«La bandiera è un simbolo d’identità»

«La bandiera è un simbolo d’identità»

Da Ticinonline | Queste le parole di Norman Gobbi durante l’inaugurazione del nuovo vessillo del Consorzio Protezione Civile Regione Lugano Campagna svoltasi ieri sera a Mezzovico-Vira

«Investire dei soldi in una nuova bandiera è inutile? No, specie nei nostri tempi digitali in cui un pezzo di stoffa conta sempre di più. La bandiera è importante per ribadire la propria identità, che nel caso del Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna è fatta di dedizione, ogni giorno e ogni ora dell’anno».

Queste le parole con cui il consigliere di Stato Norman Gobbi ha salutato mercoledì sera a Mezzovico-Vira il nuovo vessillo del Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna, alla presenza di numerose autorità. Portata in scena ancora chiusa dall’alfiere Oliviero Molinari, il milite con più anni di servizio e il grado di capitano, la bandiera è stata svelata dal cappellano della Protezione Civile Don Mattia Scascighini, che l’ha benedetta, e dalla presidente del Consiglio consortile Lisa Martinenghi.

Il vessillo, ideato da Antonio Fasola, simboleggia la struttura della Protezione civile tramite dei rami arancioni che si propagano dallo stemma ufficiale, a significare la capillarità della sua presenza sul territorio. Rami che richiamano strade, ma anche la natura, elemento fondamentale della regione Lugano Campagna, dove la realtà urbana lascia sovente spazio a boschi, fiumi e montagne. Natura che ritorna anche nei colori di sfondo della bandiera: il verde a richiamare la fauna e il blu a richiamare cielo e corpi d’acqua.

A precedere la presentazione della bandiera si è tenuta una parte ufficiale, condotta dal comandante Ferruccio Landis e allietata dalla musica della Filarmonica Unione Carvina di Monteceneri.

Il primo a prendere la parola è stato il presidente della Delegazione consortile Tarcisio Gottardi che ha scelto due aggettivi per descrivere il vessillo: «semplice e importante». «La bandiera rappresenta l’anima dello scopo della Protezione Civile, è un oggetto che racchiude molti valori. Chi può restare impassibile di fronte a questo simbolo?»

Il sindaco di Mezzovico-Vira Canepa ha da parte sua ricordato lo stretto rapporto fra il suo Comune e il Consorzio. «Per Mezzovico-Vira è un onore che il Consorzio si trovi nel nostro Comune (hanno sede nello stesso palazzo, NDR). In tutto il Cantone la Protezione civile è una presenza bene accetta e rassicurante, che porta conforto in caso di emergenza, e i suoi nobili intenti si inseriscono perfettamente nel nuovo gonfalone, che sventolerà a garanzia dell’impegno civile e dell’importanza che il Consorzio ha nelle nostre vite».

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, oltre alle parole riportate in apertura, ha pure ricordato che a causa delle emergenze climatiche e per colpa del traffico il Ticino è «un cantone sempre più fragile», e che in questo senso la bandiera è anche un segno dell’evoluzione della Protezione Civile, i cui compiti diverranno sempre più preziosi.

La cerimonia si è conclusa con le note del Salmo svizzero e con i ringraziamenti del comandante Landis.

Presenti dal 1972 – Il Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna è stato costituito nel 1972 e si occupa di 32 comuni della periferia che contano oltre 50.000 abitanti. Il Consorzio è di principio un Ente di secondo intervento, pronto a intervenire e a coadiuvare i partner della Protezione della Popolazione per interventi in situazioni normali, particolari e straordinarie. I Comuni facenti parti del Consorzio, il Comune di Mezzovico-Vira e la Banca Raiffeisen del Cassarate hanno contribuito finanziariamente alla creazione del vessillo.

L’articolo su Tio.ch: http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1161843/-La-bandiera-e-un-simbolo-d-identita-

Nuovo alto ufficiale ticinese nell’esercito: Stefano Laffranchini-Deltorchio nominato a brigadiere

Nuovo alto ufficiale ticinese nell’esercito: Stefano Laffranchini-Deltorchio nominato a brigadiere

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Il Dipartimento delle istituzioni prende atto con soddisfazione della nomina da parte del Consiglio federale del colonnello SMG Stefano Laffranchini-Deltorchio al grado di brigadiere, con la funzione di sostituto del comandante della divisione territoriale 3.

A partire dal 1. gennaio 2018, per decisione del Consiglio federale, il colonnello SMG Stefano Laffranchini-Deltorchio assumerà il grado di brigadiere, diventando così il terzo ticinese e italofono nel corpo degli alti ufficiali superiori dell’Esercito svizzero.

