Bello Figo, Gobbi rassicura

Bello Figo, Gobbi rassicura

Da laRegione | «Il sedicente gruppo con cui erano firmati i volantini, ‘Nuova Destra’, non era nei monitor che controllano i siti estremisti (…)», «La decisione di annullare il concerto di Bello Figo non è venuta dalla polizia cantonale, bensì dai gerenti della discoteca che hanno valutato nell’ottica costi-benefici su quanto sarebbe costato assicurare la sicurezza». Così ieri il consigliere di Stato Norman Gobbi ha tranquillizzato la Sinistra che si era fatta promotrice di un’interpellanza per chiedere al governo quali strategie intraprende per arginare i fenomeni di estrema destra. Il capo del Dipartimento delle istituzioni ha spiegato che il Cantone si muove a livello di prevenzione, alla stessa stregua delle strategie messe in atto a livello di Confederazione contro la violenza giovanile. Il consigliere di Stato Gobbi, rispondendo al caso specifico di Bello Figo, ha evidenziato: «Il miglior deterrente è stato quello di assicurare i due autori alla giustizia». I due autori, sulla ventina, si sono costituiti dopo che i dispositivi di videosorveglianza li avevano immortalati.

La mafia addosso: parla Norman Gobbi.

La mafia addosso: parla Norman Gobbi.

Da LiberaTV.ch | Il ministro: “Non c’è un punto franco ma in un momento di crisi come questo il rischio di infiltrazioni è molto alto. Gli inquirenti devono collaborare meglio. Dobbiamo unire le forze nell’amministrazione e nella società civile: segnalate”

Dopo la nostra indagine sulla presenza mafiosa in Ticino, abbiamo chiesto conto di ciò che è emerso al ministro delle istituzioni: “A livello di Governo federale, diciamo che non percepisco la presa di coscienza in maniera accresciuta, nonostante i Cantoni toccati siano diversi e gli episodi di presenze mafiose dimostrate siamo ormai diverse decine”

Norman Gobbi, dalla nostra inchiesta tra i vari addetti ai lavori che operano sul territorio in ambito di criminalità organizzata, emerge una forte preoccupazione per la così detta “terra di nessuno che nessuno controlla”. Ovvero quella zona grigia creata dalle diverse competenze attribuite ai vari poteri inquirenti. Il Ministero Pubblico della Confederazione e la polizia federale, non controllano il territorio. E la Procura ticinese e la polizia cantonale non sono competenti per inchieste di mafia. Il risultato è questo punto franco di cui non conosciamo la fauna e la flora. Concorda con questa preoccupazione? Cosa si può fare per intervenire?
“Mi permetta di dire che di “punto franco” per le organizzazioni criminali non ve ne sono. È vero le competenze tra le Autorità federali e cantonali sono suddivise in modo chiaro: il pallino delle inchieste di mafia è in mano alla Confederazione. Questo non significa però che il Cantone non possa fare nulla a riguardo. Anche noi facciamo la nostra parte. La dimostrazione? Pensiamo all’inchiesta che qualche mese fa ha portato l’arresto in Ticino di un presunto reclutatore dell’Isis: un ottimo esempio di come, nel rispetto del proprio campo d’attività, gli inquirenti cantonali e federali abbiano collaborato con successo in un caso delicato. Sul piano operativo certamente si potrebbe migliorare ulteriormente la collaborazione, sia tra ministeri pubblici che tra polizie, e questo è un obiettivo continuo dei responsabili”.

Il controllo e il monitoraggio del territorio è fondamentale anche per cogliere quei segnali difficilmente visibili altrimenti. Ad esempio si sa che la criminalità organizzata predilige “investire” anche in attività dove gira contante: bar, ristoranti e lavanderie ad esempio. Il che, di riflesso, significa anche il pericolo di un’infiltrazione diretta nel tessuto socio economico. Anche lei avverte questo rischio e in che misura?
“Soprattutto in un momento congiunturale come quello che stiamo vivendo, in cui la crisi economica ha segnato la piazza finanziaria e l’economia cantonale, il rischio che aumentino i reati economici è molto alto. Quando c’è difficoltà nel mondo dell’edilizia, della ristorazione, del commercio, ecc. è possibile che organizzazioni criminali si possano inserire nel nostro tessuto economico e sociale, in maniera non violenta ma criminale dal punto di vista del riciclaggio del denaro proveniente da attività illegali. Fondamentale in questo senso è mantenere alta la guardia e garantire una costante collaborazione tra tutti gli attori coinvolti. Un tema che ho portato diverse volte anche all’attenzione dei miei colleghi: per combattere pericoli come l’infiltrazione mafiosa bisogna unire le forze – non solo con le autorità federali – ma anche all’interno della stessa macchina amministrativa e con la società civile, penso in particolare a fiduciari, notai, avvocati e operatori immobiliari. Occorre uscire dalle logiche burocratiche e statali che stagnano il sistema e garantire uno scambio d’informazioni costanti – nel limite di quanto concesso dalle leggi – e una collaborazione attiva”.

Lei parlò del pericolo mafioso anche in apertura di un anno giudiziario. Da allora che tipo di evoluzione ha potuto osservare dal suo osservatorio. Qual è il suo grado di preoccupazione?
“Diciamo che quando richiamai l’attenzione degli avvocati e dei notai sul mondo della criminalità organizzata, taluni non colsero quanto reale il pericolo fosse e sia tutt’oggi. Chiedersi da dove provengano i soldi, evitare di prestare il fianco ad economie distorte, segnalare casi sospetti fanno parte di quegli anticorpi che dobbiamo sviluppare. Quando si parla di sicurezza in generale non bisogna mai abbassare la guardia. Occorre restare allerta, come per altre minacce quali ad esempio quella terroristica, perché pensare che la nostra società sia immune a questi fenomeni è irreale. Anche per la posizione del nostro Cantone, vicina alla grande metropoli milanese, siamo un territorio a rischio per questo genere di crimini”.

