Il Consigliere di Stato Norman Gobbi in visita nei Comuni

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi in visita nei Comuni

Comunicato stampa

Il dialogo, la conoscenza reciproca e l’approfondimento dei principali cantieri in corso saranno al centro di una serie di incontri organizzati dal Dipartimento delle istituzioni con alcuni dei Comuni del Cantone per rafforzare la vicinanza tra la realtà cantonale e quella comunale. Iniziata nel giugno 2018 con Stabio, la serie riparte il 25 febbraio 2019 da Miglieglia, per proseguire a Castel San Pietro (1 marzo 2019) e a Minusio (25 marzo 2019).
Da alcuni anni le Autorità cantonali hanno avviato progetti e riforme volte a ridefinire i compiti e i flussi tra Cantone e Comuni. Grazie a cantieri come il Piano cantonale delle aggregazioni e la riforma Ticino 2020 si intende ridare vitalità al Comune, in modo che possa diventare un partner affidabile e solido per l’Amministrazione cantonale. Infatti, il rapporto tra Cantone e Comuni è determinante non solo per l’erogazione di servizi pubblici, ma anche per rafforzare il sistema federale.
In quest’ottica il Dipartimento delle istituzioni ha pertanto promosso una serie di incontri tra Cantone e Comuni allo scopo di entrare in contatto con gli enti locali, conoscere le loro caratteristiche e aggiornarsi reciprocamente sui principali temi di interesse comune.
Alle prossime visite (Miglieglia, Castel San Pietro e Minusio) prenderanno parte il Consigliere di Stato Norman Gobbi, il Capo della Sezione degli enti locali Marzio Della Santa e le Autorità comunali. Si ricorda, infine, che i primi 10 incontri si sono tenuti a Stabio, Ascona, Lavizzara, Chiasso, Paradiso, Morcote, Lugano, Blenio, Locarno e Mendrisio.

‘Polizia unica, serve riflessione’

‘Polizia unica, serve riflessione’

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 15 febbraio 2019 de La Regione

Sondaggio della Sezione enti locali: il 74% degli intervistati chiede più responsabilità del Cantone
Cavadini, sindaco di Mendrisio: la prossimità la garantisce solo un Corpo comunale.
Pissoglio (Ascona): ormai è simile alla Cantonale.

Il 74 per cento degli interpellati dal sondaggio promosso dalla Sezione degli enti locali e dal Dipartimento delle istituzioni lo dice chiaro: in materia di polizia, la preferenza è attribuire una maggiore responsabilità al Cantone. Solo il 18 per cento si è espresso a favore, invece, del fatto che questa responsabilità sia conferita ai Comuni. Un dato netto, una differenza più che ampia, che il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi, raggiunto dalla ‘Regione’ a margine del primo simposio tra Cantone e Comuni andato in scena ieri a Castione, rileva «vada tematizzata all’interno del progetto ‘Polizia ticinese’, soprattutto per definire meglio i ruoli tra Cantoni e Comuni». Nel senso che «oggi spesso sono sovrapposti, e per l’utenza, la cittadinanza, è difficile capire quando chiamare una o far intervenire l’altra. Insomma, chi si occupa di un tema delicato come quello della nostra sicurezza». Questa risposta, assicura Gobbi, «vale la pena discuterla, e lo faremo nelle prossime riunioni». Che la questione vada affrontata non ci piove, ci conferma Samuele Cavadini, sindaco di Mendrisio. Ribadendo però che «andare verso una polizia unica è un po’ prematuro, e nemmeno credo sia la soluzione». Una soluzione che però si può trovare nella «collaborazione tra i vari Corpi, perché ogni regione ha le sue peculiarità ed esigenze». Senza rinunciare, va da sé, alla Polizia comunale. «Ma assolutamente no – rincara Cavadini –, soprattutto per un discorso di prossimità. Certo, c’è bisogno che vengano strutturate bene, perché il fine ultimo è evitare che ci siano doppioni, e che le responsabilità, i compiti siano chiari a tutti». Per il sindaco di Ascona, Luca Pissoglio, la situazione è un po’ diversa. Più «ibrida», diciamo. «Non vedrei male che alcune responsabilità, come ad esempio per quanto riguarda le rapine, fossero di competenza cantonale» ci risponde. Questo perché «la Polizia comunale, per come la vedo io ad Ascona, è sempre più simile a quella cantonale. Manca il poliziotto di quartiere, manca il vero rapporto, sano e sincero, di prossimità e vicinanza alla gente, ai concittadini. Non è più come una volta, ahimè».
Ma tanti sono stati i temi toccati dal simposio, prendendo spunto dall’indagine statistica che ha coinvolto 825 ticinesi. A farla da padrone, le aggregazioni. «Negli anni Novanta la situazione dei Comuni era molto difficile – ricorda Marzio Della Santa, capo della Sezione degli enti locali – e per fronteggiarla è stata presa la decisione di procedere con le aggregazioni». Oggi, a vent’anni di distanza, il bilancio è buono? «Stando al sondaggio, sì, lo è. Le risposte indicano che hanno portato vantaggi, più forza e potere contrattuale anche col Cantone. La gestione del nuovo Comune appare più efficiente, e i servizi hanno maggiore qualità». Ma c’è anche qualche nota stonata, a ricordare come la guardia debba rimanere sempre alta. Comuni grandi portano, leggendo le risposte, «a un allontanamento delle autorità dal cittadino, disorientamento della popolazione nei confronti dell’amministrazione perché manca prossimità. E, dopo un’aggregazione, alcune risposte lamentano la perdita di tradizioni e identità locali». Risposte che vanno ascoltate e devono essere di stimolo anche per le riflessioni che accompagnano ‘Ticino2020’, perché, conclude Della Santa, «l’allontanamento dei cittadini significa una certa disaffezione democratica, che noi dobbiamo combattere ricordando che ogni Comune ha le sue peculiarità».