Il brigadiere (01.01.2018) Stefano Laffranchini-Deltorchio assolverà i suoi nuovi compiti in seno all’esercito col grado di occupazione del 20%, al quale si aggiungono i suoi obblighi di ufficiale di milizia. Laffranchini-Deltorchio continuerà a svolgere con profitto la sua attività professionale principale presso l’Amministrazione cantonale, ossia quale Direttore delle Strutture carcerarie cantonali.

Questa nomina corrisponde al raggiungimento di un ulteriore obiettivo del Dipartimento delle istituzioni nell’ambito degli affari militari: aumentare a tre il numero degli alti ufficiali ticinesi. Laffranchini-Deltorchio si aggiunge infatti ai brigadieri Maurizio Dattrino e Silvano Barilli nominati negli scorsi anni.

Al neo brigadiere vanno le congratulazioni del Consigliere di Stato Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni, che interpreta la nomina del Consiglio federale come la dimostrazione di fiducia e di riconoscimento per il lavoro svolto dal corpo degli ufficiali ticinesi a favore dell’Esercito svizzero. Parimenti si ringraziano quegli alti ufficiali ticinesi che sono stati contattati o che hanno partecipato al concorso, dimostrando come l’ufficialità ticinese dispone di persone dalla dimostrata qualità.

Espulsi due radicalizzati

Espulsi due radicalizzati

Da RSI.ch | Un cittadino afgano e uno turco sono stati allontanati dal Ticino perchè ritenuti pericolosi

La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Espulsi-due-radicalizzati-9484336.html

Due persone ritenute pericolose e legate ad ambienti radicalizzati sono state espulse dal Ticino nelle scorse settimane. L’operazione, rimasta segreta fino ad ora, è stata condotta dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la polizia cantonale, la Segreteria di Stato e la polizia federale.

I due uomini, come riportato martedì dal Corriere del Ticino, sono un cittadino turco di circa quarant’anni, in Svizzera dall’inizio degli anni 2000 con lo statuto di rifugiato, e un trentenne afgano richiedente asilo, nel paese dal 2015.

Entrambi avevano richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e sono stati rimandati nel loro paese d’origine. Restano segrete le regioni del Ticino dai quali i due sono stati allontanati ma gli stessi avevano intrecciato relazioni sia nel Cantone, che in Italia come pure in altre nazioni.

I filoni di inchiesta che però hanno portato al successo di questa operazione erano comunque separati poiché i due espulsi non avevano alcun legame tra loro.

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Dal Corriere del Ticino | L’inedita vicenda di un cittadino turco e uno afgano che vivevano in Ticino a contatto con ambienti radicalizzati Le loro frequentazioni dubbie e movimenti sospetti hanno portato i funzionari e la polizia alla drastica soluzione

Mentre in tutta Europa è allerta terrorismo, in Ticino sono stati espulsi un cittadino turco e uno afgano. Due persone ritenute pericolose, legate ad ambienti radicalizzati frequentati da soggetti molto vicini all’ideologia jihadista. Al centro dell’operazione c’è la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni che ha collaborato sul caso con la Polizia cantonale, la Segreteria di Stato della migrazione e la polizia federale. L’inedita vicenda è stata condotta nel pieno della bufera sui permessi falsi, una vicenda scoppiata in febbraio con arresti, polemiche e inchieste, ma il tutto è avvenuto nel più stretto riserbo, senza che nulla trapelasse, per il rischio di fallimento. Il tutto è avvenuto anche grazie al lavoro d’intelligence e ha permesso di prendere conoscenza di situazioni che non erano note e comprovate.

Il cittadino turco, sulla quarantina, aveva uno statuto di rifugiato riconosciuto, ed era entrato nel nostro Paese all’inizio degli anni Duemila. Tra i motivi che hanno spinto le autorità ad allontanare l’uomo, all’inizio dell’anno, spiccano i presunti legami che avrebbe intrattenuto con ambienti islamisti radicali. È stato considerato una potenziale minaccia per il nostro Paese. Per contro il cittadino afgano, sulla trentina, era un richiedente l’asilo entrato in Svizzera nel 2015. Il suo allontanamento è più recente, è avvenuto nel corso dell’estate. Un altro individuo giudicato dai servizi specializzati un serio pericolo, visti i suoi contatti con altri individui radicalizzati. Entrambi sono stati allontanati e rimandati nel loro Paese d’origine con un biglietto di sola andata.

I due hanno richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e i movimenti sospetti. Un sottobosco di radicalizzazione allo jihadismo che è emerso anche dal recente processo contro Ümit Y., l’agente di sicurezza che lavorava nei centri per richiedenti l’asilo per Argo 1, la società al centro della vicenda del mandato diretto del DSS. L’atto d’accusa a suo carico della Procura federale citava diverse situazioni di ritrovi sospetti, facendo anche nome e cognome delle persone interessate. Rimane top secret la regione del Ticino che ha visto i due espulsi protagonisti, mentre gli stessi intrattenevano legami sia in Ticino, che in Italia, come pure in altri Paesi. Mentre i due non erano uniti da legami o rapporti, i filoni che hanno portato al successo di questa operazione erano separati.

