “stellati” di altrettanti ristoranti italiani: Emanuele Scarello, Philippe Léveillé, Alfio Ghezzi ed Enrico Recanati.

Il tema era il pesce, declinato tra mare e acqua dolce: dal biscotto ghiacciato di scampi ai tortelli di granzoporo con brodo di asparagi, fino al temolo con frutta e verdura in agrodolce. Per chiudere con un capolavoro di pasticcieria firmato da Recanati. Esperienza enogastronomica fantastica e profumi e sapori dei piatti e dei vini esaltati da un paesaggio incantevole. Non potevano mancare il sindaco di Vico, Giona Pifferi, e il ministro Norman Gobbi, al quale il Governo dovrebbe affidare – dopo averlo creato, scorporando dalla Sezione agricoltura il vasto mondo dei prodotti del territorio – il Dipartimento dell’enogastronomia. E non stiamo affatto scherzando: il Ticino ne avrebbe tanto bisogno.

Il 5 giugno diciamo NO all’iniziativa «A favore del servizio pubblico»!

Il 5 giugno diciamo NO all’iniziativa «A favore del servizio pubblico»!

Dal Mattino della Domenica del 22 maggio 2016

Un’iniziativa pericolosa e controproducente

Tra i temi sui quali il Popolo svizzero dovrà esprimersi il prossimo 5 giugno 2016 vi è anche quello relativo all’iniziativa popolare “A favore del servizio pubblico”. Un titolo che è tutto un programma, dato che può essere interpretato in diversi modi: chi di noi infatti non ha a cuore la qualità del nostro servizio pubblico? Un titolo del genere ha tutto per risultare seducente agli occhi dei cittadini, in particolare quelli provenienti da Cantoni periferici come il Ticino, che negli anni ha dovuto subire pesanti conseguenze occupazionali a causa del ridimensionamento delle ex regie federali. Un aspetto maggiormente sentito dagli abitanti delle nostre valli, come posso testimoniare in prima persona, che hanno visto sparire alcuni servizi federali storici presenti sul territorio.

Se leggiamo con attenzione il testo in votazione ci accorgiamo però come questa iniziativa sia un mero specchietto per allodole. Vietare alle FFS, alla Swisscom e alla Posta di conseguire profitti non significa affatto favorire il servizio pubblico, anzi! Con questa iniziativa, come vogliono far credere i suoi fautori, non aumenteranno i posti a sedere sui treni né riapriranno gli uffici postali nei villaggi delle nostre valli. Gli abbonamenti per il cellulare non costeranno meno, la rete internet superveloce non arriverà fino a Fusio e i treni non saranno più puntuali. Il risultato, se questa iniziativa dovesse essere approvata, sarebbe al contrario una drastica riduzione delle risorse finanziarie a disposizione di queste aziende, con il rischio di un’ulteriore riduzione dei servizi e dunque anche dei posti di lavoro. Questo proprio in un momento di difficoltà per l’economia ed il mercato del lavoro ticinesi. Per la serie: oltre al danno la beffa! Al di là dei margini di miglioramento in alcuni settori che nessuno nega, il servizio offerto oggi ai cittadini svizzeri rappresenta un’eccellenza a livello mondiale; un’eccellenza che molti cittadini di altri Paesi ci invidiano!

L’iniziativa rischia dunque paradossalmente di mettere in ginocchio il servizio pubblico, con FFS, Swisscom e La Posta che si ritroverebbero nella situazione di non poter conseguire profitti. Un obiettivo tanto inviso alla sinistra – al solito schierata ideologicamente sulle sue posizioni – che rappresenta uno stimolo per queste aziende alfine di migliorare la qualità del servizio così come l’efficienza dell’utilizzo delle risorse, evitando sprechi di denaro pubblico. Senza utili queste aziende non potrebbero inoltre continuare ad investire in modo importante nell’economia svizzera come hanno fatto finora. Prendiamo ad esempio la Posta, che ogni anno acquista prestazioni da oltre 12’000 fornitori per un totale di 3,3 miliardi di franchi. E quasi tutti questi fornitori sono svizzeri! Senza dimenticare poi che queste aziende occupano complessivamente 106’000 persone e formano ogni anno circa 4’300 apprendisti. Posti di lavoro che verrebbero minacciati da questa iniziativa. Non da ultimo, quest’ultima avrebbe delle conseguenze negative per le casse pubbliche: basti pensare che, solo nel 2014, le aziende di servizio pubblico hanno versato allo Stato 1,3 miliardi di franchi! Mettere a rischio queste risorse significa giocare una scommessa azzardata, della quale a pagarne il prezzo saranno alla fine tutti i cittadini elvetici, specialmente quelli dei Cantoni periferici come il Ticino. Per tutti questi motivi, ma soprattutto per continuare a garantire la qualità del nostro servizio pubblico, è importante dire «NO» il 5 giugno all’iniziativa «A favore del servizio pubblico». Un’iniziativa dal titolo fuorviante, un’iniziativa pericolosa per tutti i cittadini!