Prosecuzione del progetto di aggregazione Tresa

Prosecuzione del progetto di aggregazione Tresa

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha deciso che proporrà al Gran Consiglio l’aggregazione tra i Comuni di Croglio, Monteggio e Ponte Tresa, che in votazione consultiva avevano espresso parere favorevole al progetto aggregativo, lasciando per contro cadere l’inclusione di Sessa, dove avevano prevalso i voti negativi. I sostegni cantonali verranno adattati di conseguenza.

Come si ricorderà, lo scorso 25 novembre 2018 si è svolta la votazione consultiva sul progetto di aggregazione tra Croglio, Monteggio, Ponte Tresa e Sessa, accolto nei primi tre comuni e respinto a Sessa, con una maggioranza favorevole complessiva del 54% nel comprensorio. Scartato l’abbandono dell’intero progetto, le ipotesi per il proseguimento rimanevano quelle dell’aggregazione limitata ai soli comuni favorevoli oppure della realizzazione completa, con l’inclusione di Sessa in via coatta.

Per un primo bilancio della situazione, dopo il voto il Dipartimento delle istituzioni ha incontrato dapprima la Commissione di studio per l’aggregazione e poi il Municipio di Sessa. Inoltre, d’intesa con quest’ultimo e con i rappresentanti locali dei contrari all’aggregazione è stata organizzata una serata destinata alla popolazione di Sessa, per una valutazione delle prospettive del Comune alla luce della costituzione del comune di Tresa. Da questo incontro pubblico è in sostanza emerso che le posizioni favorevoli e contrarie in grandi linee si confermano, in particolare quella del fronte organizzato dei contrari.

In linea con la politica aggregativa cantonale precisata nel PCA, preso atto della volontà espressa dai cittadini di Sessa e ritenuto che per quest’ultimo l’aggregazione costituiva più un’opportunità che una necessità, il Governo ha deciso di orientare la propria proposta verso l’aggregazione limitata a Croglio, Monteggio e Ponte Tresa, escludendo quindi Sessa.

Il Comune di Tresa con Croglio, Monteggio e Ponte Tresa risulta conforme alle condizioni poste dalla Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni (LAggr), in quanto forma senza dubbio un’entità territoriale coerente ed è in grado di rispondere alle aspettative e di attuare le realizzazioni presentate alla popolazione prima della votazione. Inoltre, non risente di alcun pregiudizio finanziario dall’assenza di Sessa e potrebbe avviarsi in un clima disteso e verosimilmente meno laborioso che con un’inclusione forzata, auspicata da una parte ma che la maggioranza non sembra ritenere al momento interessante.

Come a suo tempo anticipato, e come già è stato il caso in precedenza con Bellinzona, in caso di aggregazione ridotta i sostegni cantonali all’aggregazione vengono rivisti, adattandoli alla nuova situazione.
Riguardo gli aiuti all’aggregazione di Tresa limitatamente a Croglio, Monteggio e Ponte Tresa, il Consiglio di Stato proporrà quanto segue:

1,4 milioni di franchi per aiuti alla riorganizzazione amministrativa e/o agli investimenti di sviluppo (per l’aggregazione completa erano previsti 0,7 mio per la riorganizzazione e 1,0 milioni per investimenti);

il riconoscimento dell’applicazione dei tassi massimi di sussidio, fino a concorrenza di un importo massimo di 1,0 milioni di franchi per la realizzazione di nuovi servizi o strutture a carattere sociale, ad esempio un asilo nido e/o un centro diurno per anziani (come per l’aggregazione completa);

sono confermati gli impegni riguardo la pista ciclabile pedonale della Valle della Tresa e la prospettata nuova struttura per la gestione del territorio;

a seguito dell’assenza di Sessa nell’aggregazione, il contributo di livellamento percepito dal nuovo Comune di Tresa risulta sostanzialmente equivalente a quello calcolato separatamente; viene quindi a cadere la necessità di mantenere il calcolo separato, come a suo tempo prospettato.