NORMAN GOBBI – «La Svizzera è un luogo di reclutamento»

Ticino, radicalismo, terrorismo e sostenitori del sedicente Stato islamico. Dobbiamo iniziare ad avere paura?

«Quando sono state colpite da attentati terroristici città come Parigi, Bruxelles, Berlino, Londra, Manchester e Barcellona – e negli ultimi due anni è successo purtroppo troppe volte – ho ricordato che alle nostre latitudini il rischio zero, ovvero la possibilità che anche da noi si verifichino attacchi simili, non esiste. Questi attacchi colpiscono laddove fa più male: nel cuore pulsante delle comunità, dove la gente sta vivendo la propria quotidianità. Ma, per tornare alla sua domanda, no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Si parla spesso di casi isolati, ma poi ne emergono di nuovi. Fino ad oggi ci siamo illusi di essere un territorio immune?

«Dalle informazioni fornite dal Servizio delle attività informative della Confederazione il nostro Paese non si presta a essere uno degli obiettivi principali dei terroristi. Come dimostrano alcuni arresti avvenuti in passato – e nemmeno troppo lontano – la Svizzera è piuttosto un luogo in cui avviene il reclutamento per la diffusione di ideologie di questo genere e per il finanziamento di queste ignobili azioni. Anche in passato, per altri tipi di terrorismo il nostro territorio si prestava a questo genere di attività. E non da ultimo non va dimenticato che vicino a noi, al di là del confine, ci sono luoghi problematici. E penso in questo senso alla moschea di Varese dalla quale sono transitate persone pericolose».

Cosa si sente di dire dei due casi che arrivano alla ribalta oggi?

«Innanzitutto voglio esprimere il mio ringraziamento a tutti i miei collaboratori: funzionari e agenti di polizia che con pazienza e tenacia si sono occupati dei casi. Il lavoro che svolgono queste persone spesso è dietro le quinte, non si vede. Ma grazie al loro impegno, il nostro territorio rimane un posto sicuro dove vivere. E non da ultimo, tengo a ringraziare anche tutte le persone che lavorano per i servizi della Confederazione che hanno reso possibile ottenere un risultato di successo per entrambi i casi».

Molti si chiederanno: per due che sono stati allontanati, quanti altri jihadisti operano nell’ombra in Svizzera e in Ticino?

«Difficile da dire. Possono anche essere persone che transitano sul nostro territorio per un breve periodo. Per questo motivo è fondamentale che cittadini, enti e associazioni, insomma chiunque noti qualcosa di sospetto sul nostro territorio lo segnali alle nostre forze dell’ordine. In questo senso mi piacerebbe che le persone attive nelle nostre moschee fossero più attive nel segnalare personaggi sospetti. Quando a febbraio è stato arrestato il reclutatore sul nostro territorio grazie a un blitz delle forze dell’ordine la Lega dei musulmani ha negato di aver subito una perquisizione. Ma poi, durante il processo dell’imputato al Tribunale penale federale è emerso invece che la sede era stata perquisita. Su questo aspetto non smetterò mai di insistere: occorre trasparenza!».

La Sezione della popolazione con questa azione ha certamente fatto «un colpaccio». E dire che mentre si lavorava nell’ombra su questi delicati casi imperversava il cosiddetto scandalo dei permessi falsi. Come commenta?

«Ancora una volta il plauso va al lavoro di chi, anche quando si trovava nell’occhio del ciclone, non ha mai smesso di svolgere al meglio il proprio mandato. Persone che, mentre imperversava la tempesta, hanno lavorato anche durante i giorni di festa, in un clima caratterizzato da dubbi e attacchi da più fronti, soprattutto a livello mediatico».

Ma come si fa ad arrivare a smascherare queste persone?

«Spesso è un lavoro lungo. E la collaborazione tra autorità è fondamentale: prima di tutto tra servizi interni e poi con la Confederazione – penso il particolare alla Segreteria di Stato della migrazione, alla Polizia federale e al Servizio delle attività informative – e con le autorità internazionali. Lo scambio d’informazioni è quindi basilare. Un grosso contributo spesso lo danno anche le segnalazioni dei cittadini – che amo definire le nostre sentinelle sul territorio – e dei funzionari che si occupano delle pratiche. Ciò nonostante le grandi difficoltà date dagli strumenti legislativi che abbiamo a disposizione: risorse insufficienti per poter svolgere al meglio il nostro lavoro. A livello svizzero, ci stiamo muovendo tra Cantoni insieme al Dipartimento federale di giustizia e polizia per poter disporre di più mezzi per contrastare organizzazioni criminali e di stampo terroristico. Vogliamo modificare la base legale perché al momento, soprattutto il codice penale, è troppo debole. Pensiamo alla condanna del reclutatore arrestato qualche mese fa e recentemente condannato. Sei mesi per questo genere di reati sono davvero una pena troppo lieve a mio modo di vedere».