Ritiene che l’allarme sociale sia in questo momento adeguato ai rischi, oppure nella popolazione e nel mondo politico si tende un po’ a sottovalutare il problema?
“Diciamo che la presa di coscienza sul problema non è ampiamente diffusa. Proprio seguendo il monito di Paolo Borsellino a voler parlare di mafia allo scopo di affrontare il problema, qualche mese fa a Lugano ho voluto organizzare un incontro con il Procuratore generale della Confederazione Michael Lauber, per discutere a 360 gradi di tematiche di competenza del Ministero pubblico federale, ed è stata l’occasione di capire anche quello che sta accadendo alle nostre latitudini: ovviamente si è parlato anche di indagini legate alla mafia. Inoltre, stiamo lavorando ad un progetto per sensibilizzare l’apparato statale nei confronti di questi fenomeni e di fenomeni legati agli abusi sulle prestazioni statali”.

Come giudica il fatto che ci sia un solo un Procuratore Federale ad indagare su inchiesta di mafia in lingua italiana?
“Ricordiamoci che in Ticino abbiamo un antenna del Ministero pubblico della Confederazione. Una presenza importante per il nostro territorio. Si potrebbe fare di più e in maniera più attiva? Certo, ma poi bisogna concedere a livello federale le risorse finanziarie e umane, oltre che trovare persone adeguate ad assumere un ruolo non facile, come quello di combattere le organizzazioni criminali”.

Come giudica il fatto che non disponiamo di una fotografia precisa – anche a causa dei problemi posti poc’anzi – rispetto alla presenza della criminalità organizzata in Ticino? Ritiene sia necessario farsi sentire maggiormente a Berna in modo da meglio precisare e circoscrivere il problema?
“Su mia proposta, il Consiglio di Stato del nostro Cantone (e siamo gli unici) incontra il Procuratore della Confederazione: l’ultima volta che Lauber è venuto a Bellinzona è stato lo scorso mese di novembre. Non mi tiro mai indietro quando bisogna far sentire la nostra voce oltre Gottardo, e se lo ritenessi necessario interverrei anche in queste circostanze. A livello di Governo federale, diciamo che non percepisco la presa di coscienza in maniera accresciuta, nonostante i Cantoni toccati siano diversi e gli episodi di presenze mafiose dimostrate siamo ormai diverse decine”.

A suo avviso che impatto hanno avuto la crisi economica e la Libera circolazione delle persone su questa problematica?
“Sicuramente non hanno aiutato. In un momento congiunturale non favorevole per la nostra economia, il crimine – in ambito economico e finanziario – prova a insediarsi. Non sono un sostenitore della libera circolazione, ma è cosa nota. Infatti, non a caso ho introdotto la misura del casellario proprio per tutelare la nostra sicurezza e avere un controllo di chi intende entrare a insediarsi o a lavorare sul nostro territorio. La nostra comunione territoriale e linguistica con l’Italia ci espone più di altri a questi tentativi da parte delle organizzazioni criminali, in quanto il nostro sistema giuridico-amministrativo liberale e la mancanza di strumenti legislativi rafforzati per combattere le mafie fanno del nostro territorio ticinese un obiettivo appetibile”.

L’esplosione della criminalità economica, e la diminuzione delle inchieste a causa delle risorse messe a disposizione, come si evince dalle statistiche della sezione dei reati economici della polizia, è un dato molto preoccupante. Anche in chiave di possibili infiltrazioni mafiose. Come lo state affrontando?
“Da un lato negli ultimi anni abbiamo concesso più specialistici finanziari per sostenere l’attività inquirente; dall’altra va data una priorità di intervento al numero crescente di segnalazioni, anche dal mio Dipartimento su casi di fallimenti poco chiari con elementi di carattere penale. Dal punto di visto operativo, le inchieste finanziarie sono molto onerose per la dimensione cartacea degli incarti; quelle economiche hanno bisogno di numerosi elementi, da verificare e suffragare con dati oggettivi. In tal senso, da due anni abbiamo attivato un master con la SUPSI rivolto agli operatori (magistrati, agenti di polizia, economisti e avvocati) volto a sviluppare le competenze professionali nella lotta alla criminalità economico-finanziaria, permettendo nel contempo un proficuo scambio di opinioni ed esperienze tra le persone che lo stanno seguendo”.

È immaginabile, nel rispetto della legge, che anche gli uffici cantonali che operano in ambiti potenzialmente “sensibili” per la criminalità organizzata, collaborino maggiormente con gli inquirenti attraverso delle segnalazioni?
“Lo facciamo già oggi, e su mia esplicita volontà perchè ognuno deve fare la propria parte. Mi piace definire i nostri cittadini le “sentinelle” attive sul territorio e invito spesso tutti a voler segnalare tempestivamente alla Polizia cantonale movimenti sospetti o situazioni dubbie. Grazie a queste segnalazioni le forze dell’ordine riescono spesso a intervenire e fermare criminali in azione o in procinto di compiere atti illeciti. Lo stesso principio vale quindi anche tra Autorità: il mio invito – l’ho ribadito a più riprese anche all’Associazione dei fiduciari e alle Autorità giudiziarie così come pure a tutti i miei funzionari dirigenti – è quello di segnalare all’autorità competente tutte le situazioni sospette. La collaborazione è un tassello fondamentale nella lotta al crimine organizzato”.