Il relativo messaggio governativo verrà licenziato nelle prossime settimane.

Due comuni che si “parlano”

Due comuni che si “parlano”

Da: Il Mattino della domenica

Dando seguito all’istanza per l’avvio di uno studio di aggregazione sottoscritta dai Municipi di Bedano e di Gravesano, il Consiglio di Stato nei giorni scorsi ha nominato l’apposita Commissione incaricata di allestire lo studio aggregativo.
“Il Governo – commenta Norman Gobbi – valuta con favore l’iniziativa promossa dai due comuni, poiché si inserisce in modo coerente nell’approccio indicato dal Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), recentemente approvato dal Consiglio di Stato e ora all’esame del Gran Consiglio”.
Il PCA – aggiunge il Direttore del Dipartimento delle istituzioni – “predilige infatti le iniziative provenienti dal basso, orientate al consolidamento istituzionale e al rafforzamento dell’organizzazione e del servizio alla cittadinanza”.
La proposta coinvolge due comuni confinanti appartenenti al comprensorio Malcantone Est definito nel PCA, che prevede la possibilità di realizzare gli scenari in tappe successive ed è pertanto pienamente in linea con gli orientamenti cantonali in tema di aggregazioni.
La Commissione di studio, i cui rappresentanti sono stati designati dai rispettivi Municipi, potrà avvalersi del supporto della Sezione degli enti locali del Dipartimento delle istituzioni  e costituire gruppi di lavoro su temi specifici.

Patriziati: nuove opportunità date dai processi aggregativi

Patriziati: nuove opportunità date dai processi aggregativi

Da: Il Mattino della domenica

Fondamentali per la continuità delle tradizioni dei quartieri

Confederazione, Cantone e Comuni: i tre livelli istituzionali svizzeri. C’è però anche chi come il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, ne considera un quarto: i Patriziati. L’ultima revisione totale della Legge organica patriziale (LOP) è entrata in vigore nel 2013 e ha confermato questa tesi, mettendo in evidenza l’importanza dei Patriziati ticinesi quali partner affidabili dei Comuni e del Cantone in particolare nella cura, gestione e promozione del territorio. Per mantenere aggiornata la base legale e fornire agli Enti patriziali gli strumenti per svolgere efficacemente i compiti affidati, il Governo lo scorso agosto ha incaricato la Commissione di coordinamento patriziale di elaborare una revisione parziale della LOP. Il Dipartimento delle istituzioni ha colto al volo questa occasione anche per porre le basi legali di una gestione più moderna, performante e semplice dei registri patriziali. Si tratta di un’esigenza specifica, alla quale si intende dare una risposta concreta attraverso il progetto di Registro elettronico dei patrizi, che mira a facilitare il compito degli Uffici patriziali, favorendo l’allestimento e l’aggiornamento dell’elenco dei patrizi. Ma quanto contano i Patriziati? Che presente e che futuro hanno? Come fare per sostenerli? La parola al nostro Consigliere di Stato.

Allora, iniziamo proprio da qui: che importanza dare, oggi, ai Patriziati?

Quello dei Patriziati è un tema a me caro in quanto considero questi storici enti una parte integrante e rappresentativa della nostra società. Noto, purtroppo, che a volte la loro importanza passa un po’ in secondo piano e che c’è chi ne dimentica il fondamentale ruolo che ricoprono. Un ruolo che attraverso le aggregazioni comunali ha trovato una nuova energia, oserei dire una nuova vita. E qui faccio riferimento tanto alle aggregazioni di valle quanto a quelle urbane. Pensiamo ad esempio a quanto accaduto di recente nella Nuova Bellinzona, dove i Patriziati sono stati integrati quali elementi di collante territoriale e di salvaguardia delle numerose comunità confluite nell’agglomerato urbano. Un meccanismo che ha unito e non certo diviso.

In effetti, i numeri confermano questa tesi. in Ticino si contano 201 Patriziati e ben 90mila patrizi, proprietari del 75% dei circa 140mila ettari del territorio boschivo che ci circonda. Cifre davvero eloquenti.

Si tratta di persone che si occupano con passione, spirito corporativo e assoluta dedizione della gestione delle proprietà comunitarie non solo del nostro ampio patrimonio boschivo, ma anche di cave, alpi e caseifici, oltre che di infrastrutture sportive e turistiche. Diciamolo pure: i Patriziati sono un patrimonio su cui ogni ticinese – patrizio o no – sa di poter contare. L’attaccamento alle nostre radici, alla nostra identità, non è un limite, bensì una preziosa risorsa. Infatti, un albero per crescere ha bisogno di radici profonde per poter svettare e resistere alle tempeste.