Abbiamo parlato dei suoi funzionari, ma che ruolo hanno avuto la Polizia cantonale e quella federale?

«Ovviamente, il ruolo della nostra Polizia è stato centrale. Il Servizio cantonale d’intelligence ha infatti lavorato in fase preventiva e ha evidenziato le due situazioni a rischio, per poi trasferire le informazioni e tutti gli elementi alla Polizia federale che, per competenza, ha avviato le indagini giudiziarie».

Nelle scorse settimane c’è stata la condanna di Ümit Y., già agente di sicurezza di Argo 1. Tra lui e i due espulsi c’erano dei legami di qualche genere?

«Non lo so dire. In casi come questi le inchieste sono condotte dagli inquirenti, e determinate informazioni sono strettamente confidenziali. D’altra parte nel nostro sistema democratico vige la separazione dei poteri. In ogni caso sono fiducioso sul lavoro svolto dalle nostre autorità giudiziarie in questo ambito».

(Articolo e intervista di Gianni Righinetti)

Un collaudo è abbastanza

Un collaudo è abbastanza

Da RSI.ch | Non sarà più necessario tornare a Camorino per ripetere la procedura in caso di difetti lievi

La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Un-collaudo-%C3%A8-abbastanza-9483148.html

Una sola visita a Camorino sarà abbastanza, anche se il veicolo non dovesse superare il collaudo, almeno nel caso di difetti lievi, come fari malfunzionanti. È quanto previsto da una nuova convenzione tra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile, che permette di eseguire la riparazione in un garage certificato senza poi dover ripetere la procedura.

Una buona notizia per i conducenti, che risparmieranno tempo e denaro, ma anche per la Sezione della circolazione, che snellisce così le proprie pratiche burocratiche, continuando a garantire la qualità grazie alla certificazione richiesta ai garage.

Nuova convenzione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile

Nuova convenzione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

I detentori di veicoli che non superano un collaudo a causa di difetti lievi potranno in futuro limitarsi a effettuare le riparazioni in un garage certificato, senza l’obbligo di ripetere la procedura di verifica a Camorino, all’Ufficio tecnico della Sezione della circolazione o a Rivera, nella sede del Touring Club Svizzero (TCS). È il frutto di una convenzione firmata questa mattina dal Consigliere di Stato Norman Gobbi, che avvia una nuova forma di collaborazione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile (UPSA).

La futura semplificazione, che diverrà operativa dal 2018, riguarderà i veicoli che non dovessero superare il collaudo alla Sezione della circolazione o al TCS per difetti di rilevanza limitata. In questi casi, le autorità offriranno al detentore del veicolo esaminato la possibilità di riparare il problema in un garage certificato, risparmiandogli così l’onere di un nuovo collaudo. Le officine che otterranno la certificazione, rilasciata per conto del Cantone da UPSA, saranno infatti abilitate a convalidare la «Conferma di riparazione», un documento che il detentore del veicolo dovrà semplicemente trasmettere alla Sezione della circolazione per attestare il superamento del collaudo.

Con questa misura il Dipartimento delle istituzioni conferma il proprio impegno nello snellire le procedure burocratiche, così da rendere più rapida e soddisfacente l’interazione fra la cittadinanza e l’autorità cantonale. La Sezione delle circolazione, uno degli uffici più sollecitati dell’Amministrazione cantonale, si conferma così una volta ancora all’avanguardia nell’alleggerimento delle procedure e nel miglioramento della qualità del servizio.

“Canapa light, evitiamo un ritorno agli anni Novanta”

“Canapa light, evitiamo un ritorno agli anni Novanta”

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi fa il punto della situazione in Ticino

È tornata agli onori di cronaca la cannabis, questa volta in versione cosiddetta “light”. Chi ha seguito la cronaca in questi mesi, sa di cosa parlo: marijuana legale, contenente meno dell’1% di Thc, senza sostanze psicoattive ma unicamente leggermente calmanti. In Ticino, rispetto al resto della Svizzera, per poter vendere prodotti a base di canapa con basso contenuto di Thc occorre l’autorizzazione della Polizia cantonale. La legge federale sugli stupefacenti infatti non regola in maniera esaustiva la tematica: di conseguenza ogni Cantone dispone di un certo margine di autonomia per sancire regolamentazioni ad hoc. Questo avviene nel pieno rispetto del principio federalista che regge il nostro sistema politico. La stessa prassi viene adottata per esempio nella vendita di alcolici ai minori: in alcuni Cantoni già i sedicenni possono consumare vino e birra e in altri no.