Gli esperti che abbiamo interpellato per la nostra inchiesta lamentano altresì una collaborazione molto migliorabile tra gli inquirenti ticinesi e quelli federali, in ambito di criminalità organizzata. Cosa si può fare per rendere più efficace questa partnership fondamentale?
“Sicuramente favorire momenti di incontro: è quello che faccio io stesso con i miei omologhi oltre Confine e oltre Gottardo. Per contrastare il crimine organizzato la collaborazione in questi casi è fondamentale. Oltre che a livello politico anche tra addetti ai lavori si potrebbe intensificare gli scambi: Besso (polizia federale) e via Bossi (polizia cantonale) distano poche centinaia di metri, ma talvolta la comunicazione è difficile. Su questo ne abbiamo recentemente parlato con la direttrice di Fedpol Nicoletta Della Valle, e si conviene che si possa fare meglio”.

Da ministro di giustizia e polizia di questo Cantone, infine, desidera mandare un messaggio chiaro alle organizzazioni criminali che operano sul nostro territorio e a coloro che si occupano di contrastarla?
“Se mi fosse davvero possibile fermare questo genere di attività criminale tramite un annuncio pubblico, avremo la soluzione a tanti problemi (ndr ride). Non ho bisogno di slogan politici, continuerò come sempre a impegnarmi a fondo insieme ai miei collaboratori proponendo misure concrete – come la misura sul casellario, la formazione professionale e la sensibilizzazione degli attori amministrativi ed economici – per fermare e contrastare l’insorgere di rischi per la nostra sicurezza interna. I risultati si ottengono attraverso i fatti”.

(Articolo di Andrea Leoni: http://www.liberatv.ch/it/article/35030/la-mafia-addosso-parla-norman-gobbi-il-ministro-non-c-un-punto-franco-ma-in-un-momento-di-crisi-come-questo-il-rischio-di-infiltrazioni-molto-alto-gli-inquirenti-devono-collaborare-meglio-dobbiamo-unire-le-forze-nell-amministrazione-e-nella-societ-civile-segnalate)

Terrorismo: mai smettere di rialzarsi e lottare!

Terrorismo: mai smettere di rialzarsi e lottare!

Dal Mattino della domenica | Il ministro della sicurezza si esprime dopo gli attacchi terroristici che hanno scosso l’Inghilterra

Sono passati pochi giorni dall’attentato che ha colpito Manchester e toccato –un’altra volta- il resto dell’Europa. Complice forse la giornata di festa di giovedì, mi sono fermato a riflettere. Su come questa minaccia vigliacca ci tocca sempre più da vicino. Su come purtroppo si ha la sensazione che questi attacchi stiano ahimè rientrando nella normalità. “Un altro attacco” ho sentito dire negli scorsi giorni. Un commento isolato. Rimasto nel vuoto. Ma questo genere di minacce non possono e non devono essere archiviate come qualcosa di normale.

Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. A Manchester stavolta le vittime sono 22, fra cui molti giovani e giovanissimi la cui sola colpa era quella di assistere al concerto della cantante preferita, nella normalità di un lunedì sera qualsiasi. Una vigliaccheria d’animo che faccio fatica a descrivere. Un atto ignobile compiuto – a quanto sembra – da un giovane di origine libiche ma nato e cresciuto in Inghilterra all’inizio degli Anni Novanta. Un dettaglio non da poco. Che mi porta inevitabilmente a riflettere. Ancora una volta quindi bisogna evitare – anche in Ticino! – che gli stranieri di fede musulmana che giungono o nascono sul nostro territorio si radicalizzino. E per farlo bisogna evitare che si creino delle zone “ghetto” come sta avvenendo in altri Stati europei. Evidentemente il nostro territorio, senza grandi metropoli, mal si presta a questo genere di situazioni ma come sappiamo, il rischio zero non esiste. Allora cosa possiamo fare? Dobbiamo promuovere i nostri valori e le nuove tradizioni, il nostro essere occidentali, il nostro essere Ticinesi. Bisogna puntare sull’integrazione fondata sui nostri valori e non su un appiattimento cieco e dannoso.

La minaccia è costante e insidiosissima, perché la violenza si accende in singoli individui o piccoli gruppi che si radicalizzano velocemente e passano all’azione con strumenti rudimentali. In Svizzera si sta mettendo in atto una strategia per contrastare questo processo di radicalizzazione, per evitare che potenziali cellule isolate si tramutino in fabbriche di morte. Occorre muoversi con agilità ed efficacia su più binari: prevenzione, sorveglianza, dispositivi di sicurezza, affinamento degli strumenti legislativi, rafforzamento concreto delle forze dell’ordine. Come Direttore del Dipartimento delle istituzioni vivo da vicino gli sforzi che si stanno dispiegando e che sostengo, molti dei quali sono impercettibili per la cittadinanza, ma capillari e a corrente continua.

Ma sono anche un libero cittadino. E soprattutto, un cittadino che non smette un momento di indignarsi per queste morti assurde e di impegnarsi nella difesa dei nostri valori, ovunque. Uguale se a Parigi, Manchester oppure a Berlino. Non possiamo cedere a una progressiva indifferenza, perché la nostra normalità è fatta sì di preoccupazioni quotidiane, ma non di scenari così sanguinari e ignobili. La cultura del terrore non può insinuarsi, perché altrimenti scenderemmo a compromessi con il male. Dobbiamo continuare a rialzarci e a lottare.

Non dobbiamo essere timidi. A sinistra si relativizza sempre, si richiamano le solite colpe coloniali, si tollerano flussi migratori incontrollati “perché da sempre l’uomo si muove”. Senza bisogno di chiuderci in un bunker, dobbiamo continuare a lottare per la nostra libertà e per la nostra sicurezza, con tutte le misure necessarie, togliendoci i guanti del politicamente corretto. La fede musulmana radicalizzata è un problema serissimo, non solo simbolicamente. Una piaga che non si riarginerà mai con il ritornello dei pretesti legati alle “difficoltà socioeconomiche”, o nascondendoci dietro ad alibi. I nostri valori prima di tutto!