La società evolve velocemente e presenta dinamiche in progressiva trasformazione. C’è chi dice che i Patriziati siano anacronistiche testimonianze del tempo che fu: che ne pensa?

Non condivido affatto questa visione riduttiva. Fortunatamente, il Ticino può affidarsi a Patriziati che guardano al futuro con entusiasmo, sostenuti in questo atteggiamento costruttivo dai Comuni e dal Cantone, con i quali collaborano attivamente. So per certo, perché ne ho esperienza diretta, che il dinamismo non manca, che ci sono Patriziati propositivi e innovativi nella promozione di progetti di gestione e valorizzazione del territorio, in ambiti classici come quello agricolo o quello forestale, ma sempre più anche nel turismo, nel sociale e nel settore culturale. Il Patriziato non è un corpo estraneo e isolato: vive invece all’interno di una società e si sviluppa con essa, offrendo un servizio essenziale per la comunità locale e quindi, di riflesso, per tutto il Cantone, innescando un circolo virtuoso dal quale non può che trarne beneficio la collettività.

Ma cosa fa il suo Dipartimento per valorizzare in modo concreto il lavoro svolto dai Patriziati?
Proprio perché consapevole della centralità dei Patriziati e perché convinto della necessità di sostenere nei fatti la triade Patriziato-Comune-Cantone, il DI mette a disposizione la sua consulenza (attraverso i propri Servizi), così come un aiuto finanziario tramite il Fondo di aiuto patriziale e il Fondo per la gestione del territorio. Se i progetti sono validi, e nella quasi totalità lo sono, Cantone e Dipartimento ci sono!

In questo contesto di costruttiva sinergia, occorre evidenziare il prezioso lavoro di mediazione svolto dall’Alleanza patriziale ticinese (ALPA).
È corretto. Con l’ALPA portiamo avanti numerose iniziative e attività. Nata nel 1938, sostiene i Patriziati e promuove la collaborazione con i Comuni in modo da creare le condizioni-quadro favorevoli alla gestione sostenibile del territorio che, assieme alle persone, è il nostro bene più prezioso. Posso solo confermare quanto ho già avuto modo di sottolineare in altre occasioni: il nostro rapporto è sempre stato eccellente e sono sicuro che potrà consolidarsi ulteriormente nei prossimi anni, generando ricadute benefiche all’istituto patriziale.

Terminiamo questa chiacchierata con un suo ulteriore giudizio dei Patriziati.

Mi lasci dapprima fare una premessa, anzi una promessa: con il Dipartimento e i miei collaboratori, partendo dal Capo della Sezione enti locali Marzio Della Santa, continueremo a impegnarci per dare il nostro contributo a favore dei Patriziati ticinesi. Essi hanno molto da offrire, rappresentano un servizio essenziale alle comunità locali, valorizzano il prodotto indigeno, promuovono il territorio e la cultura tenendo ben salda la barra della tradizione, coniugata però con l’innovazione. I Patriziati hanno origine nel nostro passato, giocano un ruolo da protagonisti nel presente e guardano con entusiasmo a un futuro che concorrono a costruire. Essi non sono i custodi di fredde ceneri, bensì vivaci ravvivatori del fuoco dello spirito del XXI secolo.

73.8 milioni per un Ticino ancora più forte

73.8 milioni per un Ticino ancora più forte

Credo nell’efficacia delle aggregazioni

Dal punto di vista istituzionale e territoriale, quanto è cambiato il nostro Cantone nell’ultimo ventennio? La risposta è semplice: molto. A riprova di ciò mi vengono in aiuto alcune cifre: da 245 Comuni con una popolazione media di 1’200 persone siamo passati a poco più di 110 con 3’100 residenti ciascuno. Parallelamente il numero di quelli con un moltiplicatore del 100% è crollato da 112 a 15.
Il Ticino sta quindi mutando. Il processo di riforma è però soltanto a una fase intermedia, così come attestato dal Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Il Governo (e il mio Dipartimento in primis) crede nella forza rigenerante delle aggregazioni in modo talmente convinto da proporre al Parlamento un credito quadro di 73,8 milioni di franchi a sostegno di progetti di interesse cantonale, confermando l’intenzione di dare la priorità alle proposte nate “dal basso”, solide e condivise.

Spazio alle idee promosse “dal basso”
Come più volte detto, il PCA – con i suoi 27 scenari aggregativi – non rappresenta una riforma imperativa, così come non pone alcun vincolo temporale. Sarebbe errato ragionare diversamente, perché se vogliamo Comuni migliori, ben gestiti e in grado di erogare servizi di elevata qualità, dobbiamo avere come riferimento la soddisfazione e la partecipazione attiva del cittadino. Parlare di aggregazioni avviate e promosse “dal basso” non è uno slogan propagandistico: è una necessità. Capire, proporre, condividere, discutere e costruire sono i pioli della scala che conduce a un ente locale moderno, forte, propositivo e vicino al cittadino. Guai se venisse a mancare la prossimità tra uno e l’altro: non ci fosse, qualunque aggregazione perderebbe la quasi totalità del suo senso.