Un ritorno all’era delle operazioni Indoor?
Quando si parla di canapa in Ticino, non si può non rievocare il periodo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, quando il nostro Cantone si trovò confrontato con una proliferazione di canapai e coltivazioni di canapa. Le operazioni Indoor furono una chiara conseguenza del pendolarismo dell’acquisto proveniente dall’Italia, dove la politica in materia di stupefacenti era molto meno liberale rispetto alla nostra. Il lavoro della Polizia e del Ministero permise di contrastare il fenomeno, mentre le Autorità cantonali, Governo e Parlamento, si adoperarono per dar luce a un quadro normativo che evitasse il ripetersi della situazione.

Monitoraggio costante
È proprio quella legge, figlia di quei tempi, che oggi consente al Ticino, a differenza del resto della Svizzera, di avere una condizione privilegiata per il monitoraggio dell’evoluzione del fenomeno. La nostra Polizia cantonale può quindi procedere a controllare coltivazioni e punti vendita senza avvisare preventivamente gli stessi. I controlli possono variare: dalla verifica del prodotto coltivato, con la raccolta di vari campioni di una medesima coltivazione per la verifica del tenore di Thc, al controllo del rispetto dei limiti e degli oneri imposti dalla legislazione cantonale. Questo consente alle nostre forze dell’ordine di far fronte alla situazione attuale nel rispetto del principio di legalità, coscienti del fatto che è impossibile garantire a priori che non venga prodotta anche della canapa con un tenore di Thc superiore al limite consentito. Il mio Dipartimento continuerà a monitorare la situazione – senza tuttavia aprire a più tolleranza – e valuteremo se sarà il caso di proporre correttivi alle normative attuali.

“No” convinto al consumo in polizia
A livello interno, il nostro Corpo di Polizia si è mosso velocemente per garantire un adeguamento delle disposizioni per i nostri agenti. Una novità dettata dalla canapa “light” è infatti la difficoltà nel distinguerla da quella “meno light”. Malgrado un agente, fumando questi nuovi prodotti, agirebbe nella legalità, agli occhi dei cittadini accosterebbe la divisa al consumo di una normale canna. E questo sarebbe decisamente inopportuno, dato che l’agente potrebbe trovarsi poco dopo a dover sanzionare qualcuno per il consumo di cannabis. Oltre al fatto che il consumo potrebbe compromettere la capacità di guida anche a diverse ore di distanza. Lo stesso discorso vale per gli agenti di custodia che operano nelle nostre carceri, ai quali verrà chiesta prossimamente la stessa attenzione.

Legale non significa innocuo
Il consumo di sigarette a basso contenuto di Thc è quindi consentito dalla legge federale. Ma questo non vuol dire che dobbiamo abbassare la guardia; e in questo caso mi riferisco alla sicurezza sulle nostre strade. È comprovato che il consumo di questo prodotto potrebbe avere effetti sulla capacità di guida. Quindi, invito tutti alla prudenza: ricordiamoci che la sicurezza del nostro territorio passa anche attraverso una guida attenta e controllata sulle nostre strade!

NORMAN GOBBI
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

‘Anche qui lupi vestiti da agnello’

‘Anche qui lupi vestiti da agnello’

Da laRegione | Simpatizzanti dell’Isis in Ticino, Gobbi: nessuna paura, ma servono integrazione e intelligence La condanna dell’indottrinatore svela un contesto preoccupante. ‘Dalle moschee mi aspetto più trasparenza. Dicevano di non essere state controllate, invece…’

«Beh – commenta il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi –, spesso i lupi indossano il vello da agnelli». Anche in Ticino. Perché dalle pagine dell’atto d’accusa che venerdì ha condannato a due anni e mezzo il 32enne indottrinatore di Lugano emerge un sottobosco preoccupante: nelle sue opere di proselitismo in favore del gruppo jihadista Al-Nusra, l’ex agente di sicurezza della Argo 1 ha incontrato – anche in locali pubblici del Luganese – una decina di persone interessate all’estremismo. Alcune di esse, tra le quali spicca un ex candidato alle Comunali di Lugano, non nascondevano di simpatizzare per l’Isis. Persone che potremmo sovente giudicare ‘normali’: spesso figli o nipoti di immigrati ben inseriti nella società, forse con una famiglia e di sicuro a piede libero. Sono tra noi. Magari seduti la mattina nel tavolo accanto a bere il caffè. «Pure diversi ‘foreign fighter’ partiti per Siria o Iraq avevano un simile profilo. Ciò dimostra – dice Gobbi alla ‘Regione’ – che anche se si nasce e si cresce qui, può essere necessario un lavoro di integrazione. La fragilità umana si presta ad agevolare queste situazioni».