Ancora una volta, stringiamoci attorno a una comunità che ha perso delle vite e al dolore di chi non vedrà più un proprio amico e un proprio caro. E stringiamoci nella lotta per una società giusta, libera e sicura, senza se e senza ma. Ma soprattutto senza alibi. E senza giustificare i lupi travestiti da agnelli, continuiamo a lottare per la nostra Libertà e la nostra Sicurezza.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Hoffnung auf mehr Solidarität bei Erdbeben

Hoffnung auf mehr Solidarität bei Erdbeben

Da NZZ.ch | Schutz des Wohneigentums

Für viele Schweizerinnen und Schweizer gilt die Devise «Lieber eine Versicherung zu viel als eine zu wenig». Deshalb ist es umso erstaunlicher, dass die meisten Hausbesitzer ungenügend auf die Naturkatastrophe mit dem höchsten Schadenspotenzial vorbereitet sind. Lediglich 8 bis 9 Prozent der in Privatbesitz befindlichen Gebäude sind hierzulande nämlich gegen Erdbeben versichert. Im Unterschied zu allen anderen Naturgefahren wird dieses Risiko in fast allen Kantonen nicht durch die Gebäudeversicherung abgedeckt. Für die privaten Versicherungsgesellschaften ist dieses Geschäft wenig lukrativ und deshalb kaum interessant.

Widerstand in den Kantonen

Seit fast zwei Jahrzehnten versuchen Politik und Versicherer deshalb eine obligatorische Erdbebenversicherung für die ganze Schweiz zu schaffen. Bisher scheiterten alle Versuche am Widerstand einzelner Kantone. Jetzt startet die Regierungskonferenz Militär, Zivilschutz und Feuerwehr (RK MZF) einen neuen Anlauf für ein Interkantonales Konkordat für eine obligatorische Erdbebenversicherung. Dieses Konkordat tritt in Kraft, wenn eine Anzahl Kantone beigetreten ist, die zusammen mindestens 85 Prozent der zu versichernden Gebäude und Sachwerte der Schweiz abdecken.

Dieses vorsichtige Vorgehen wird gewählt, weil es sich als illusorisch herausgestellt hat, alle Kantone ins Boot zu holen. So sprachen sich bei einer Umfrage der Konferenz der Kantonsregierungen letztes Jahr 16 Kantone grundsätzlich für eine obligatorische Erdbebenversicherung aus, 17 Kantone befürworteten eine Lösung mithilfe eines interkantonalen Konkordats. Appenzell Ausserrhoden, Thurgau und Zug wollten überhaupt keine Lösung. Je höher das Erdbebenrisiko in einem Kanton ist, umso enthusiastischer fällt die Zustimmung aus. Bis Ende 2017 sollen die Kantone nun eine verbindliche Stellungnahme zur 85-Prozent-Lösung abgeben. Definitiv entschieden ist also noch nichts.

Auch das eidgenössische Parlament treibt das Thema obligatorische Erdbebenversicherung seit längerem um. Zuletzt bemühte sich die Umweltkommission der kleinen Kammer um eine Lösung aufgrund eines Vorstosses des Walliser Ständerats Jean-René Fournier. Sie spielte den Ball damals an die Kantone zurück. Bei Ständerat Werner Luginbühl kommt der neue Vorschlag der RK MZF gut an: «Das ist ein Lichtblick. Zum ersten Mal besteht damit eine realistische Chance, dass wir doch noch zu einer vernünftigen Lösung kommen.» Für den BDP-Politiker ist klar, dass mit dem 85-Prozent-Modell der Druck auf die nicht willigen Kantone steigt, so dass am Schluss doch eine nationale Regelung resultiert.

Als Leiter Public Affairs der Mobiliar-Versicherung kennt der Berner Standesvertreter auch die Position der Versicherungsbranche. Aus deren Sicht sei es sinnvoll, dass auch die Naturgefahr mit der zwar geringsten Eintrittswahrscheinlichkeit, aber dem höchsten Schadenspotenzial Teil des weltweit einzigartigen Elementarversicherungssystems der Schweiz werde. «Es wäre allerdings wichtig, wenn nun die stärker durch Erdbeben gefährdeten Kantone aktiv bei den noch zurückhaltenden Werbung machen würden», erklärt Luginbühl.

20 Milliarden Franken werden abgedeckt

Eine Arbeitsgruppe bestehend aus Vertretern des Bundes, der Kantone und der Versicherungswirtschaft hat bereits verschiedene Eckwerte definiert. «Unabdingbare Voraussetzung für die Schaffung eines interkantonalen Konkordates ist, dass der Bund sich an der Finanzierung der Versicherungslösung beteiligt», erklärt Alexander Krethlow, der Generalsekretär der RK MZF. Damit dies möglich ist, müssen allerdings die verfassungsmässigen und gesetzlichen Grundlagen geschaffen werden. Dieser Prozess wird einige Jahre dauern.

Wie eine obligatorische Erdbebenversicherung konkret aussehen könnte, hat das Eidgenössische Finanzdepartement vor vier Jahren in einem Bericht dargestellt. Es soll eine Leistungskapazität von rund 20 Milliarden Franken zur Verfügung gestellt werden. Mit dieser Summe könnten die Gebäudeschäden voll ausfinanziert werden, wie sie ein alle 500 Jahre vorkommendes Erdbeben verursacht. Gemäss dem Vorschlag der Arbeitsgruppe unter der Leitung von Krethlow soll eine erste Tranche von 5 Prozent der Versicherungssumme von den Versicherten als Selbstbehalt getragen werden.