Aiuti finanziari mirati e sensati
La notevole somma messa sul piatto dimostra come il Cantone non si fermi alle intenzioni: seppur senza invasioni di campo, assume un ruolo attivo nel citato cambiamento in atto; concede ampia libertà ai Comuni, ma è prontissimo a intervenire attraverso aiuti finanziari finalizzati alla riorganizzazione amministrativa e/o agli investimenti di sviluppo. Se il progetto è serio, strutturato e lungimirante, il nostro appoggio è garantito. Gli strumenti “macro” che mettiamo a disposizione dei Comuni sono due: il sostegno finanziario (contributi di risanamento) e il sostegno istituzionale (promozione di un Piano di sviluppo). Insomma, proponendo l’attribuzione di un opportuno contributo finanziario, una volta di più il Governo conferma di credere nelle aggregazioni che considera un mezzo indispensabile per razionalizzare il territorio cantonale e rendere più performanti le realtà locali.

Trasformazioni profonde e obbligate
In un contesto in costante divenire, spicca per importanza il progetto Ticino 2020, profondamente legato al PCA stesso: partendo da una nuova geografia comunale, disegnata dalle aggregazioni finora realizzate, viene proposta una revisione strutturale dei compiti e dei flussi esistenti, che implicano a loro volta la riconfigurazione del sistema perequativo e la riorganizzazione dell’Amministrazione cantonale e comunale. So bene che si tratta di trasformazioni profonde e che non tutti sono pronti ad accogliere con il sorriso sulle labbra, ma si tratta di un percorso obbligato che dobbiamo intraprendere se davvero vogliamo costruire un Ticino ancora migliore.

L’esempio del Comune di Verzasca
Parlando di aggregazioni, ritorno volentieri sul voto pressoché unanime del Parlamento che lunedì ha sancito la nascita del Comune di Verzasca. Ecco un esempio di cosa intendo per progetto nato dal basso senza imposizioni. Confinante su quattro Distretti – Bellinzona, Leventina, Riviera e Vallemaggia – sarà il nuovo cuore del Canton Ticino. E il merito di tutto questo va ai cittadini e alle cittadine, che non hanno mai smesso di credere in questo progetto. Un bell’esempio che altri potranno seguire.

 

 

Ora “Verzasca” vuol dire futuro

Ora “Verzasca” vuol dire futuro

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 11 dicembre 2018 del Corriere del Ticino

 

“Verzasca”, matrimonio a sette: è fatta

Il Gran Consiglio ha approvato il progetto per l’aggregazione dei Comuni della valle L’istituzione del paese unito nell’aprile 2020
Gobbi: “Sarà il nuovo cuore del Ticino”

È confermato: l’unione tra Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e i territori in valle di Cugnasco-Gerra e Lavertezzo avrà luogo nel 2020. Dopo il plebiscito popolare dello scorso giugno – con l’84% dei consensi espressi in votazione consultiva – e la benedizione del Governo, ieri l’aggregazione dei Comuni della valle Verzasca ha ottenuto anche il benestare del Gran Consiglio. Con 82 voti favorevoli, 0 contrari e 1 astensione, il Parlamento ha infatti approvato il matrimonio a sette. Unione che, come detto, si concretizzerà in concomitanza con le elezioni previste il 5 aprile 2020. Restano, dunque, un anno e cinque mesi per l’allestimento di quanto necessario all’istituzione del Comune unico di Verzasca. La nuova entità locale conterà circa 900 abitanti e avrà una superficie di 219 chilometri quadrati, con sede amministrativa a Vogorno. Sarà, di fatto, «l’unico Comune confinante con quattro distretti – Bellinzona, Leventina, Riviera e Vallemaggia – e quindi il nuovo cuore del Ticino», come ha fatto notare il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Il consigliere di Stato ha ringraziato i sindaci, le autorità comunali, la Commissione speciale del Parlamento, ma anche gli abitanti della valle Verzasca «per non avere mai smesso di credere a questo progetto, che non è stato calato dall’alto». L’aggregazione, infatti, «è nata dal basso – ha evidenziato Giorgio Pellanda, presidente della Commissione speciale – e questa è una giornata di festa, nonché storica». La Verzasca è stata un pioniere delle fusioni», gli ha fatto eco il presidente della Commissione di studio per l’aggregazione Fabio Badasci, ricordando il voto negativo del 1978 per l’unione dei paesi dell’alta valle e la bocciatura nel 2004 del progetto «Grande Verzasca», nonché la successiva proposta contrastata nel 2013. «L’iter è stato lungo, ma non sono mai mancate la volontà e la determinazione di dare nuova linfa alla valle, rilanciandola», ha sottolineato Omar Balli, relatore del rapporto sul progetto di aggregazione. Quest’ultima «non è vista come un punto di arrivo, bensì di partenza». Il nuovo Comune sarà gestito da cinque membri di Municipio e da venti consiglieri comunali. A proposito di gestione, il Parlamento ha confermato anche gli aiuti finanziari pari a 18,3 milioni di franchi. Di cui 11 milioni quale contributo di risanamento dei sette Comuni aggregandi, comprensivo degli indennizzi per la cessione dei territori in valle di Lavertezzo e Cugnasco-Gerra. Altri 2,4 milioni saranno destinati alla costruzione della palestra del centro scolastico di Brione, mentre 2 milioni andranno a sostegno di investimenti per lo sviluppo socioeconomico e territoriale di valenza regionale. Tutto questo permetterà al futuro Comune Verzasca di partire con una situazione finanziaria «consolidata e sostenibile», come sottolineato da Balli. Il moltiplicatore inizialmente sarà fissato al 95% (gestione corrente in attivo di circa 140.000 franchi), il capitale proprio sarà di 1 milione e il debito pubblico pro capite di 2.000 franchi.