L’integrazione è però un lungo percorso. Questi potenziali ‘lupi’ sono invece tra di noi già oggi. Che fare?
Si prenda l’inchiesta sfociata nell’arresto del cosiddetto indottrinatore di Lugano. Non è stata frutto del caso, ma figlia del lavoro di intelligence svolto dalla Polizia cantonale in collaborazione con la Fedpol. È quindi importante permettere alle forze dell’ordine di poter svolgere questo tipo di attività. Ma gli strumenti legislativi sono insufficienti, compreso il Codice di procedura penale troppo tutelante.

E quindi?
Quindi come Cantoni stiamo lavorando con Berna a una modifica dei codici, in modo di disporre di più mezzi per la lotta contro le organizzazioni criminali e quelle legate al terrorismo. La base legale prevista per ‘reati normali’ è troppo debole.

Altri mezzi che mireranno a potenziare la sorveglianza?
Certo. Anche se quando si parla di sorveglianza, spesso la mente corre alle schedature. Oggi però la situazione è diversa. Da un lato perché informazioni sul nostro conto sono già in circolazione: basta pagare con la carta in un centro commerciale. D’altro canto c’è un interesse collettivo a tutelarsi da simili devianze.
Devianze che spesso superano i confini cantonali e nazionali. L’inchiesta che ha portato in carcere il 32enne si riallaccia a casi italiani.
È vitale che i nostri collaboratori abbiano buoni contatti anche a sud del confine. Spesso critico le relazioni con l’Italia, ma nell’ambito della sicurezza fortunatamente la collaborazione funziona e dà ottimi risultati. D’altronde gli obiettivi sono gli stessi: per loro che non scappino e non si rifugino in un ‘puerto escondido’ ticinese; per il Ticino che non arrivino sul territorio certi personaggi.

E la collaborazione con i musulmani?
L’ho già detto: sarei contento di ricevere una segnalazione da chi è attivo nelle moschee. Quando però a febbraio ha avuto luogo il blitz che ha portato all’arresto dell’indottrinatore, la Lega dei musulmani ha negato di aver subito controlli. Dagli atti del processo è invece emerso che la sede è stata perquisita. Se vogliono ottenere la fiducia che richiedono, è necessario che adottino un approccio più trasparente. Su questo punto sono abbastanza duro. Anzi, non abbastanza duro: sono duro. Punto.

Concludendo Gobbi, dobbiamo avere paura dei lupi?
Il pericolo zero non esiste. Non penso però che si debba aver paura. La Svizzera non risulta come obiettivo principale. Può tuttavia essere una piattaforma di reclutamento per la diffusione di tali ideologie o per il loro finanziamento, come lo è stato in passato per altri tipi di terrorismo. E poi attenzione: vicino a noi ci sono luoghi problematici. Penso per esempio alla Moschea di Varese, dove sono passati personaggi pericolosi.

(Articolo di Paolo Ascierto)

Rete – Quei politici alle prese con i social

Rete – Quei politici alle prese con i social

Dal Corriere del Ticino | Gli aneddoti, i vantaggi e i numerosi pericoli: ecco le esperienze di Beltraminelli, Bertoli, Gobbi e Vitta Tra l’effetto boomerang e i fraintendimenti prevale la possibilità di comunicare con i propri elettori

Il popolo dei social network ha superato la soglia dei tre miliardi di persone. Un mezzo per comunicare questo che ha cambiato non solo la nostra quotidianità, ma anche la politica. Tanto che persino il presidente americano Donald Trump affida spesso l’informazione a Twitter. Ma come e quanto i social hanno influenzato il modo di fare politica? Lo abbiamo chiesto a Oscar Mazzoleni, mentre i consiglieri di Stato Paolo Beltraminelli, Manuele Bertoli, Norman Gobbi e Christian Vitta ci rivelano come e quanto usano le reti sociali. Per contro Claudio Zali non è presente sui social.

LE DOMANDE
1.
Perché e quando ha deciso di aprire un profilo Facebook?
2. Che cosa pensa in generale di questi mezzi di comunicazione?
3. In media quanto tempo pensa di passare sulle reti sociali?
4. Twitter, Facebook, Snapchat, Instagram: quale rete preferisce oppure non ama? Perché?
5. Quali i rischi per un politico che usa i social?
6. E le opportunità?
7. Per lei è un problema il fatto che questi mezzi di comunicazione vengano usati per veicolare messaggi politico-istituzionali?
8. Ritiene che le diano una mano in più a raggiungere l’elettorato?
9. Si è mai pentito di avere postato qualcosa e di non essere riuscito a ritirarlo in tempo?