Prämie von rund 100 Franken

Anschliessend folgen die Beiträge der Assekuranz und des Bundes. Die Assekuranz (kantonale Gebäudeversicherer und Privatversicherungen) übernehmen die Abwicklung der Schäden und tragen eine Milliarde Franken alleine im Rahmen eines Eigenbehaltes. Die restlichen 19 Milliarden sollen je zur Hälfte der Bund und die Assekuranz tragen. Aus der Sicht von Luginbühl ist dieser Vorschlag sinnvoll. So wären die Gebäudeschäden abgedeckt, und die öffentliche Hand könnte sich auf den Wiederaufbau der Infrastruktur konzentrieren.

In seinem Bericht von 2013 hat das Finanzdepartement ausgerechnet, wie teuer die Jahresprämie die Hausbesitzer zu stehen käme. Bei einem Gebäude mit einer Versicherungssumme von 700 000 Franken würde die Jahresprämie bei 84.70 Franken liegen, wenn nur das Gebäude und keine Aufräumungskosten versichert werden. Bei der RK MZF rechnet man gemäss Krethlow mit einer Prämie von rund hundert Franken für ein Einfamilienhaus. Die gegenwärtig bezahlten Prämien für private Erdbebenversicherungen liegen deutlich höher.

Nuovi spazi e nuovi orari alla Sezione della circolazione

Nuovi spazi e nuovi orari alla Sezione della circolazione

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Dopo due mesi di lavori di ristrutturazione, da qualche giorno i locali del Servizio immatricolazioni della Sezione della circolazione, a Camorino, sono nuovamente aperti. La nuova impostazione degli spazi è accompagnata da un ripensamento degli orari di apertura all’utenza: dal 1. giugno i principali servizi (immatricolazioni, conducenti e contabilità) saranno infatti disponibili ininterrottamente, dalle 8.00 alle 16.00.

Lo scorso 31 agosto, nell’ambito del pacchetto di misure per il riequilibrio delle finanze cantonali, il Consiglio di Stato ha stanziato un credito da 324’000 per la riorganizzazione logistica del Sevizio immatricolazioni della Sezione della circolazione; l’obiettivo dell’investimento era di migliorare il servizio alla cittadinanza attraverso l’incremento del numero degli sportelli aperti e ammodernando il sistema di prenotazione.

Dopo due mesi di lavori di ristrutturazione – durante i quali una parte degli sportelli è sempre rimasta aperta, permettendo lo svolgimento delle pratiche – sono entrate in funzione negli scorsi giorni le nuove postazioni di lavoro, collocate direttamente allo sportello. La nuova impostazione evita spostamenti e perdite di tempo ai funzionari, rendendo ancora più rapido il servizio all’utenza. Il sistema di prenotazione (ticket) è stato invece aggiornato con l’introduzione di un apparecchio di ultima generazione, che permette agli utenti di orientarsi meglio all’interno dello stabile amministrativo e di raggiungere più velocemente il Servizio del quale hanno bisogno. A complemento di questi interventi, a partire dal 1° giugno sarà introdotta l’apertura degli sportelli continuata dalle 8 alle 16, senza pausa nella fascia di mezzogiorno; ciò permetterà a cittadini e professionisti di accedere ai servizi in modo più flessibile e libero.

Da anni il Dipartimento delle istituzioni si impegna costantemente e dedica molte energie alla semplificazione del rapporto tra cittadino e stato: anche gli interventi logistici e organizzativi attuati al Servizio immatricolazione della Sezione della circolazione rientrano in questa visione.

Migrazione, più controlli su frontalieri e permessi B

Migrazione, più controlli su frontalieri e permessi B

Dal Giornale del Popolo | A breve prenderà avvio la riorganizzazione dell’Ufficio migrazione – Due le tappe previste dal Governo per terminare il progetto entro fine anno.

Dopo lo stop si riparte. La riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione sarà introdotta dal 19 giugno. Una seconda e definitiva fase partirà, invece, dal 4 dicembre di quest’anno. Come rende noto il Consiglio di Stato è stato stabilito che l’intera riorganizzazione sarà a regime entro la fine dell’anno. E questo considerato l’esito positivo dell’audit e il via libera al progetto giunto nelle scorse settimane dalla Sottocommissione della Vigilanza in Parlamento. Ma facciamo un passo indietro. Come si ricorderà, lo scorso 7 marzo il Consiglio di Stato aveva sospeso, in via temporanea, l’entrata in vigore di questa nuova organizzazione. E questo in attesa dei risultati della perizia che il Governo aveva dato a un perito esterno. Il tutto, lo ricordiamo, era partito a causa dello scandalo dei permessi. La perizia ha dimostrato la bontà della riorganizzazione e soprattutto l’assenza di problemi particolari. Ecco perché ora, lo stesso Esecutivo cantonale, ha dato il suo ok alla riforma. La riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione avverrà in due fasi. Come ci spiega il responsabile del DI Norman Gobbi «rispetto alla proposta approvata dal Consiglio di Stato in marzo non ci sono cambiamenti. Anche l’audit del giudice Lorenzo Anastasi ha verificato che la riorganizzazione permetterà di incrementare sia l’iter sia i controlli sui dossier presentati in fase di rilascio o di rinnovo di un permesso. E quindi ha dato la sua approvazione al tutto». La prima fase, ci spiega ancora il consigliere di Stato, «interessa i lavoratori frontalieri e quindi il rilascio e il rinnovo dei permessi G. La novità più importante riguarda il luogo in cui presentare i propri documenti. Dal 19 giugno, infatti, i frontalieri non dovranno più recarsi allo sportello dell’Ufficio della migrazione, ma dovranno presentarsi a un posto di gendarmeria. Una modifica che garantisce quella prossimità chiesta anche dai Comuni. Concentrando, invece, a Lugano e Bellinzona la verifica si rischiava di perderla». Questo cambiamento, precisa il capo del Dipartimento, «risponde anche alle necessità delle aziende ed è stata salutata favorevolmente dalla Camera di commercio e dagli impresari costruttori. Qualche critica era invece arrivata dall’AITI. Ma noi siamo convinti che la procedura guidata agevola anche l’azienda». Dal mese di dicembre entrerà in vigore un secondo cambiamento che il direttore del DI spiega in questo modo: «La nuova procedura sarà estesa anche ai nuovi o ai rinnovi dei permessi B. In questi casi non ci sarà l’obbligo di presentarsi in un posto di gendarmeria, ma sarà organizzato un colloquio con il richiedente, in modo da verificare eventuali criticità del dossier. In questo modo aumentiamo i controlli per gli stranieri che risiedono sul nostro territorio. È vero che si va un po’ più a fondo nell’analisi delle richieste, ma visto che queste persone risiedono sul nostro territorio e quindi hanno anche diritti (come la disoccupazione o l’assistenza) e doveri, ci è sembrato corretto agire in questo modo». Come rileva lo stesso capo del DI «revocare un permesso B è più difficile che non concederlo e quindi è molto importante il lavoro eseguito in modo preliminare». In questo senso la riorganizzazione con i due centri, a Bellinzona (dove ci si occuperà soprattutto di rifugiati e frontalieri) e quello di Lugano (dedicato ai permessi B e C) «permetterà di avere un controllo migliore della situazione e soprattutto rendere più efficace il servizio offerto alla popolazione. Il tutto mantenendo l’attuale organico». Per quanto riguarda le cifre Norman Gobbi ricorda che «il numero di decisioni, da parte degli Uffici della migrazione, ogni anno, sono diverse migliaia e sgravando la parte sui frontalieri, il loro lavoro sarà sicuramente inferiore e potranno così concentrarsi sugli altri casi».