Il progetto di aggregazione, come è stato ricordato, è sostanzialmente un aggiornamento di quello del 2013, che aveva ottenuto circa il 70% dei favori, ma si era scontrato con l’opposizione di Lavertezzo (contrario alla separazione del proprio territorio), che la spuntò al Tribunale federale in virtù del fatto che nella Legge cantonale sulle aggregazioni mancasse una base legale che permettesse lo smembramento coatto di parti di territorio da un paese. Legge in seguito modificata, permettendo così di riattivare nel 2017 il processo di fusione. L’unione dei Comuni della Verzasca, va detto, porterà – con lo scorporo dei propri territori in valle – anche alla (ri)nascita dei Comuni di Cugnasco-Gerra e Lavertezzo. Per quel che concerne gli aiuti, è stato accolto anche l’emendamento proposto dalla Commissione speciale, che ha chiesto al Governo di impegnarsi a non modificare lo statuto e la gestione delle strade cantonali situate nel comprensorio interessato dalla costituzione di Verzasca.

Alla seduta del Gran Consiglio erano presenti i sindaci e le autorità comunali interessate dal progetto di fusione, ma anche gli allievi delle scuole di Verzasca.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 11 dicembre 2018 de La Regione

Ieri il via libera del Gran Consiglio all’aggregazione dei 7 Comuni di valle in un’unica entità
Il ‘sì’ al decreto legislativo ‘fonde’ Brione, Corippo, Cugnasco-Gerra (valle), Frasco, Lavertezzo (valle), Sonogno e Vogorno. Prime elezioni nell’aprile del 2020.

“Dipenderà da voi se continuerete ad amare il vostro territorio, consapevoli dei vantaggi di vivere ancora in valle. Quando avrete 50 o 60 anni potrete dire: c’ero anch’io, in Gran Consiglio, il 10 dicembre 2018”. Era emozionato, ieri, Giorgio Pellanda rivolgendosi come portavoce del Plr alle classi delle scuole verzaschesi presenti al voto parlamentare favorevole al decreto legislativo per l’aggregazione di Brione, Corippo, Cugnasco-Gerra (valle), Frasco, Lavertezzo (valle), Sonogno e Vogorno, in un solo Comune chiamato Verzasca. Ed era ugualmente emozionato Omar Balli, relatore del rapporto della Commissione speciale aggregazione di Comuni, rilevando proprio la presenza in aula dei ragazzi e rivolgendosi idealmente a loro per inquadrare l’importanza e l’esigenza del progetto. Un progetto, ha ricordato, uscito da “un lungo iter, con due voti popolari, l’ultimo dei quali, nel giugno di quest’anno, con tutti i Comuni favorevoli e un’adesione generale aumentata rispetto a quella emersa nel 2013”. Il relatore ha rilevato “la situazione difficile” in cui versa la Valle Verzasca, “malgrado l’impegno dei funzionari locali”; e ricordato che la nuova entità potrà partire con un contributo cantonale complessivo di 18,3 milioni di franchi “che consentirà di assicurare una gestione ordinaria autonoma e concretizzare i progetti di sviluppo del comprensorio”. Di questi 18,3 milioni, 2,6 andranno a Lavertezzo Piano – privato, come Cugnasco-Gerra, del suo territorio di valle – “per migliorare la sua situazione finanziaria”. Fra gli spunti di particolare interesse v’è l’ipotesi di una centralizzazione, a Verzasca, delle attività artigianali e industriali. Un auspicio, questo, espresso dalla base, che il Cantone dovrà cercare di facilitare. “La commissione speciale chiede un supporto concreto per rilanciare questa splendida realtà vallerana – ha ribadito in proposito Omar Balli –. Non solo con un sostegno finanziario, ma anche con un supporto e una condivisione a livello pianificatorio”. Particolare attenzione andrà data anche all’offerta di trasporto pubblico, che dovrà “mantenere il livello attuale per corrispondere sempre alle necessità quotidiane della popolazione e garantire maggior fluidità nella stagione turistica”. A favore dell’aggregazione, per i gruppi parlamentari, si sono espressi Fabio Badasci (Lega), che è anche sindaco di Frasco e presidente della Commissione di studio; Fabio Battaglioni (Ppd e Generazione giovani); Gianrico Corti (Gruppo socialista); e Germano Mattei (Montagna Viva).