Paolo Beltraminelli
1. Se non vai con il tempo con il tempo te ne vai. Oggi moltissime persone sono presenti su Facebook, che quindi è un ottimo sistema per comunicare direttamente e senza intermediari le tue idee, ricevere apprezzamenti, critiche e commenti. Sono stato tra i primi ad utilizzare Facebook, all’inizio le critiche non sono mancate, oggi lo utilizzano tutti.
2. Facebook, Twitter e altri strumenti sono importanti ma devono essere usati in modo accorto perché ciò che è scritto resta. Evidentemente non sono gli unici, hanno il grande pregio (e rischio) della tempestività.
3. Nei momenti liberi, non dettano il ritmo alla mia agenda e non mi creano dipendenza. Utilizzo di regola la pagina Facebook comune (limitata a 5.000 amici), ma con notizie pubbliche, è più simpatica, coinvolgente e famigliare.
4. Twitter è eccellente per comunicare immediatamente una notizia o un pensiero rapido e per leggere notizie riassuntive, con Facebook si può approfondire e commentare.
5. I rischi sono legati alla tempestività, allo scrivere troppo velocemente, comunicando notizie non confermate.
6. Comunicare le tue idee e le tue passioni a moltissime persone, direttamente e in tempo reale, soprattutto a chi, e sono sempre di più, giovani ma non solo, si informa maggiormente sui social rispetto ai media tradizionali.
7. No, naturalmente nel rispetto delle regole della collegialità che valgono anche per gli altri media.
8. Certamente si raggiungono molte persone, comunicando regolarmente non puoi però nasconderti, la gente ti conosce meglio, con tutti i rischi connessi.
9. Certamente, ma cosa fatta capo ha. Anche se prima di scrivere ci penso bene, il rischio di essere frainteso, strumentalizzato di non essere ben compreso esiste, ma fa parte dei rischi del nostro mestiere.
Manuele Bertoli
1. Sono su Facebook da alcuni anni, di sicuro comunque quando un buon numero di persone aveva già iniziato ad usare questo canale di comunicazione. Trovo che possa essere un buon mezzo per colloquiare con la gente, cosa di una certa rilevanza per un politico.
2. Penso che possono essere utili per un contatto più diretto con le persone, ma che, se usati male, possono produrre conseguenze spiacevoli.
3. Poco, quello necessario per postare alcune considerazioni, quando lo reputo opportuno o interessante.
4. Non uso le immagini, o molto poco, e per i testi reputo che un minimo di spazio per esprimere un pensiero sia necessario. Quindi utilizzo piuttosto Facebook. Eventualmente Twitter per lanciare dei post.
5. Il rischio a mio avviso è quello di perdersi in cose banali, poco dignitose per la funzione che si ricopre.
6. I social media permettono di sicuro di dire alcune cose in modo meno ingessato e offrono anche l’opportunità di rispondere direttamente a chi ci contatta.
In un tempo in cui poi si diffondono facilmente informazioni false permette in alcuni casi di poter intervenire celermente per tentare di evitare che una scintilla non divampi in incendio.
7. Credo che lo Stato debba scegliere con cura quali servizi debbano usare questi mezzi e quali no e le modalità con cui questa comunicazione può essere fatta.
8. Possono di sicuro aiutare a raggiungere una certa cerchia di persone, è però difficile sapere se in misura importante o meno.
9. Non direi. Va detto che l’uso che faccio dei social mi permette di agire dopo un lasso di tempo di riflessione.
Norman Gobbi
1. Come la maggior parte degli utenti, ho aperto per curiosità un profilo Facebook quando anche alle nostre latitudini è esplosa la moda. In seguito ho trasformato il mio profilo in pagina: la modalità più appropriata per interagire con un pubblico più ampio. Ritengo importante per un politico essere presente su questo nuovo media perché mi permette di interagire in modo diretto con i cittadini.
2. Sono interessanti, hanno un nuovo tipo di approccio rispetto ai loro predecessori. Chiunque sui social media può prendere la parola all’interno di un discorso, indipendentemente dal proprio status.
3. È difficile dirlo, anche perché con gli smartphone si ha sempre la possibilità di dare un’occhiata veloce. Succede diverse volte in giornata, ma piuttosto per brevi attimi.
4. Twitter è probabilmente il mio preferito. Ho creato un feed che mi permette di essere informato su quanto accade ad ampio raggio, quindi non solo in Ticino o in Svizzera ma anche nel resto dell’Europa e del mondo. Di Twitter mi piace molto la modalità di comunicazione: veloce e diretta. Da qualche tempo poi mi sto appassionando anche a Instagram, con il quale posso raccontare qualcosa di me attraverso le immagini. Il voto più basso invece lo do a Snapchat, ma probabilmente solo perché faccio parte di una generazione che non comprende il senso di creare dei contenuti che dopo 24 ore scompaiono.
5. Come dicevo prima, tutti possono partecipare al discorso, tutto è reso pubblico e senza una gerarchia che ne definisca l’importanza. Questo può portare a una deformazione della realtà e alla creazione di casi che nemmeno si basano su informazioni non veritiere ma che provocano una vera e propria esecuzione pubblica.
6. Quello che più apprezzo è il contatto diretto con ogni cittadino e le sue necessità. Cittadini che si sentono più vicini e in confidenza proprio grazie allo stile di comunicazione utilizzato in questi media.
7. Assolutamente no, anzi, sono felice che ci sia anche questa possibilità, più democratica.
8. Non direi elettorato, ma popolazione. Quello che cerco sui social più che il consenso, è il confronto.
9. No, anche perché sono dell’idea che una cosa diventa pubblica dal primo secondo dopo la sua pubblicazione: in ogni caso il tentativo di ritirarlo difficilmente va a buon fine e anzi, rischia di creare un effetto boomerang.
Christian Vitta
1. Se ben ricordo, nel 2010. Sono da sempre molto interessato al mondo tecnologico e a tutte le novità che emergono nell’ambito e quindi, pur se in quel momento Facebook esisteva già da qualche anno, incuriosito ho aperto il mio profilo.
2. I social media sono uno strumento interessante, che permette di restare in contatto con diverse fasce di utenti. La potenza e la velocità di comunicazione che hanno raggiunto, però, non sono da sottovalutare. Ritengo, inoltre, che se ne debba fare un utilizzo equilibrato per evitare di perdere il contatto con la realtà.
3. È difficile da quantificare. Utilizzo principalmente i social media quale fonte di informazione e mi connetto nei tempi morti della giornata, che sono pochi, per tenermi aggiornato o per inserire delle nuove informazioni.
4. Il social media che preferisco, e che utilizzo maggiormente, è Twitter. Mi permette infatti di condividere informazioni mirate, principalmente di carattere politico, che possono poi essere riprese velocemente dai media. Inoltre, con Twitter mi posso informare sulle tematiche d’attualità che riguardano la mia attività.
5. I social media sono un canale di comunicazione interattivo e potente, da utilizzare con cura. Ogni atto di comunicazione è pubblico e può avere un’influenza immediata: sbagliare un post, o un tweet, può essere dannoso per un politico. Bisogna inoltre prestare particolare attenzione agli eventuali commenti che la discussione sui social potrebbe generare.
6. Permettono sia di raggiungere diverse fasce della popolazione in modo estremamente rapido e dinamico, sia di tenersi costantemente aggiornati sui principali temi d’attualità.
7. No, fermo restando che il dibattito politico non deve limitarsi al mondo dei social media. Per le comunicazioni ufficiali, di un certo peso e di una certa valenza politica, ritengo preferibile l’utilizzo di canali ufficiali.
8. Penso che non siano l’elemento centrale ma va riconosciuto che, al giorno d’oggi, aiutano in modo importante, soprattutto per avvicinarsi ad alcune fasce di popolazione che, altrimenti ,si raggiungerebbero con più difficoltà.
9. No.