(Articolo di Nicola Mazzi)

Riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione

Riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione

Il Consiglio di Stato, su proposta del Dipartimento delle istituzioni, ha definito le nuove tempistiche per la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione approvata lo scorso mese di febbraio. La nuova procedura guidata per la richiesta dei permessi G sarà introdotta a partire dal prossimo 19 giugno. La seconda fase del progetto – che prevede una procedura guidata per la presentazione di tutte le domande – avrà inizio il 4 dicembre 2017.

Il Consiglio di Stato ha stabilito che la riorganizzazione dell’Ufficio sarà completata entro la fine del 2017, considerando l’esito positivo dell’audit e dopo il via libera al progetto giunto dalla Sottocomissione Vigilanza del Parlamento. Come noto, lo scorso 7 marzo il Consiglio di Stato aveva sospeso temporaneamente l’entrata in vigore della nuova organizzazione, in attesa dei risultati della perizia commissionata dal Governo a un perito esterno, con l’obiettivo di verificare l’organizzazione e l’attività dell’Ufficio della migrazione.

La riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione avverrà dunque in due fasi, secondo quanto previsto inizialmente:

  • 19 giugno 2017 – Avvio della fase intermedia, con introduzione della procedura guidata per i permessi G (che prevede la verifica del documento di identità dei richiedenti da parte dei servizi della Polizia cantonale presso gli sportelli di Chiasso, Mendrisio, Noranco, Caslano, Camorino e Locarno, dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle 11.30 e dalle 14.00 alle 16.30, festivi infrasettimanali esclusi) e la chiusura del Servizio regionale degli stranieri di Agno.
  • 4 dicembre 2017 – Assetto definitivo con l’estensione della procedura guidata a tutte le richieste di un permesso per stranieri, chiusura degli sportelli di tutti i Servizi regionali e costituzione del Servizio nuove entrate a Lugano, incaricato di esaminare le domande di nuovi permessi di dimora B, L e G con attività indipendente.

Come noto, la modifica organizzativa dell’Ufficio della migrazione prevede il mantenimento dell’organico attuale e mira al miglioramento della qualità del servizio offerto alla popolazione. Le nuove procedure per la richiesta di permessi di soggiorno prevedono infatti di concentrare l’attività dei funzionari sul controllo materiale e sull’approfondimento delle domande presentate da chi intende stabilirsi o lavorare in Ticino.

Incontro dei funzionari dirigenti del Dipartimento delle istituzioni

Incontro dei funzionari dirigenti del Dipartimento delle istituzioni

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha ripercorso ieri pomeriggio a Morbio Superiore insieme ai propri funzionari dirigenti – nel consueto appuntamento semestrale – i temi che hanno occupato il Dipartimento delle istituzioni negli ultimi mesi; sono inoltre stati discussi i principali progetti in corso, e le nuove misure previste nell’ambito della manovra di riequilibrio delle finanze cantonali.

La prima parte della Giornata dipartimentale è stata occupata da una retrospettiva sui principali eventi degli ultimi mesi, dal procedimento penale che ha coinvolto alcuni collaboratori dell’Ufficio della migrazione, al Preventivo 2017 del Cantone, fino alle misure aggiuntive per il risanamento delle finanze cantonali. Un accento particolare è stato quindi dedicato alla gestione dei rischi, tema sul quale il Consigliere di Stato ha richiesto ai propri funzionari dirigenti la massima attenzione. Lo sguardo è stato in seguito rivolto alle sfide che attendono il Dipartimento a breve e medio termine, dalla gestione dei flussi migratori alle riforme «Ticino 2020» e «Polizia ticinese», senza tralasciare le questioni logistiche che coinvolgono le autorità giudiziarie e del dipartimento.