Norman Gobbi: “Il nuovo cuore del Ticino”

“Oggi si conclude il terzo atto di una storia cominciata 15 anni fa. Ma, talvolta, servono più tempo e più convincimento, benché cittadine e cittadini dei Comuni interessati abbiano sempre detto di sì”. Lo ha sostenuto il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, prima della votazione ampiamente favorevole (82 sì e un’astensione) al decreto legislativo riguardante l’aggregazione. “Alle cittadine e ai cittadini verzaschesi – ha detto – va il merito di non aver mai smesso di credere in questo progetto, che è il loro progetto, non calato dall’alto né imposto dalla classe politica”. Gobbi ha poi sottolineato il valore del lavoro svolto dalla Commissione di studio presieduta dal sindaco di Frasco Fabio Badasci. “Il progetto rende merito a questo lavoro, alla caparbietà di chi è stato al fronte per 15 anni e a chi delle giovani generazioni ci guarda oggi. Lo Stato potrà sì aiutare, ma sarà il nuovo Comune a dover contrastare, con le sue iniziative senz’altro sostenute dallo Stato, il fenomeno dello spopolamento”. Quello della Verzasca, ha concluso Gobbi, “è un comparto eccezionale perché sarà l’unico Comune a confinare su 4 distretti. Sarà il nuovo cuore del Ticino”.

Nasce il comune di Verzasca

Nasce il comune di Verzasca

Il progetto di aggregazione di sette enti locali è stato approvato lunedì dal Gran Consiglio ticinese

Verzasca era valle, ora è pure comune. Il Gran Consiglio ticinese – con 82 voti favorevoli, 0 contrari, 1 astenuto ed un bell’applauso – ha approvato lunedì il progetto di aggregazione di Brione Verzasca, Corippo, Cugnasco-Gerra (Valle), Frasco, Lavertezzo (Valle), Sonogno e Vogorno in un unico comune denominato Verzasca.

“Questa aggregazione non è un punto di arrivo, ma partenza, per rilanciare la zona”, ha ricordato in aula il relatore Omar Balli (Lega). “Vogliamo creare posti di lavoro. E riportare le famiglie in valle”, ha aggiunto.

“Il merito va ai cittadini e alle cittadine della Verzasca, che non hanno mai smesso di credere in questo progetto”, ha invece detto il direttore del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi. “Questo comune sarà il nuovo cuore del Ticino”, ha proseguito.

Le prime elezioni si terranno nel 2020. Contributi finanziari complessivi al progetto: 18 milioni di franchi. La sede amministrativa sarà a Vogorno, ma con diversi sportelli. I municipali saranno cinque, i consiglieri comunali 20 e gli abitanti circa 850.

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione dei Comuni ticinesi (ACT)

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione dei Comuni ticinesi (ACT)

Giovedì 22 novembre 2018 – Lugano, Sala del Consiglio comunale

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,
prima di tutto vi ringrazio per l’invito alla vostra assemblea, che mi dà anche l’opportunità di aggiornarvi su due importanti dossier: il Piano comunale delle aggregazioni (PCA) e Ticino 2020.

Permettetemi di iniziare questo mio intervento con una premessa che ritengo doverosa: quando parliamo di autonomia comunale facciamo riferimento ai compiti promossi a livello locale e che per legge non sono attribuiti né alla Confederazione né al Cantone.
Come recita la Costituzione cantonale, questa è definita “autonomia residua”.

Negli ultimi 20-25 anni la mappa dei Comuni è stata ridisegnata in ossequio alla visione cantonale della politica aggregativa e dei suoi obiettivi a medio-lungo termine che, appunto, ha quale perno centrale la rivitalizzazione e l’attribuzione al Comune di maggiore autonomia.
Stiamo quindi assistendo a varie trasformazioni, che hanno mutato le realtà locali e che possono essere riassunte attraverso alcune cifre significative: all’inizio del millennio i Comuni erano 245, ora sono 115 e tra poco più di un anno il loro numero potrebbe scendere a 107; nel 2000 la popolazione media era di poco superiore ai 1’200 abitanti, mentre oggi se ne contano quasi 3’100; le risorse fiscali medie pro capite sono passate da 3’397 a 4’129 franchi.
Ma la statistica che ritengo più eloquente si riferisce al moltiplicatore politico: in un breve lasso di tempo, il numero dei Comuni con un’aliquota pari al 100% è passato da 112 (16% della popolazione) a 15 (2%).
Cosa significa?
Significa che mediamente l’ente locale ha visto migliorare la sua situazione finanziaria, cosa perfettamente aderente agli intendimenti del Cantone.
Un risultato raggiunto anche grazie ai 120 milioni di franchi stanziati dal Cantone quali misure di risanamento nell’ambito dei diversi progetti aggregativi finora condotti.
Oggi possiamo quindi parlare di “Comuni potenzialmente rivitalizzabili”, ai quali sarà possibile restituire parte delle competenze strategiche e operative che gli sono state tolte o che non gli sono state attribuite nel tempo.
Si tratta di competenze che gli spettano soprattutto in considerazione del loro interesse prevalentemente locale. Di conseguenza, il ruolo stesso del Comune potrà riprendere quota.