(Articolo di Michelle Cappelletti)

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Da Ticinonews|Norman Gobbi commenta i tragici fatti di Barcellona. “Le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia”

“Un altro vile attacco laddove fa più male: nel cuore di una città, in cui turisti e residenti vivevano un momento di tipica quotidianità”. Queste le parole del direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato per un commento sui tragici fatti di Barcellona.

“Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. Barcellona purtroppo è l’ultima di una serie di meste tragedie che hanno toccato altre città europee: Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino, Londra e Manchester sono purtroppo associate a tragici fatti”.

“Ma non voglio e non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza – ha proseguito Gobbi – questi attacchi vanno condannati e questi scenari sanguinari e ignobili non possono divenire parte della nostra normalità! La cultura del terrore non può insinuarsi, perché vorrebbe dire scendere a compromessi con il male”.

I fatti di Barcellona rilanciano immancabilmente il tema della sicurezza. Cambierà qualcosa anche alle nostre latitudini? “La Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi ma l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra Autorità politiche e forze dell’ordine a livello internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni”.

“Non possiamo restare con le mani in mano – conclude Gobbi – Alle nostre latitudini le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia. Infatti, da qualche tempo la Polizia cantonale ha preso alcune misure di sicurezza per far fronte a rischi simili: il più visibile è l’utilizzo del giubbotto anti-proiettile da parte dei nostri agenti. A fronte dei recenti episodi che hanno macchiato di sangue l’Europa inoltre sono state prese misure puntuali, come nell’ambito di grandi manifestazioni dove un grande numero di persone si raduna. Pensiamo ad esempio ai recenti festeggiamenti per la nostra festa nazionale: in questi casi la Polizia cantonale ha utilizzato sbarramenti in cemento per evitare che mezzi pesanti potessero scagliarsi sulla folla”.

Leggi l’articolo sul portale Ticinonews: http://www.ticinonews.ch/ticino/402122/non-dobbiamo-rassegnarci-all-indifferenza