La Giornata dipartimentale ha avuto quale sfondo lo stand di tiro Rovagina, e ha quindi offerto ai partecipanti l’opportunità di cimentarsi nella tradizionale competizione del tiro federale in campagna, con una gara alla pistola e al fucile. Vincitore della competizione in combinata è risultato il Presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser, ospite d’eccezione al momento dedicato al tiro, mentre nella classifica individuale con il fucile si è distinto Athos Solcà, ufficiale della Polizia cantonale. Il migliore tiratore della gara alla pistola, ancora una volta, è stato Werner Walser. Per le donne si è classificata al primo posto alla pistola la Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti mentre al fucile si è distinta Jessica Canavarro, segretaria della Direzione del Dipartimento delle istituzioni.

«Nessun costo, sono investimenti»

«Nessun costo, sono investimenti»

Dal Corriere del Ticino | Il procuratore generale John Noseda ribadisce la necessità di potenziare la Magistratura, Norman Gobbi replica: «Oltre a concentrarsi sulle risorse bisogna ragionare sui processi» – Si scalda la polemica sulle note spese degli avvocati.

Chiamati a dialogare per il bene e la sicurezza del cittadino, ma sovente costretti a fare i conti con differenti esigenze in termini di risorse. Il controverso intreccio tra il potere giudiziario e quello politico ieri sera è stato il protagonista della puntata di Piazza del Corriere su TeleTicino. Una puntata, quella moderata dal caporedattore del Corriere del Ticino Gianni Righinetti, che ha potuto contare sulla presenza del procuratore generale John Noseda. E quest’ultimo è subito stato chiaro: «Capisco benissimo i problemi politici, ma bisogna rendersi conto di una cosa. Se chiediamo un potenziamento del Ministero pubblico o della polizia nell’ambito dei reati finanziari è perché questi generano un costo enorme per il Cantone sul piano dei fallimenti, degli oneri sociali non pagati o della fiscalità». Fatta questa premessa Noseda è quindi tornato a ribadire: «Un debito potenziamento dell’apparato giudiziario permetterebbe di reprimere maggiormente i fenomeni citati. Nessuna spesa dunque, parliamo di investimenti». Chiamato in causa, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha però sottolineato: «È importante concentrarsi non solo sulle risorse ma anche sui processi e sulla loro ottimizzazione. E questo al fine di liberare forze per i dossier prioritari». Il presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser ha tuttavia ricordato come «quello della sottodotazione del personale è un tema di discussione quotidiano». E sulle possibili soluzioni ha aggiunto: «Più che magistrati abbiamo bisogno di specialisti». Un appello, questo, sposato in toto da Noseda: «Il mio problema è l’inchiesta, poiché senza di essa non si trovano i colpevoli e la verità. E per condurre un’inchiesta servono analisti, ispettori e giuristi supplementari». Riconoscendo tra il serio e il faceto di essere «cascato in un periodo sfortunato» per le casse del Cantone, il procuratore generale ha quindi esortato: «Il Parlamento, ma anche il direttore del DFE devono finalmente essere disponibili».

A proposito di Gran Consiglio e di una sorta di «carenza di vocazione» per il ruolo di procuratore pubblico, il presidente dell’Ordine degli avvocati Renato Cabrini ha poi evidenziato: «So che la legge assegna al Parlamento l’autorità di nomina. Ma si dovrebbe dare più importanza alla professionalità e alle competenze del magistrato». Dello stesso avviso Gobbi, che ha riconosciuto «un freno» nell’avvicinarsi alla carica giudiziaria. Noseda ha perciò invitato le parti in causa a studiare una struttura «che garantisca davvero l’accesso dei migliori», dando maggiore peso alle analisi approfondite della Commissione di esperti.

Tornando all’attualità e ai cantieri aperti l’attenzione si è quindi spostata sulla nomina di un procuratore pubblico straordinario e sulla riforma Giustizia 2018. In merito al primo dossier Gobbi ha anticipato: «Il messaggio arriverà prima dell’estate. Sarà un incarico a scadenza con obiettivi ben precisi in termini di incarti da evadere». Nel quadro della riforma giudiziaria la lente del direttore delle Istituzioni si è invece posata sul Ministero pubblico: «Bisogna capire se l’organizzazione così orizzontale è ancora confacente a una struttura che nel tempo è evoluta. In tal senso eliminare la figura del procuratore pubblico sostituto fu un errore». Un’affermazione condivisa da Walser, secondo cui «servono meno ufficiali e più soldati, creando un percorso di carriera interna». «Questo va fatto, non fosse altro perché è una gerarchia che esiste ovunque» ha confermato Noseda, che in merito ai compiti futuri del capo della Procura ha per contro affermato: «Il procuratore generale ha un’unica facoltà disciplinare che è quella di togliere l’incarto a un magistrato. Sarebbe forse il caso di disporre di un margine d’intervento maggiore». È per questo motivo che Noseda ha troppi incarti? lo ha sollecitato Righinetti. «No semplicemente ho assunto molti degli impegnativi incarti finanziari esplosi negli ultimi anni» ha risposto Noseda, che sulla scelta del suo sostituto ha infine affermato: «Il Gran Consiglio si dia una mossa per giungere a una soluzione in settembre». Riferendosi al periodo di nomina di soli 2 anni Cabrini ha però avvisato: «Un libero professionista avrebbe molte difficoltà ad assumere questo ruolo. Servirebbero garanzie più durature».