Le ragioni che nel corso dei decenni ne avevano progressivamente ridotto il peso specifico sono diverse. Ne cito alcune in ordine sparso: una dimensione a volte insufficiente, un’incapacità amministrativa non generalizzata ma comunque qua e là presente, risorse limitate e non di rado retribuite in maniera troppo eterogenea.
La somma tra due o più di questi fattori, o anche uno solo di essi, ha comportato l’impossibilità di fornire ai cittadini risposte commisurate ai loro bisogni, generando uno scollamento che va invece assolutamente evitato.

Il PCA si muove proprio nel solco della necessità di allineare le “capacità” dei Comuni ticinesi con i bisogni dei cittadini: in assenza di tale equilibrio, il Comune perde sostanza e senso, ciò che si riverbera negativamente sul Cantone. Muoversi in questa direzione genera quindi benefici di cui tutti possono approfittare.

Il PCA va dunque considerato uno strumento strategico concepito per indicare in modo trasparente e previsibile la visione cantonale. Esso, quale punto centrale, prevede un’attivazione “dal basso”, priva di ogni e qualunque imposizione: in linea di principio mai e poi mai dal Cantone arriveranno dei diktat, non esistono ricatti. Si tratta quindi di una maturazione che nella sua fase nevralgica avviene alla base e che pertanto, come detto in precedenza, conferisce giusto e giustificato risalto al ruolo del Comune.

Il mio Dipartimento ha fatto la sua parte, tenendo in debita considerazione le vostre aspettative: il PCA, nella sua stesura definitiva, dà seguito alle indicazioni dei Comuni, confermando le misure più largamente condivise e lo stralcio di quelle dalle valutazioni contrapposte o poco condivise.

C’è ovviamente il rovescio della medaglia: se da un lato l’ideale Comune ticinese del prossimo futuro potrà godere di un’autonomia strategica e operativa maggiore, dall’altra dovrà essere capace di assumersi la totale responsabilità del suo operato, adeguando ad esempio le proprie strutture organizzative, le competenze interne e gli strumenti che ne determinano il funzionamento.

L’obiettivo inserito nello studio “Il Cantone e i suoi Comuni, l’esigenza di cambiare”, che di fatto ha dato il via nel 1998 alla Riforma istituzionale dei comuni ticinesi, resta dunque quanto mai d’attualità: l’intendimento era e rimane quello di ridare al Ticino un panorama di Comuni forti e attivi, recuperando la vitalità e la progettualità e rafforzandone struttura e capacità amministrativa.

A titolo informativo, vi segnalo infine che a metà dicembre il messaggio concernente il PCA sarà trasmesso al Parlamento.

Detto questo, concludo con un paio di annotazioni relative al progetto Ticino 2020.
Gli intendimenti di fondo sono noti e così riassumibili: partendo da una nuova geografia comunale, disegnata dalle aggregazioni finora realizzate, viene proposta una revisione strutturale dei compiti e del flussi esistenti, che implicano a loro volta la riconfigurazione del sistema perequativo – perno della storica solidarietà fra i Comuni stessi – e la riorganizzazione dell’amministrazione cantonale e comunale, come spesso auspicato anche dall’opinione pubblica.
La riforma non mira a semplici correttivi, bensì a ripristinare un sistema istituzionale performante, lineare e trasparente, un’inversione di tendenza che permetterà di rafforzare la capacità di azione soprattutto a livello locale, in nome di un principio molto importante: la prossimità tra il cittadino e le autorità.
Anche qui occorre essere chiari e pragmatici: il successo di questo progetto dipende in modo sostanziale da fattori quali la fiducia reciproca e l’impegno di tutti a voler ricercare la soluzione migliore per il cittadino. Mancassero queste premesse ben difficilmente arriveremo a ottenere i risultati che ognuno di noi in cuor suo si attende.

La mia speranza è che si riesca a creare un clima costruttivo che, attraverso un dialogo franco, aperto e propositivo, conduca a soluzioni condivise.
Vi ringrazio.