Va scaldandosi la polemica sulle note spese

Non accenna a placarsi la polemica innescata dal giudice Marco Villa che, al termine di un processo, aveva ridotto da 120.000 a 80.000 franchi le note spese presentate dai legali d’ufficio degli imputati, ritenendo ingiustificate diverse prestazioni (cfr. l’edizione del 6 maggio). A prendere la parola in difesa dei propri affiliati è ora l’Ordine degli avvocati (OATI) che, nel suo ultimo bollettino, non esita a parlare di «grave lesione d’immagine». Le recenti pubbliche esternazioni di un magistrato in ambito di patrocinio d’ufficio – leggiamo – «hanno gravemente leso l’immagine di alcuni affiliati OATI e dell’avvocatura in generale». Nel suo scritto, il Consiglio dell’Ordine tiene a ribadire come i regolamenti prevedano che all’avvocato sia «riconosciuto l’onorario per le prestazioni necessarie per lo svolgimento del patrocinio a un tariffario orario inferiore a quello usuale». Ma non è tutto: «L’avvocato adempie i mandati d’ufficio con la stessa diligenza profusa negli altri mandati. Uno degli aspetti più nobili dell’avvocatura è proprio quella di contribuire all’accesso alla giustizia anche alle classi sociali meno fortunate». «Non si può non sottacere che l’aumento in questo settore della spesa pubblica è indipendente dal nostro volere ed è determinato da fattori esogeni, in particolare la continua espansione del diritto penale materiale e l’introduzione delle recenti riforme di diritto penale procedurale federale».

Infine, l’affondo conclusivo: «L’avvocato si rivolge alle autorità con il rispetto loro dovuto e si attende da loro la medesima considerazione. Il Consiglio dell’Ordine esprime nell’immediato un sentimento di vicinanza ai suoi affiliati messi iniquamente in cattiva luce». Dopo il processo all’origine di tutto, la polemica era tornata a scaldare gli animi in un secondo dibattimento in cui l’avvocato Didier Lelais aveva voluto fare chiarezza per «evitare di passare da avvocato ad accusato». Lo aveva fatto spiegando nei dettagli la nota d’onorario visto che è «sacrosanto il diritto a una difesa dell’imputato».

LA SCHEDA

L’attività della procura Nel 2016 il Ministero pubblico ha aperto 11.124 incarti, ossia 366 in più rispetto al 2015. I dossier riportati sul 2017 sono per contro stati 6.181, a fronte dei 6.320 registrati all’inizio del 2016. Sempre l’anno scorso sono stati emessi 6.527 decreti d’accusa, con un incremento di 577 unità su base annua. Gli atti d’accusa hanno per invece toccato quota 202 (+28 rispetto al 2015), per quello che rappresenta un record dal 2001.

I Tribunali Nel 2016 il Tribunale penale cantonale ha aperto 237 nuovi incarti; l’anno precedente erano stati 219. Il Tribunale cantonale amministrativo lo scorso anno ha da parte sua registrato una leggera diminuzione: gli incarti sono infatti passati da 743 a 722.

Il Magistrato dei minorenni Il segno «+» ha invece accompagnato anche l’attività della Magistratura dei minorenni, con i nuovi incarti cresciuti di 54 unità, per un totale di 874 nel 2016.

Nel complesso In termini complessivi durante il 2016 sono stati 46.702 gli incarti evasi dai 117 magistrati che compongono il nostro apparato giudiziario.

(Articolo di Massimo Solari)

Giornata obbligatoria anche per le ragazze

Giornata obbligatoria anche per le ragazze

Da Ticinonews.ch | Lo hanno deciso all’unanimità la settimana scorsa i direttori cantonali militari. Si parte il 1. gennaio 2020

Dal primo gennaio 2020 la giornata informativa dell’esercito diventerà obbligatoria anche per le donne: lo hanno deciso all’unanimità i direttori cantonali militari la settimana scorsa, rivela oggi la Neue Zürcher Zeitung (Nzz).

“Vogliamo ottenere l’adesione di più donne per il servizio militare, civile e la Croce Rossa. L’idea che alla giornata informativa debbano partecipare solo gli uomini è antiquata”, ha spiegato al quotidiano zurighese Alexander Krethlow, segretario generale della Conferenza governativa per gli affari militari, la protezione civile e i pompieri (CG MPP) di cui il consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi (Lega) è presidente.

La proposta di rendere obbligatorio questo incontro anche per le giovani svizzere è stata avanzata dal responsabile del Dipartimento federale della difesa della protezione, della popolazione e dello sport Guy Parmelin e, dopo averne messo al corrente i Cantoni in qualità di organizzatori della giornata informativa, in febbraio l’idea era stata resa pubblica dal comandante delle Forze terrestri Daniel Baumgartner.

“I rappresentanti cantonali hanno sostenuto che le giovani donne debbano essere meglio informate sugli strumenti di sicurezza politica”, ha detto Krethlow alla NZZ.

Ora su incarico di Parmelin e di Gobbi e con il motto “Una giornata per la sicurezza della Svizzera” verrà elaborata una proposta concreta. Il progetto, portato avanti da Confederazione e Cantoni dovrebbe essere presentato nel maggio 2018.

Le disposizioni scritte nella Costituzione, secondo cui ogni svizzero è tenuto a prestare il servizio militare e secondo cui per le svizzere il servizio militare è volontario, non devono essere cambiate, dichiarano i responsabili della Confederazione e dei Cantoni: la giornata di informazione non è una giornata di servizio.

Contro questo modo di procedere si è espressa la consigliera nazionale Edith Graf-Litscher (PS/TG) secondo la quale “si vuole chiaramente introdurre un obbligo annacquato affinché non si debba procedere a una votazione popolare”. La cosa migliore per interessare le ragazze alla difesa nazionale sarebbe operare all’interno della scuola.

Accoglie invece positivamente la decisione della CG MPP la consigliera nazionale Kathrin Bertschy (PVL/BE), copresidente di Alliance F, la quale ritiene persino che se già c’è un esercito, il servizio militare obbligatorio dovrebbe fondamentalmente valere per tutti.

L’articolo su Ticininonews.ch: http://www.ticinonews.ch/svizzera/380619/giornata-obbligatoria-anche-per-le-ragazze